Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Aprile 2004

Mario Trombino
L'isola che non c'è [*]
I
volti dell'utopia da Platone ad oggi
[Vedi anche: Gioco - Pensiero per immagini - Utopia ]

1. Perché un’isola?

Così immagina Tommaso Moro la sua Utopia nel XVI secolo: un’isola, e per di più isolata, cresciuta con se stessa, con le sue storie interne, con la sua saggezza. Moro è il primo a utilizzare la parola utopia, ma non è il primo a elaborare in filosofia il pensiero in forma utopica, né il primo a descrivere un’isola che non c’è. Prima di lui e dopo, sono state tante volte concepite delle isole felici, ed anzi l’espressione stessa è quasi proverbiale.

Non sono "isole dei beati" le terre perdute cui l’anima orfica aspira a ritornare dopo il ciclo delle reincarnazioni, secondo Pindaro? E Rousseau, se pensa ad una terra della felicità perduta, racconta dell’isola di Sant-Pierre, nella Quinta delle sue Fantasticherie di un passeggiatore solitario. Così Swift, con le sue isole di superiore saggezza, così Shakespeare, che nella Tempesta ci ha lasciato la concretissima descrizione di un universo parallelo, governato dalla forza dell’immaginazione, eppure "vero" come solo le arti di un Prospero possono riuscire a produrre: "La mia opera si compie: ora, nessuno / può rompere il sortilegio, gli spiriti / ubbidiscono, e il tempo, a testa alta, cammina col suo peso" (La tempesta, V.I.)"
E prima di tutti, alle origini della cultura occidentale tramandataci per iscritto, è Omero a indicare in un’isola un mondo felice, anche se soggetto a un destino già scritto: l’isola dei Feaci, un popolo felice ai confini del mondo, un popolo che sa essere concreto e conosce i limiti assegnati all’uomo, ma vive in pace e sa accogliere Ulisse con gli occhi di Nausicaa, pieni di coraggio.
Tutte isole in cui un viaggiatore non resta, ma passa. Attratto dalla grazia di Nausicaa e dal suo coraggio come Ulisse, in esilio come Talibano, costretto a fuggire come Rousseau, viaggiatore fantastico come Swift, anima errante come quella degli orfici che anela al ritorno: nessuno è nell’isola per restare. In una terra della felicità isolata, chiusa, perfetta, il viaggiatore non può fermarsi:
- sogna di tornare, come l’anima orfica, Swift e Rousseau, tutti costretti a partire loro malgrado (nel mito greco, nell’immaginazione letteraria, nella realtà storica: come sono lontane queste distinzioni quando si parla di una terra della felicità perduta! Chi non saprebbe descrivere la propria in uno di questi registri e in molti altri?);
- sogna un’altra terra o un’altra isola, come Prospero, esiliato da un traditore, o Ulisse che, scrive Omero, conosce il letto di una donna immortale, conosce la tentazione stessa della vita senza tempo – è lei stessa ad offrirgliela - e preferisce piangere sulla riva del mare per la sua Itaca e per Penelope che lo aspetta, che perderà comunque con la vita, perché questo è il destino dell’uomo, e chiede ai Feaci, come agli dèi, il ritorno. Sapendo cosa perde.
Comunque stiano le cose, nell’isola di Utopia i viaggiatori non restano, che lo vogliano o meno. (O forse, almeno per Omero, dovremmo dire di avere interpretato in modo errato: non è forse piuttosto Itaca la gemella di Utopia? Ma i miti si rincorrono, implacabili, e secondo Dante neppure a Itaca Ulisse si fermerà, e sarà un’altra isolata, oceanica, a fermare la sua navigazione coraggiosa, con i compagni: un’isola non destinata ai viventi).

 

2. Ou-topia, Eu-topia , Atopia

Utopia non è destinata a noi. Non c’è, è un’isola che non c’è. Ma vale la pena studiare meglio il termine che la descrive. Dietro la parola utopia si nascondono infatti due diverse etimologie, ed è opportuno richiamare, con i greci, anche una terza possibile esperienza.
Secondo una prima ipotesi il termine utopia deriva da ou-topia, cioè luogo inesistente: chi sceglie di muoversi (o è portato a muoversi) verso quest’isola felice sta navigando su mari diversi da quelli dell’esistenza, perché nei mari esistenti quest’isola non esiste: e tuttavia di ou-topia parliamo per dire qualcosa, non per dire nulla, né per visitare i territori della dispersione e della chiacchiera vuota (forse l’esistenza non esaurisce il campo dell’essere, ed esplorare questi territori privi di esistenza può non rivelarsi inutile: qualcosa in essi cerchiamo).
Secondo una diversa ipotesi utopia deriva da eu-topia, cioè luogo felice. Chi sceglie di muoversi in mare verso quest’isola sa cosa sta cercando: l’utopia è il territorio di alcuni tra i cercatori di felicità.
Se però mettiamo insieme i due significati la visione che ne risulta è fortemente pessimista, perché le etimologie ci mostrano un luogo felice inesistente, espressione che suscita subito la domanda: esistono forse luoghi felici ed esistenti? Forse chi si muove alla ricerca di questi luoghi deve sapere, dice l’utopista, che non esistono, eppure vanno cercati. Solo, vanno cercati in un altrove radicale: al di fuori dell’esistenza. Il pensiero filosofico utopico è tutto orientato verso l’idea che questi territori siano anche più interessanti di quelli dell’esistenza.
Prima però di indicare dei sentieri in questi ambienti al di fuori della realtà (ne proporremo tre, non ancora utopici, nei prossimi tre paragrafi), vale la pena sottolineare che la lingua greca conosce un termine che è bene tenere presente a proposito dell’utopia e delle derivazioni del concetto dal pensiero greco. E’ il termine a-topia, dis-locazione: l’effetto di qualcosa che ci spiazza, che ci parla di una dimensione dell’essere che non avevamo presente, che allarga i nostri orizzonti ma allo stesso tempo ha un effetto inquietante. Ad esempio il dio (o demone) greco Eros: chi non conosce di effetti di dis-locazione interiore dell’amore? (1) Un itinerario di fuga dalla vita quotidiana verso una diversa dimensione dell’essere: questo è la dis-locazione interiore. Il campo del discorso su cui insiste allora l’atopia è lo stesso campo dell’utopia, perché in entrambi i casi ci si trova di fronte ad un itinerario di fuga. E alla tentazione di percorrerlo. Si è come trasportati altrove, nell’atopia come nell’utopia.

 

3. Un ambiente al di fuori della realtà: il gioco

Per primi i romantici, in contesti legati a Kant e alla sua Critica del Giudizio, hanno lavorato sulla categoria filosofica del gioco (è Schiller, in particolare, a sottolineare come la dimensione estetica, legata al gioco, esprima la verità più profonda dell’uomo). Poi, nel XX secolo, è stato uno storico della cultura, colpito dalla universalità della forma del gioco (estesa persino alla vita animale), a studiare il gioco come categoria fondamentale dello spirito, ed anzi della vita stessa, persino nelle sue forme elementari: è Johan Huizinga, che a questo tema ha dedicato un agile e celebre volumetto, dal titolo Homo Ludens

Huizinga sostiene che "Gioco non è la vita "ordinaria" o "vera". E’ un allontanarsi da quella per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria. (…) Il gioco si isola dalla vita ordinaria in luogo e durata. Ha un erzo contrassegno nella sua indole conchiusa, nella sua limitazione. Si svolge entro certi limiti di tempo e di spazio. Ha uno svolgimento proprio e un senso in sé. (…) Ogni gioco ha le sue regole. Esse determinano ciò che varrà dentro quel mondo temporaneo delimitato dal gioco stsso. Le regole del gioco sono assolutamente obbligatorie e inconfutabili. (…) Non appena si trasgrediscono le regole, il mondo del gioco crolla" (2).

Ciò che apparenta il gioco al pensiero utopico è quindi il fatto che entrambe queste attività dello spirito umano si svolgono su universi paralleli, costruiti dalla mente e dotati di regole.

Vi sono però differenze importanti, che non permettono di confondere il pensiero utopico con un gioco, per quanto il campo della vita dello spirito che essi abitano sia comune:

L’utopia non è un gioco (3). La serietà è il suo tratto dominante, per luminosa che appaia agli utopisti la sua realtà, per libera, ariosa, sia la descrizione che ne fanno.

 

4. Un ambiente al di fuori della realtà: la realtà virtuale

Allo stesso campo dell’utopia appartiene anche la realtà virtuale, espressione oggi molto di moda per indicare una sfera del pensiero umano (o un modo del pensare) che le nuove tecnologie consentono di esprimere con particolare efficacia. Sono una sua espressione i mondo virtuali costruiti su Internet, ad anzi la stessa logica, che ha tratti immateriali e a-spaziali, consentita dalle nuove tecnologie: realtà virtuale è ad esempio l’impressione di sentire la voce reale di una certa persona al telefono, il mondo della navigazione su Internet con la sua apparenza di estrema concretezza; e forse più di tutto l’esperienza della realtà virtuale è restituita dal cinema, che sulla problematizzazione filosofica della nozione di realtà ha saputo costruire riflessioni molto profonde (si pensi a Blow-up di Antonioni) (4) e costruire metafore di profondo impatto sulla filosofia (si pensi a Matrix, e al dibattito che ne è seguito) (5).

Tuttavia anche la realtà virtuale - che pure si apparenta moltissimo al pensiero utopico, perché è possibile con le sue tecniche rendere concretamente l’esperienza di una utopia realizzata (vi sono ambienti su Internet o giochi elettronici che lo consentono con una vividezza straordinaria) – è lontana dal pensiero utopico in un punto decisivo: è una realtà diversa, non ha di mira una gerarchizzazione dei valori e un funzione di indirizzo ideale per la realtà effettuale. Si limite ad esplorare il campo dell’impossibile, o meglio di ciò che è impossibile nella realtà effettuale, ma è semplicemente possibile e "normale" nella realtà virtuale. Estende il campo d’esperienza, non istituisce necessariamente gerarchie di valore.

 

5. Un ambiente al di fuori della realtà: quello dove è possibile compiere esperimenti mentali, simulazioni della realtà

Infine, un terzo sentiero percorribile al di fuori della realtà è quello degli esperimenti mentali, di cui Galilei ci ha fornito il modello, e delle simulazioni della realtà a cui, ad esempio, ci hanno abituato scienziati ed economisti quando, proiettando sul futuro i dati del presente, costruiscono possibili scenari di ciò che domani sarà il presente.

La caratteristica di questa forma del pensare è che il mondo presentato non è affatto, come quello del gioco, né parallelo né dotato di regole proprie; non è affatto, come quello della realtà virtuale, un campo d’esperienza impossibile; è piuttosto uno scenario possibile, o addirittura reale (gli esperimenti di Galilei descrivono questa realtà, non un’altra, le simulazioni al calcolatore sull’andamento dell’inflazione nei prossimi dodici mesi si riferiscono alla nostra realtà economica, e mirano a prevederne il movimento).

Nella loro intenzione di parlarci della realtà, esperimenti ideali e simulazioni sono molto lontani dal pensiero utopico. Con esso tuttavia intrattengono rapporti, perché il loro oggetto non è entro il campo di esperienza possibile dell’uomo e, soprattutto, mirano ad un livello più profondo di verità rispetto a quella esperibile di fatto: al contrario del gioco e della realtà virtuale, e al pari del pensiero utopico, operano in un campo che mira alla trasformazione della realtà, al dominio dell’uomo sulla natura (6). Così il pensiero utopico può servirsi dei loro strumenti, così come può servirsi del gioco e della realtà virtuale.

 

6. La nozione filosofica di realtà

Implicito nel pensiero utopico è la ricerca di ciò che abbiamo evocato riprendendo la metafora dell’isola felice; ma, per conseguenza, è implicito anche il rifiuto di questa realtà. L’utopista non accetta che la realtà sia così: mira a un mondo migliore e parte dal respingere questo. La costruzione di realtà parallele - che apparenta il pensiero utopico al gioco e consente alle utopie di essere concretamente descritte con le tecnologie proprie della realtà virtuale e delle simulazioni – esprime per l’utopista il rifiuto del possibile con la fuga nell’impossibile. Tutto il possibile è rifiutato, con il rifugiarsi del pensiero su realtà parallele, dunque impossibili, non per gioco, o per esplorare mondi virtuali, ma per vivere in essi una vita degna di essere vissuta, come nella realtà possibile non è consentito.

Prima di approfondire questi temi, che sono al centro dell’identità del pensiero utopico, vale però la pena sottolineare che la nozione filosofica di realtà è espressa dai filosofi in termini molto problematici, e dunque che l’adesione alla, o il rifiuto della, realtà non sono prive di implicazioni problematiche per il filosofo. In ogni caso.

Infatti di fronte alla domanda: "è possibile identificare filosoficamente la realtà nella sua complessità e nella sua totalità?" la filosofia esita a rispondere affermativamente (mentre se ci si allontana dalla filosofia molti sembrano di sapere benissimo quale è la realtà e quali ne sono i confini e le possibilità) (7).

Dunque il pensiero utopico in filosofia non ha a che fare con una rappresentazione ingenua della realtà, ma con una problematizzazione complessa. Su questa si inserisce, e con queste nozioni di realtà dialoga, per rifiutarle.
 

 

7. Prima definizione di utopia

Delineato il campo delle nozioni con cui si apparenta, tentiamo adesso di identificare il nostro oggetto – il pensiero utopico, l’utopia – sulla base dei suoi caratteri. Una prima definizione è la seguente: il pensiero utopico è il sogno di un demiurgo solitario, che considera malata la realtà e ritiene di possedere una concreta idea del bene e della verità. Basandosi su questa gerarchizzazione dei valori, costruisce un mondo impossibile dai tratti ideali perfetti: così ad esempio in politica Platone, Moro, Campanella, e alcune grandi utopie del nostro secolo, che qualcuno ha cercato di realizzare con conseguenze terribili (non aveva tentato di realizzare la sua città ideale lo stesso Platone a Siracusa?).

Chi agisce con questi intenti – sia sul piano della sola letteratura sia sul piano della realtà – davvero somiglia ad un demiurgo: non ritiene infatti di avere i poteri di un dio, ma ritiene di avere compreso la chiave per migliorare il mondo e agisce di conseguenza. Spesso si è trattato di figure isolate, nel XX secolo di strutture politiche fortemente gerarchizzate; in ogni caso questo demiurgo agisce in modo solitario: non cerca il consenso degli altri sul piano del possibile ma, pensando utopicamente, impone agli altri il proprio modello. Nel pensiero utopico può essere presente un tratto totalitario. Segue un sogno impossibile, cercando la via per renderlo possibile. Questo infatti differenzia in senso profondo il pensiero utopico dalle altre forme di percorso nella realtà parallela: l’utopia, al contrario del gioco e della realtà virtuale, non riconosce al suo ideale lo status di realtà parallela, ma cerca continuamente dei piani che consentano alle due realtà di intersecarsi (a volte a qualsiasi costo). Sicché è accaduto che il bel sogno di uno o di pochi si è trasformato (o avrebbe potuto trasformarsi) nell’incubo di molti.

C’è in questa forma di utopia una possibile deriva totalitaristica: il pensiero che sia giusto che chi ritiene di essere in possesso della verità abbia il diritto di dominare sugli altri per il loro bene, per il bene di tutti, perché sa che cosa è il bene.

L’ideale espresso da questa visione dell’utopia è forse espresso al meglio non nei pensatori utopisti che hanno dichiaratamente scelto la via dell’irrealtà e si sono quindi collocati sul piano dell’utopia pura (Moro, Bacone, Campanella), ma in quelli che si sono collocati al confine (come Platone, che non rinuncia certo al progetto di realizzare la sua polis governata dai filosofi). Forse la visione più chiara è nel Panopticon di Bentham, che riecheggia gli ideali illuministi e roussoiani di perfetta trasparenza, di visibilità totale. Questo non significa che qualcuno di questi filosofi, ciascuno dei quali segue propone idee politiche diverse dagli altri, sia legato al pensiero totalitario. Significa però che una deriva possibile in questa direzione è molto attentamente messa in luce dagli studiosi (10). Così, con un esempio leggero per non andare sui terreni terribili dei totalitarismo storici, è luminosa l’idea della perfetta trasparenza roussoiana e benthamiana; ma se cercate la privacy in un mondo così?

 

8. Seconda definizione di utopia

Il pensiero utopico conosce anche l’esatto contrario di un pensiero totalizzante. Ecco una bella definizione di un filosofo del XX secolo che mette in luce un tratto opposto del pensiero utopico: "Creare spazio al possibile: contro ogni passiva acquiescenza allo stato presente" (E. Cassirer). Se, alla luce della prima definizione, il pensiero utopico ha prodotto universi concentrazionari – progetti di un demiurgo che si sente in possesso della verità - alla luce della seconda definizione quel che prevale non è il momento impositivo, la costruzione di un mondo perfetto, ma l’apertura costante, continua, al diverso: l’utopia come lo spazio aperto ad ogni possibile, e perfino all’impossibile come luogo ideale di valore.

Che cosa accomuna allora le due definizioni? Entrambe appartengono al registro dell’utopia:

Dunque non è possibile definire l’utopia soltanto come irrealtà, sogno, e quindi mancanza di concretezza, e contrapporla al progetto concreto, alla mentalità del politico (se la politica è l’arte del possibile) o dell’ingegnere (cioè del progettista che si misura con le possibilità reali). Se nell’utopia è presente un elemento di irrealtà, è perché l’utopista guarda troppo avanti, non perché sia soltanto un sognatore. Accettando la definizione di Cassirer, diremo allora che l’utopia tiene aperto uno spazio ( a volte solo mentale) per un possibile che adesso non è tale; oppure per un possibile che può essere tale soltanto in un mondo diverso, e nessuno sa se un mondo diverso sia o meno possibile.
In ogni caso, l’utopia fa valere contro una realtà misera l’esigenza di una realtà migliore. E’ la speranza di chi non ha speranza.
 

 

9. Terza definizione di utopia

Da questo punto di vista l’utopia ha una dimensione tuta volta alla ricerca di uno spazio – a volte soltanto letterario o estetico o mentale, o profetico, ma in ogni caso non reale – dedicato a pensieri impossibili: la sfera propria dei poeti e dei visionari che sanno guardare più un profondità dello sguardo quotidiano. La letteratura e le arti hanno esplorato a fondo questo territorio.

Ora, che ha a che fare la filosofia con il mondo della letteratura utopica? Ha da rivelare una verità sul mondo questo tipo di pensiero fantastico, irreale, regno della fantascienza e del fumetto - la sfera propria dell’immaginazione?

Se torniamo alla nozione filosofia di realtà, non possiamo non tenere presente quanto essa sia problematica: il mondo di uno Swift, di un Orwell, della pittura visionaria, del cinema che sa dare spazio alle visioni, è espressione di uno spazio mentale interessante per la filosofia?

Se il pensiero si chiude sul piano del reale, non vi è dubbio che restringe una parte di se stesso: sono possibili pensieri impossibili (contraddizioni logiche di ogni tipo sono pensabili). Che cosa descrivono? Di quali realtà ci parlano? E a che registro appartengono i mondi matematici che non descrivono questo mondo? E di quale pensiero avremmo bisogno se avesse ragione un Plotino su cosa si debba intendere per realtà, o uno Schopenhauer? Quali facoltà dovremmo sviluppare per accedere al vero mondo?

I filosofi non si fermano di fronte ai pensieri impossibili. Rubano la strada ai pittori e ai profeti, ai visionari e agli indovini, ai sognatori e ai matematici. Ma al contrario di molte di queste figure si impongono di non confondere mai i piani: di dare al reale ciò che è reale (ed è la cosa più difficile) , al possibile ciò che è possibile, all’impossibile il suo regno. Ecco come in due brevi poesie un poeta del nostro tempo, Borghes, vede Spinoza intento a costruire quello che il poeta ritiene essere un pensiero impossibile:

 

Spinoza
1964

Traslucide mani ha il giudeo
Nella penombra tagliano i cristalli
E la sera che muore è paura e freddo
(Le sere alle sere sono uguali.)

Le mani e lo spazio di giacinto
Pallido al confine del ghetto
Quasi non esistono per l’uomo sereno
Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo inquieta la fama, che riflette
I sogni nel sogno d’altro specchio,
Né l’amore che trema delle vergini.

Senza metafora né mito, libero,
intaglia un difficile cristallo, l’infinito,
immagine di Chi è tutte le Sue stelle.

 

Baruch Spinoza
1976

Bruma dorata, l’Occidente saluta
Alla finestra. L’assiduo manoscritto
Aspetta, già intriso d’infinito.
Qualcuno pensa a Dio nella penombra
Un uomo genera Dio. E’ un giudeo
Dagli occhi tristi, pelle color d’oliva;
Lo porta il tempo come porta il fiume
Una foglia nell’acqua che va via.
Non importa. Il mago insiste e intaglia
Dio con geometrica purezza;
Dalla sua malattia, dal suo niente,
Con la parola intende a costruire a Dio,
Il più prodigo amore gli fu concesso
Amor che non chiede essere amato.

 

Un chiaro labirinto, un difficile cristallo, l’infinito. Intagliare Dio con geometrica purezza. La filosofia non se ne ritrae e sfida con le sue armi i maestri dell’immaginario (e non si ferma di fronte all’ipotesi di rubare ad essi le loro).

 

10. Principio responsabilità contro principio speranza

La visione dell’utopia come spazio mentale di libertà e di salvezza proprio di chi rifiuta il reale è stato espresso in filosofia con grande forza da Ernst Bloch nel celebre saggio Il principio speranza: l’esigenza che viene fatta valere è quella di non rinunciare a combattere per un mondo migliore, di fronte ad ogni evidenza della impossibilità di farlo. L’utopia per Bloch è la categoria filosofica per eccellenza perché "non è la fuga nell’irreale; è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione" (11): dunque è la capacità della mente di vedere, nel reale, livelli nascosti, rifiutando di adeguarsi acriticamente al principio di realtà.

Contro questa maniera di pensare si muove chi ritiene che l’uomo abbia il dovere di realizzare un mondo migliore giorno per giorno, non nell’utopia, ma nella concretezza dei progetti sociali e politici quotidiani, dei valori su cui tutti i giorni costruiamo individualmente e collettivamente la nostra vita e quella delle generazioni future per quanto dipende dalle nostre scelte. Di fronte ad un reale che si rifiuta, questa posizione insiste nel non accettare la logica della fuga nell’irrealtà – in un principio speranza che, in quanto tale, è affidato all'imponderabile speranza – ma nell’assumersi il peso, quasi altrettanto impossibile del pensiero utopico, di progettare il mondo sulla base del principio di responsabilità: è Hans Jonas, uno dei grandi vecchi della filosofia del XX secolo, a proporre questa via nel saggio Il principio responsabilità, tutto costruito sull’idea che le tecnologie moderne diano all’uomo un potere sconosciuto alle generazioni precedenti, che supera ogni utopia del passato sul terreno, realissimo, della scienza. Questo potere richiede una nuova fondazione dei valori, che va trovata, contro gli utopisti, nell’assumersi la responsabilità operativa del mondo alla luce del futuro lontano, perché dipende dalle scelte di oggi il mondo di domani: la nozione di realtà va dunque allargata fino a comprendere il punto i vista di futuri lontani.

 

11. L’immaginazione al potere: vie divergenti

E’ stato lo slogan più celebre di un movimento che al pensiero utopico deve molto, il maggio francese, il "sessantotto". Molti della generazione dei giovani di allora sono stati sedotti dall’idea di rifiutare la realtà e seguire i propri sogni.
Il fatto che la realtà sia reale, e che si paghino le conseguenze per ogni rifugio nell’irrealtà, significa che contro gli utopisti hanno molte ragioni i sostenitori del realismo (filosoficamente non ingenuo, ovviamente, se vale quanto abbiamo prima sostenuto sulla nozione di realtà) (12).

Il fatto che la realtà sia per molti inaccettabile, e che si paghino delle conseguenze molto serie nell’accettarla, significa che il pensiero utopico ha buone carte nel chiedere di essere ascoltato. Non necessariamente si tratta di scegliere: la realtà è comunque difficilmente dominabile, perché complessa, e i realisti sono sempre sospetti di semplificarla, dunque distorcerla e non accettarla per un verso diverso da quello degli utopisti.

La sfida è misurarsi con tutti gli strumenti del pensiero – perché mai dovremmo escluderne qualcuno? – con la effettiva complessità, tentando di comprenderla senza semplificarla.

Stando molto attenti che la storia recente (e meno recente) insegna che l’utopia può essere un’arma pericolosa, da dittatori. E’ strano che la stessa forma di pensiero evochi un mondo a misura di un pensiero unificante, da dittatura, e un mondo libertario che tiene sempre aperta la strada al possibile e ha quasi l’ansia dell’impossibile. Il punto è che il territorio dell’utopia è figlio di tutte le facoltà della mente, tra cui l’immaginazione (13), i cui percorsi non sono prevedibili. Come meravigliarsi che gli esiti siano divergenti?

 

Note

[*] In questo file è riprodotta la sintesi di una giornata di studio con gli studenti del triennio del Liceo Ballatore di Mazara del Vallo il 18 Novembre 2003.

(1) Le cose d’amore "non appartengono al racconto dell’anima razionale perché, in loro presenza, l’anima subisce una dislocazione (atopia) che, spostando il regime delle sue regole, indebolisce il possesso di sé. La sua trama viene interrotta da qualcosa di troppo che, spezzando la continuità del dire e l’ordine del discorso, porta verso itinerari di fuga che l’anima non riesce a inseguire. Pulsioni e desideri, infatti, irrompendo come significanti incontrollati nell’ordine dei significati statuiti, producono nel senso quel controsenso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli intorno a un dispositivo ideale che l’anima ha faticosamente raggiunto come sua con-nessione" (U. Galimberti, Introduzione a Platone, Simposio, a cura di F. Zanatta, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 11-12).

(2) J. Huizinga, Homo ludens, trad. it. di C. van Schendel, Einaudi, Torino1973, pp. 11-15)

(3) Vedi il tema filosofico del Gioco

(4) Si veda la riflessione filosofica di Julio Cabrera in Blow-up di Antonioni, ovvero: si deve credere a tutto quello che si vede?, in Da Aristotele a Spielberg, trad. it. di M. Di Sario, Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 112 ss.

(5) Si veda la sezione Cinema e filosofia.

(6) Da questo punto di vista andrebbero approfonditi i rapporti tra il pensiero utopico di Bacone e le forme dell’esperienza scientifica su cui riflette il contemporaneo Galilei.

(7) Uno degli esercizi filosofici possibili consiste nel favorire quello sguardo sulla realtà che scorge i limiti della nostra presa su di essa: leggere quindi il mondo lasciandosi guidare dalla pagina del filosofo, che riflette su esperienze quotidiane, come Cartesio col suo celebre pezzo di cera.

(8) Il tema è ripreso nel già citato Matrix: vedi la riflessione di Sandro Studer sul mito della caverna Il mito platonico della caverna tra cinema e psicoanalisi

(9) La Cosa in sé, l’Assoluto, la Volontà, hanno un grado di realtà incomparabilmente più alto, per i filosofi citati, rispetto ad ogni possibile evento della storia e ad ogni oggetto d'esperienza.

(10) Ad esempio Popper ha studiato questa deriva in Platone in La società aperta e i suoi nemici. Per una sintesi del tema su Rousseau vedi M. Trombino, Introduzione all’Emilio di Rousseau

(11) E. Bloch, Marxismo e utopia, Editori riuniti, Roma 1984, p. 137.

(12) Così Hegel, ad esempio, contro l’amico Hölderlin, riflettendo sul suo destino.

(13) Non è corretto relegare l’utopia al territorio dell’immaginazione, perché gli utopisti hanno operato con tutte le facoltà. Se è vero che la narrazione è la forma che spesso (ma non sempre: si veda in caso di Bloch) ha assunto il pensiero utopico nella storia della filosofia, è altrettanto vero che in questa forma è possibile esprimere le più alte astrazioni della mente e le più concrete passioni dell’anima (vedi gli studi sul pensiero per immagini).