Questo scritto è il testo di una conferenza tenuta il 4 Febbraio 1998 al teatro Testoni di Bologna nell'ambito del "Seminario sulla fantasia e l'immaginazione" ideato e diretto dallo scrittore Stefano Benni. L'edizione del 1998 del "Seminario" era dedicata al tema "Immaginazione e libertà". Una precedente conferenza tenuto nello stesso Seminario è in Le immagini e la filosofia . Nella foto: la cometa Hale-Bopp.

 

Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia

Mario Trombino
Filosofia della libertà:
"Omnis determinatio est negatio"
[Vedi anche le voci: Creatività, Libertà, Rousseau ]


Alcuni luoghi della filosofia nella sua storia sono decisivi per il concetto di libertà. Uno, celeberrimo, è nel Contratto Sociale. Jean-Jacques Rousseau, l'uomo a cui guarda la Francia dell'89, scrive:

"Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi tutti formando un unico corpo riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto. (...) Affiché dunque il patto sociale non sia una vana formula, esso deve racchiudere tacitamente questo impegno, il quale solo può dare forza agli altri: che chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto da tutto il corpo; ciò non significa altro, se non che lo si costringerà ad essere libero"

Di tutte le aporie della libertà, questa è la più dura da accettare. Ti dicono:

"Sei libero!"

Tu dici:

"Non voglio esserlo!"

Ti rispondono:

"Non hai scelta: la libertà è la tua natura, tu sei libero".

E' forse necessario sottolineare che in questo uso del verbo essere sono racchiusi i più profondi problemi della metafisica? Infatti il luogo teorico di cui oggi trattiamo, la libertà, ci appare con i volti più diversi: si può dare o negare libertà ad un insieme politico, ad una scelta individuale, alla volontà o alla mente, alla persona o al sistema, a noi stessi o agli altri; ma qualunque sia la cosa che diciamo libera o teniamo nelle nostre mani perché non lo sia, è la libertà del nostro essere il problema filosofico che fa da sfondo a tutti gli altri.

Proverò a chiarire questo difficile concetto seguendo Rousseau. Nell'Emilio, il grande romanzo dell'educazione, la questione della libertà si pone sin dalle prime pagine, anzi, sin dalle prime righe, con la grande, antica metafora dell' "albero del suo giardino": educare, infatti, cos'è se non forzare la natura? Potare l'albero, dare una direzione ai suoi rami, come i nostri alberi da frutto disegnati a spalliera, subito qui fuori città, sulla via di Ferrara. Ora, sono io quell'albero e nei miei rami è disegnata la storia da cui provengo; ciascuno di voi è quell'albero e in ciascuno è disegnata la storia da cui proviene.

Ma l'assenza di educazione, la libertà pura della propria natura, è una astrazione da filosofi alle prime armi. Vediamo perché. Nella natura umana è forse iscritto un programma che diriga i rami del suo albero in una precisa direzione? Questa assenza, e non una qualche presenza, sarebbe allora la radice della libertà. Ciò che io sarò, non è determinato pienamente dalla mia natura, a nessuna età, non solo da giovani. La libertà sarebbe allora, in prima istanza, il campo di indeterminazione della mia natura: la mancata pienezza del mio essere. E questo significa, semplicemente, che la libertà pura non è la libertà di un uomo, perché l'uomo qui non c'è ancora. C'è solo la sua possibilità.

Se il mio essere, infatti, fosse completo, la determinazione della mia natura sarebbe completa. Sarei così, e non così, e non potrei essere diversamente. Addio libertà. Per alcuni aspetti è così. Infatti sono uomo, non donna, uomo del XX secolo, non del XV. Queste determinazioni rendono vano e vagamente ridicolo, come ogni ingenuità, l'anelito alla libertà pura: ma mi fanno essere quel che sono, mi permettono di esistere. E tuttavia, è soltanto questa la mia natura? E' tutta nel mio essere così e non altrimenti?

Problema filosofico tra i più ardui, certo ancora oggi gravemente irrisolto. Gravemente, perché finché Rousseau pensa di averlo risolto è un conto, quando pensa di averlo risolto un uomo politico o un partito politico è tutt'altro conto. Vale anche per Dio, questo discorso. Quando io penso di sapere chi egli sia, è un conto. Quando a pensarlo è un uomo politico, o un partito politico, allora è tutt'altro conto. Si uccide facile, in nome di una certa idea dell'uomo, come di Dio. O senza pensarci due volte, e sentendosi nel giusto, si crea un società dispotica, una famiglia dispotica, una scuola dispotica. O forse soltanto un amore dispotico, una storia sospesa tra ispiratabellezza e nientepiùlibertà. Anche tra innamorati. Persa la mente e lo sguardo negli occhi dell'altro, è facile il dispotismo del far valere i propri diritti perché "così è giusto". O il conflitto del "dovresti essere così, e non lo sei".

Il problema filosofico deriva semplicemente dal fatto che non sappiamo quale sia la natura dell'uomo. Se l'aporia della libertà, di cui Rousseau è il grande investigatore, definisce la nostra natura, allora la frase "Non hai scelta: la libertà è la tua natura, sei libero" è il fatto da cui partire. Lo chiarisce molto bene Rousseau quando nell'Emilio scrive:

"Vi sono due specie di dipendenze: quella dalle cose, che è della natura; quella dagli uomini, che è della società. La dipendenza dalle cose, non avendo alcuna legge morale, non nuoce affatto alla libertà, e non genera alcun vizio; la dipendenza dagli uomini, essendo disordinata, li genera tutti, ed è per essa che il padrone e lo schiavo si corrompono scambievolmente".

E corrompersi, nel linguaggio roussoiano, significa tradire la natura umana che per lui è libera, cioè indeterminata, e sarà l'educazione a determinarla e poi il tipo di società in cui si vive. Non c'è dunque bisogno di attendere l'hegeliana figura del servo-padrone per trovare l'immagine-emblema - che non è metafora, ma linguaggio proprio, esempio esemplare - della coppia dominante/dominato come luogo in cui per entrambi la libertà è finita. Figura su cui la sinistra non avrebbe mai dovuto smettere di riflettere, e lo ha fatto, relegando la filosofia in un campo che non le appartiene. Su questa coppia, e sul cerchio magico cui essa dà vita, più avanti torneremo.

Dunque, l'immagine metafisica della natura umana che deriva da questa tradizione di pensiero è chiaramente sdoppiata su due registri diversi:

- Da una parte c'è il registro delle determinazioni del qui e dell'ora, dell'identità "genetica" dell'uomo: uomo o donna, con questo o quel carattere, di questa o quell'età, con queste o quelle tendenze, e così via: tutto il campo di ciò che ciascuno è, la lunghissima mappa che una nostra ipoteticamente completa carta d'identità potrebbe riportare per identificarci. L'insieme delle nostre impronte digitali. Essere così, non altrimenti: il "sì, è lui" di ciascuno di noi.

Rousseau dice che questo non nuoce affatto alla libertà. Sarà, ma non mi ha mai convinto. Certo, è utopia desiderare di essere altrimenti da come si è, ma il pensiero che nella mia libertà non sia compreso ciò che avrei potuto essere, e non sono, mi sembra una cosa di cui chiedere qualche spiegazione a Dio, il giorno del giudizio. Anche se non è del tutto vero che avrei potuto esserlo, perché ne sarebbe derivato un altro io, non il "mio" io! E tuttavia, certo, la felicità è la piena adesione alla propria carta di identità - epicurei e stoici hanno tutte le ragioni per dirlo, e noi abbiamo splendide ragioni per tornare ai loro scritti immortali. Tuttavia, non di felicità qui parliamo, ma di libertà. E non è la stessa cosa. Affatto.

- Dall'altra parte c'è il registro della dipendenza dagli uomini. Quel registro che rende non manifestamente insensata la domanda fondamentale dell'etica: perché io devo obbedire alla legge di un altro? Domanda che, in forma meno kantiana, ma egualmente efficace, i bambini pongono più volte al giorno ai genitori e gli studenti più volte all'ora in qualsiasi aula scolastica a chi, come me, è chiamato a insegnar loro affinché imparino, sotto pena di un voto negativo, ad essere uomini liberi. Non piccola l'aporia della libertà, non è vero? Ma non è l'unica. Lo schiavo fuggitivo, da sempre, si sente in colpa.

Ora, ammettiamo che le cose che rendono libera o meno la vita siano tutte in questo secondo punto: la dipendenza dagli uomini. Non dobbiamo per questo essere ingenui: il padrone e lo schiavo si corrompono scambievolmente e la fuga di Elisa di là dal fiume col suo bambino nella "Capanna dello zio Tom" conviene al suo padrone che ha capitalisticamente molto torto a farla inseguire.

La libertà o è di entrambi o non è. Se si fosse più attenti a questa antica saggezza filosofica - che tornerà nell'hegeliana figura del servo-padrone - si comprenderebbe meglio che non vi può essere libertà per ciascuno di noi se non la cerchiamo per gli altri. Vale qui l'antica massima stoica sul bene. Sarò libero se non avrò persone da cui dipendo, sarò libero se non avrò persone che dipendono da me. Se non sarò né servo né padrone. Per questo la radice di ogni dittatura in politica è lo spirito di servitù, prima ancora dello stesso spirito di dominio.

E tuttavia questa è una cosa che capiamo benissimo perché molti di noi non sanno vivere se non cercandosi un padrone, qualcuno che indichi - e con chiarezza - la via; molti di noi non sanno vivere se non avendo qualcuno a cui indicare - e con chiarezza - la via. La libertà è dura, è solitudine, è responsabilità. Mi dicono: "scegli", e io non so cosa viene dopo, ma so che ne porterò la responsabilità. Allora voglio qualcuno che scelga per me. Libertà contro sicurezza, libertà contro coscienza tranquilla.

Perché accade? Ha molto ragione Spinoza nel dire che nulla accade senza una ragione. E intendo: senza una ragione metafisica, senza una ragione che si apparenti da vicino o da lontano alla sfera dell'essere e del nostro essere. Il punto è che se libertà è indeterminazione della propria natura, allora significa assenza di vincoli, di legami, e le immagini che la descrivono lo mostrano con chiarezza: le catene spezzate, la fuga, il bambino che gioca, le nuvole, una ragazza in minigonna, e così via. Immagini di libertà come eliminazione di vincoli, o come vita senza neppure sapere cosa siamo. A fianco di queste, altre immagini espressive, creative. Libertà come acqua zampillante, come eros, danza, gioco, espressione di sé nelle sere d'estate, come purezza del proprio io finalmente libero di produrre un mondo, un suo mondo. Libertà come creatività senza vincoli.

Si sarebbe tentati di dire che la libertà è l'essenza della vita stessa, nella sua più intima natura. Ma è tentazione a cui non soggiacere. La vita, lo sappiamo, crea legami. Del resto neppure l’arte, neppure le arti di cui qui si è fatto e si farà discorso, sono senza regola. La creatività dello scrittore non è forse la capacità di creare nuove regole, che nel loro insieme chiamiamo "stile"? La vita, come l'arte, è essa stessa nella sua più intima natura creatrice di legami. L'amore non è necessariamente figlio di libertà, non se non ci stiamo attenti. Figuratevi gli altri sentimenti, l'imprendibile colore multiforme e cangiante della vita, che sfugge ad ogni determinazione.

Ma la vita consiste nel determinare e determinarsi. La vita, infatti, come l'arte, nella sua più intima natura creando legami crea identità, secondo il grande principio spinoziano, che in realtà appartiene alla filosofia da Talete e Anassimando (l'arché è l'acqua, dunque non è un'altra cosa, le cose per esistere devono opporsi e pagare per esistere, nell'equilibrio dell'apeiron). Quale questo principio? Eccolo: Omnis determinatio est negatio, tutte le volte che qualcosa o qualcuno viene determinato in un certo modo, il prezzo da pagare è che non sarà determinato ad essere in altro modo, e a qualcos'altro o a qualcun'altro sarà negato questo diritto. Nell'amore l'intima fusione dei cuori e delle menti crea un cerchio magico da cui gli altri sono esclusi. In politica l'adesione ad una certa politica ne esclude un'altra; se voi parlate, io taccio, se io parlo, voi tacete. Omnis determinatio est negatio. La metafisica sarà una non scienza o scienza insensata o dell'insensatezza, ma francamente meglio guardarci dentro. Si imparano tante cose.

Le libere regioni della vita sono dunque quelle per cui ogni mia scelta è concepita con il preciso scopo di lasciare gli altri un po' più liberi. Ma non del tutto liberi, perché libertà assoluta è, semplicemente, il non esistere. La vita crea legami. Ma può farlo in tanti modi. Le libere regioni della vita sono quelle i cui legami permettono agli altri di elaborare nuove regole, cioè un loro stile, uno stile che esprima il loro, non il mio, essere.

Però quanto sia dura e scostante la libertà, quanti accidenti le si mandino se la si osserva da vicino, potremo osservarlo con degli esempi.

Una coppia: ti chiedo di essere libera, di seguire la tua natura. Di stare con me sentendoti sempre libera di non starci. Conoscete un atto d'amore più insensato di un discorso così? E se anche fosse, di fronte alla libera essenza di una donna, io uomo devo imparare ad essere libero dentro per starle accanto. La vogliamo davvero questa libertà?

Una struttura di lavoro: vi chiedo di essere colleghi e superiori in modo che tutti si sia liberi di essere ciò che siamo, di seguire la nostra natura. E adesso immaginate la scena alla riunione per decidere delle prossime ferie e delle prossime promozioni.

Una struttura sociale: vi chiedo di lasciarmi essere ciò che sono, qualsiasi sia la mia natura, vi chiedo di accettare che al mondo esistano la luna e il sole, ma con loro un infinito di stelle, tutte uguali da lontano, tutte diverse da vicino. E adesso immaginate le multiformi tendenze della vita manifestarsi per ciò che sono: un mondo di tutti diversi, difficile da immaginare il mattino in cui ti accorgi che i soprabiti dei tuoi allievi diciottenni appesi sul muro in fondo all'aula sono tutti uguali, persino nel colore.

Bisogna adesso che concluda con un'altra sfera della vita, la più intima e personale, quella in cui nessuno può penetrare: la vita interiore di ciascuno. Se la libertà è tutta, come vuole Rousseau, nel registro della dipendenza dagli uomini, e non in quello della dipendenza dalla natura, allora in questa sfera sarò libero se non seguirò gli uomini - neppure me stesso! Sarò libero se seguirò la mia natura. Ma la mia natura non è determinata in tutto come nel qui e nell'ora. Anzi, come abbiamo visto all'inizio, ha un vasto campo di indeterminazione.

E' per questo che da tempo, e forse sempre più, in quanto professore di filosofia mi interesso della cultura degli adulti e non solo della formazione dei giovani. Perché in questo campo di indeterminazione che ciascuno di noi è, nella sua più intima natura dai rami dell'albero del nostro giardino possono nascere frutti inattesi, inattesi anche a noi stessi. A tutte le età. Se mettete su carta i vostri pensieri in questo momento, scommetto che verranno fuori aspetti del vostro essere che avevate dimenticato. A ciascuno di noi, nella sua libertà, giudicare se un pensiero in arrivo vada lasciato correr via, o seguito. Perché il senso della vita, e quindi della libertà come carattere delle vita, e quindi del libero esprimersi di noi stessi, ebbene tutto questo è - per i filosofi, come per tutti gli altri uomini - avvolto nel più fitto mistero. Ma noi siamo creatori di stile, e l'uso del verbo "essere" va inteso nel senso che questa è, anche, la nostra natura.

Poiché nulla sappiamo del senso della vita, non ultima delle nostre libertà è dare un senso alla vita. E imparare a vivere non inseguendo sogni, ma afferrando i sogni quando passano. Le macchine spostamento terra sono più brave dei lemuri, sicché i nostri futuristi, come dal loro Manifesto, non sono meno legati allo "streben" di quanto non lo sia stato Goethe al suo tempo. So bene che senza dubbio deve essere difficile ciò che si trova tanto raramente. Infatti come potrebbe accadere, se la libertà fosse a portata di mano e si potesse trovare senza grande fatica, che essa fosse trascurata quasi da tutti? Eppure è qui, vicinissima, la libertà, tutto sta a saperla riconoscere! Certo però, sappiamo da tempo che tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare. Omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt.

Per gli amanti della precisione filologica, quest’ultimo pezzo del mio discorso è stata una libera citazione da Spinoza. Rifiutò una cattedra universitaria, una volta, per restare un uomo libero. Ecco, libertà contro potere e soldi: ditemi, cosa sceglierò la prossima volta che qualcuno mi offrirà la scelta? Voi cosa sceglierete? Non potete non scegliere. Siete liberi, no? E dunque un sistema per tenere insieme libertà, denaro e potere deve poter esistere. Non va cercato, va creato. Come lo stile di una poesia di Blues in sedici: Lisa prima non c'era, ora c'è (2). Ecco ritornare la metafisica: ogni determinazione è una negazione, ma la realtà non è data, non è determinata, è creare determinazioni, farle. Qui è in opera tutta la potenza dell'immaginazione, la facoltà che ci permette di completare ogni istante la realtà. Libertà è fuggire dal mondo dei sogni che non si avverano mai e quando lo fanno si rivelano incubi, libertà è l'immaginazione che da virtuale si attualizza immergendosi nel mondo, è lo sviluppo di un aspetto solo virtuale della propria personalità, connesso con una certa immagine di sé. Immaginazione contro sogno. Dunque l'uomo di fronte alla libertà, al potere e al denaro: consentitemi l'enfasi romantica, in chiusura, ma la mia generazione finora ha cercato e sognato una via per conciliarli, ora si tratta di immaginare e quindi creare una via, al confine tra due, che si biforcano. E questa, sempre per gli amanti della filologia, era una finta citazione da Marx, condita con una finta citazione dal maggio francese di tanti anni fa. Sognando, gli altri sono nel mio sogno, e starci per loro può essere un incubo. Immaginando, l'immagine possiamo forse operare in modo che nasca col contributo di tutti e sia condivisa. O almeno questo è, a mio avviso, uno dei compiti dell'intellettuale. Senza dimenticare l'antica, saggia massima che dice: "Non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Potrebbero avere gusti diversi."

 

Nota

(2) Il riferimento è alla raccolta di poesie di Stefano Benni da titolo Blues in sedici (Feltrinelli 1998).

 

 

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