Il Giardino Dei Pensieri
- Studi di Storia
della Filosofia
Settembre 2009
Mario
Trombino
Il valore infinito dell’istante
Hans Jonas lettore di Pascal
[Si vedano anche gli indici su: Jonas,
Pascal]
In un passo del suo Il
principio responsabilità Hans Jonas pone una seria obiezione contro
l’argomentazione che Pascal propone nella celebre scommessa.
In questo breve testo mi
propongo di studiare se l’obiezione è valida. La questione riguarda il valore
della vita in relazione al tempo e all’eterno, e il valore dell’esistenza in relazione
al nulla. Si tratta quindi di una variante dell’antica domanda, al centro
delle pratiche filosofiche delle scuole ellenistiche, sul valore infinito
dell’istante.
Questo testo è esclusivamente mio, e io ne porto la responsabilità, ma non
sarebbe mai nato, o non in questa forma, senza le discussioni filosofiche con
Cintia Faraco, a cui va quindi la mia riconoscenza.
Per brevità, diamo per
nota quale sia la scommessa pascaliana. Nel passo della scommessa, Pascal
conduce un ragionamento che riposa su un calcolo: qui ragionare significa
calcolare, come in Hobbes.
Il calcolo si basa su
tre premesse:
- che si debba scommettere, o meglio che non si possa non scommettere;
- che le probabilità
siano pari, cioè che le condizioni umane di ignoranza sull’argomento proposto
(esiste Dio?) impediscano ogni minimo scarto tra il sì e il no;
- che il valore della
vita sia misurabile in rapporto alla coppia concettuale finito/infinito, e
quindi una vita infinita abbia un valore oggettivo maggiore di una vita finita
(per quanto lunga essa sia nel tempo, non essendovi nessuna comune misura tra
finito e infinito).
Queste tre premesse
esauriscono di fatto il ragionamento, che si presenta quindi come un loro riassunto: non
resta da fare che una inferenza. Ed è impossibile non farla: se dico a, b, c, e
da esse segue immediatamente d, posso non fare questo passaggio e lasciare nella
loro sequenza a, b, c; ma se una delle premesse dice che non si può non
scommettere, il passaggio a d non si può non fare (può solo essere esplicito o
implicito).
Hans Jonas obietta
contro la terza premessa. Scrive: “Questo calcolo d’azzardo, che rischia il
tutto per il tutto, va biasimato, oltre che per alcuni altri aspetti, anche
perché in rapporto con il nulla, che viene qui accolto fra i rischi,
ogni alcunché, e dunque anche quello della fuggitiva esistenza temporale,
rappresenta una grandezza infinita, per cui anche la seconda alternativa (il
puntare sull’eternità possibile sacrificando la temporalità data) racchiude
in sé la possibilità di una perdita infinita” (H. Jonas, Il principio
responsabilità, a cura di P.P. Portinaro, Einaudi, Torino 1993, p. 48).
Là dove il nulla è una
possibilità reale, anche la più breve esistenza temporale rappresenta un
grandezza infinita.
Sia Pascal che Jonas
ragionano in termini di grandezze e compiono un calcolo comparandole tra
loro. La questione dovrebbe essere quindi decidibile, perché le grandezze sono
in effetti tra loro comparabili attraverso un calcolo. Il ragionamento non ha da
affidarsi ad altro.
Tuttavia la comparazione
riguarda grandezze diverse:
- Pascal compara la
grandezza finita della vita (si riferisce alla vita dell’uomo) alla grandezza
infinita della vita eterna (si riferisce alla vita della sua anima), e ne
conclude che non c’è partita: il calcolo (cioè il ragionamento) dà
inconfutabilmente come risultato la infinita convenienza della risposta “sì”
alla scommessa;
- Jonas compara la
grandezza infinita dell’istante al nulla, e ne conclude che questa convenienza
non c’è: rispetto al nulla, l’istante e l’eterno sono egualmente infiniti
(ed è implicito nel calcolo di Jonas il principio che tra due infiniti l’uno
non possa essere più “grande” dell’altro).
Va quindi chiarito se
anche per Pascal l’istante è infinito. Nel brano della scommessa questo punto
non è posto a tema, ma lo è altrove. Dal punto di vista della correttezza del
metodo, non è affatto certo che sia legittima l’applicazione di una tesi
esposta in uno dei “pensieri” ad una tesi esposta in un altro testo: Pascal
propone (innanzitutto a se stesso, visto che si tratta di materiali di lavoro)
percorsi di ricerca indipendenti gli uni dagli altri, e non necessariamente
coerenti. Questo è ovvio: quando si fa ricerca, si percorrono vie che possono
anche essere alternative, e non c’è
ragione di non farlo. Che vi sia incoerenza negli esiti, significa solo che la
ricerca deve continuare, essendo spesso chiaro che, presi in sé, entrambi i
percorsi di ricerca appaiono convincenti e corretti. Se i loro esiti sono
contraddittori, la ricerca mira a chiarire l’eventuale errore commesso o a
costruire una teoria più generale che contenga, non contraddittoriamente,
entrambi gli esiti.
E in effetti questo è il caso. Pascal in un celebre brano prende posizione per quello che
potremmo chiamare il valore infinito dell’istante. Scrive: “Noi non
viviamo mai nel presente. Anticipiamo il futuro, troppo lento ad arrivare, come
per affrettarne il corso, o ricordiamo il passato, troppo rapido nel passare,
come per fermarlo. Vaghiamo, imprudenti, in tempi che non ci appartengono e non
pensiamo affatto al solo che ci appartiene; vanamente preoccupati di quelli che
non sono che un nulla, senza riflettere fuggiamo l’unico tempo che abbia realtà.
E’ che il presente per lo più ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista
perché ci fa star male e se è piacevole è allora spiacevole vederlo passare.
Tentiamo di farlo durare verso il futuro e ci preoccupiamo di predisporre cose
che non sono affatto sotto il nostro controllo perché sono in un tempo – il
futuro – che non siamo affatto sicuri di riuscire a vivere.
Si esaminino i
propri pensieri. Li si troverà tutti diretti verso il passato o verso il futuro.
Non pensiamo quasi affatto al presente, e se lo facciamo è solo per trarne lumi
per organizzare il futuro. Il presente non è mai il nostro scopo. Così non
viviamo mai, ma aspettiamo di vivere, e preparandoci sempre ad essere felici
finiamo per non esserlo mai”. (La traduzione è mia).
La tesi centrale è sul
rapporto tra la realtà e il nulla: passato e presente sono un nulla, il
presente è reale. Dunque l’istante – per fuggevole che sia – ha
indubbiamente un valore infinito rispetto al nulla per la mancanza di una comune
misura tra l’essere e il nulla. Tra loro non può esserci una differenza di
grado.
Sembrerebbe che Pascal
accetti la tesi di Jonas sul valore infinito dell’istante, e questo
implicitamente porta all’accettazione della sua obiezione contro
l’argomentazione per il sì nella scommessa.
Una direzione di
indagine per capire come uscire dalla contraddizione (non si tratta per noi di
capire Pascal: si tratta di capire se il suo argomento è valido o se è valida
l’obiezione di Jonas) porta verso le filosofie elleniste.
Non è un caso. Pascal
nel brano sull’istante espone una tesi su un tema assai dibattuto
nell’antichità, e ripreso poi da Montaigne. Non può essere un caso perché
Pascal sapeva bene che c’era una lunga
storia. Che avesse coscienza di inserirsi in essa, lo si vede anche dal fatto che
le sue frasi sono un’eco di analoghe frasi di Montaigne e degli stoici.
Ora, tra gli Stoici, che
sottolineano il valore assoluto dell’istante, e Pascal c’è la tradizione
agostiniana sul tempo che nega realtà non solo al passato e al futuro, ma anche
al presente (perché passa). Non è un punto secondario per un cristiano:
significa che la realtà vera non è questa. In senso pieno e proprio, non lo è
mai, in nessuno dei momenti del tempo. Significa che realtà e nulla sono
irrimediabilmente mischiati nel mondo creato, e solo in Dio sono separati. Se si
aspira al reale, è a Dio, e non alla realtà del tempo che bisogna rivolgersi.
Così Agostino nei celebri libri delle Confessioni.
In effetti questa non è
in nessun punto dei pensieri la tesi di Pascal. Le moltissime citazioni che si
potrebbero fare al riguardo (sul valore del pensiero rispetto all’universo
fisico che pensiero non ha) traendole dall’opera pascaliana dicono che per
Pascal l’uomo non è un nulla.
Non è neppure un tutto,
certo, ma se si paragona la realtà dell’uomo al nulla il passaggio non è di
grado, ma infinito. Non che Agostino non possa sottoscrivere questo (le sue tesi
sul tempo non sono una teoria sul tempo, ma una descrizione di quel che si può
sapere sul tempo, e si concludono con un: non so cos’è il tempo, il che è lo
stesso che dire: non so cos’è il mio essere rispetto al nulla, visto che il
mio essere è nel tempo). E’ che Pascal, con
coerenza, sottolinea ovunque il valore infinito dell’istante. Infinito
rispetto a cosa? Rispetto al nulla.
Jonas quindi ha ragione
con la sua obiezione, contro il calcolo di Pascal per il sì. E ha ragione su
base pascaliana.
Rispetto al nulla, i due infiniti
(dell’istante e della vita eterna) non possono essere l’uno più grande
dell’altro. Lo sarebbero se per vita eterna si dovesse intendere una vita
infinita nel tempo, ma non si intende certo questo (anche perché bisognerebbe,
per il calcolo, stabilire l’unità di misura e rispondere alla domanda: quanto
dura l’istante?).
Eppure il fascino
dell’argomentazione di Pascal nella scommessa è altissimo. Perché? Forse perché tutti
riconosciamo l’elemento del nulla nell’istante.
Si prenda questo esempio. Se accade di vivere un momento felice, se accade che la magia del tempo
renda irripetibile un istante e lo trasformi, per noi, eterno nella sua
bellezza, esso vive nel ricordo. Per quanto possa essere dimenticato, questo non
significa di per sé che era inutile viverlo, o che la sua esistenza abbia avuto
i tratti del nulla. La sua pienezza per noi lo esclude.
Tuttavia, dov’è
quell’istante?
Non vale solo per la
felicità. Se accade di vivere un momento di dolore, se accade che i demoni del
tempo rendano irripetibile un istante e lo trasformino, per noi, eterno nella
sua infelicità, esso vive nel ricordo. O viene dimenticato, senza che questo
significhi di per sé che era inutile viverlo, o che la sua esistenza abbia
avuto i tratti del nulla. La sua pienezza per noi lo esclude.
Tuttavia, egualmente,
dov’è quell’istante?
Contro questo apparentarsi dell'istante al nulla, una lunga tradizione filosofica parla dell’istante come qualcosa che ha un valore infinito, qualcosa quindi che vale rispetto al nulla e non al passare del tempo. Una celebre pagina di Hadot lo ricorda: “Il tema del valore dell'istante presente svolge un ruolo fondamentale in tutte le scuole filosofiche [ellenistiche]. È insomma una presa di coscienza della libertà interiore. Lo si potrebbe riassumere in una formula di questo genere: Tu non hai bisogno che di te stesso, per collocarti immediatamente nella pace interiore, rinunciando ad angustiarti per il passato e per il futuro. Tu puoi essere felice fin d'ora, o altrimenti non lo sarai mai. Lo stoicismo insisterà di più sullo sforzo dell'attenzione a se stesso, sul consenso gioioso al momento presente che ci è imposto dal destino. L'epicureo concepirà questa liberazione dalla preoccupazione del passato e del futuro come una distensione, una pura gioia di esistere: « Mentre noi parliamo, è fuggito il tempo invidioso: cogli l'oggi, senza alcuna fiducia nel futuro». È il famoso «Laetus in praesens» di Orazio, quel «godimento del presente puro», per riprendere la bella espressione di André Chastel a proposito di Marsilio Ficino, il quale, precisamente, aveva fatto di questa formula di Orazio il motto a cui ispirare la propria vita. Ancora una volta la storia di questo tema nel pensiero occidentale è affascinante. Come resistere alla tentazione di rievocare il dialogo di Faust ed Elena, vertice del secondo Faust di Goethe: (...) «Ora il mio spirito non guarda né avanti né indietro; solo il presente è la nostra felicità »? Non cercare di capire che cosa ti accade. Esserci è un dovere, non fosse che per un istante”. (P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, a cura di A.L. Davidson, Einaudi, Torino 2005, p. 16-17)
Quando accade in noi
qualcosa che solo noi sappiamo, e che testimonia di qualcosa che vale –
ad esempio un gesto d’amore per chi non lo saprà mai -, percepiamo la realtà
di quanto è accaduto in noi. Quando qualcosa che ci ha reso felici passa, o è
distrutta da qualcosa accaduto dopo, noi sperimentiamo nel presente l’esistenza
del nulla. Sperimentiamo dunque una contraddizione nella nostra percezione
di noi e del mondo: una contraddizione esistenziale, non solo della
lingua (che non tollera che i concetti di esistenza e di nulla
siano accostati in una unità dotata di senso).
E tuttavia queste
esperienze contrapposte hanno senso (se l'avere senso è nella percezione
soggettiva del valore di qualcosa), e ne è prova il fatto che si può molto dolorosamente
provare la perdita di questo senso.
E tuttavia queste sono
solo esperienze interiori, cui non è minimamente detto corrisponda qualcosa
all'esterno. Emozioni. Sono di importanza decisiva, perché in
esse si esprime il senso della vita, e quindi il senso dell’essere; e più
esattamente si esprime il suo mistero, cioè quanto poco ne sappiamo.
Ma, appunto, sono solo emozioni.
A cosa corrispondono?
Come possiamo condurre un’indagine per sapere se il valore infinito
dell’istante (rispetto al nulla, non al tempo) è reale, o se il sospetto che
tutto sia illusione e Colombina sia sempre Colombina – sospetto che prende
facilmente i miei allievi quando leggono Schopenhauer – non abbia diritto di
cittadinanza?
Che alla sera del giorno
di questo sospetto un ragazzo possa egualmente “divertirsi” – ed
egualmente sognare Colombina -, è del resto coerentemente spiegato da Pascal
nei suoi pensieri sull’immaginazione e sul divertimento-distrazione.
Dunque: come possiamo
condurre questa indagine?