Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Dicembre 2002

Chiara Simonato
Segreti di Pulcinella
Donne e uomini nella globalizzazione
[Vedi anche le voci:  Differenza di genere - Globalizzazione]

 

PREMESSA

Sono soddisfacenti le letture "neutrali" della "globalizzazione"? E’ possibile tentare letture connotate dal punto di vista del genere sessuale? La domanda va meglio articolata. a) Essere uomini oppure donne, essere bambini oppure bambine è un dato irrilevante all’interno dei processi di globalizzazione? Oppure è un fatto che porta in sé e da cui conseguono altri fatti del tutto specifici? b) Interrogare la globalizzazione ponendo in modo esplicito questo problema implica una interpretazione diversa, prospetta elementi nuovi oppure conferma la "neutralità" delle letture correnti?

Il percorso che propongo vuole essere un contributo alla elaborazione di analisi e di proposte didattiche consapevolmente non neutrali: connotate nel genere sessuale, non pregiudizialmente, ma perché hanno interrogato la realtà anche attraverso il genere e perché hanno indagato il genere nel suo costruirsi nella storia e nel pensiero.

Il percorso consta di una parte espositiva e argomentativa, intesa come riflessione sul problema, e di una parte bibliografica intesa come punto d’appoggio fondamentale per la prima parte e come strumento di ricerca, rivolto soprattutto all’aggiornamento e alla formazione degli insegnanti.

 

 "NARRATIVE DELL’ESCLUSIONE"

 Le descrizioni dei processi che sintetizziamo col termine globalizzazione tendono per lo più a tracciare quelle che Saskia Sassen definisce "narrative dell’esclusione", ossia tendono a tacere chi e cosa "non si adattano alle immagini dominanti della globalizzazione": il problema è allora trovare il modo di "rendere visibile ciò che oggi resta fuori dal quadro" (S. Sassen, Milano 2002, p.106).

Sono oggi correnti, e molte sono anche persuasive, le letture della globalizzazione attraverso le categorie dello spazio (contrazione spazio-tempo, globalizzazione/localismo, …) e attraverso la problematica dell’identità: per rendere visibile ciò che resta fuori dal quadro, vorrei provare ad aprire tale impostazione nominando spazi ed identità solitamente taciuti. La globalizzazione rompe molti spazi e ridisegna molti confini: cambia la cognizione del mondo, l’idea di regione, le realtà nazionali, i territori locali, e modifica le identità che in essi si inscrivono. Gli studi attorno a questi aspetti non mancano.

I luoghi del pubblico e del privato, invece, non sono solitamente chiamati in causa: eppure questi luoghi vengono delimitandosi contestualmente ai processi che generano lo stato moderno, l’economia capitalistica, la mentalità borghese, e sono luoghi che il liberalismo definisce dal punto di vista teorico; ricordo che sono luoghi non neutrali, al contrario, sono assegnati l’uno al maschile l’altro al femminile, sia perché sono connotati nell’uno o nell’altro modo, sia perché sono abitati diversamente dagli uomini e dalle donne.

Anche in prospettiva di genere, quindi, le categorie dello spazio implicano il problema dell’ "identità" (ed uso qui un termine tutt’altro che ovvio…), qui interrogata attraverso la categoria del genere (ed anche questo termine è tutt’altro che ovvio: "utile categoria di analisi storica", così ne discute Joan Scott nel 1985, ora in Di Cori, Bologna, 1996, a cui rimando senz’altro).

Vorrei sottolineare che il punto nodale non è aggiungere parti mancanti alle "narrative dell’esclusione", consiste piuttosto nel mostrare le dinamiche confinate nell’invisibilità, ma senza di cui il sistema politico ed economico non funziona, consiste nel rilevare i "nessi sistemici", secondo la terminologia di S.Sassen.

La categoria del genere è utile a questo. Nel percorso che qui presento, la userò per chiedere come cambiano i territori del privato e del pubblico e come in essi si vengano ridisegnando le identità maschili e femminili in connessione ai cambiamenti che chiamiamo globalizzazione; userò questa categoria per nominare alcuni aspetti della globalizzazione, che sono sotto gli occhi di tutti ma nessuno vuol vedere, che tutti sanno ma nessuno vuol dire: il fatto della femminilizzazione della povertà ed il problema della sessuazione dei diritti, segreti di Pulcinella della globalizzazione, appunto.

 

 

 LUOGHI DEL LAVORO E POSIZIONE DEI CONFINI

 Per dare una partenza storicamente significativa ai diversi tratti del percorso, richiamo Pechino, 1995, la 4a Conferenza ONU sulle donne. E’ il momento in cui i segreti di Pulcinella vanno all’ordine del giorno e trovano risonanza nell’opinione pubblica internazionale. L’impoverimento globale in corso è in larga misura una femminilizzazione della povertà. A titolo d’esempio: le donne possiedono meno dell’1% della ricchezza mondiale, forniscono il 70% delle ore lavorative, ricevono il 10% del ricavato, … (v. dati ONU dal 1975 al 1985, aggiornamento New York 2000). Non solo: tale impoverimento è direttamente collegato con i cambiamenti economici globali in corso.

Le analisi di Saskia Sassen, già citata, e di Christa Wichterich (Londra, 1999) mostrano come tali cambiamenti facciano leva sulla diversa posizione degli uomini e delle donne nei processi lavorativi. Mi chiedo che cosa questa diversità comporti; mi pongo infine un’ulteriore domanda (la domanda che guida il percorso), chiedo perché questi nessi basilari non vengano nominati.

Esemplifico.

Nei paesi poveri, dove pure è stata avviata un’agricoltura meccanizzata e un’industria di tipo capitalistico, permane un’agricoltura di sussistenza, la cui manodopera è per lo più femminile.

Secondo esempio: nei paesi poveri e nei paesi occidentali, accanto all’economia visibile, permane il lavoro di tipo riproduttivo, la cui manodopera è quasi esclusivamente femminile. Né il lavoro di sussistenza né quello riproduttivo sono usualmente quantificati nelle analisi economiche: eppure sono condizioni senza di cui la produzione complessiva non può procedere. Non solo: sono condizioni in forza delle quali possono continuare a non esserci servizi sociali (laddove non ne esistono), o possono venire smantellati (laddove esistono forme di stato sociale).

Un terzo esempio: nell’economia informale, che ha portato lo sviluppo di settori e soprattutto di modi di lavorare nuovi, la manodopera femminile (e la manodopera migrante) sono molto presenti; è interessante notare che si parla di "femminilizzazione" di certe mansioni, non perché siano necessariamente svolte da donne, ma perché flessibilità, part-time, contratti determinati, lavoro a domicilio,… si attagliano alla manodopera femminile, tradizionalmente non organizzata, disgregata, adattabile. Tra le conseguenze segnalo che tale femminilizzazione facilita l’ulteriore deregolamentazione del mercato e l’arretramento dei diritti, sia maschili che femminili.

Gli esempi proposti fanno riferimento a settori economici che la globalizzazione neoliberista e deregolamentata tende ad ampliare ulteriormente, proprio perché ne sono a fondamento, proprio perché il tipo di globalizzazione in corso vive di presupposti quali la produzione di sussistenza nei paesi poveri, il lavoro riproduttivo femminile generalizzato e ignorato, la "femminilizzazione" nel lavoro informale. La globalizzazione non sembra indifferente al genere.

Vengo quindi alle altre domande suggerite. Come si modifica il rapporto pubblico/privato? Cosa succede nelle relazioni tra uomini e donne, dentro e fuori di casa?

Procedo ancora per esempi.

Pensiamo ad una famiglia occidentale povera, dove la donna garantisce il maggiore introito familiare, facilmente in connessione ai processi di deregolamentazione del mercato.

Oppure pensiamo ad una famiglia occidentale borghese, dove la donna lavora fuori tanto quanto o più dell’uomo, in connessione a cambiamenti non solo economici ma in larga misura anche culturali.

Oppure, ancora, ad una famiglia di immigrati, dove può accadere che "lei" trovi occupazione più facilmente di "lui", che proprio la donna garantisca un introito, impari la lingua del paese, funga da mediatrice tra i membri della famiglia e i luoghi sociali (scuola, uffici, ospedale, …), creando così situazioni impari e inedite, situazioni ulteriormente complicate dall’impatto tra culture diverse.

Chi e come, in queste pur variegate situazioni sociali, svolge il tradizionale lavoro riproduttivo? Come cambiano i ruoli sessuali, fortemente connessi al lavoro, sia produttivo che riproduttivo?

Come cambiano i modi di pensare i luoghi del privato e i luoghi del pubblico? La "casa" e il "fuori"? Che cosa ci aiuta a ripensare il nostro modo di stare al mondo, in un contesto così diverso rispetto ad una sola generazione fa?

Credo che il disorientamento e l’incertezza tanto tematizzati a proposito della globalizzazione non provengano semplicemente dall’incremento dell’alta tecnologia e dai suoi effetti, ma dipendano anche da questi cambiamenti profondi: sono venuti meno più tranquillizzanti modelli di genere e più marcati confini tra i luoghi dei generi. Per questo credo che le descrizioni sedicenti neutrali della globalizzazione siano senz’altro da annoverarsi tra le "narrative dell’esclusione", tra le narrative cieche a discrimini fondamentali.

Vengo così alla questione del perché si tenda ad escludere questi temi dalle narrazioni sulla globalizzazione. Si tratta di processi complessi: i "luoghi del lavoro" sopra esemplificati ritagliano ruoli marginali e insieme integrati, del tutto funzionali al sistema; sono luoghi nei quali per lo più donne e lavoratori/trici migranti o comunque deboli sono confinati, ma sono contemporaneamente luoghi a partire dai quali questi soggetti ridefiniscono i confini, non solo economici ma anche identitari, interni alla società.

Si tratta di processi non solo complessi, ma anche contraddittori. in essi la ricerca di libertà, spesso le nuove sia pur problematiche pratiche di libertà sperimentate in modo diverso sia dagli uomini che dalle donne, sia dagli/dalle occidentali sia da chi proviene o abita in altri paesi, convivono con nuove forme di subordinazione nei rapporti tra uomini e donne.

La posta in gioco in questa fase di trasformazione è decisamente alta: tali processi possono fungere da supporto ad una più civile definizione delle relazioni umane e, specificamente, delle relazioni tra uomini e donne; possono, all’opposto, diventare lo strumento di un pesante riassetto classista e patriarcale della nostra società.

Penso che nominare queste dinamiche e interrogare in modo non neutrale questi processi aiuti a contestare le narrative dell’esclusione, che non a caso hanno grande alimento nelle descrizioni che si soffermano sugli automatismi economici piuttosto che sui margini di manovra, ossia sulle possibilità di spostamento e diverso posizionarsi che uomini e donne hanno in questo momento storico.

 

 

TERRITORI DEL DIRITTO E "SALTI" DELLA CITTADINANZA

Prendo ora in esame alcuni cambiamenti politici in corso, ossia la nuova posizione degli stati nazionali e la costruzione di un "regime internazionale dei diritti" nel contesto della globalizzazione; mi chiedo, aiutandomi soprattutto con le analisi della Società Italiana delle Storiche (Roma, 2002), che ruolo giochi l’appartenenza di genere e che conseguenze possano produrre i cambiamenti in corso per una nuova idea di cittadinanza.

Torniamo a Pechino, nel 1995, quando viene detto un altro dei segreti di Pulcinella: esistono diritti femminili e i diritti femminili sono diritti umani. Dalla denuncia contro lo stupro, contro il matrimonio coatto, contro le mutilazioni genitali, contro l’esclusione delle bambine dall’istruzione e il loro sfruttamento sessuale o domestico, … , vengono affermati e chiesti specifici diritti femminili, quali la libertà di riproduzione e il diritto alla salute riproduttiva.

Queste rivendicazioni specifiche, inoltre, rafforzano e chiariscono la richiesta di valutare il lavoro domestico, di avere pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, la richiesta di politiche sociali e economiche volte allo sviluppo; queste rivendicazioni nascono, come già detto, anche dalla constatazione che la pauperizzazione in corso grava sulle donne.

La questione chiave che guida questo tratto del percorso verte sul perché sia così difficile accettare l’idea che esistano diritti specificamente femminili e che questi diritti siano annoverabili tra i diritti umani.

L’antinomia tra universalità del diritto e riconoscimento di diritti particolari, la contraddizione tra la pretesa neutralità del diritto e l’affermazione della differenza di genere, l’inconciliabilità tra diritti umani internazionalmente affermati e tradizioni e norme culturalmente diverse, ... costituiscono motivazioni fondamentali, ma, mi pare, non sufficienti.

Credo perciò che sia utile chiamare di nuovo in causa anche il rapporto tra pubblico e privato e la relativa connotazione di genere.

Innanzitutto osservo che i diritti femminili elencati a Pechino hanno per lo più a che fare con il corpo femminile, (per meglio dire: con l’inviolabilità del corpo femminile). Inoltre osservo che hanno direttamente a che fare con la gestione dell’ambito domestico e delle relazioni familiari, quindi con il privato.

Nell’ordinamento occidentale, che si pone come paradigma nella formulazione dei diritti universali, il confine del territorio che chiamiamo privato è pensato come non permeabile alla capacità normativa dello stato; analogamente, il territorio statale nazionale non può essere calpestato dal diritto internazionale: ne va della sovranità, e in questo senso anche della libertà, dell’individuo su sé stesso nel primo caso, dello stato sul suo territorio nel secondo caso.

Ma lo stato e l’individuo così concepiti non sono neutrali, portano determinanti connotazioni maschili, proprio perché la sovranità dell’uno e la libertà dell’altro hanno a condizione la separazione di pubblico e privato, che a sua volta si basa sulla divisione sessuata dei ruoli.

La richiesta di riconoscimento della sessuazione dei diritti, allora, mette in discussione l’usuale separazione di pubblico e privato e con ciò l’idea di sovranità e di libertà dell’individuo e dello stato a tutt’oggi corrente, e radicata, nonostante i conclamati cambiamenti in corso.

Prova ne sia che nel dibattito pur ampio e interessante sull’affievolirsi dello spazio della politica, sull’erosione della effettiva sovranità degli stati nazionali conseguentemente alla globalizzazione non c’è quasi traccia di questo problema.

La nominazione dei diritti sessuati comporta un cambiamento profondo nella mentalità alla base del diritto ed alla base del vivere insieme, comporta allora anche una trasgressione dei confini e dei modi propri dell’esercizio della decisione, così come sono venuti definendosi in età moderna: le narrative dell’esclusione sono efficaci anche qui, dove il discorso sugli aspetti politici della globalizzazione incrocia la richiesta di nominare tra i diritti umani anche i diritti femminili, ossia dove un discorso sedicente neutrale non rende visibile ciò che sta fuori dal quadro.

Mi chiedo, a questo punto, che cosa può cambiare nei territori e nei confini del diritto.

Procedo anche in questa parte del percorso attraverso esemplificazioni.

Naval al Safawi, egiziana, scrittrice di fama, critica l’uso del velo e il regime ereditario nel suo paese, viene accusata di apostasia e viene chiesta per lei la separazione dal marito e l’esilio o la morte; Safiya Hussaini, nigeriana, madre di 5 figli, denuncia uno stupro subito, non ha i 4 testimoni richiesti, viene invece arrestata per relazioni sessuali illecite e viene chiesta per lei la lapidazione.

Né l’una né l’altra possono difendersi efficacemente appellandosi alla normativa del loro paese, dove la Sharia e le consuetudini prevalgono sui principi costituzionali. L’una e l’altra riescono a mobilitare un’opinione pubblica internazionale che influenza i due tribunali, giungendo all’assoluzione del primo caso, al ricorso ad altra istanza e infine all’assoluzione anche nel secondo caso.

In altri termini, entrambe hanno fatto appello a diritti umani e femminili internazionalmente accolti andando oltre il "territorio" locale e nazionale: sono riuscite per così dire a saltare oltre le leggi del loro paese e della loro religione, chiedendo ragione e diritto alla comunità mondiale.

I territori del privato e del pubblico, del locale, della nazione, ciascuno con le proprie logiche e leggi, sembrano non essere più rigidamente marcati e sembra potersi profilare un altro luogo, quello che ancora Sassen chiama "regime internazionale dei diritti". E’ un salto oltre i confini dei territori che più frequentemente definiscono e identificano ciascuno di noi; è un salto verso un altro luogo dove può essere possibile una cittadinanza più civile.

Arrivo dunque a concludere: se costringeremo Pulcinella a parlare in pubblico, a dire a voce alta ciò che tutti sanno e i più tacciono, aiuteremo la resistenza contro l’omologazione e contro l’ingiustizia, che sono i peggiori portati della globalizzazione in corso; ed aiuteremo la ricerca di libertà e di civiltà, il tentativo di costruire rapporti tra gli esseri umani dove non abitano la subordinazione e la paura.

Praticheremo nuovi modi di dimorare nel mondo e di radicarsi in esso, forse un nuovo cosmopolitismo.

 

 

 INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE 

  1. Che cos’è la globalizzazione
  2. Il dibattito sulla globalizzazione è molto ampio. Ricordo solo alcuni titoli "classici": Arrighi G., Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano, 1999;

    Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna, 1999;

    Bauman Z., La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000;

    Giddens A., Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna, 2000

    Hirst P.-Thompson G., La globalizzazione dell’ economia, Editori Riuniti, Roma 1997;

    Ohmae K., La fine dello Stato-nazione, Milano, Baldini & Castoldi, 1996;

    Wallerstein I., Il sistema mondiale dell’economia moderna. I, Il Mulino, Bologna, 1978; Wallerstein I., Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Asterios, Trieste, 2000

    Rimando ad alcuni testi di sintesi, di agile lettura: Held D. – McGrew A., Globalismo e antiglobalismo, il Mulino, Bologna, 2001; Beck U., Che cos’è la globalizzazione, Carocci, Roma, 1999, Lafay G., Capire la globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 1998.

    Rimando inoltre al materiale relativo ai due cicli di incontri su Le molte mappe del globale, tenutisi a Vicenza nel 2001 e 2002, il primo dei quali disponibile in dattiloscritto a cura di P. Casara (Liceo Ginnasio "Pigafetta" – Casa di Cultura popolare), il secondo reperibile nel sito web del C.R.R.S. del Veneto; il presente testo nasce come contributo in questo contesto.

     

  3. Il genere come categoria storiografica
  4. Scott W. Joan, Il "genere": un’utile categoria di analisi storica, (1985), è un testo chiave nella discussione sulla categoria storiografica del gender; lo si legga ora nella raccolta di saggi sulle metodologie e sullo statuto della storia, a cura di Di Cori Paola, Altre storie. La critica femminista alla storia, CLUEB, Bologna, 1996; nella stessa raccolta, di rilievo per il problema globalizzazione, segnalo inoltre il saggio di Spivak Gayatri C., Gli Studi Subalterni: decostruire la storiografia (1985).

    Genere. La costruzione sociale del maschile e del femminile, a cura di Piccone Stella Simonetta e Saraceno Chiara, Il Mulino, Bologna, 1996 contiene contributi da e su parti del mondo diverse, oltre che una utile messa a fuoco dei concetti.

    In generale, nel panorama italiano, segnalo gli ormai numerosi e significativi lavori delle storiche della S.I.S. (Società Italiana delle Storiche) sia per quanto riguarda la ricerca storiografica in senso stretto sia per quanto riguarda la riflessione metodologica ed epistemologica sulla storia; per es. ricordo il "vecchio" Discutendo di storia. Soggettività, ricerca, biografia, Rosenberg & Sellier, Torino, 1990, o il recente Nuove parole, nuovi metodi. Soggettività femminile, ricerca e didattica della storia, Quaderni M.P.I., n. 32, Napoli, 2000 (in corso di stampa la seconda parte, 2001).

  5. Analisi economiche e sociali di genere sulla globalizzazione
  6. Ongaro Sara, Le donne e la globalizzazione. Domande di genere all’economia globale della ri-produzione, intr. di Siebert Renate, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001.

    Sassen Saskia, Globalizzati e scontenti. Il destino delle minoranze nel nuovo ordine mondiale, (1998), Il Saggiatore, Milano, 2002 contiene un’analisi economica, sociologica e culturale della "città globale" e degli esclusi/integrati della globalizzazione, …; di Sassen si vedano anche gli altri testi tradotti in italiano, tra cui segnalo Città globali, UTET, Torino, 1997, e Fuori controllo, Il Saggiatore, Milano, 1998.

    Wichterich Christa, The Globalized Woman. Reports from a future of Inequality, Zed Books, London, 1999 contiene un’analisi economica dettagliata basata su dati che "scorporano" lavoro maschile e femminile; si può leggere un abstract in italiano in www.womenews.net, accanto ad altri interventi utili di Campari Maria Grazia, Donini Elesabetta, Deiana Elettra in occasione della Marcia Mondiale delle donne (Punto G – Genere e Globalizzazione-, Genova, giugno 2001).

    Amartya Sen, Le donne sparite e la disuguaglianza di genere (1991), ora in Genere, cit. (Bologna, 1996) e in generale i molti testi tradotti in italiano del celebre nobel per l’economia, tra cui ricordo: Risorse, valori e sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, La disuguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna, 1994 o Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano, 2000.

    Altvater Elmar, Globalizzazione è maschio, in La Rivista del Manifesto, n. 2, gennaio 2000, analizza attraverso le categorie di spazio, tempo, denaro, lavoro.

    Pianta Mario, La globalizzazione dal basso. Economia mondiale e movimenti sociali, Manifestolibri, Roma, 2001 o anche Arrighi G., Hopkins T. H., Wallerstein I., Antisystemic Movements, Manifestolibri, Roma, 1992: entrambi trattano dello sviluppo di movimenti e richieste (anche femminili) antiautoritari nella globalizzazione.

     

  7. Analisi di genere su pubblico/privato, diritti, cittadinanza, …, e globalizzazione

 Pateman Carole, Il contratto sessuale, (1988), Editori Riuniti, Roma, 1997, propone un’analisi filosofica e politica della genesi e dei fondamenti del patriarcato moderno: rileggendo il contrattualismo classico, Pateman mostra come il contratto sociale stipulato tra uomini cancelli il contratto sessuale tra uomini e donne e istituisca così lo specifico patriarcato moderno, sostanzialmente ancora in vigore.

 Per un ripensamento in chiave non neutrale della dicotomia politica pubblico-privato si segnalano La sfera pubblica femminile, a cura di Gagliani D. e Salvati M., CLUEB, Bologna, 1992; Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, a cura di Bonacchi G. e Groppi A. Laterza, Roma-Bari, 1993; Zincone G., Cittadinanza, in Lessico della politica, a cura di Zaccaria G., Edizioni lavoro, Roma, 1996; al solito molto utile e molto chiara la pur "neutrale" spiegazione di Bobbio N. su pubblico/privato in Stato, governo, società. Per una teoria generale della politica, Torino, Einaudi, 1978.

 Tra i materiali di base relativi a Pechino segnalo:

Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna, Pechino 1995. Dichiarazione e Programma d’azione adottati dalla 4a Conferenza mondiale sulle donne: azione per l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1996;

Forum di Huairou. Dichiarazione delle ONG, in Il paese delle donne, 26 settembre 1995;

Ingrao Chiara e Scoppa Cristina (a cura di), Donne 2000. A 5 anni dalla Conferenza Mondiale di Pechino. Le cose fatte, gli ostacoli incontrati, le cose da fare. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2000 è il rapporto del Governo Italiano relativo alla Sessione ONU di New York, giugno 2000, in cui è stata esaminata la situazione del dopo-Pechino; su questo un’utile sintesi e commento di Mentasti Laura, Che genere di mondo. Una sessione dell’ONU sulle donne, in La Rivista del Manifesto, n.7, giugno 2000.

Società Italiana delle Storiche, A volto scoperto. Donne e diritti umani (a cura di Bartolini Stefania), interventi del convegno di Roma del 1999, mette bene a fuoco la questione del gender mainstreaming nel diritto internazionale, sia con contributi teorici sia con casi storici particolari; contiene bibliografia e indicazioni per reperire materiali vari.

Nussbaum Martha C., Diventare persone. Donne e universalità dei diritti. Il Mulino, Bologna, 2001: il titolo italiano traduce in modo pessimo il chiarissimo Women and Human Developement. The Capabilities Approach che invece rende conto del tentativo di rileggere la questione dei diritti in chiave di capacità umane fondamentali il cui sviluppo deve essere reso possibile. Si veda inoltre, con l’introduzione di Chiara Saraceno, Giustizia sociale e dignità umana, Il Mulino, Bologna, 2002.

Falk R., Per un governo umano, Asterios, Trieste, 1998 e Archibugi, Falk, Held, Kaldor, Cosmopolis. E’ possibile una democrazia sovranazionale?, Manifestolibri, Roma, 1993.

 

5) Proposte filosofiche sulla questione dell’identità

Segnalo infine, anche se non discusse nel percorso presentato, alcune proposte filosofiche.

Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, (1991), Feltrinelli, Milano, 1995 e Testimone_Modesta @ FemaleManÓ incontra_OncoTopoä . Femminismo e tecnoscienza, (1997), Feltrinelli, Milano, 2000, in cui l’autrice riflette sulla nostra complicità rispetto ai processi politici e scientifici in corso e quindi sulla necessità di rinunciare a pensare noi stessi tramite paradigmi identitari "puri" e "forti".

Braidotti Rosi, Soggetto nomade: femminismo e crisi della modernità, Donzelli, Roma, 1995 presenta in termini di "nomadismo" una prospettiva non lontana dall’idea di "identità multiple" e di "saperi situati" elaborata da Haraway.

Irigaray Luce, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, è un insieme di riflessioni in termini filosofici e politici sul tema della fondazione di forme di cittadinanza in cui la differenza sessuale entri in gioco, trovando quindi relazione e significazione, in un orizzonte cosmopolitico.