Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Settembre 2008

Mario Trombino
Cinque ricerche filosofiche su Dio *
[Vedi anche la voce: Dio]


Ne possiamo davvero sapere qualcosa?
I filosofi ne discutono, ma molti non lo escludono affatto. Siamo portati a pensare che cose come il senso della vita, l’esistenza di Dio, la vera natura dell’anima umana siano al di fuori dell’ambito della scienza, cioè della possibilità di una conoscenza ben fondata (non diciamo "vera", la prudenza non è mai troppo: ben fondata è già molto). Ben fondata su cosa? Su quello su cui sono ben fondate le altre conoscenze scientifiche, tipo le teorie di Newton o di Einstein o le "leggi" la cui definizione consente alla tecnologia di produrre cose che secoli fa sarebbero sembrate magia: fare due chiacchiere con persone che stanno in un altro continente, essere al mattino a Pavia e tre ore dopo a Mosca, e cose così. Telefoni, aerei…
Si può avere un tipo di conoscenza così anche su Dio? Gli oggetti tecnologici funzionano perché applicano conoscenze che sono ben fondate. Ora, il terreno su cui si fondano è fatto di due cose: l’esperienza (e la riflessione sull’esperienza) e certe costruzioni del tutto teoriche (ad esempio la matematica). Quando si riesce a mettere insieme certe esperienze e certe teorie, l’accordo può essere tale che uno scienziato si sbilanci a dire che una teoria è ben fondata. Pronto a modificarla se si trova che non lo è proprio del tutto, ma insomma al momento si può andare avanti.
Ecco, un gran numero di filosofi pensano che anche su Dio si possa raggiungere presto o tardi una conoscenza di questo tipo. Altri pensano di no. Hanno argomenti gli uni, hanno argomenti gli altri. Noi non prenderemo posizione. Chi scrive ne ha una, ma non è qui per dire la propria: il direttore della rivista gli ha solo chiesto di dare le argomentazioni degli uni e degli altri. E dunque, scheda dopo scheda, ecco una carrellata di argomentazioni.
Chiedo scusa della pedanteria: non di opinioni, ma di argomentazioni. In filosofia le opinioni sono guardate con molto sospetto, le argomentazioni sono invece soppesate con molta cura. Così mi sentirei di consigliare al lettore di fare.

Aristotele
E’’ uno che è vissuto nel IV secolo a.C. e dà argomenti a favore della tesi che su Dio si può vere una conoscenza scientifica. Il suo ragionamento si basa sulla osservazione della natura. Del resto, c’è forse qualcos’altro da osservare? Evidentemente no, c’è solo la natura, ma non è poco: fare esperienza del mondo è cosa che non basterebbero mille vite ad arrivarci in fondo. E infatti gli uomini non ci provano neanche, e usano le osservazioni degli altri, non solo le proprie, quando vogliono conoscere qualcosa. L’umanità oggi sa un sacco di cose, ma è perché le esperienze si accumulano e si comunicano. Ora, tutte le osservazioni, nessuna esclusa (proprio nessuna), ci mostrano un mondo che cambia ogni momento. Semplicemente il tempo passa e tutto si trasforma. Tutto? Tutto. Prova a cercare un esempio di una cosa che non si trasforma e vedrai che non si trova. Certo, un po’ più piano o un po’ più veloce: una roccia delle Dolomiti ci mette il suo tempo a formarsi e poi a finire in polvere sui fiumi della bassa, un bel pomeriggio passa prima, troppo prima, ma insomma tutto passa!
Quindi se vogliano capire la natura dobbiamo tenere conto che non si limita ad essere quel che è, ma sta cambiando. Sennonché da un seme di mela nasce un melo, e non una bella piantina di fuxia, e da un seme di fuxia non nasce un melo. Tutto cambia, ma non in tutte le direzioni. Aristotele la mette così: dice che ogni cosa è quel che è, ma domani sarà quel che già oggi può essere, e non sarà quel che già oggi non può essere: seme di mela, quindi melo e non fuxia; seme di fuxia, quindi piantina di fuxia, e non melo. Dice: in atto sono semi, ma in potenza sono piantine (uno di melo, l’altro di fuxia).
Come si spiega tutto questo movimento, questo continuo passare da una certa potenza a un certo atto? Prova a pensarci: che cosa deve venire prima, l’atto o la potenza? Se rifletti, scoprirai che deve venire prima l’atto. Altrimenti non si spiega il cambiamento. Un atto primo, come vogliamo chiamarlo? Non è derivato da una potenza precedente, non si è trasformato da qualcosa… C’è e basta.
Se lo chiamiamo Dio, il nome può andare?

Plotino
Se dobbiamo decidere qualcosa di importante, il problema può essere che non sappiamo decidere. E forse non sappiamo decidere perché non sappiamo che cosa davvero vogliamo.
Capita. Ma, a rifletterci bene, c’è qualcosa che non va: se sono io a volere o no qualcosa, com’è possibile che non sappia che cosa voglio? Sono io che decido! Se non so decidere perché non so cosa voglio, a chi è che devo chiedere che cosa voglio? A volte i bambini lo chiedono alla mamma: mamma, ho fame, ma non so cosa mangiare: di cosa ho voglia?
La mamma fa delle proposte, o risponde come le pare. Ma il bambino come fa a non sapere che cosa vuole? Viene il sospetto che dietro la frase "io voglio che…" ci sia una macchina generatrice di volontà che non è l’io. Se non so decidermi, devo guardarmi dentro e vedere che voglie ho, come se i voleri fossero cose che, invece di stare ordinatamente fuori di me come le cose da comprare nel banco di un supermercato, stanno più o meno caoticamente dentro di me. Diciamo nella mia anima? Diciamolo in greco che fa meno confusione: nella mia psyché. Dentro di me allora non ci sono solo io: c’è un mondo, un mondo interiore, che è tanto difficile da conoscere quanto lo è il mondo esterno. Ma non è un mondo fermo: è una energia, ci sono forze. I voleri non sono cose, ma spingono, premono, si comportano come qualsiasi altra forza.
C’è una corrente di energia che percorre il mondo fisico, che è fatto di forze. C’è una corrente di energia che percorre il mondo interiore. Forse dovremmo dire che c’è una corrente di energia che fa esistere il mondo esterno e una che fa esistere il mondo interno. E’ un’ipotesi plausibile che le due correnti di energia siano a monte di noi e ci costituiscano come corpo e come anima (cioè psyché) ed è ad esse che dobbiamo rivolgerci per capire chi siamo e cosa vogliano e perché lo vogliano?
Quando Plotino, che visse nel III-IV secolo d.C., fece questi ragionamenti c’era chi pensava che le due correnti di energia avessero un’unica origine. Come vogliamo chiamarla una energia originaria che si prolunga nelle forze della natura e nella mia volontà? Dio è un nome che può andar bene? Questione di intendersi. Prendi la corrente di un fiume, chiediti di dove deriva la sua energia; prendi un tuo desiderio, irresistibile, e chiediti da dove deriva la sua energia. Alla fine deve esserci un punto da cui tutte le energie nascono. Un punto, uno solo. Uno. Ecco, forse invece che Dio se lo chiamiamo Uno è più chiaro. L’Uno di Plotino.

Pseudo-Dionigi Aereopagita
Perché Pseudo? Perché non si sa chi sia. Nel Medioevo dicevano che era uno citato negli Atti degli Apostoli, un Dionigi che discute con Paolo nell’Areopago di Atene, ma non tiene: dovrebbe essere vissuto nel I secolo d.C, e invece i testi che circolavano a suo nome (molti, un intero Corpus Dyonisianum) sono di almeno tre secoli dopo. Quindi Pseudo, cioè falso. Se ne accorsero già nel Medioevo. Ma i testi erano bellissimi e dicevano una cosa che affascinava molti: che di Dio non si può dire nulla, ma proprio nulla. Anche dire che c’è non significa niente.
Non che non ci sia. Al contrario, esiste eccome per lo Pseudo-Dionigi e i suoi (molti) lettori medioevali, ma è la parola essere che non si addice a Dio. E anche lo stesso nome Dio che altro è se non un nome? Ho davanti una mela. La chiamo arancia, o banana. Che cambia? Niente. Sono nomi, solo nomi. Etichette. Nulla dicono della cosa. La indicano e basta. I nomi sono così, e anche i codici fiscali e tutti gli altri segni. Non dicono nulla, indicano soltanto. Così parliamo di Dio, ma non sappiamo di che parliamo. Preghiamo Dio, se siamo cristiani come Dionigi, ma non sappiamo chi preghiamo.
Lo Pseudo-Dionigi ha dato un’argomentazione a favore delle tesi che di Dio non si può parlare, e non se ne può sapere nulla di positivo. Se ne può invece sapere moltissimo di negativo e se ne può parlare in negativo. Se chiedi a Dionigi chi è Dio, non lo sa; se gli chiedi chi e cosa non è, lo sa: non è Luigi né Andrea, non è un essere finito come una montagna o l’universo, non è… non è niente di quello che conosciamo e che possiamo conoscere.
Per quanto tempo possiamo andare avanti a dire chi e cosa non è? Letteralmente all’infinito. Anche quando dico che "c’è" non ho detto nulla: tutto quello che c’è, è limitato, finito, o è infinito in un solo senso, come i numeri che sono infiniti ma non sono cose. Dio no: è in tutti i sensi non finito, infinito in un modo che non posso concepire. Il fatto che c’è limita Dio? Non ha senso, Dio deve essere al di là dell’essere e dell’esistenza, solo che io non so che significa essere al di là dell’essere. Come dire prima del tempo, al di là dello spazio. Sono cose che si possono dire, e come metafore vanno benissimo, tipo essere tre metri sopra il cielo; però se le dico non come metafore ma come cose vere non le capisco.
Si chiama teologia negativa, ed è piaciuta moltissimo non solo ai mistici, ma anche ai moltissimi che a rinchiudere Dio in concetti e nomi non ci stanno.

Spinoza
L’argomentazione di Spinoza, vissuto a metà Seicento, è stata data in un libro che è scritto come un trattato di geometria: una lunga sequenza di proposizioni e di dimostrazioni, come se si trattasse di dimostrare dei teoremi. Roba da specialisti, e ne ha trovato molti di lettori specialisti. La sua tesi è decisamente lontana dal senso comune, ha affascinato molti e potrebbe essere in accordo con certe idee che su Dio hanno circolato spesso tra gli scienziati (per esempio ha affascinato Einstein). Una via di ricerca di successo. Ma anche molto contestata, soprattutto da parte delle Chiese ufficiali, perché nel suo Dio non riconoscono affatto il loro.
Partiamo da una constatazione: tutto quello che conosciamo o appartiene al mondo della mente (cioè al nostro mondo interiore) o all’universo fisico (cioè al mondo esterno alla mente). Non conosciamo nulla che stia da un’altra parte. E’ tutto qui quel che esiste? Se rispondiamo di sì, è come se dicessimo che il Tutto è fatto di due sole cose: pensieri o corpi. Noi non conosciamo altro: ma questa è una prova che è tutto qui quel che esiste? E’ una prova sì, ma solo della nostra ignoranza. Se una cosa non la conosco significa che non esiste? Suvvia…
Andiamo a logica, piuttosto: il Tutto deve comprendere davvero ogni cosa, non posso escluderci niente, altrimenti non è il Tutto. Deve comprendere anche quello che non posso pensare? Certo. Anche quello che non può esistere? Certo, e dentro il Tutto, e non altrove, deve esserci una ragione per cui non può esistere.
Quanti ne esistono di Tutti? Evidentemente uno solo, perché comprende tutto. E deve esistere una ragione per cui è così. C’è forse qualcosa sotto o sopra il cielo che non c’è una ragione per cui è com’è? Forse non la conosco questa ragione, ma una ragione c’è. Tutto è regolato da una ferrea necessità, nel senso che tutto è come è, e non potrebbe essere diversamente. Servirebbe qualcosa al di fuori del tutto che ne cambi una parte. Ma se puoi pensare qualcosa al di fuori del Tutto non stai pensando il Tutto, perché comprende anche quella.
Possiamo chiamarlo Dio, questo Tutto? Sì, è un nome come un altro, certo. Ma attenzione, ci siamo dentro tutti: chi scrive, chi legge, la carta sui cui è stampato Diogene, tutto il mondo fisico, tutti i pensieri di tutti gli uomini, già pensati o da pensare, e tutte le realtà infinite di cui nulla sappiamo.
C’è una ragione per tutto. Niente può essere diversamente da come è. Il Tutto c’è. Basta guardarsi attorno per saperlo, e basta osservare e ragionare per sapere com’è. Non siamo ancora arrivati a capirne tutte le leggi? E’ questione di tempo: sono lì per essere capite. Dio è il Tutto.

Pascal
Contemporaneo di Spinoza, Pascal è stato un cattolico molto rigoroso, vicino a un movimento spirituale della Francia del suo tempo che si chiama giansenismo. Uno che in Dio ci ha creduto davvero e ha investito moltissimo della sua vita per la fede. Non credo però di sorprendere nessuno se dico che Pascal nelle sue note su quest’argomento ha scritto che non possiamo sapere se Dio esiste. Non c’è ragione di sorprendersi perché credere e sapere non sono la stessa cosa. Anzi, è cosa molto comune che si creda o non si creda quando non si sa. Non c’è alcun bisogno di avere fede quando si sa, ma si ha fede o non se ne ha quando non si sa. Che significa la frase "credo che siano le otto e mezza"? Certo significa che non so che ore sono, altrimenti dico "sono le otto e mezza". Così se dico che credo in Dio certo significa che non so se esiste, altrimenti dico che esiste, non che credo che esiste.
Così Pascal dice di non sapere se esiste (e che nessun uomo può saperlo, dice, perché è al di là delle possibilità della mente), poi dice di crederci. Dice questa cosa in un modo che ha affascinato molti: ha scritto che ci sono ragioni del cuore che la ragione non può comprendere. Non sono pochi ad avere fatto oggetto di riflessione questa tesi.
S’intende: il Dio di cui parla Pascal non è quello dei filosofi, ma proprio il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Dio della religione cristiana, non di altre. E’ il Dio dei filosofi a non potersi conoscere: i filosofi si illudono, i margini di dubbio sono troppo alti.
Ma Pascal vuole convincere alla fede, cioè a credere. A credere nel Dio cristiano, quello che promette la vita eterna. Ha allora proposto una celebre scommessa. Dice: non si può non scegliere se credere che Dio esista o meno. Ne va della nostra vita, è troppo importante (per noi, non per Dio). Non si può non scegliere. O ci credi o non ci credi. Se scegli che Dio non esiste, e poi dopo la morte scopri che esiste, hai perduto la possibilità della vita eterna. Se scegli che esiste, una delle due: esiste, e allora hai guadagnato la vita eterna; oppure non esiste, e allora non hai perso nulla (e non lo saprai mai perché non c’è nulla dopo la vita). Scommettiamo che esiste o che non esiste? E’ una scommessa al buio, perché non ne sappiamo in realtà nulla.
Dice che non si può non scegliere e che le possibilità sono solo queste due.

* Questo testo è stato scritto per la rivista Diogene, dove è apparso in versione molto rimaneggiata. Pubblichiamo qui la versione originale