Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Redazione del Giardino dei Pensieri
L’osservazione
del cielo tra l’età di Copernico e quella di Galilei
La nave e la costa: per un osservatore sulla nave, è la
nave a muoversi o la costa?
La Terra e il Sole: per un osservatore sulla Terra, è la Terra a muoversi o il
Sole?
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anche l'Indice per
Temi alle voci: Rivoluzione scientifica]
L’osservazione del cielo di cui possiamo
fare esperienza oggi è sensibilmente diversa da quella comune prima che l’inquinamento
luminoso - non solo nelle nostre città, ma su vastissimi ambienti – assumesse
dimensioni tali da non consentire più la visione quotidiana di un numero
altissimo di stelle. E del resto, se non in condizioni particolari, oggi non si
guarderebbe comunque più il cielo per orientarsi nello spazio o per conoscere l’ora
del giorno o della notte. Il cielo è quindi in gran parte uscito dal mondo
della nostra percezione quotidiana, almeno nelle forme in cui invece lo era fino
a non moltissimo tempo fa.
Noi oggi abbiamo quindi difficoltà a capire l’interesse, davvero notevole,
che l’osservazione del cielo ha suscitato in ogni epoca della storia umana. Si
pensi che l’osservazione scientifica si è rivolta verso il mondo celeste ben
prima che verso il mondo che ci circonda sulla terra. Questo interesse era
alimentato da due precise ragioni, che ritroviamo presso i popoli più antichi
sotto tutte le latitudini e in tutti i continenti:
- una prima è di carattere pratico: il cielo è indispensabile per orientarsi
nello spazio e nel tempo; dall’osservazione dei cieli dipendono la divisione
dell’anno in mesi, il calendario, la possibilità di orientarsi in mare, e
così via; dipende anche la possibilità di prevedere il tempo atmosferico;
- una seconda ragione è legata alla percezione di noi stessi e della natura:
solo il cielo ci consente di avere una percezione di dove siamo, e di chi siamo,
in questo universo; è lì per lo più è stata vista la sede degli dèi, o di
una sfera della realtà da cui proviene per l’uomo ciò che è più
importante: il destino, l’influenza sulla vita individuale e collettiva di
forze superiori.
Oltre queste considerazioni di carattere pratico (compresa la riflessione sul
divino e sul destino), va ricordato che la domanda sulla propria posizione nel
contesto generale della natura non può avere risposta se non osservando i
cieli. E’ una domanda che ha una dimensione legata a problemi di orientamento
(ad esempio la determinazione della propria posizione nel corso dei viaggi in
mare), ma assume connotazioni esistenziali indipendenti da ogni utilità. Ora,
è accaduto che nel corso del rinascimento la risposta a questa domanda sia
cambiata, nel senso che sono state introdotte ipotesi diverse da quelle della
tradizione. Ne è risultata una vera rivoluzione nel mondo del pensiero, cui
adesso dobbiamo rivolgere la nostra attenzione.
1. Descrizione matematica e descrizione fisico-metafisica dell’universo
Il modello cosmologico che è
risultato vincente nel corso del Medioevo è di derivazione greca: è il
prodotto della fusione di elementi aristotelici e di elementi tolemaici. A parte
differenze tecniche di non piccolo momento, che tuttavia adesso non è rilevante
richiamare, la differenza di fondo tra Aristotele e Tolomeo riguardava il senso
della descrizione del mondo operata dai due studiosi, a distanza di alcuni
secoli l’uno dall’altro:
- Aristotele ha proposto le sue teorie alla fine del IV secolo a.C., sviluppando
ricerche a lui molto precedenti e sintetizzandole in una precisa ed articolata
visione fisica e metafisica dell’universo: in accordo con l’esperienza
e con la sua interpretazione filosofica della natura, ha proposto una teoria che
pone la Terra al centro di un universo finito, circondata da sfere di una
materia del tutto diversa da quella che conosciamo che si muovono eternamente
(da sempre e per sempre) mosse da un Dio concepito come puro pensiero; poiché l’astronomia
è scienza del visibile, o costruita su teorie fondate sul visibile, questa di
Aristotele non è soltanto una visione astronomica, ma metafisica, perché
interpreta il visibile mediante il ricorso a concetti che non sono deducibili
dal visibile (non solo la nozione stessa di Dio, ma anche altre, come la
differenza di materia tra il mondo della Terra e quello dei cieli);
- Tolomeo è vissuto nel II secolo d.C. (quindi circa cinque secoli dopo
Aristotele) e ha lasciato un’opera nota come Almagesto, ma il cui
titolo originale era Grande composizione matematica; è importante
sottolineare che questo era il titolo perché Tolomeo ha dato una descrizione matematica
dell’universo, e non fisica o metafisica; il suo obiettivo cioè non era dare
una visione unitaria e complessiva dell’universo dando una chiave filosofica
di interpretazione della sua natura e del suo movimento, ma proporre un modello
matematico che consentisse di descriver e quindi prevedere il movimento degli
astri.
2. Movimento e materia
L’immagine del mondo che la
filosofia aristotelica restituiva era fondata su una netta distinzione
fisico-metafisica tra due diverse parti dell’unico universo.
L’essenza di cui erano fatti i cieli era per natura diversa da qualsiasi
essenza terrestre: l’etere, che fisicamente li compone, è una
"materia" perfettamente trasparente alla luce; soprattutto non è
soggetta a trasformazione di nessun tipo. L’etere riempie quasi tutto l’universo,
tranne la Terra che è posta al centro, come un guscio di materia diversa.
Qui gli elementi che la compongono non sono uno, ma quattro; nell’ordine della
loro naturale disposizione nello spazio sono: il fuoco, l’aria, l’acqua, la
terra. La base di questa teoria è l’osservazione: la terra è pesante e tende
verso il basso, l’acqua (ad esempio gli oceani che coprono gran parte della
sua superficie) è nella sua superficie esterna, mentre l’aria tende verso l’alto
e il fuoco tende ad andare al di sopra dell’aria. Ciascun elemento ha quindi
un proprio luogo naturale verso cui tende, e se gli elementi non fossero
mescolati al di sotto dei cieli ci sarebbero quattro strati di materia racchiusi
l’uno nell’altro: uno strato di fuoco che contiene uno strato di aria, che
contiene uno strato d’acqua, che contiene uno strato di terra.
Non è così perché questi quattro elementi, al contrario dell’etere che
compone i cieli, sono soggetti a cambiamenti, all’azione di forze che agiscono
come cause del movimento e mischiano i quattro elementi componendo l’enorme
varietà degli esseri che compone il mondo in cui viviamo e il nostro stesso
corpo. Tuttavia l’azione di queste forze è instabile, e ad ogni generazione
corrisponde una corruzione: cessata l’azione della causa, ciascun elemento
tende a tornare al suo luogo naturale, e il ciclo ricomincia, incessantemente.
Da questa descrizione fisica del mondo, emergono due tipi completamente diversi
di movimento:
- il movimento dei cieli è eterno e perfetto, sempre uguale (l’etere dei
cieli non è infatti soggetto a mutamento: niente corruzione, ma anche niente
generazione); ovviamente circolare, perché solo la circolarità permette di
annullare del tutto ogni inizio ed ogni fine, e più esattamente ogni
differenza;
- il movimento sulla terra ha invece una natura completamente diversa: è
frammentato in una serie di trasformazioni che riguardano sia i corpi in se
stessi (di generazione e di corruzione) sia nelle loro relazioni spaziali e
qualitative; è lineare, non circolare, e questo implica che ciascun ente abbia
un inizio e una fine , e il ciclo non sia regolare e sempre uguale.
Per conseguenza i cieli sono eterni sia nella loro identità che nel loro
movimento. Anche i quattro elementi che compongono la materia della Terra sono
concepiti come eterni, ma non il loro movimento, e quindi l’identità degli
enti che si generano e si corrompono cambia continuamente. Il tutto è quindi
stabile ed eterno, l’identità delle sue parti lo è solo nei cieli, ma non
sulla Terra.
Aristotele inserisce questa visione fisica – costruita in accordo con l’esperienza
e per spiegare razionalmente tutti i fenomeni di cui l’uomo può fare
esperienza – nel contesto di una interpretazione metafisica che spiega il
movimento come passaggio dalla potenza all’atto, identifica ciascun ente come
una sostanza composta da materia e forma, e soprattutto spiega il movimento dei
cieli come frutto dell’azione di un motore esterno ai cieli, un Dio concepito
come entità spirituale (fatto di pensiero, una "materia" se così si
può dire del tutto diversa sia dai quattro elementi terrestri che dall’etere
celeste) che è del tutto privo di movimento in quanto perfetto.
La filosofia cristiana medioevale, da Tommaso d’Aquino in poi, non ebbe
difficoltà a interpretare questo Dio in termini cristiani e a porre in termini
diversi il suo rapporto col mondo, introducendo la nozione di creazione. Per
avere un’idea del modo in cui negli ultimi secoli prima di Copernico veniva
concepito l’universo (cioè la risposta alla domanda "dove siamo?")
si pensi all’universo che Dante descrive nella sua Commedia.
Di questo universo l’Almagesto di Tolomeo forniva la descrizione
matematica, consentendo così di "calcolare" i movimenti dei cieli.
Per spiegare le effettive osservazioni era infatti necessario introdurre tutta
una serie di calcoli che complicavano moltissimo il quadro che abbiamo
sommariamente descritto: i pianeti sembrano infatti tornare indietro, i cieli
sembrano avere movimenti diversi da quelli circolari, ed era necessario
introdurre quindi complessi calcoli e complicate descrizioni dei movimenti
reali.
3. "Anatomy of the world", di John Donne
All’inizio del
Cinquecento cominciò a circolare un nuovo modo di fare i calcoli, proposto da
un astronomo e medico polacco, Niccolà Copernico, che aveva a lungo studiato in
Italia proprio nei centri più vivi dell’aristotelismo come Padova e Bologna.
A metà del secolo 1543 venne pubblicato un suo libro, De revolutionibus
orbium coelestium , in cui proponeva questo nuovo modo di fare i calcoli, e
l’immagine fisica dell’universo (non quella metafisica, tuttavia) ne
risultava completamente diversa.
Il punto era che i calcoli proposti da Tolomeo non reggevano affatto con le
osservazioni reali del movimento degli astri: si osservavano differenze così
rilevanti da dover dar luogo a correzioni della teoria, e quella di Copernico
non si presentava altro che come una di queste correzioni, proposta con estrema
prudenza, con molta attenzione e senza alcun trionfalismo. Una sobria e pacata
proposta scientifica per migliorare la capacità di calcolo dei movimenti dei
corpi celesti.
Fu subito chiaro che gli effetti erano del tutto diversi: si trattava di una
radicale rivoluzione del pensiero, perché i calcoli di Copernico implicavano
che al centro dell’universo vi fosse il Sole e che la Terra, il luogo dove
fisicamente siamo, fosse in realtà un corpo celeste che ha diversi tipi di
movimento, sia su se stessa che intorno al Sole. L’immagine del mondo, ma
anche l’immagine dell’uomo e della sua posizione nel cosmo ne risultò
sconvolta.
Si suole citare a questo proposito una celebre poesia del poeta inglese John
Donne che all’inizio del Seicento espresse lo sgomento di molti, e l’incertezza
sui fondamenti del sapere e dell’immagine dell’uomo che le nuove dottrine
fisiche provocavano. Ecco i celebri versi:
"La nuova filosofia richiama tutto in dubbio
L’elemento Fuoco è per intero spento
Il Sole è perduto e la Terra, in nessun uomo
La mente gli insegna più dove cercarla.
Spontaneamente gli uomini confessano
Che è consumato questo mondo,
Quando nei pianeti e nel firmamento
Cercano in tanti il nuovo. E vedono
che il mondo
E' sbriciolato ancora nei suoi atomi.
Tutto va in pezzi, ogni coerenza è scomparsa,
Ogni giusta provvidenza, ogni relazione:
Principe, suddito, padre, figlio, sono cose dimenticate,
Perché ogni uomo pensa d’esser riuscito, da solo
A essere una Fenice…
(J. Donne, Anatomy
of the world, 1611)
4. Semaine ou création du monde di Guillame de
Bartas
Anni prima la nuova
cosmologia poteva ancora essere ridicolizzata come assurdità da matematici
molto fantasiosi, come fece l’autore di un celebre poema didascalico dell’epoca,
Guillame de Bartas, che nel suo Semaine ou création du monde del 1578
scriveva:
"Si aggirano per il mondo alcuni folli,
Spiriti sciocchi, a correr non usi
La quieta acqua dei mari comuni.
Tali sono (nel mio pensiero almeno)
Quei dotti che ritengono (quanto assurda
Sia questa beffa giudica tu stesso)
Che né il Cielo né le stelle attorno al globo
Terrestre compiano le loro eterne danze,
Ma che la Terra la sua mole enorme
Volga in ventiquattr’ore sul suo asse,
Simile ai mozzi, che abituati a terra,
Iniziano la prima volta a navigare,
E che, mentre la nave prende il largo,
Han l’impressione che fugga via la riva".
All’inizio del Seicento questa nuova visione dell’universo si andava imponendo in un mondo che non era affatto composto da spiriti sciocchi, ma da scienziati, non solo come strumento matematico di calcolo, ma come teoria cosmologica dotata di un preciso significato fisico. Le conseguenze metafisiche non erano ancora state tratte, ma lo sarebbero state presto, e davvero le fondamenta della conoscenza umana apparivano sul punto di essere rivoluzionate.