Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Marzo 2005

Mario Trombino
Einstein e la filosofia [*]
[Vedi anche Einstein - Filosofia della scienza]

 

1. Filosofia e scienza

La posizione di Einstein sui rapporti tra la ricerca in fisica e in filosofia è molto netta e chiara. Einstein scrive: "Il fisico non può lasciare al filosofo la considerazione critica dei fondamenti teorici; perché è proprio lui che sa meglio di tutti e percepisce con maggiore precisione che cosa non vada. Nel cercare dei fondamenti nuovi, egli deve tentare di chiarirsi fino a che punto i concetti da lui adoperati siano giustificati e necessari" (1) . Questa tesi è sostenuta in vari scritti e con diverse accentuazioni. La citazione è tratta da un contesto in cui Einstein riprende la questione dei fondamenti della conoscenza umana, e pone quindi nuovamente il problema cartesiano del rapporto tra la mente e mondo esterno e il problema dell’origine delle idee in un’ottica che tiene presente, con continuità, sia Locke che Leibniz.

Qui dunque Einstein ha come interlocutori filosofici Cartesio, Locke e Leibniz; altrove Spinoza, e in vari scritti naturalmente Galilei e Newton, a cui si aggiunge a volte Kant (di cui nega l’a-priori).

Con quest’ultima eccezione, si tratta di filosofi del Seicento. Su quelli che chiama "fondamenti teorici" la filosofia successiva non compare quasi mai, e così la precedente, mentre ai suoi occhi la fisica dell’Ottocento si ricollega direttamente alla ricerca filosofica e fisica dell’età di Newton. A giudicare dai suoi scritti, sono quindi i filosofi del Seicento i suoi interlocutori privilegiati sulla specifica e decisiva questione dei fondamenti.

Non possiamo meravigliarci di questo. Benché noi si sia portati a distinguere gli scienziati dai filosofi tra le figure che abbiamo richiamato, questa distinzione non appartiene al Seicento. Il termine filosofia è comunemente applicato alla ricerca sulla natura, come nel celebre titolo del saggio di Newton, Principi matematici della filosofia naturale, cioè di quella che oggi chiamiamo semplicemente fisica. E il Discorso sul metodo non è per nulla concepito da Cartesio come un’opera indipendente, ma è stato pubblicato come introduzione a tre trattati scientifici.

Quel che è storicamente accaduto è chiaro: filosofi e scienziati nel Seicento non distinguevano nelle loro ricerche tra filosofia e scienze della natura perché tutti miravano ad un solo obiettivo, la scoperta delle leggi della natura mediante l’uso del pensiero razionale, secondo metodi codificati e utilizzabili da chiunque nella comunità scientifica internazionale del tempo, metodi che costituivano la principale preoccupazione del secolo. Quel che stiamo sostenendo è che nel Seicento la radicale distinzione, per noi così ovvia e abituale, tra metafisica e fisica non è ancora posta nei termini in cui la poniamo noi: scienziati e filosofi miravano alla conoscenza della verità, e i fondamenti teorici costituiscono un elemento imprescindibile della comprensione della realtà.

Naturalmente la scienza del Seicento rifiuta del tutto le costruzioni metafisiche tradizionali, e in questo senso un Galilei o un Newton rifiutano la metafisica. Ma altrettanto fanno i filosofi. Bacone, Cartesio e gli altri intendevano esplicitamente ricominciare da zero, e se la ricerca storica segnala in moltissimi punti la loro dipendenza dal passato, questo non diminuisce la loro netta volontà di non tenerne affatto conto (a parte Euclide), sottoponendo ogni cosa al vaglio inesorabile della ragione.

A fianco dei filosofi-scienziati seicenteschi c’è un filosofo dell’Ottocento di cui esplicitamente Einstein si dichiara appassionato lettore sin dalla giovinezza: è Schopenhauer, di cui vengono richiamati i seguenti punti:

- la "religione cosmica", di cui parleremo tra poco, ed in particolare al Buddismo (2);

- la necessità di sfuggire alla dolorosa crudezza e al vuoto della vita di ogni giorno, come una delle spinte propulsive alla costruzione dell’arte e della scienza, cioè di una immagine del mondo che restituisca senso all’esistere (3);

- il rifiuto del libero arbitrio.

Questi elementi non richiamano i fondamenti teorici per i quali si richiama al Seicento, ma la visione dell’uomo, per i quali Einstein richiama tra le righe anche Nietzsche, sulla considerazione dei rapporti tra l’individuo e la massa, di cui parleremo più avanti. Sul tema della natura umana, come sappiamo dal celebre pubblico carteggio, Einstein fu in dialogo anche con Freud, e l’eco dell’interesse per l’inconscio è presente nei suoi scritti soprattutto là dove parla della questione della formazione delle idee a partire dai dati d’esperienza e dall’azione di quello che chiama "subconscio" come luogo di elaborazione primaria (4).

I richiami sia ai filosofi del Seicento (per i fondamenti teorici) che a quelli dell’Ottocento (per la visione dell’uomo) non vanno intesi come influssi, suggestioni più o meno profonde. Einstein non riconosce altra fonte di verità che la ragione, in pieno accordo con il razionalismo seicentesco, e qualunque "influsso" è comunque vagliato attraverso il filtro dell’analisi razionale, così come comunemente può dirsi per qualsiasi scritto filosofico dell’epoca del razionalismo (5). Il mondo della filosofia è per lui piuttosto un interlocutore così come, tra le righe, lo è anche il mondo dell’arte, come vedremo tra poco. Ma è anche un mondo di cui, come abbiamo visto all’inizio, rivendica per il fisico teorico piena dignità di appartenenza.

 

 

2. Quattro tesi filosofiche

A fini di chiarezza di esposizione, ci proponiamo adesso di enunciare alcune tesi filosofiche che ricorrono nei testi di Einstein, non in modo sistematico, ma comunque con continuità e rigore, come motivo di fondo della sua visione dell’uomo, della mente, del Tutto, per lo più come introduzione a problemi di fisica teorica o a commento di interventi politici. Il complesso di questi motivi agli occhi di un osservatore esterno appare fortemente simile la visione stoica dell’uomo e del Tutto, senza che vi sia mai alcun diretto richiamo. Vi sono richiami tuttavia a Spinoza, di cui palesemente vengono accettate alcune idee di fondo, mentre gli elementi della teoria della conoscenza necessari per la sua visione dei fondamenti della scienza sono costruiti in dialogo con Cartesio e Locke e Leibniz. Ma di questo più avanti; per il momento soffermiamoci su quattro elementi separati, prima di una finale visione d’insieme.

 

2.1. Einstein si pronuncia a favore di un Dio non personale, per una "religiosità cosmica" per la quale vengono richiamati i nomi di Democrito, Francesco d’Assisi, Spinoza

In pagine divenute celebri, Einstein si pronuncia in modo molto netto contro la visione personale di Dio, secondo i modelli delle religioni monoteiste. Distingue tre forme di religiosità, identificate rispetto alla loro origine.

La prima deriva dalla paura, ed è una "religione del terrore" (6), fondata sulla credenza in forze personali superiori da ingraziarsi attraverso i sacrifici e rafforzata dalla nascita di una casta sacerdotale. La seconda deriva dai sentimenti sociali dell’uomo, associati all’amore per i genitori: ne nasce un "Dio-provvidenza che protegge, fa agire, ricompensa e punisce" (7). Queste due forme della religiosità sono presenti in forma mista e in gradi diversi anche nelle religioni monoteiste moderne, e danno comunque luogo ad una visione personale di Dio.

Il loro fondamento, tuttavia, è nei bisogni e nei desideri dell’uomo, non nell’esame della realtà: antropomorfismo è il termine che le descrive al meglio: "Tutto ciò che è fatto e immaginato dagli uomini serve a soddisfare i loro bisogni e a placare i loro dolori" (8). Se si interroga il mondo così come la scienza e la filosofia lo costruiscono nella mente, non si osserva in nessun modo un Dio personale. Si osservano invece, in parallelo, il limite e la vanità delle aspirazioni umane e a fronte di questo "l’impronta sublime e l’ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L’esistenza individuale dà [all’individuo] l’impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo" (9).

Questo linguaggio è ben noto. Appartiene alla tradizione stoica, al Libro V dell’Etica di Spinoza, se ne trova l’eco in filosofi del tempo di Einstein, come Bergson e Russell. Non si tratta di misticismo, ma di una precisa tendenza alla conoscenza. Nel contesto del passo citato Einstein rileva nella Bibbia stessa (nei Salmi di Davide e in qualche Profeta) l’impulso verso questa forma di religiosità, e richiama poi Democrito, Spinoza e, tra gli uomini di fede, Francesco d’Assisi.

Intesa in questo modo la religiosità, non può esservi nessun contrasto tra la scienza e la religione, mentre nasce un contrasto se si accoglie l’idea di un Dio personale, perché "l’uomo che crede nelle leggi causali, arbitro di tutti gli avvenimenti se prende sul serio l’ipotesi della causalità, non può concepire l’idea di un Essere che interviene nelle vicende umane, e perciò la religione-terrore, come la religione sociale o morale, non ha presso di lui alcun credito" (10)

 

2.2. Einstein riconosce una sola radice, un solo impulso, alla base della religione cosmica, della scienza, della filosofia, dell’arte

Non solo non può esservi alcun contrasto tra religiosità cosmica e scienza, ma Einstein insiste sul fatto che lo stesso impulso dà origine ad entrambe. Sottolinea la gioia profonda che dà la contemplazione (scientificamente orientata) della natura e la conoscenza delle sue leggi e l’ardente desiderio di conoscere "sia pure limitato a qualche debole raggio dello splendore rivelato dall’ordine mirabile dell’universo" (11). Riconosciamo in queste parole l’eco di un sentimento profondo, ancorato ad una visione cosmica della natura: quello che anima la poesia di Lucrezio, di fronte alla visione dell’infinito e allo stesso tempo della mente dell’uomo che ne rivela i segreti; o che anima i testi filosofici medioevali di ispirazione platonica, che leggono la natura come specchio, o Palazzo Reale, di Dio, in cui si esprime lo stesso impulso che ha dato vita alle cattedrali gotiche (si pensi alla metafisica della luce).

Non è possibile dare una interpretazione mistica di queste parole (come non è possibile darla della metafisica medioevale della luce). Scrive Einstein: "La più bella sensazione è il lato misterioso della vita. E’ il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto; i suoi occhi sono spenti"(12). Chi invece ha occhi per il lato misterioso della vita tenta di scoprire il mistero attraverso la mente: non si accontenta di nulla di meno che della verità, non sogna, non dà spazio ad antropomorfismi che soddisfano bisogni elementari. Costruisce quella che Einstein chiama una "immagine del mondo", con gli strumenti della pura ragione portando avanti la ricerca scientifica o con gli strumenti dell’arte, che agli occhi di Einstein è figlia dello stesso impulso al superamento dell’io verso la contemplazione delle cose (13).

Anche la filosofia è della partita, se filosofia è la ricerca dei fondamenti su cui costruire una interpretazione dell’uomo e del mondo (una definizione che richiama la "metafisica" seicentesca e che Einstein fa sua, ad esempio ricordando che a questi fondamenti appartengono anche diverse idee di fondo della fisica, come la concezione dello spazio assoluto di Newton, nonostante l’"hypoteses non fingo" che in più di un’occasione Einstein scrive di non ritenere giustificato).

 

2.3. Einstein ritiene che i fondamenti della scienza siano libere creazioni della mente, e pone il problema (per il quale richiama Kant) della loro capacità di "leggere" la realtà

E’ il punto centrale. Come abbiamo visto all’inizio, Einstein ritiene che sia compito dello scienziato, non demandabile al filosofo, quello di studiare criticamente i fondamenti teorici della scienza, cioè le concezioni di fondo da cui muove il pensiero scientifico. Einstein conduce effettivamente questo studio in modo articolato e dettagliato.

Possiamo sintetizzare le sue idee in proposito mediante la seguente sequenza:

- le conoscenze riguardo al mondo esterno derivano originariamente dalle "impressioni sensoriali";

- non è possibile ricavare da queste impressioni i fondamenti della scienza, la cui natura appartiene alla mente con la sua "logica" ed è indipendente;

- i fondamenti della scienza sono creazioni libere, ma rigorose e razionali, della mente, e pongono ordine sui dati d’esperienza;

- poiché si tratta di costruzioni libere della mente, il fatto che esse consentano la costruzione della scienza della natura, cioè della effettiva realtà, non solo di realtà "possibili", è cosa che va filosoficamente chiarita.

Vediamo i singoli punti. Sul primo punto Einstein segue la genesi della nozione di oggetto materiale come ricostruzione della mente, e le sue parole richiamano moltissimo la sequenza con cui Locke descrive la nascita dell’idea complessa di sostanza a partire dalle idee semplici. Fin qui il terreno su cui ci si muove è quello noto della tradizione empirista. Ma il secondo e il terzo punto pongono un’origine indipendente per i fondamenti, cioè per le idee-quadro che consentono l’interpretazione scientifica dei dati d’esperienza e la costruzione di una teoria scientifica. E’ vero che questi fondamenti non parlano di questa realtà, ma sono indipendenti da ogni realtà. E’ altrettanto vero però che la ricerca scientifica applica questi fondamenti ai dati di realtà, interpretandola: "Non si deve biasimare, tacciandolo di soverchia fantasia, il teorico che intraprende questo studio: ma bisogna al contrari provare la sua fantasia, perché, tutto ben considerato, non c’è per lui altro cammino per arrivare allo scopo: in ogni caso non è una fantasia senza disegno, ma una ricerca eseguita in vista di possibilità logicamente più semplici e delle loro conseguenze" (14).

Va precisato che Einstein discute a fondo la nozione di realtà, interpretandola come il frutto di una ricostruzione mentale derivante dalla possibilità (che considera uno stupefacente mistero) di porre ordine attraverso il pensiero ai materiali sparsi derivanti dalle impressioni dei sensi (e va sottolineato che "non è possibile differenziare le impressioni sensoriali dalle loro rappresentazioni; o almeno non con assoluta certezza") (15).

Il quarto punto pone in una luce più chiara la tesi einsteiniana sull’origine della religiosità cosmica dallo stesso impulso che genera la scienza, la filosofia e l’arte. Il fatto è che la mente (i cui fondamenti logici sono indipendenti) e la realtà esterna (cioè la fonte delle impressioni che consentono alla mente di ricostruirla come tale, cioè come realtà) formano un ordine di cui non comprendiamo il fondamento, ma che si presenta agli occhi dello scienziato con il carattere della unità razionale: tornano nelle parole di Einstein le antiche suggestioni sull’ordine cosmico, cui attribuire numero e misura. In una parola, bellezza, splendore, scrive Einstein a proposito dell’"ordine mirabile dell’universo": la bellezza della semplicità dei principi matematici, cui corrisponde la bellezza delle relazione necessarie tra i fondamenti dell’esperienza, interni dunque alla realtà.

Da questo punto di vista è particolarmente importante il rifiuto dell’a-priori kantiano. Einstein argomenta in molti passi contro la dottrina kantiana delle forme a priori, ad esempio dichiarando che "le idee si riferiscono alle esperienze dei sensi, ma non possono mai derivarne logicamente. Per questa ragione non ho mai potuto comprendere la questione dell’a-priori nel senso di Kant. Nelle questioni di realtà, non può mai trattarsi che di una cosa, cioè di ricercare i caratteri del complesso di esperienze dei sensi ai quali si riferiscono le idee" (16). Coerentemente, in una pagina richiama l’armonia prestabilità di Leibniz, e vale la pena di leggere la pagina per intero, perché vi è sintetizzata tutta la questione:

"La missione più alta del fisico è dunque la ricerca di queste leggi elementari, le più generali, dalle quali si parte per raggiungere, attraverso semplici deduzioni, l’immagine del mondo. Nessun cammino logico conduce a queste leggi elementari: l’intuizione sola, fondata sull’esperienza, ci può condurre ad essa. Questa incertezza nel metodo da seguire potrebbe far credere che sarebbe possibile stabilire a volontà un gran numero di sistemi di fisica teorica di valore equivalente: anche come principio questa opinione è certamente fondata. Ma lo sviluppo della questione ha mostrato che, di tutte le costruzioni immaginabili, una sola per il momento si è manifestata come assolutamente superiore a tutte le altre. Nessuno di coloro che hanno approfondito realmente il problema saprebbe negare che il mondo delle osservazioni determina praticamente, senza ambiguità, il sistema teorico e che, ciò nondimeno, ogni via della logica apporta dati di osservazione ai principi della teoria: è ciò che Libniz ha così felicemente chiamato l’armonia «prestabilita»" (17).

Dunque in sintesi:

- l’immagine del mondo è il frutto della deduzione di leggi elementari e generali per via logica;

- la via per giungere alla formulazione di queste leggi passa per l’intuizione, sul fondamento di quella che in un altro passo prima richiamato Einstein chiama fantasia, il che rende in linea di principio possibili molte immagini del mondi tra loro equivalenti (come sappiamo, per Einstein la mente opera con creatività, le idee sono libro frutto della mente);

- di fatto l’osservazione (cioè il confronto con l’esperienza) mostra che un sistema teorico è migliore degli altri per descrivere con ordine il mondo (cioè per costruire l’immagine scientifica del mondo);

- poiché un simile sistema teorico è pensabile, vi è in qualche modo quella che Leibniz chiama armonia prestabilita, ma vi sono anche altri modi di pensare.

Concludendo un intervento in onore di Plance, pronuncia queste parole: "Possa egli riuscire a unire la teoria dei quanti all’elettrodinamica e alla meccanica, in un sistema costituente logicamente un tutto" (18), in cui tutta la nostra attenzione deve essere fissata sulla precisazione espressa dall’avverbio "logicamente". E’ con la forza autonoma del pensiero che il fisico teorico, come il filosofo da cui da questo punto di vista non si distingue, pensa il mondo. E lo pensa secondo numero e misura, secondo bellezza, cioè matematicamente.

Tuttavia, sulla base di quale elemento nella loro rispettiva autonomia mente e dati d’esperienza (quindi pensieri e cose) si corrispondono? "Il fatto stesso che la totalità delle nostre esperienze sensoriali sia tale da potere essere ordinata dal nostro pensiero (…) è tale da riempirci di stupore, anche se non riusciremo mai a comprenderlo. Potremmo dire che «l’eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità». E’ una delle grandi intuizioni di Immanuel Kant che senza tale comprensibilità l’assunzione di un mondo esterno reale sarebbe assurda" (19).

 

2.4. Einstein sottolinea la necessità di "dimenticare l’io" a favore delle intuizioni del Tutto della scienza, dell’arte e della religione (cosmica) e di rafforzare allo stesso tempo la libera creatività individuale

La posizione di Einstein sull’uomo è molto articolata. Possiamo descriverla secondo tre angoli visuali.

Innanzitutto non crede a quello che la tradizione chiama libero arbitrio, in pieno accordo con la sua visione della natura dominata da leggi necessarie secondo il principio di causalità. "Non credo affatto alla libertà dell’uomo nel senso filosofico della parola. Ciascuno agisce non soltanto sotto l’impulso di un imperativo esteriore, ma anche secondo una necessità interiore. L’aforisma di Schopenhauer: «E’ certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole» mi ha vivamente impressionato fin dalla giovinezza" (20).

Negli stesi anni anche Freud era colpito dalla visione schopenhauriana dell’uomo, e una trama di rimandi riconduce queste idee sulla natura umana al filone della filosofia tedesca che chiamiamo irrazionalista. Ma non c’è nulla di irrazionalista nella visione di Einstein, e questo ricondurre ad un imperativo interiore l’azione, e inevitabilmente il pensiero, getta nuova luce su cosa intenda Einstein per libera creazione della mente a proposito dei fondamenti delle teorie scientifiche: non creazione libera dalla necessità interiore né dal rigore razionale della mente, ma libera in quanto riconducibile ad un impulso interiore, cioè proprio (21).

Non devono quindi per nulla sorprendere le altre due tesi sull’uomo, che sono a fondamento anche delle sue idee educative (espresse con molto vigore e nettezza a favore della libertà creativa della mente e del parallelo controllo delle emozioni al fine della libertà della mente) e delle sue idee politiche, tutte concentrate sulla riflessione sulle condizioni possibili della convivenza umana e sul pericolo della guerra, e della guerra atomica.

Sono due idee apparentemente contraddittorie, che si rivelano invece del tutto armoniche se lette alla luce dell’impulso necessario radicato nell’uomo come fondamento dell’agire e del pensare. Einstein sostiene una tesi perfettamente parallela a quella sostenuta negli stessi anni da Russell (22) e del tutto coerente con la loro visione scientifica del mondo: che l’ideale per l’uomo è vivere depotenziando l’io, limitandone l’impulso a porsi come centro del mondo; la serena conoscenza della natura e della molteplicità dei suoi piani, così lontani dall’io e dalle sue limitanti necessità, è fonte di conoscenza e di liberazione dalle costrizioni dell’io, dalla sua chiusura. In questo ideale torna la visione cosmica che ha dato origine alle pagine sulla religione e la scienza, e Einstein scrive a volte testi degni della più pura tradizione stoica (23).

Allo stesso tempo sottolinea la necessità che la società e la scuola diano ampio spazio alla libera creatività individuale e si pronuncia con accenti veramente degni di Nietzsche contro l’uomo-massa. Non si tratta affatto, però, al contrario di Nietzsche di disprezzo per la natura umana. Nelle pagine di Einstein c’è il più grande rispetto per l’uomo, anche se di sé parla in termine di radicata solitudine e di distanza. Lo si vede benissimo dal suo impegno politico.

Non c’è contraddizione tra la prima tesi che dice che l’io va depotenziato e la seconda, che esalta la libera creatività dell’io. Il punto è che l’educazione e la società devono essere orientati, a suo avviso, verso quella liberazione dalle costrizioni limitanti dell’io che generano egoismi, e per fare questo servono uomini aperti alla visione profonda delle cose, all’immensità della visione religiosa della natura(24). E per limitare l’io serve molta forza interiore, servono spiriti grandi e liberi. Einstein cita Gandhi. Limitare l’io ed educarlo alla creatività sono dunque per Einstein due volti della stessa medaglia. Non è forse in sé che la mente deve trovare i fondamenti del pensiero che consentano di comprendere la realtà?

 

 

 

3. L’intima, libera e creativa necessità, propria della mente

Se vogliamo ricostruire in sintesi i fondamenti filosofici einsteiniani per la visione dell’uomo e del cosmo, dobbiamo richiamare in tutta la sua radicalità la profonda convinzione che la natura sia regolata da leggi necessarie e causali. Tutto il resto ne discende.

Quindi, quanto alla ispirazione di fondo del suo pensiero, non è fuori luogo richiamare il temi stoici e spinoziani e apparentare la sua visione della natura alla loro, perché dominata dalla stessa convinzione. Dal principio della causalità necessaria non segue la stessa visione delle cose; ma in tutti ricorre un elemento costante, la considerazione della realtà come un tutto governato da principi comprensibili dalla ragione, principi necessari, che legano l’uomo alle più lontane radici del cosmo, sicché è sensato ricercare in queste radici gli impulsi dell’azione e del pensiero.

Né può assumere un significato troppo netto di separazione il richiamo alla impossibilità di costruire un sapere scientifico sulla realtà sul solo fondamento del pensiero, come riteneva possibile Spinoza, se si sottolineano gli elementi di reale e profonda ignoranza sottolineati da questo filosofo sui dati di realtà non ricavabili dalla sola ragione (ad esempio, non sappiamo cosa può il corpo, continua a ripetere Spinoza; la concatenazione delle cause è necessaria, ma non le conosciamo una per una; e così via).

Si prenda questa pagina, degna di un Marco Aurelio: "Ben singolare è la situazione di noialtri mortali. Ognuno di noi è su questa terra per una breve visita; egli non sa il perché, ma assai spesso crede di averlo capito. Non si riflette profondamente e ci si limita a considerare un aspetto della vita quotidiana; siamo qui per gli altri uomini: innanzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipende la nostra felicità, ma anche per quella moltitudine di sconosciuti alla cui sorte ci incatena un vincolo di simpatia. Ecco il mio costante pensiero di ogni giorno: la vita interiore ed esteriore dipende dal lavoro dei contemporanei e da quello dei predecessori; io devo sforzarmi di dar loro, in eguale misura, ciò che ho ricevuto e ciò che ancora ricevo. Sento il bisogno di condurre una vita semplice e ho spesso la penosa consapevolezza di chiedere all’attività dei miei simili più di quanto non sia necessario. Mi rendo conto che le differenze di classe sociale non sono giustificate e che, in fin dei conti, trovano il loro fondamento nella violenza; ma credo che anche una vita modesta sia adatta a chiunque, per il corpo e per lo spirito" (25)

Come per tutti i filosofi che legano profondamente l’uomo al cosmo, anche per Einstein ricerca fisica e ricerca etica non possono essere disgiunte. L’uomo va studiato naturalisticamente, per usare un’espressione rinascimentale.

Il richiamo allo stoicismo non deve però far dimenticare che la nozione di realtà che Einstein assume è di derivazione cartesiana: chiamiamo reale ciò che la nostra mente ricostruisce come reale. E dunque tutte le analisi filosofiche di Einstein sono concentrate sulla mente, perché gli stessi dati tratti dall’osservazione scientifica della natura ne dipendono, e quindi per il suo lavoro di fisico teorico lo studio della mente è necessario (il richiamo al campo cartesiano viene da sé): non si dimentichi che "non è possibile differenziare le impressioni sensoriali dalle loro rappresentazioni; o almeno non con assoluta certezza" (26).

In questo campo cartesiano sulla specifica questione della natura del pensiero e del suo rapporto con l’esperienza gli interlocutori privilegiati sono Locke e Leibniz, ed è fondamentale la domanda - per Einstein aperta - sulla natura di ciò che, richiamando Leibniz in un contesto kantiano, è espresso dalla formula leibniziana dell’armonia prestabilita, che coniuga stupore e bellezza (la meraviglia aristotelica, lo splendore medioevale) sullo sfondo di una dichiarata non comprensione (la ricerca continua di fronte a ciò che la mente non comprende).

Einstein discute con i filosofi, interlocutori del passato, assolutamente come se fossero presenti: soppesa le loro idee, richiama le loro teorie, ridefinisce i loro problemi, non preoccupandosi minimamente delle differenze di scuola. Là dove vi sia materia utile alla riflessione, nell’ordine dei suoi pensieri, un aforisma schopenhauriano si connette per invisibili passaggi con la logica spinoziana della necessità naturale: nella libertà del pensiero che, senza vincoli e creativamente, non si limita a creare mondi, ma tenta di ricrearne tra gli altri uno che abbia, nella mente, le caratteristiche del nostro (e per farlo la logica non ha percorsi obbligati).

L’interesse di questa ricostruzione è altissima, perché per quel mondo e solo per quello usiamo l’enfatico nome di realtà. Senza nulla togliere ai mondi presenti alla mente che non diciamo reali, di cui ciascuno può, nella piena e libera creatività della mente, seguire i passaggi obbligati e le vie intimamente necessarie.

 

Note

(*) Relazione tenuta al Convegno organizzato dai Licei Pantaleo e Gentile su "A cent'anni dalla rivoluzione di Einstein", Castelvetrano, 19 Marzo 2005.

(1) A. Einstein, Fisica e realtà, trad. it. di L. Angelini, in Pensieri, idee, opinioni, Newton Compton, Roma 2004, p. 56; ed. or. The Journal of the Franklin Institute, marzo 1936

(2) A. Einstein, Come io vedo il mondo, trad. it. di R. Valori, Newton Compton 2003, p. 25.

(3) Ib., pp. 33-34.

(4) Einstein giudica importante per la scienza analizzare la natura del pensiero prescientifico, quotidiano, come a volte lo chiama, perché considera la scienza e il linguaggio scientifico una modalità del pensiero che parte dal pensiero quotidiano. Scrive quindi: "L’intera scienza non è che un affinamento del pensiero quotidiano. E’ per questa ragione che il pensiero critico del fisico non può assolutamente limitarsi all’esame dei concetti del proprio campo specifico. Egli non può procedere senza valutare criticamente un problema molto più spinoso, quello di analizzare la natura del pensiero quotidiano. Sulla scena del nostro subconscio appaiono in vivace successione esperienze sensoriali, immagini memorizzate delle stesse, rappresentazioni e sentimenti. A differenza della psicologia, la fisica si occupa direttamente solo delle esperienze sensoriali e della «comprensione» dei loro nessi. Ma persino il concetto di «mondo esterno reale» del pensiero quotidiano si fonda esclusivamente su impressioni sensoriali" (Fisica e realtà, cit., p. 56)

(5) Usiamo qui questo termine nel senso generale tipico dell’età moderna e non come il carattere che definisce una scuola contrapposta ad altre: è razionalista qualsiasi filosofo che non riconosca altra autorità superiore alla ragione, pur con tutti i suoi riconosciuti limiti, ai fini della ricerca della verità. In questo senso sono razionalisti anche un Pascal o un Locke, entrambi finissimi analisti dei limiti della ragione, mediante analisi condotte con gli strumenti della ragione.

(6) A. Einstein, Come io vedo il mondo, cit., p. 23.

(7) Ib. p. 24.

(8) Ib. P. 23; altrove questa tesi è associata al nome di Schopenhauer, ma appartiene comunque ad una lunga tradizione, compresi Democrito e Spinoza, richiamati per la "religiosità cosmica". Ai nostri occhi la tesi richiama Feuerbach.

(9) Ib. p. 25.

(10) Ib., p. 26. L’eco spinoziana di queste tesi è evidente.

(11) Ib., p. 27

(12) Ib. p. 21.

(13) "Lo stato sentimentale che rende idoneo a simili azioni rassomiglia a quello dei religiosi o degli amanti: lo sforzo giornaliero non deriva da un calcolo o da un programma, ma da un bisogno immediato" (ib. p. 36); è possibile leggere un’eco platonica in questo richiamo alla sfera dell’eros.

(14) Ib., p. 88.

(15) Fisica e realtà, cit., p. 56.

(16) Come io vedo il mondo, cit., p. 82.

(17) Ib., pp. 35-36.

(18) Ib., p. 36.

(19) Il testo così continua: "Per quanto riguarda la «comprensibilità»,, l’espressione è qui usata nel suo senso più banale: Vuole riferirsi a: produzione di una qualche sorta di ordine fra le impressioni dei sensi, un ordine prodotto dalla creazione di concetti generali, di relazioni tra questi concetti, e dalle relazioni fra i concetti e l’esperienza sensoriale, relazioni a loro volta determinate in qualunque possibile modo. E’ in questo senso che il mondo delle nostre esperienze sensoriali è comprensibile. Il fatto che sia comprensibile è un miracolo" (Fisica e realtà, cit., p. 57-58).

(20) Il brano prosegue con una tesi illuminante sulla visione disincantata che Einstein ha dell’uomo: "Nel turbine di avvenimenti e di prove imposte dalla durezza della vita, quelle parole sono sempre state per me un conforto e una sorgente inesauribile di tolleranza. Aver coscienza di ciò contribuisce ad addolcire il senso di responsabilità che facilmente ci mortifica e ci evita di prendere troppo sul serio noi come gli altri: si è condotti così ad una concezione della vita che lascia un posto singolare all’humor" (Come io vedo il mondo, cit., pp. 18-19).

(21) Quest’uso del termine libertà corrisponde a quello dell’Etica spinoziana.

(22) "La vera contemplazione filosofica trova la propria soddisfazione in ogni allargamento del non-io, in tutto ciò che ingrandisce gli oggetti contemplati e per conseguenza il soggetto che li contempla. Nella contemplazione tutto ciò che è personale o privato, tutto ciò che dipende dall’abitudine, dall’interesse personale o dal desiderio, snatura l’oggetto, e quindi indebolisce l’unione cercata dall’intelletto. Creando così una barriera fra soggetto e oggetto, tali cose personali e private diventano una prigione per l’intelletto. L’intelletto libero vuole vedere come potrebbe vedere Dio, senza un hic e un nunc, senza speranze né timori, senza le pastoie delle credenze convenzionali e dei pregiudizi tramandati, calmo, spassionato, col solo ed esclusivo desiderio di conoscenza - una conoscenza tanto impersonale, tanto puramente contemplativa quale è possibile ad un uomo di raggiungere" (B. Russell, I problemi della filosofia, trad. it. di E. Spagnol, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 189-190).

(23) Ne leggeremo uno in chiusura.

(24) Scherzando, Einstein richiama la lanterna di Diogene (Come io vedo il mondo, cit., p. 36).

(25) Come io vedo il mondo, cit., p. 17.

(26) Fisica e realtà, cit., p. 56