Il Giardino Dei Pensieri
- Studi di Storia
della Filosofia
Mario
Trombino
Questo file presenta - senza commenti, col
solo obiettivo di offrire una documentazione utile a fini didattici - alcuni
testi di filosofi e scienziati che commentano l'argomento pascaliano della
scommessa o lo studiano in rapporto alle loro ricerche. Il testo di Pascal è
nel Giardino dei Pensieri [Scommessa].
1.
Voltaire: testa e croce non si addice alla gravità della questione
Nelle Lettere filosofiche Voltaire ha commentato
analiticamente alcuni specifici e brevi passi dei Pensieri di Pascal. Uno
di questi commenti è dedicato alla scommessa, che viene rigettata non nei suoi
esiti o nel suo percorso argomentativo, ma su punti diversi:
- sul fatto che non scommettere equivalga a scommettere che Dio non
esiste;
- sul fatto che con la ragione non si possa giungere, puramente e semplicemente,
ad ammettere l'esistenza di Dio (qui Voltaire assume una posizione razionalista
e deista).
Ecco i due testi, quello di Pascal e quello, a commento, di Voltaire.
Il testo di Pascal: "Non
scommettere che Dio esiste equivale a scommettere che non esiste. Che cosa
sceglierete, dunque? Pesiamo la vincita e la perdita, scegliendo di credere che
Dio esiste. Se vincete, vincete tutto; se perdete, non perdete nulla.
Scommettete, dunque, senza esitare, che esiste! -Sì, bisogna scommettere; ma
forse rischio troppo. -Vediamo: poiché le possibilità di vincere e di
perdere sono eguali, quand'anche aveste due vite da rischiare invece d'una sola,
potreste pur sempre scommettere".
Il testo di Voltaire a commento:
"È manifestamente falso dire: «Non
scommettere che Dio esiste equivale a scommettere che non esiste», perché chi
dubita e chiede di esser illuminato non scommette né pro né contro.
D'altronde, questo passo ci sembra un
po' sconveniente e puerile : l'idea del gioco, della perdita e del guadagno
non si addice alla gravità del soggetto.
Inoltre, il mio interesse di credere
una data cosa non costituisce una prova dell'esistenza di questa. Voi mi dite :
«Se credessi che avete ragione, vi darei l'impero del mondo». Desidero
allora con tutto il cuore che abbiate ragione; ma, finché non me lo avrete
dimostrato, non posso credere a voi.
Cominciate
- si potrebbe dire a Pascal - col convincere la mia ragione. Senza dubbio, è
mio interesse che esista un Dio; ma se, come nel vostro sistema, Dio è venuto
solo per pochi, se il numero degli eletti è spaventosamente esiguo, se nulla
posso con le mie forze, ditemi, ve ne prego, qual interesse ho di credere a
voi? Non ne ho piuttosto di credere tutto il contrario? Con quale animo osate
mostrarmi una beatitudine infinita, alla quale, su un milione di uomini, appena
uno ha il diritto di aspirare? Se volete veramente convincermi, seguite
tutt'altro metodo; e non venite ora a parlarmi di gioco d'azzardo, di scommessa,
di testa e croce, e ora a spaventarmi con le spine che seminate sul cammino che
voglio e debbo seguire.
Il vostro ragionamento servirebbe soltanto a fare degli atei, se la voce
dell'universale
natura non ci gridasse che c'è un Dio con una forza pari alla debolezza di
codeste vostre sottigliezze.
(Voltaire,
Lettere filosofiche, in Scritti filosofici, a cura di P. Serini,
Laterza, Bari 1962
2. Hans Jonas: non si può fare dell'esistenza «umana» una posta in gioco
Il secondo testo è tratto da Il principio responsabilità di Hans Jonas,
edito in Germania nel 1979. In questo importante studio Jonas mette a tema il
problema di costruire un’etica per la civiltà tecnologica (così
recita il sottotitolo dell’opera), cioè una civiltà che, per la prima volta
nella storia dell’umanità, dispone di tecnologie in grado di modificare in
modo irreversibile (e persino distruggere alla radice) la vita sul nostro
pianeta.
In un paragrafo intitolato Non si può fare dell'esistenza «umana» una
posta in gioco Jonas propone un principio etico che può essere sintetizzato
in questi termini: "non si deve mai fare dell'esistenza o dell'essenza
dell'uomo globalmente inteso una posta in gioco nelle scommesse
dell'agire". Il contesto è appunto quello di una civiltà che con le sue
armi di distruzioni di massa può effettivamente "scommettere" sul
futuro dell’uomo (è il caso della scelta cui si trova di fronte un governo
che sta esaminando l’ipotesi di una guerra atomica). A commento del principio
etico proposto Jonas propone alcune riflessioni sulla scommessa di Pascal. Ecco
il testo:
"Con ciò abbiamo finalmente trovato un principio che proibisce certi
«esperimenti» di cui è capace la tecnologia. La sua espressione pragmatica è
appunto la prescrizione, precedentemente discussa, di dare priorità decisionale
alle previsioni di sventura rispetto a quelle di salvezza. Il principio etico,
dal quale trae la propria validità, suona quindi: non si deve mai fare
dell'esistenza o dell'essenza dell'uomo globalmente inteso una posta in gioco
nelle scommesse dell'agire. Da ciò consegue senz'altro che qui le semplici possibilità
dell'ordine designato vanno considerate come rischi inaccettabili, che non
rendono maggiormente accettabile alcuna possibilità alternativa. Per la vita
dell'umanità è vero (ciò che non sempre deve valere per il singolo paziente)
che anche dei palliativi imperfetti sono preferibili a una cura radicale
promettente, in seguito alla quale il paziente può morire.
Qui abbiamo dunque a che vedere con un capovolgimento del principio cartesiano
del dubbio. Per stabilire ciò che è indubitabilmente vero dobbiamo, secondo
Cartesio, considerare falso ciò che è in qualche modo suscettibile di dubbio.
Nel nostro caso invece, ai fini della decisione, dobbiamo trattare alla stessa
stregua della certezza ciò che è sí dubbio ma possibile, qualora presenti
determinati contrassegni. Si tratta inoltre di una variante della scommessa di
Pascal, senza il carattere egoisticamente eudemonistico e in ultima analisi
an-etico di quest'ultima. Secondo Pascal, nella scommessa fra i godimenti brevi
e per di piú problematici della vita dell'al di qua e la possibilità della
beatitudine o della condanna eterne nell'al di là, il puro calcolo impone di
puntare su quest'ultima possibilità. Infatti da un raffronto di entrambe le
chances di guadagno e di perdita consegue che nella seconda alternativa, persino
in assenza del suo oggetto - la vita eterna, - si perderebbe con la vita terrena
soltanto poco, nella prima invece si guadagnerebbe un bene infinito. Al
contrario con la scelta a favore della vita temporale si guadagnerebbe nel
migliore dei casi (ossia se davvero non esistesse la vita eterna) soltanto poco,
nel caso opposto però si perderebbe un bene infinito. Questo calcolo d'azzardo,
che rischia il tutto per il tutto, va biasimato, oltre che per alcuni altri
aspetti, anche perché in rapporto con il nulla, che viene qui accolto
fra i rischi, ogni alcunché e dunque anche quello della fuggitiva esistenza
temporale rappresenta una grandezza infinita, per cui anche la seconda
alternativa (il puntare sull'eternità possibile sacrificando la temporalità
data) racchiude in sé la possibilità di una perdita infinita. Solo se sussiste
qualcosa di piú che un'astratta possibilità, solo se depone a suo favore la
fede in un'eternità che ci attende, l'opzione per essa cesserà di essere una
pura e semplice scommessa. Non è tuttavia possibile pareggiare l'incertezza
assoluta con le certezze relatíve dell'esistente. Il nostro principio
etico della scommessa non è passibile di questa obiezione. Infatti esso
proibisce appunto di rischiare il nulla, ossia di includerne la possibilità
nella scelta - in breve, esso proibisce in generale il gioco del tutto per il
tutto nelle faccende dell'umanità. E non contrappone neppure l'inimmaginabile
all'immaginabile, ma soltanto ciò che è interamente inaccettabile a ciò che
è piú o meno accettabile nel finito stesso. Ma soprattutto esso obbliga e non
presenta all'interesse un calcolo dei vantaggi; obbliga in forza di un dovere
primario verso l'essere contro il nulla.
Questo principio volto ad affrontare
l'incertezza non presenta nulla di incerto in se stesso e ci vincola
incondizionatamente, ossia non soltanto in quanto semplice suggerimento della
prudenza etica, ma come imperativo irrecusabile, nella misura almeno in cui
accettiamo la responsabilità per ciò che sarà. Nel segno di tale
responsabilità la cautela, altrimenti oggetto marginale della nostra saggezza,
diventa il nucleo dell'agire morale. Ma in sé il fatto che siamo responsabili
è stato finora tacitamente presupposto, mai dimostrato. Il principio di
responsabilità in quanto tale -1'inizío dell'etica - non è ancora stato
rivelato. Ora ci dedicheremo a questo compito, per il quale un tempo si sarebbe
invocato l'aiuto del cielo, di cui esso avrebbe anche troppo bisogno - tanto
piú che oggi non gli può piú tornare utile rivolgere lo sguardo lassú".
(H. Jonas, Il principio responsabilità,
trad. it. di , Einaudi, Torino 2002)
2. Brams: la teoria dei giochi di fronte
all’argomento della scommessa di Pascal
Il terzo testo è tratto dal saggio
divulgativo di J.D. Barrow, Dall’io al cosmo. Il tema generale del
volume è scientifico: ad essere oggetto di studio è il problema della
connessione tra arte, scienza e filosofia (così recita il sottotitolo).
In questo contesto di studi, presentati in un volume dal tono divulgativo,
Barrow presenta anche le tesi del matematico e politologo statunitense Steven J.
Brams, che ha studiato la scommessa di Pascal dal punto di vista di un approccio
matematico utilizzando gli strumenti teorici della matematica del nostro tempo.
Il contesto è quello degli studi sull’esistenza di un essere supremo (Dio) da
punto di vista della ricerca scientifica contemporanea.
Il libro di Brams è tecnicamente complesso e di difficile utilizzazione
didattica, ma la sintesi che ne propone Barrow è chiara ed efficace, e per
questo la proponiamo. Ecco il testo.
"È stato detto che i filosofi
possono essere suddivisi in due categorie: quelli che ritengono che sia
possibile suddividere i filosofi in due categorie e quelli che non lo pensano.
Un insolito libro del matematico Steven J. Brams si concentra su quella tematica
che ha la maggiore probabilità di dividerli: se esista o meno un essere supremo
cui Brams si riferisce affettuosamente come a SB. Il libro si intitola infatti Superior
Beings: If They Exa'st, How would We Know?, ovvero: se esistono degli esseri
"superiori", come potremmo saperlo?
La quantità di circoli viziosi sul tema è nelle varie epoche storiche
sconfortantemente elevata. Che l'approccio di Brams a questo problema incontri o
no il favore del pubblico, non toglierà nulla al fatto che egli abbia
introdotto un'idea fondamentalmente nuova in un ambito di studi coltivato per
millenni, e che egli abbia avuto successo nello spostare alcuni problemi
dall'ambito della metafisica al mondo della matematica, dove è possibile
esaminarne tutte le conseguenze in modo sistematico.
Professore di politica alla New York
Uníversity, e conosciuto per i suoi lavori sui sistemi di voto in base alla
preferenza, Brams sostiene che è possibile formulare varie domande relative
all'esistenza e al modus operandi di una divinità, insieme a tematiche
come il libero arbitrio, in semplici termini matematici. Questo approccio
matematico sfrutta la teoria dei giochi, uno strumento già utilizzato con
successo anche in altre discipline, tipicamente l'economia e la biologia
evoluzionistica, dove sono disponibili scelte e strategie multiple. Si chiede
Brams: se esiste un essere supremo che possegga le qualità dell'onniscienza,
dell'onnipotenza, dell'immortalità e dell'incomprensibilità, come
interagirebbe tale essere con dei mortali, esseri finiti come noi, in situazioni
in cui entrambe le parti abbiano a disposizione una gamma di azioni e di
reazioni? È possibile formulare con precisione questi "giochi" e
calcolare le strategie ottimali per entrambi i giocatori. L'idea è quindi
quella di provare a individuare l'esistenza di un essere supremo scoprendo se
gli eventi osservati siano coerenti o meno con la presenza di un avversario del
genere che adotta una strategia logicamente ottimale.
Il tipo di interazione che può essere
analizzato utilizzando i metodi della teoria dei giochi è esemplificato dalla
celebre scommessa di Pascal - Dio esiste o non esiste? - che Brams descrive con
un certo dettaglio. Se crediamo che Dio esista, e Lui esiste, abbiamo come
premio la felicità eterna. Se crediamo che Dio esista e Lui non esiste,
perdiamo poco; e lo stesso vale nel caso in cui non crediamo e Lui non esiste.
Infine, se noi non crediamo che Egli esista, ma Lui esiste davvero, siamo
dannati per l'eternità. Scommettendo quindi sull'esistenza di Dio abbiamo tutto
da guadagnare e nulla da perdere.
Utilizzando per prima cosa la teoria dei giochi a due persone per scoprire la
strategia ottimale sia dell'essere supremo sia del mortale, Brams riesce a
determinare quali debbano essere gli esiti a equilibrio stabile, se mai ne
esistono. Egli passa quindi a considerare un certo numero di estensioni di
queste matrici di base. In particolare, esamina le conseguenze dell'onniscienza
dalla parte dell'essere supremo, e dimostra il fatto sorprendente che
l'onniscienza può rivelarsi un handicap per il giocatore coinvolto in un gioco
di strategia con un avversario mortale. Un'altra generalizzazione a partire
dalle applicazioni della teoria dei giochi è quella di permettere una serie di
risposte da parte di ogni giocatore alle mosse dell'altro e di indagare quali
debbano inevitabilmente risultare strategie stabili a lungo termine. Un aspetto
divertente di questo esempio è che ne risulta che può essere ottimale per
l'essere supremo una strategia probabilistica mista. Brams presenta questa come
una spiegazione razionale dell'apparente arbitrarietà della divinità nel suo
comportamento sul lungo periodo, e anche della sua occasionale ingiustizia: una
sorta di prova matematica di esistenza per il problema del male.
Che cosa fare di tutto ciò? Sebbene si presti molto bene a una lettura
piacevole e stimolante, alcuni degli argomenti di Superior Beings sono
lunghi e complicati, soprattutto perché vengono esposti a parole, senza
ricorrere a equazioni matemanche. L'unica matematica esplicitamente utilizzata
nel volume è quella, molto semplice, della teoria dei giochi a due persone, che
viene esposta man mano che la storia va avanti. Ciononostante, come nel caso di
ogni analisi logica, dobbiamo guardare agli assiomi e alle assunzioni iniziali
per poter valutare la credibilità delle conclusioni.
Un'assunzione discutibile è se i mortali agiscano sempre in modo razionale,
anziché lasciarsi trasportare dall'emozione, seguendo il gruppo o commettendo
degli errori. In tutta l'analisi di Brams, che si basa sostanzialmente sulla sua
analisi delle interazioni fra Yahweh e gli Ebrei affrontate in un precedente
libro sui giochi nell'Antico Testamento, non viene mai esaminato il problema
della fallibilità umana. Potrebbe inoltre essere introdotto un elemento di
fiducia anziché di strategia allo scopo di conseguire una supremazia a livello
tattico, il che porterebbe però a una deviazione dalle opzioni di tipo minimax.
Potremmo chiederci fino a che punto la scelta strategica da parte di un
mortale possa essere influenzata da altre cose che egli sa dell'essere supremo,
o da altre cose che questi gli mostra: è davvero appropriato parlare di un
gioco a due persone quando devono essere prese delle decisioni da parte di un
individuo che interagisce, forse tatticamente, con un ampio numero di altri
mortali? Potrebbe anche esserci una fallacia nel trattare come un singolo
individuo un intero popolo o un'intera specie. Qui ritroviamo un problema
analogo, per molti versi, a quello che abbiamo affrontato a p. 78, a proposito
dell'esistenza di esseri extraterrestri "superiori". Nel tentativo di
decidere se tali esseri scelgano di rivelarsi a noi o di trattarci come membri
di una specie protetta in una sorta di riserva galattica (questi esseri
superiori extraterrestri sono sempre visti come dotati di buone intenzioni),
molti sono caduti nella trappola di valutare la strategia degli extraterrestri
come se costoro costituissero un unico individuo, anziché una società che
ospita una variegata gamma di opinioni.
Il capitolo finale di Superior Beings contiene un'avvincente discussione
dei giochi indecidibili. Questi compaiono quando, in una situazione a due
persone, il giocatore mortale non riesce a decidere, studiandone le mosse, se
l'altro giocatore è superiore oppure no. L'uso del termine "indecidibile",
in questo contesto, è tecnicamente differente dall'altro suo famoso utilizzo in
matematica, in riferimento ai teoremi di Gödel sull'inevitabile
indecídibilità logica di alcuni enunciati dell'aritmetica, sebbene le
conseguenze siano simili nei due casi. Anche se avessimo delle informazioni
complete sugli esiti dell'interazione fra noi e "qualcos'altro",
potrebbe comunque capitare che non fossimo in grado di individuare l'esistenza
di un essere supremo valutando semplicemente se il nostro destino si rivela o
meno coerente con una partita giocata contro una strategia ottimale onnisciente.
Quando il gioco è indecidibile, nessuno degli esiti può essere attribuito in
modo univoco alla superiorità di tale essere".
(J.D. Barrow, Dall’io al cosmo. Arte, scienza, filosofia, Raffaello
Cortina Editore, Milano 2000)