Il Giardino dei Pensieri - Classici della Filosofia
Febbraio 2010

Blaise Pascal
La scommessa
[Vedi anche la voce: Dio - Pascal]

Infinito nulla.
La nostra anima è gettata in un corpo, in cui trova misura, tempo, dimensioni: ragiona su tutto questo, chiamandolo natura, necessità, e non riesce a credere ad altro.

L’unità aggiunta all’infinito non lo fa diventare più grande, non più che un piede aggiunto a una misura infinita: il finito s’annienta in presenza dell’infinito e diviene un puro niente.
E’ così per il nostro spirito davanti a Dio, così per la nostra giustizia davanti alla giustizia divina. Non c’è una sproporzione così grande tra la nostra giustizia e quella di Dio che tra l’unità e l’infinito.
E’ necessario che la giustizia di Dio sia enorme come la sua misericordia. Ora, la giustizia verso i reprobi lo è di meno, e deve sorprenderci meno della misericordia verso gli eletti.

Sappiamo che c’è un infinito, e non sappiamo quale sia la sua natura, perché sappiamo che è falso che i numeri sono finiti. Dunque è vero che c’è un infinito nel numero, ma non sappiamo qual è. E’ falso che sia pari, è falso che sia dispari; e infatti aggiungendo un' unità non se ne muta la natura. Tuttavia è un numero, e ogni numero è pari o dispari. E’ vero che questo lo diciamo dei numeri finiti.
Dunque si può ben sapere che c’è un Dio anche se non si sa che cos’è.
Non esiste forse una verità sostanziale, anche se vediamo tante cose vere che non sono la verità stessa? 

Conosciamo dunque l’esistenza e la natura del finito perché noi siamo finiti ed estesi come lui.
Conosciamo l’esistenza dell’infinito e ignoriamo la sua natura, perché è esteso come noi, ma non ha i limiti che noi abbiamo.
Però non conosciamo né l’esistenza né la natura di Dio, perché non ha né estensione né limiti.

Ma attraverso la fede conosciamo la sua esistenza, attraverso la gloria conosciamo la sua natura.
Ora, io ho già mostrato che si può ben conoscere l’esistenza di una cosa senza conoscere la sua natura.

Parliamo adesso secondo i lumi naturali.
Se c’è un Dio, è infinitamente incomprensibile perché, non avendo né parti né limiti, non ha alcun rapporto con noi. Non siamo dunque incapaci di sapere né che cosa è, né se c’è. Stando così le cose, chi oserà cercare di risolvere la questione? Non certo noi, che non abbiamo alcun rapporto con lui.
Chi rimprovererà dunque i cristiani se non possono dar ragione della loro fede, loro che professano una religione di cui non possono dar ragione? Presentandola, dichiarano che è una stoltezza, stultitiam, e voi vi lamentate che non diano le prove della loro fede? Se le dessero, non sarebbero coerenti con quanto dicono. Ma mancando le prove, i cristiani non mancano di senso.
- Sì, certo, ma se questo giustifica coloro che la presentano così e evita loro il rimprovero di presentarla senza ragione, non li giustifica per nulla per il fatto che l’accolgono. 
- Esaminiamo dunque questo punto, e diciamo: Dio è o non è: ma da quale parte propenderemo? La ragione non può dir nulla. Un caos infinito ci separa. Si gioca un gioco all’estremità di questa distanza infinita: testa o croce? Su che punterete? Seguendo la ragione non potete puntare né sull’una né sull’altra; seguendo la ragione non potere escludere nessuna delle due.
Non accusate dunque di essere in errore coloro che hanno fatto una scelta, perché voi non ne sapete nulla.
- No, ma io li accuserò non di avere fatto quella scelta, ma di avere scelto, perché chi prende croce sbaglia tanto quanto chi sceglie testa: sono entrambi in errore, è nel giusto chi non scommette.
 - Sì, ma è necessario scommettere. Non siete liberi di farlo o non farlo, ci siete costretti. Testa o croce, cosa prenderete? Vediamo. Visto che si deve scegliere, vediamo che cosa vi conviene di meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da mettere in gioco, la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da cui fuggire, l’errore e la miseria. Visto che si deve necessariamente scegliere, la vostra ragione non è offesa più da una scelta che dall’altra. Questo è un punto fermo. Ma la vostra beatitudine? Soppesiamo guadagni e perdite scegliendo croce: Dio esiste. Valutiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla; scommettete quindi che esiste, senza esitare.
- Questo è strano. Sì, si deve scommettere, ma io scommetto forse troppo.
Vediamo. Il rischio di guadagno e di perdita è uguale; ora, se aveste da guadagnare due vite contro una, potreste ancora scommettere, ma se ne aveste tre da guadagnare, bisognerebbe giocare (visto che giocare è una necessità) e sareste imprudenti, costretti a giocare, a non giocare la vostra vita per guadagnarne tre in un gioco in cui il rischio di perdita e di guadagno è pari. Ma c’è un’eternità di vita e di felicità. Stando così le cose, se vi fosse un' infinità di possibilità di cui una sola fosse per voi, avreste ancora ragione di scommettere uno per avere due e non avrebbe senso, essendo obbligati a giocare, non giocare una vita contro tre in un gioco in cui di una infinità di possibilità ce n’è una per voi, se vi fosse un' infinità di vita infinitamente felice da guadagnare; ma c’è qui un' infinità di vita infinitamente felice da guadagnare, una possibilità di guadagno contro un numero finito di possibilità di perdita, e ciò che voi giocate è finito. Non c’è posta che valga là dove c’è l’infinito e dove non si hanno infinite possibilità di perdita contro altrettante di guadagno. Non c’è partita, bisogna dar tutto. E così, quando si è costretti a giocare, si deve proprio non ragionare per non rischiare la vita piuttosto che rischiarla per il guadagno infinito altrettanto pronto ad arrivare quanto la perdita di niente.

Infatti non serve a nulla dire che è incerto il guadagno possibile ed è certo il rischio, e che l’infinita distanza che c’è tra la certezza di ciò che si mette in gioco e l’incertezza su ciò che si guadagnerà fa sì che il bene finito che si mette in gioco equivalga all’infinito che è incerto. Le cose non stanno così. Qualsiasi giocatore rischia con certezza per guadagnare senza certezza, e così non pecca contro la ragione se rischia con certezza il finito per guadagnare senza certezza l’infinito. Non c’è infinità di distanza tra la certezza di ciò che si rischia e l’incertezza del guadagno; questo è falso. La verità è che c’è uno scarto infinito tra la certezza di guadagnare e la certezza di perdere, ma l’incertezza di guadagnare è proporzionata alla certezza di ciò che si rischia secondo la proporzione delle possibilità di guadagno e di perdita. Ne segue che, dove i rischi siano uguali da una parte e dall’altra, nel gioco la posta è uguale contro uguale. Allora la certezza di ciò che si rischia è uguale all’incertezza del guadagno, non è affatto infinitamente distante. Così la nostra proposizione ha una forza infinita, quando c’è da rischiare il finito in un gioco in cui c’è la stessa probabilità di guadagno che di perdita, e l’infinito da guadagnare.
La proposizione è dimostrata e, se gli uomini sono capaci di qualche verità, ecco, questa è una verità.
- Lo riconosco, lo ammetto, ma non c’è modo di vedere le carte da dietro?
- Certo, le Scritture e il resto, ecc.
- Sì, ma ho le mani legate e la bocca cucita, mi si fa scegliere a forza, non ho alcuna libertà su questo, non mi si lascia libero, e io sono fatto in modo tale che non posso credere. Che volete dunque che io faccia?
- E’ vero, ma sappiate che la vostra incapacità di credere deriva dalle vostre passioni, perché la ragione è favorevole e tuttavia voi non ci riuscite. Lavorate dunque non a convincervi attraverso l’aumento delle prove di Dio, ma attraverso la diminuzione delle vostre passioni.  Volete andare verso la fede e non ne conoscete il cammino. Volete guarire dall’incredulità senza e chiedete qual è la medicina; imparate da coloro che sono stati legati come voi e che ora scommettono tutto il loro bene. Sono persone che conoscono il cammino che vorreste seguire, guarite da un male da cui vorreste guarire; seguite il metodo con cui hanno cominciato. Cioè facendo tutto come se si credesse, prendendo l’acqua benedetta, facendo dire delle messe, ecc. Con naturalezza, questo vi porterà a credere, d’istinto.
- Ma è questo che temo.
- E perché? Che avete da perdere? Queste pratiche vi portano a credere, perché placano le passioni che sono il vostro grande ostacolo, ecc.
Fine di questo discorso.

Ora, che male vi farà agire così? Sarete fedele, una brava persona, umile, riconoscente, farete del bene, amico sincero, vero... Certo, è vero che non vivrete tra i piaceri malati, nella gloria, tra le delizie; ma non ne avrete forse altre?
Vi dico che guadagnerete da questo cammino e che, a ogni passo compiuto, vedrete grande la certezza del guadagno e vicino al nulla il rischio, fino al punto da sapere che avete scommesso per una cosa certa, infinita, per la quale non avete dato nulla.
- Oh, questo discorso mi prende, mi incanta, etc.
- Se questo discorso vi piace e vi sembra forte, sappiate che viene da un uomo che si è messo in ginocchio prima e dopo, per pregare questo essere infinito e indivisibile, al quale sottomette tutto se stesso, che voi facciate altrettanto per il vostro proprio bene e per la sua gloria, e così la forza si accordi con questa bassezza.

E’ il cuore che sente Dio e non la ragione. Ecco cos’è la fede. Dio sensibile al cuore, non alla ragione.
Il cuore ha sue ragioni che la ragione non conosce affatto: lo si sa da mille cose.
Io dico che il cuore ama per natura l’essere universale, e se stesso per natura, a seconda di dove si dirige, e si irrigidisce contro l’uno o contro l’altro a sua scelta. Voi avete respinto l’uno e scelto l’altro: è per la ragione che vi amate?

L’abitudine è nostra natura. Chi si abitua alla fede crede in essa e non può più non temere l’inferno, né credere ad altre cose.
Chi si abitua a credere che il re è terribile, ecc.
Chi dubita che la nostra anima, essendo abituata a vedere numero, spazio, movimento, crede a questo e a nient’altro?

- Credete che sia impossibile che Dio sia infinito, senza parti?
- Sì.
- Voglio dunque farvi vedere una cosa infinita e indivisibile: è un punto che si muove dappertutto con una velocità infinita.
Perciò è uno in tutti i luoghi e tutto intero in ciascun luogo.
Questo fatto di natura che prima vi sembrava impossibile vi fa sapere che ve ne possono essere altri che non conoscete ancora.  Non ne concludete che non vi resta niente da sapere, ma che vi resta infinitamente da sapere.

E’ falso che noi siamo degni che gli altri ci amino. E’ ingiusto volerlo. Se nascessimo ragionevoli e indifferenti, e conoscessimo noi e gli altri, non daremmo certo questa direzione alla nostra volontà. Quindi essa nasce con noi, e noi nasciamo ingiusti.
Infatti ogni cosa tende verso se stessa: un fatto contrario a ogni ordine.
E’ necessario tendere al generale, e l’inclinazione verso se stessi è l’inizio di ogni disordine, in guerra, in politica, in economia, nel corpo particolare dell’uomo.
La volontà è dunque corrotta. Se i membri delle comunità naturali e civili tendono al bene del corpo, le comunità stesse devono tendere a un altro corpo più generale, di cui sono membra. Devono dunque tendere al generale. Nasciamo dunque ingiusti e corrotti.
Nessuna religione se non la nostra ha insegnato che l’uomo nasce in peccato, nessuna setta di filosofi l’ha detto, nessuna ha dunque ha detto il vero. 
Nessuna setta né religione è mai stata sulla terra, se non la religione cristiana.

Non c’è che la religione cristiana che rende l’uomo amabile e insieme felice; vivendo in modo da essere rispettabili, non si può essere amabili e felici.