Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Gennaio
2010

Mario Trombino
Pratiche linguistiche e realtà virtuale
A proposito delle riflessioni di Augusto Cavadi su eros e agape
[Vedi anche l'Indice per Temi alla voce: Metodologia della ricerca filosofica]

Se dico che qualcosa, a cui attribuisco un nome, è un mistero, dico due cose ben separate:
- che so di cosa sto parlando quanto basta per dargli un nome;
- che so di non sapere molte cose su quello cui ho attribuito un nome, e che mi trovo nella condizione di chi è sotto un velo di ignoranza.
Il termine mistero richiama il fatto che non possiedo quel minimo di coordinate che consentono l’avvio di una ricerca. Non so, e non ho modo di sapere (almeno per il momento). E si tratta di un mistero perché quel che ne so non è coerente, non consente una visione razionale, apre interrogativi sulla base di aperte e inesplicabili contraddizioni.

Augusto Cavadi in un saggio sulle nozioni teologiche di eros e agape (1) riprende l’antica tesi che l’amore è mistero. Difficile non concordare: quando si cerca di comprenderne la natura, il groviglio di contraddizioni che l’esperienza pone sotto gli occhi di chi vuol capire che cos’è l’amore appare inestricabile. C’è persino da dubitare che abbia senso usare una sola parola per l’insieme dei fenomeni che riconosciamo sotto il nome di amore, e le citazioni d’autore in questo senso riempirebbero un volume. Ma la usiamo perché riconosciamo un tratto comune, che peraltro non riusciamo a identificare in modo concettualmente chiaro.
Questo significa una sola e precisa cosa: non sappiamo che cos’è l’amore.
Diciamolo più chiaramente: alla domanda "Sai che cos’è l’amore?" la risposta corretta è "No, non lo so".
Questa conclusione nel saggio di Cavadi non è affatto chiara. L’affermazione che l’amore è mistero è all’inizio del volume, quel che segue è una organica e complessa teoria teologica cristiana (o biblica, se si preferisce) sull’amore.
Non sapendo molto di teologia cristiana non ho alcun titolo a commentare. Dunque non entro nel merito di una teoria che parte dalla distinzione teologica tra eros e agape per proporre accurate e analitiche riflessioni che formano, nel loro complesso, una teoria.
Ora, è ben noto che il filosofo sulle teorie teologiche fondate su testi rivelati non ha nulla da dire, così come non ha nulla da dire sulle vicende di un romanzo o di un film. Sono frutto di elaborazioni concettuali che hanno come base un testo scritto che viene assunto come rivelato. Non essendo possibile dal punto di visto filosofico assumere la rivelazione come fonte di conoscenza, qualsiasi costruzione concettuale fondata su di essa è per il filosofo affine a qualsiasi altra costruzione concettuale costruita su basi che, parimenti, non possono essere assunte come fonte di conoscenza: ad esempio l’immaginazione poetica.
E’ altrettanto ben noto che questo non significa affatto che le teorie teologiche – così come i testi poetici, letterari, visivi, multimediali, e così via – non dicano una verità. Al contrario, è possibile. Il filosofo tuttavia non ha strumenti per riconoscerla come tale, cioè per dire ad una teoria: "Sì, ti riconosco come vera", laddove la verità per un filosofo è essa stessa una nozione che richiede una definizione.

Tuttavia la lettura del testo di Cavadi, come di altre opere teologiche, è molto interessante: apre scenari, squarci di luce, con i suoi concetti nitidi, raffinati, eleganti, nella loro semplice complessità. Semplice, perché ciascun concetto è analiticamente definito e illustrato; semplice complessità, perché i concetti sono posti un una costellazione teorica chiara, trasparente alla luce della ragione, mediante l’enunciazione di relazioni tra loro e con l’esperienza.
Il metodo, lo si sarà riconosciuto, è quello cartesiano dell’analisi e della sintesi. Cavadi usa quindi un metodo filosofico per una riflessione teologica.
E’ questo che lasca l’amaro in bocca al filosofo lettore. Il metodo è esemplare, la teoria è lucidamente costruita, ben articolata. Ma di cosa parla? Della realtà dell’amore o, più semplicemente, della realtà? Di una realtà certo parla, ma non di quella a cui abbiamo tutti accesso. Parla di una realtà a cui si ha accesso soltanto attraverso la verità rivelata.
La teoria quindi è una costruzione che non poggia i piedi sul pianeta Terra, ma su un mondo parallelo, a cui il filosofo non ha accesso perché su di esso i suoi strumenti di ricerca sono domande che non ottengono risposte, per la semplice ragione che se il filosofo accetta la nozione di rivelazione come fonte di conoscenza smette con ciò stesso l’abito del filosofo. 
Chi non ha alcuna intenzione di smettere quest’abito, è affascinato dalla teoria sull’amore (cioè su eros e agape) esposta da Cavadi così come si può essere affascinati dalla trama di un romanzo o di un film. Cioè di realtà dichiaratamente parallele. Ma non sa quanto dicano la verità, né che tipo di verità dicano, né quale sia questa verità.

Ritengo che se Cavadi leggesse questa riflessioni, respingerebbe la conclusione. E’ di questa realtà che intende parlare, non di una realtà parallela. Di mondi possibili è sempre possibile parlare, può essere bellissimo parlarne, in mondi virtuali può essere affascinante vivere, ma il suo libro, forse direbbe, è di questa realtà dell’amore che intende parlare. La pratica linguistica che usa intende riprodurre, sul piano del concetto, la realtà.
Rifletto sul fatto che qualsiasi pratica linguistica intende riprodurre una realtà. Non necessariamente sul piano del concetto, esistendo pratiche linguistiche che usano altri piani. Ma la teologia che Cavadi propone sta sul piano del concetto.
Ora, qual è la pratica linguistica concettuale corretta per parlare della realtà? In filosofia sappiamo bene che occorrerebbe una metapratica linguistica per saperlo: occorrerebbe porre le diverse pratiche linguistiche (della scienza, della filosofia, della teologia, delle arti che usano strumenti concettuali, e così via) di fronte al tribunale della ragione che le commisuri con la realtà. E questo è impossibile, perché la ragione opera sempre con l’una o con l’altra delle pratiche linguistiche, e non ha accesso alla realtà se non attraverso una pratica linguistica o l’altra. Non ne è al di fuori o al di sopra.
Hegel una volta ha espresso con grande forza questo concetto, nello Spirito del Cristianesimo, quando ha richiamato la delusione dei discepoli di Cristo di fronte all’assunzione del pane e del vino. Si aspettavano una comunione spirituale, stanno mangiando del pane e bevendo del vino.
Così il filosofo di fronte al teologo come al poeta e all’artista: loro offrono un mondo spirituale ricchissimo, lui non vi ha accesso.
Il filosofo resta ancorato a questa realtà. Ora, questa realtà ha in sé molti mondi virtuali, e questo fatto costituisce uno dei misteri più insondabili dell’amore. L’innamorato che costruisce in sé un mondo in cui l’immagine di lei è inserita in una trama di emozioni inesprimibili, è agli occhi di chi non è innamorato un sognatore, o uno che si sta ingannando. Aprirà gli occhi, e allora...
Ti accorgerai che non ne valeva la pena, mi ricordò una volta un’amica.

Ma è così? L’amore vive solo in una realtà virtuale che ha (ma può perderle) solidissime base nella realtà effettuale: e questo rapporto è alla base di antiche pratiche filosofiche, come quelle degli stoici, che mirano a ricondurre il virtuale al reale senza ucciderlo (non uccide affatto l’eros Marco Aurelio, quando ricorda che due persone che si amano e si legano in un rapporto d’amore attraverso i loro corpi stanno solo sfregando tra loro parti dei loro corpi). Ed è in un mondo virtuale che vive l’amore per chi non può riamare, come l’amore di chi si occupa di un ammalato che non saprà mai, per la sua malattia, quanto amore è stato necessario per stagli vicino nella malattia – come accade in certe malattie senili. O la fedeltà di un sentimento inesprimibile e fortissimo per una persona che non c’è più.
Ma sono casi estremi, citati per enunciare una teoria al suo limite. Molto al di qua del limite, chi è innamorato costruisce in sé un mondo virtuale tutti i momenti.
Quando questo accade, è la realtà ad esprimersi. Perché di realtà siamo fatti. Certo, dietro la realtà può esserci un’altra realtà, ad esempio quella di Dio come ritengono i miei amici cristiani, musulmani e di altre religioni. E quindi limitarsi a dire che nell’amore si esprime la realtà può essere troppo poco.
Ma il filosofo nulla sa di queste altre realtà. Deve limitarsi a questa, e stare in essa esplorando le sue radici.
L’amore è una via di ricerca possibile? Lo è stata per vari filosofi. Lo è stata per Platone (che fa un discorso sull’amore di cui ai teologi, Cavadi compreso, sembra interessare solo una piccola parte, non il complesso delle ricerche). Lo è stato per Schopenhauer (ad ogni pagina del libro di Cavadi mi sarei aspettato un confronto con la sua metafisica dell’amore sessuale, ma non c’è nel suo saggio). Lo è stato per Hegel, che vi vede una via bloccata, fallita.

Cavadi, da teologo, non è su questa strada. Non attraverso l’amore cerca la via per le radici della realtà, ma attraverso la rivelazione.
La lettura del suo libro lascia quindi un sapore amaro per chi intende restare agli strumenti della filosofia.
E’ lo stesso amaro sapore che il filosofo prova di fronte alle analisi filosofiche seicentesche su temi biblici, ossessivamente ricorrenti in quel secolo; cito solo quelle in cui mi sono incidentalmente imbattuto negli ultimi mesi per ragioni di lavoro: il Leviatano di Hobbes, il Trattato teologico-politico di Spinoza, i Pensieri di Pascal. Ma l’elenco è lunghissimo.
La ricerca deve continuare.

Nota
(1) A. Cavadi, Chiedete e non vi sarà dato. Per una filosofia (pratica) dell’amore, Editrice Petite Plaisance, Pistoia 2009. La nozione di eros richiamata da Cavadi è quella platonica, quindi filosofica, ma è assunta nel contesto di una visione storico-filosofica tipicamente teologica. Del complesso della teoria platonica è ripresa soltanto una piccola parte.