Il Giardino dei Pensieri - Studi di Storia della Filosofia
Marzo 2000

V. Mathieu – A. Rizza
Dizionarietto filosofico adatto alle esercitazioni da assegnare agli studenti (parafrasi, ricerche, analisi testuali)
A - E
[F-L, M-R, S-Z]

Il Dizionarietto comprende una serie di concetti corredati da domande e da passi di filosofi che possono essere oggetto di riflessione e di analisi per gli studenti, o servire al docente per ampliare ed arricchire la propria lezione. Questi materiali sono annessi su dischetto ai volumi del corso di filosofia di Mathieu e Rizza dal titolo "Filosofia. Storia del pensiero e delle civiltà", in tre volumi, edito da Calderini (Bologna 1999) e qui riprodotti a partire dalle lettere A-E, cui seguiranno le successive con gli inserimenti dei prossimi mesi.  

 

ANIMA

Che cosa intendi per "anima"?

L’anima ha un luogo?

L’anima segue il destino del corpo?

Se l’anima sopravvive al corpo, dove dimora dopo la morte di quest’ultimo?

L’anima può fare a meno del corpo?

In quale senso l’anima è "pricipio del corpo"?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo Logos." (Eraclito).

"Dopo la morte attendono gli uomini cose che essi non sperano e neppure immaginano." (Eraclito).

"Anche le anime degli animali, di tutti gli animali, sono la medesima cosa, aria più calda di quella di fuori in cui viviamo, ma molto più fredda di quella che è presso il sole. Ora questo calore non è uguale in ciasun animale, e neanche in ciascun uomo, ma non differisce molto: differeisce quanto è possibile entro i limiti della somiglianza delle cose. […] Tuttavia tutti vivono e vedono e odono per opera del medesimo elemento, e anche l’intelligenza la derivano tutti dal medesimo." (Diogene di Apollonia).

"Vaticinio del Fato, decreto antico dei Numi, sempiterno, con ampi giuramenti suggellato, che se alcuno le membra insozzi di sangue colpevole, spergiuri empio, seguendo la Contesa, (alcuno dei demoni che ebbero in sorte vita longeva) errando vada dai beati per tre volte diecimila stagioni, e rinascendo nel tempo in ogni forma di esseri mortali, muti le dogliose vie della vita.
Perché la possa dell'etere li tuffa nel mare, il mare sulla terra li sputa, la terra nelle vampe del sole fulgente, che li lancia nei vortici dell'etere: l'uno dall'altro li accoglie e tutti li odiano. Uno d'essi ora sono anch'io, fuggiasco dagli dei ed errante, perché fede prestai nella furente Contesa. Perché fui un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto ed uccello e muto pesce del mare... Da quale onore e da quale ampiezza di felicità, qui fra i mortali m'aggiro, bandito dall'Olimpo!" (Empedocle).

"E non è bastato a Dio di prendersi cura del corpo, ma, ciò che è più grande ancora, ha immesso nell’uomo un’anima di meravigliosa potenza. C’è altra creatura la cui anima avverta l’esistenza deli dèi che hanno disposto cose tanto grandi e belle? Quale altra razza se non quella degli uomini venera gli dèi? Quale anima, più dell’anima umana, è capace di evitare la fame e la sete, il freddo e il caldo, di curare i mali, di mantenere la salute, di sforzarsi di apprendere, o è capace, infine, di ricordare quanto ha udito, visto, imparato? Non ti par chiaro che, rispetto agli altri animali, gli uomini vivono come dèi, disposti da natura a dominare con corpo e l’anima?" (Senofonte).

"- Poniamo dunque, se vuoi, egli soggiunse, due specie di esseri: una visibile e l'altra invisibile.
- Poniamole, rispose.
- E che l'invisibile permanga sempre nella medesima condizione e che il visibile non permanga mai nella medesima condizione.
- Poniamo anche questo, disse.
- Ebbene, che altro c e in noi, riprese Socrate, se non, da un lato; il corpo e, dall'altro, l'anima?
- Non c'è altro, disse.
- E il corpo a quale delle due specie di cose diremo che è più simile e più affine?
- E’ chiaro a tutti che è più simile e più affine alla specie visibile.
- E l'anima è visibile o è invisibile?
- Agli uomini, almeno, o Socrate, non è visibile, disse.
- Ma noi non stiamo ora parlando di cose visibili o invisibili alla natura umana? O tu pensi a qualche altra natura?
- Si, alla natura umana.
- Che cosa diciamo, dunque, dell'anima? Che è visibile o che non è visiblle?
- Che non è visibile.
- Allora è invisibile.
- Si.
- Dunque, l'anima è più simile all'invisibile che non il corpo; questo, invece, è più simile al visibile.
- Di necessità, o Socrate.
- E non dicevamo poco fa anche questo: che, cioè, quando l'anima si avvale del suo corpo per fare qualche indagine, servendosi della vista o dell'udito o di altra percezione sensoriale (infatti far ricerca per mezzo del corpo significa far ricerca per mezzo dei sensi), allora essa è tratta dal corpo verso le cose che non permangono mai identiche ed erra e si confonde e barcolla come ubriaca, perché tali sono appunto le cose cui si attacca?
- Certamente.
- Ma quando l'anima, restando in sé sola e per sé sola, svolge la sua ricerca, allora si eleva a ciò che è puro, eterno, immortale, immutabile, e, avendo natura affine a quello, rimane sempre con quello, ogni volta che le riesca essere in sé e per sé sola; e, allora, cessa di errare e in relazione a quelle cose rimane sempre nella medesima condizione, perché immutabili sono quelle cose alle quali si attacca. E questo stato dell'anima si chiama intelligenza.
- Perfetto!, disse. Ciò che tu dici è bello e vero, o Socrate.
- Orbene, in base alle cose dette prima e a quelle che ahbiamo dette ora, a quale delle due specie a te pare che l'anima assomigli di più?
- A me pare, o Socrate, che chiunque, anche il più duro di mente, debba ammettere, messo così sulla strada, che l'anima, sotto ogni rispetto, è più simile a ciò che è immutabile che non a ciò che non è immutabile.
- E il corpo?
- All'altro.
- Considera ora la questione anche aa quest'altro puntd di vista. Quando anima e corpo sono uniti insieme, la natura impone al corpo di servire e di lasciarsi governare e all’anima di dominare e di governare. Orbene, anche per questo rispetto, quale dei due ti pare simile a ciò che è divino e quale a ciò che è mortale? O non ti pare che ciò che è divino debba governare e comandare, e ciò che è mortale debba essere governato e servire?
- A me pare.
- Dunque l'anima a quale dei due assomiglia?
- E chiaro, o Socrate, che l'anima assomiglia a ciò che è divino e che il corpo assomiglia a ciò che è mortale.
- E ora osserva, o Cebete, se dalle cose che abbiamo dette non consegue che l'anima sia in sommo grado simile a ciò che è divino, immortale, intelligibile, uniforme, indissolubile, sempre identico a se medesimo, mentre il corpo è in sommo grado simile a ciò che è umano, mortale, multiforme, inintelligibile, dissolubile e mai identico a se medesimo. Abbiamo qualcosa da dire contro queste conclusioni, o Cebete?' O non è così?
- No, non abbiamo nulla da dire." (Platone).

"Certamente, sostenere che le cose siano veramente così come io le ho esposte non si conviene ad un uomo che abbia buon senso; ma sostenere che o questo o qualcosa simile a questo debba accadere delle nostre anime e delle loro dimore, dal momento che è risultato che l'anima è immortale: ebbene, questo mi pare che si convenga, e che metta conto di arrischiarsi a crederlo, perché il rischio è bello! E bisogna che, con queste credenze, noi facciamo l'incantesimo a noi medesimi: ed è per questo che io, da un pezzo, protraggo questo mio mito. E per questi motivi, deve avere ferma fiducia riguardo alla sua anima l'uomo che, durante la sua vita, rinunciò ai piaceri e agli ornamenti del corpo, giudicandoli estranei e pensando che facessero solo del male, e, invece, si curò delle gioie dell'apprendere, e, avendo ornato la sua anima non di ornamenti estranei ma di ornamenti che sono a lei propri, cioè di sapienza, giustizia, fortezza, libertà e verità, così aspetta l'ora del suo viaggio nell'Ade, pronto a mettersi in viaggio quando verrà il suo giorno." (Platone).

"L’anima, prima di concedersi al corpo, ha contemplato le armonie divine, e, calata ormai nel corpo, quando ascolta i canti che meglio osservino la divina traccia di armonia, si compiace e rammenta, grazie ad essi, l’armonia divina verso la quale si sente portata e con la quale si identifica, partecipandone nella misura che può." (Giamblico)

"E’ manifesto che il principio immediato della vita del corpo è l’anima. La vita si manifeste per alcune attività che variano nei diversi gradi dei viventi, ma l’anima è sempre il principio con cui sempre operiamo: l’anima infatti è il principio che ci fa nutrire, sentire e muovere nello spazio, ed è pure il principio che ci fa intendere. Dunque questo principio con cui conosciamo – lo si chiami intelletto o anima intellettiva – è la forma del corpo." (San Tommaso d’Aquino).

"Non è altro che un vano termine del quale non si ha alcuna idea e di cui un buon intelletto non deve servirsi se non per nominare quella parte che in noi pensa." (La Mettrie).

"Oggi chi si cura più dell’anima? Se la si menziona è solo per distrazione: il suo posto è nelle canzoni: soltanto la melodie riesce a renderla sopportabile, a farne dimenticare la vetustà. Il discorso non la tollera più: troppi significati ha rivestito, a troppi usi è servita, così si è sciupata, deteriorata, svilita […] Così non suscita ormai nelle nostre coscienze che quel rimpianto che s’accompagna alle belle glorie tramontate per sempre." (É. Cioran).

 

APPARENZA

Quale il rapporto tra apparenza e realtà? L’apparenza è sempre ingannevole?

L’apparenza è soltanto una manifestazione o un aspetto della realtà?

Perché l’apparenza desta meraviglia?

Perché alcuni suggeriscono di diffidare del fenomeno, mentre altri ne fanno l’unico aspetto conoscibile della realtà?

Nella vita di relazione che significato assume l’apparire?

Si deve essere sinceri, sempre e con tutti?

In che senso per alcuni, fenomeno ed apparenza non coincidono?

Quale distinzione si può fare tra fenomeno e fatto?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Odio l’apparenza che non è realtà. Odio il loglio per il timore che si confonda con il grano: odio la scioltezza di lingua per il timore che si confonda con la rettitudine; odio l’acredine di lingua per il timore che la si confonda con la schiettezza. Odio le vostre brave persone prudenti del paese per il timore che li si possa confondere con i veri virtuosi." (Confucio).

"Anche questo imparerai: come sia verosimilmente le cose apparenti per chi le esamini in tutto per tutto." (Parmenide).

"Tutto ciò che s’intende e si sente non è altro che l’apparizione dell’apparente, manifestazione dell’occulto." (Scoto Eriugena).

"Fate ogni cosa per parere buoni, ché serve a infinite cose: ma perché le opinioni false non durano, difficilmente vi riuscirà il parere lungamente buoni se in verità non sarete." (Guicciardini).

"Di tutti i fenomeni che ci circondano, il più meraviglioso è proprio l’apparire. Certo tra i corpi naturali alcuni contengono in sé gli esemplari di tutte le cose e altri di nessuna cosa. Di conseguenza se i fenomeni sono i principi per conoscere le altre cose, bisogna dire che la sensazione è il principio per conoscere gli stessi princìpi e che da essa deriva tutta quanta la scienza. Per indagare le cause della sensazione non si può perciò partire da altro fenomeno che non sia la sensazione stessa." (Th. Hobbes).

"Io non dico che i corpi paiano semplicemente essere esterni o che l’anima mia paia semplicemente data nella mia autocoscienza, quando affermo che le qualità dello spazio e del tempo, secondo le quali, come condizione della loro esistenza, pongo quelli e questa, sono nel mio modo di intuire e non in questi oggetti. Sarebbe un errore il mio, se facessi una pura parvenza di ciò che devo considerare come fenomeno." (I. Kant).

"L’apparire è la determinazione per mezzo di cui l’essenza non è essere ma essenza; e l’apparire sviluppato è il fenomeno. L’essenza non è perciò dietro o di là del fenomeno; ma perciò appunto che l’essenza è quel che esiste, l’esistenza è il fenomeno." (G. F. W. Hegel).

"Non ci sono ancora verità, ma ci sono dappertutto apparenze di verità molto buone." (Maeterlinck).

"E’ a Parmenide che si deve , filosoficamente, l’opposizione radicale – troppo radicale ed artificiale – tra ciò che appare e ciò che è. Se ne trova l’analogo nelle dottrine dell’India, ma da un punto di vista nettamente differente. Questa distinzione tra l’essere e l’apparire fenomenico non era sostenuto da un esame critico approfondito: perché per affermarla verbalmente e per realizzarla mentalmente, si è costretti a concepire nello stesso tempo il fenomeno come essere, e l’essere come rappresentazione soggettiva e fenomenica. In maniera tale che questa opposizione sarà essa stessa riconducibile ad altre, fino al punto in cui si vedrà che si deve porre il problema in termini meno puramente analitici ed astratti." (M. Blondel).

"Nel pensiero moderno l’esistente è stato ridotto alla serie delle apparizioni che lo manifestano […] L’essere di un esistente è precisamente ciò che appare." (J. P. Sartre).

"Un fatto è in un qualche modo un fenomeno bloccato, preciso, determinato, che ha dei contorni che possiamo scegliere e disegnare: esso implica una sorta di fissità e di relativa stabilità. Il fenomeno è il fatto in movimento , è il passaggio da un fatto a un altro, è il fatto che si trasforma istante per istante." (J. Lachelier).

"Il fenomeno è in qualche modo un fatto naturale; esso non comporta alcuna creazione, alcun apporto, nessun lavoro dello spirito. E’ per questo che goiustamente lo si chiama un fatto scientifico (per mostrare la parte che noi prendiamo alla sua creazione) e non appunto un fenomeno scientifico." (L. Boisse).

"Quale significato dell’espressione «fenomeno» è quindi da tener ben fermo il seguente: ciò che si manifesta in se stesso, il rivelato […] Questo manifestarsi lo definiamo come apparire. Anche in greco l’espressione phainomenon ha questo significato: ciò che ha l’aspetto di apparente. Soltanto perché qualcosa in virtù del suo senso, pretende in generale di manifestarsi, cioè di essere fenomeno, è possibile che essa si manifesti come qualcosa che non è, cioè abbia l’aspetto di un’apparenza. Noi riserviamo al termine «fenomeno» il significato positivo ed originario di phainomenon e distinguiamo fenomeno da apparenza, considerando quest’ultima come una modificazione privativa di fenomeno." (M. Heidegger).

 

ARTE

Un’opera d’arte ci spinge ad uscire fuori dal mondo o a meglio comprenderlo?

Quale il rapporto tra arte e relatà?

A quale realtà appartiene l’opera d’arte?

Riprodurre semplicemente la realtà è arte?

L’arte è catarchica?

Come si può giudicare la bellezza di un’opera d’arte?

Non si può discutere un gusto?

La rappresentazione stetica è menzognera?

La bellezza è in colui che guarda o nella cosa che si guarda?

In che senso l’arte è "consolatrice"?

In che senso l’arte procura piacere?

Quale rapporto intercorre tra arte e mistica religiosa?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"C’è salute quando c’è unità di coordinazione nel corpo, bellezza quando l’unità tiene unite le parti, virtù nell’anima quando l’unione delle sue parti raggiunge l’unità e l’accordo." (Plotino).

"Quale vanità che la pittura attragga l’ammirazione per la rassomiglianza delle cose di cui non si ammirano gli originali." (B. Pascal).

"L’arte non è la rappresentazione di una bella cosa, ma la bella rappresentazione di una cosa." (I. Kant).

"Tutte le arti sono uscite dal tempio." (Lamennais).

"E’ necessaria la religione per la religione, la morale per la morale, l’arte per l’arte." (Cousin).

"Gli artisti hanno interesse a che si creda alle intuizioni improvvise, alle cosiddette inspirazioni; come se l’idea dell’opera d’arte, dei poemi, il pensiero fondamentale di una filosofia, cadesse dal cielo come un raggio della grazia. In realtà l’immaginazione del un buon artista o del buon pensatore produce costantemente del buono, del mediocre e del brutto, ma il suo giudizio, estremamente acuto, esercitato, rigetta, sceglie, combina: così, ce ne rendiamo conto oggi, dopo aver visto gli appunti di Beethoven, che ha composto poco a poco le sue magnifiche melodie e le ha, in un certo modo, scelte da molteplici abbozzi. Colui che discerne meno severamente e si abbandona volentieri alla memoria riproduttrice potrà, in certe condizioni, divenire un grande improvvisatore; ma l’improvvisazione artistica è un livello più basso rispetto alle idee artistiche scelte con serietà e con pena. Tutti i grandi uomini sono dei grandi lavoratori, infaticabili non solamente ad inventare, ma anche a respingere, passare al setaccio, modificare, arrangiare." (F. Nietzsche).

"L’arte vola intorno alla verità, ma con la volontà ben ferma di non bruciarsi." (F. Kafka).

"Questo termine due sensi simmetricamente inversi, a partire da una radice comune. L’artifex, è l’uomo che incarna un’idea, fabbricando un essere non fornito dalla natura, un artificiatum come dicevano gli scolastici. Ma o questa creazione è subordinata ai nostri fini pratici; oppure essa ci subordina a dei fini ideali, e soddisfa, se così si può dire, dei bisogni non utilitari: Da qui, per ibridazione di questi caratteri primitivi dell’arte, l’aspetto magico, pseudo religioso, idolatrico che ha assunto agli inizi stessi dell’umanità; da qui la devozione dell’artista alla sua opera; da qui il culto mistico dell’arte tra i popoli civili." (M. Blondel).

 

ASTRAZIONE

L’uomo può attingere direttamente le cose con la sua mente?

Oltre la sensibilità abbiamo accesso alle cose?

Al di fuori della sensibilità abbiamo contatto con la realtà intima delle cose?

Dopo aver considerato i barni sull’astrazione in San Tommaso sulla Trama testuale, pensi di aderire alla sua posizione. Se si, perché? Se no, perché?

Quale la posizione di Kant a riguardo?

Non trovi curiosa la posizione di Hegel? Che cosa intende egli veramente per astratto e per concreto?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"La conoscenza sensibile consiste infatti nell’assumere le forme sensibili senza la materia come la cera assume l’impronta del sigillo senza il ferro o l’oro di cui esso è composto." (Aristotele).

"La limitazione della nostra mente fa sì che non possiamo comprendere le cose composte se non considerandole nelle loro parti e contemplando le facce diverse con cui esse ci fronteggiano: ciò è quello che si suole generalmente chiamare conoscere per astrazione." (Logica di Porto Reale).

Mediante l’astrazione le idee tratte da esseri particolari diventano le generali rappresentanti di tutti gli oggetti della stessa specie e i loro nomi diventano nomi generali, applicabili a tutto ciò che esiste ed è conforme a tali idee astratte […] Così, venendo oggi osservato nel gesso o nella neve lo stesso colore che ieri lo spirito ha ricevuto dal latte, esso considera quel solo aspetto e ne fa la rappresentazione di tutte le altre idee dalla medesima specie; e avendogli dato il nome «bianchezza» con questo suono significa la medesima qualità, dovunque essa venga immaginata o incontrata; e così vengono composti gli universali, sia che si tratti di idee, sia che si tratti di termini." (J. Locke).

"In una logica trascendentale noi isoliamo l’intelletto (come sopra, nell’Estetica trascendentale, la sensibilità) e rileviamo di tutta la nostra conoscenza soltanto la parte del pensiero che ha la sua origini unicamente nell’intelletto." (I. Kant).

"Il pensiero astraente non si può pensare come porre da parte la materia sensibile, che non sarebbe danneggiata da ciò nella sua realtà; è piuttosto il superare e ridurre questa materia, che è semplice fenomeno, all’essenziale, il quale soltanto si manifesta nel concetto." (G. F. W. Hegel).

"Soltanto il concreto è il vero, l’astratto non è il vero." (G. F. W. Hegel).

 

ATEISMO

E’ possibile addurre prove sirca l’esistenza di Dio?

E’ possibile addurre prove circa la non esistenza di Dio?

E’ possibile un ordine sociale in una società senza Dio?

Che cosa intendiamo per agnosticismo?

Che cosa intendiamo per deismo?

Perché secondo te, J. Locke esclude dalla tolleranza gli atei?

Che cosa s’intende per ateismo materialistico, scettico, panteistico e pessimistico?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Se esistono, gli dèi sono viventi, se viventi sentono. Se sentono, ricevono piacere e dolore. E se ricevono dolore sono capaci di turbamento e mutazioni in peggio; e così sono mortali." (Carneade).

"Né la parola data né i patti e i giuramenti, che sono i vincoli della società umana, possono essere stabiliti o essere sacri: eliminato Dio, anche soltanto col pensiero, tutte queste cose cadono." (J. Locke).

"Se si mostra la causa di ciascun individuo di una collezione che comprende venti individui, è assurdo poi domandare la causa dell’intera collezione che è stata già data con le cause particolari. Questo vuol dire che non ha senso domandarsi la causa del mondo nella sua totalità. Maggior valore ha lacausa fisico-teologica; ma esso può consentire soltanto di risalire ad una causa proporzionata all’effetto; e poiché l’effetto, cioè il mondo, è imperfetto e finito, la causa dovrebbe essere altrettanto imperfetta e finita. Ma se la divinità si riconosce imperfetta e finita, manca il motivo per riconoscerla unica. Se una città può essere costruita da più uomini, perché l’universo non potrebbe essere stato creato da più dèi o demoni?" (D. Hume).

"Il deista è un ateo con il beneficio d’inventario." (H. de Balzac)

"Credo nella religione del dubbio. Ecco, questa è la mia religione." (Gobetti).

"Lasciate che siano gli atei a dire cos’è l’ateismo e non preoccupatevi d’insegnarlo." (Gramsci).

"Se Dio esiste l’uomo è nulla: ma se l’uomo esiste dovè Dio?" (J. P. Sartre).

"L’ateo assoluto sta sul penultimo gradino della fede perfetta." (Dostoevskij).

"L’ateismo ben compreso è l’espressione necessaria di una spiritualità che ha esaurito le sue possibilità religiose, ed è perfettamente compatibile con un autentico desiderio di religione." (O. Spengler).

 

AUTORITA’

L’autorità si distingue dal potere?

L’autorità si deve accompagnare alla costrizione ed alla forza?

Si serve chi ha il potere, mentre l’autorità è essa stessa un servizio?

Quando l’autorità si logora?

Autorità ed impegno morale sembrano necessariamente unite, mentre non così potere e morale. Perché?

L’autorità può essere solo di una persona e non di una legge o di un’assemblea?

Autorità e legittimità.

Potere e forza.

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Non è buono il comando di molti: a comandare sia uno soltanto." (Iliade).

"Chiunque è capo sia ponte." (antico detto gallese).

"L’asino ha bisogno di nerbate e il popolo deve essere retto con la forza: questo lo sapeva bene anche Dio, che perciò diede in mano all’autorità una spada, non già una coda di volpe." (M. Lutero).

"Dobbiamo assolutamente evitare di disprezzare e violare quell’autorità sovrana che è congiunta alla venerabile maestà dei magistrati, e che Dio stesso ha sancito con severissimi decreti, quand’anche sia rappresentata da persone del tutto indegne." (G. Calvino).

"La fedeltà o sottomissione all’autorità suprema ha, se praticata universalmente insieme con le altre virtù, una connessione necessaria con il benessere dell’intera umanità: per conseguenza essa è un dovere morale o una branca della religione naturale." (G. Berkeley).

"E’ più di un consiglio e meno di un comando, un consiglio all’ottemperanza al quale non ci si può convenientemente sottrarre." (Th. Mommsen).

"Il capo non può essere solo colui che prende il potere. E’ molto più di questo: egli incarna il gruppo, il gruppo in lui si riconosce, ed egli serve da mediatore verso il misterioso fenomeno del potere." ( J. Ellul).

"La possibilità di trovare obbedienza presso certe persone ad un comando che abbia un certo contenuto." (M. Weber).

"La gerarchia si trasforma, ma sussiste pur sempre nelle società che in apparenza proclamano l’uguaglianza degli individui." (V. Pareto).

"Nell’etimologia di autorità è dunque inclusa l’idea che nell’uomo si realizza l’humanitas quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale; la libertà dell’uomo, come potere di attenzione e non di creazione, consiste infatti nella capacità di subordinarsi a questo superiore principio di liberazione." (A. Del Noce)

 

AZIONE

Perché agire?

In quale rapporto stanno azione e contemplazione?

Il fine dell’agire è il bene? Sempre?

L’uomo è le cose che fa?

In quale rapporto stanno azione e progetto?

Come si valuta un’azione? Per l’intenzione? Per l’efficacia? Per il successo?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"No fare nulla e vedrai che nulla vi sarà che non sarà fatto." (Lao-tzu).

"Proprio in vista di quel che pare bene, tutti compiono tutto." (Aristotele).

"Ciò che si può rimandare utilmente, si può ancora più utilmente abbandonare." (Epitteto)

"E’ l’atto di questo in quanto questo agisce su quello." (San Tommaso d’Aquino).

"[…] mi pare da credere che l’uomo sia nato, certo non per marcire giacendo, ma per stare facendo." (L. B. Alberti).

"Gli uomini devono sapere che in questo teatro della vita umana solo a Dio e agli angeli conviene essere spettatori." (F. Bacone).

"Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso: agire fuori di me. Più io agisco, più mi sento felice." (J. G. Fichte).

"Per lo spirito, essere è agire." (K. Von Humbdolt).

"Colui che agisce è sempre senza coscienza: non ha coscienza se non chi contempla." (J. W. Goethe).

"Le azioni sono giuste in proporzione alla felicità che procurano, sbagliate in proporzione all’opposto di felicità che procurano." (J. S. Mill).

"E’ sintesi del volere, del conoscere e dell’essere." (M. Blondel).

"Colui che si è filosoficamente educato e disciplinato avverte senz’altro e distingue quella che è l’ora del conoscere e quella che è l’ora del fare." (B. Croce).

"Un uomo deve sapere che razza d’uomo è prima di agire." (L. Wittgenstein).

 

BELLEZZA

E’ bello solo ciò che piace?

Cosa ha a che fare la bellezza con la proprzione?

Il bello si coglie oltre le apparenze o queste lo rivelano?

Il bello, il vero ed il buono sono in connessione?

In che cosa consiste l’attrazione che la bellezza esercita su di noi?

Il belloè una perfezione sensibile?

Il bello è una perfezione espressiva?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico:

"Misura giusta e e proporzione si trovano ovunque vi siano bellezza e perfezione." (Platone).

"Come nel corpo esiste un’armonia di fattezze ben proporzionate congiunta con un bel colorito, che si chiama bellezza, così per l’anima l’uniformità e la coerenza delle opinioni e dei giudizi congiunta a una certa fermezza e immutablità, che è conseguenza delle virtù o contiene l’essenza delle stessa virtù, si chiama bellezza." (Cicerone).

"La bellezza è, vorrei dire, qualcosa di semplice che cinge, quasi non materia, le cose." (Plotino).

"E’ il bene che fornisce la bellezza a tutte le cose." (Plotino).

"Consiste in una qualche concordanza di parti con una certa soavità di colore." (Sant’Agostino).

"La bellezza non è una qualità intrinseca alle cose in sé, esiste solo nella mente di chi le contempla: ogni mente percepisce una differente bellezza. Qualcuno può addirittura percepire la deformità laddove un altro percepisce la bellezza." (D. Hume).

"Ciò che è riconosciuto senza concetto come oggetto di un piacere necessario." (I. Kant).

"Ognuno chiama piacevole ciò che lo soddisfa, bello ciò che gli piace, buono ciò che apprezza o approva, ciò a cui dà un valore oggettivo. Il piacere vale anche per gli animali irragionevoli; la bellezza solo per gli uomini nella loro qualità di esseri animali, ma ragionevoli, e non soltanto in quanto essi sono ragionevoli ma in quanto sono nello stesso tempo animali. Il buono ha valore per ogni essere ragionevole in genere." (I. Kant).

 "Il bello si definisce come l’apparizione sensibile dell’idea." (G. F. W. Hegel).

 "Se tutte le nostre donne dovessero diventare belle come la Venere dei Medici, per un certo periodo noi ne saremmo incantati: ma presto cominceremmo a desiderare qualcosa di diverso e, ottenuto questo, vorremmo vedere accentuarsi certe caratteristiche che modifichino i criteri vigenti." (Ch. Darwin).

 "L’amore per la propria persona è forse il segreto della bellezza." (S. Freud).

 "L’uso danneggia e perfino distrugge la bellezza. La più nobile funzione di un oggetto è di essere contemplato." (M. de Unamuno).

 "Un velo di mestizia par che avvolga la Bellezza, e non è velo, ma il volto stesso della Bellezza." (B. Croce).

 "Ci sembra lecito ed opportuno definire la bellezza espressione riuscita o meglio espressione senz’altro, giacché l’espressione quando non è riuscita, non è espressione." (B. Croce).

 "Un piacere considerato come la qualità di una cosa". (G. Santayana).

 

BENE-MALE

Quale la consistenza ontologica del male?

Quale la consistenza del Bene?

Il bene è ciò che è per noi utile? O l’utile è soltanto un aspetto, non necessario, del Bene?

Il Bene rivela qualcosa d’altro?

Il male è "ignoranza"?

Si può togliere il male dal mondo?

Il male è originario o come si introduce nel mondo?

Se l’uomo "per natura" desidera il bene e la felicità, da dove gli viene il male e la sofferenza?

E’ buono ciò che piace?

Ciò che vien considerato bene o male, in un certo senso dipende dal tempo, ma anche in ogni senso?

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico:

"Non c’è niente che sia assolutamente buono e niente che sia assolutamente cattivo." (Mahabharata).

"C’è un principio del bene che ha generato l’ordine, la luce e l’uomo; e un principio del male che ha generato il caos, la tenebra e la donna." (Pitagora).

"Gli dèi danno agli uomini ogni bene, ora e sempre: tutto quanto è male, dannoso o inutile, non viene dagli dèi; sono gli uomini che vi inciampano per ignoranza e cecità dell’intelletto." (Democrito).

"Il bene differisce in questo dalle altre cose: che l’essere animato il quale ne abbia il possesso libero e intero, non interrotto fino alla fine, non ha bisogno di alcuna altra cosa: nel bene egli ha perfettissima sufficienza." (Platone).

"- Forse, Socrate, il bene più indiscutibile è la felicità.
- A meno che non la si componga di beni discutibili, Eutidemo.
- E quali dei beni che costituiscono la felicità sarebbe discutibile?
- Nessuno, purché non vi includiamo la bellezza, la forza, la ricchezza, la /ama e altro di simile.
Eppure bisogna includerli, disse: come si potrebbe essere felici senza?
- Per Zeus, esclamò Socràte, ma allora vi includeremo ciò da cui provengono tanti disagi agli uomini. Molti per la loro bellezza sono rovinati da quanti perdono la ragione di fronte ~ una persona leggiadra: molti, fidando nella loro forza, mettono mano a opere troppo grandi e incorrono in non piccoli mali: molti, svigoriti dalla ricchezza, periscono nelle insidie cui si espongono; molti per la fama e la potenza politica soffrono grandi disgrazie." (Senofonte).

"In generale, dunque, dissi io, tutti quelli che prima dicevamo beni non pare che di loro natura si possano chiamare beni di per se stessi, ma piuttosto ci risulta così: se son diretti dalla ignoranza si rivelano mali maggiori dei loro contrari, perché più capaci di servire ad una cattiva direzione; se invece sono governati dal giudizio e dalla scienza, sono beni maggiori; per se stessi né gli uni né gli altri hanno valore.
Ed egli: Pare che sia come tu dici.
E che si deduce dunque da queste premesse? che tutto il resto non è né bene né male e delle due cose che rimangono la scienza è un bene, l'ignoranza un male." (Platone).

"Il maggior bene è l’avere fortuna; il secondo, non minore, però, è avere senno: la mancanza di questo rende vano quello." (Demostene).

"Il bene della materia è la forma; il bene del corpo è l’anima; il bene dell’anima è la virtù." (Plotino).

"Dio è bene. Quindi i mali non sarebbero se non fosse bene che vi siano." (Sant’Agostino).

"[non è una sostanza] perché l’essere, per quanto in piccolo grado, è un bene per sé." (Sant’Agostino).

"Dio non permetterebbe il male se non fosse così onnipotente e buono, da trarre anche dal male un bene." (San Tommaso d’Aquino).

"Ed è meglio e più perfetto che in tutta l’universalità delle creature sia contenuti deli enti che possano declinare dal bene, e che perciò a volte lo facciano. Questo Dio non lo impedisce, poiché non è proprio della Provvidenza distruggere la natura, bensì conservarla." (San Tommaso d’Aquino).

"Se si sottraesse il male a qualche parte dell’universo, la sua perfezione sminuirebbe notevolmente, poiché la sua bellezza sorge dalla ordinata congiunzione dei beni e dei mali, dato che i mali provengono da certi beni deficienti e tuttavia da essi procedono altri beni per la Provvidenza divina, così come l’interposizione di silenzi rende più piacevole la melodia." (San Tommaso d’Aquino).

"In quanto la volontà tende naturalmente al bene conosciuto come al proprio oggetto e al proprio fine, è impossibile che una qualche sostanza intellettuale abbia una volontà malvagia secondo natura a meno che il suo intelletto non erri circa il giudizio sul bene […] E’ impossibile però che vi sia un intelletto che venga meno per sua natura nel giudizio del vero. Perciò è impossibile che vi sia una qualche sostanza intellettuale che abbia una volontà puramente malvagia." (San Tommaso d’Aquino).

"Ogni mente razionale naturalmente desidera la felicità in modo indeterminato e universale, e riguardo a questo non può venir meno; ma nel particolare non c’è un determinato movimento della volontà della creatura a cercare la felicità in questo o in quello. E così nel desiderare la felicità qualcuno può peccare, se lo cerca dove non deve cercarla, come colui che cerca nei piaceri la felicità; e lo stesso rispetto a tutti gli altri beni finiti." (San Tommaso d’Aquino).

"L’uomo chiama buono l’oggetto del suo appetito o del suo desiderio, cattiovo l’oggetto del suo odio o della sua avversione, vile l’oggetto del suo disprezzo. Le parole bene male sono sempre riferite a chi le usa: nulla esiste che sia semplicemente ed assolutamente tale e non c’è nessuna norma comune per il bene e per il male che derivi dalla natura delle cose." (Th. Hobbes).

"Ciascuno chiama bene ciò che gli procura piacere e male ciò che gli procura dispiacere." (Th. Hobbes).

"Noi non ci proponiamo, vogliamo, desideriamo, bramiamo una cosa perché la giudichiamo buona; ma al contrario giudichiamo buona una cosa per il fatto che la proponiamo, vogliamo, desideriamo, bramiamo." (B. Spinoza).

"Ciò che è atto a produrre in noi piacere chiamiamo bene, e ciò che è atto a produrre pene chiamiamo male." (J. Locke).

"Il bene è ciò che mediante la ragione, piace per il suo puro concetto. Chiamiamo qualcosa buona o utile quando essa piace solo come mezzo; quella che invece piace per se stessa, la diciamo buona in sé. In entrambe è sempre contenuto il concetto di uno scopo, il rapporto della ragione con la volontà, e per conseguenza il piacere è legato all’esistenza di un oggetto o di un’azione, vale a dire a un interesse." (I. Kant).

"Contraddizione che si consuma e si annienta in se stessa." (F. W. Schelling).

"La parte cattiva produce il movimento della storia, producendo la lotta. Nella vita, e allo stesso modo nella storia, la putrefazione è infatti il laboratorio dell’esistenza." (K. Marx).

"[In origine] Adamo non ignora la differenza tra il bene e il male: semplicemente questa differenza non esisteva affatto." (Chestov).

"Il bene o valore morale non è altro che la realtà spirituale nella sua idealità, come produzione di se stessa o libertà." (G. Gentile).

"Bene e male non intervengono che attraverso il soggetto." (L. Wittgenstein).

 

CARITA’

Per quali caratteristiche la carità cristiana differisce dall’eros platonico?

La carità, amicizia con Dio, è un dono? Confronta le posizioni di San Tommaso e di Lutero.

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Se io parlassi le lingue deli uomini e deli angeli, e non avessi la carità, non sarei che un bronzo sonante o un cembali squillante. E se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e se avessi tutta la fede fino a trasportare le montagne, e mi mancasse la carità, non sarei nulla. E quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutto il mio, e dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi la carità, non ne avrei alcun giovamento. La carità è paziente, è benigna; la carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio; non fa nulla di sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non tiene conto dei torti ricevuti, non si rallegra per l’ingiustizia, ma gode della verità; tollera ogni cosa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non viene mai meno; le profezie avranno fine, le lingue cesseranno, la scienza finirà; poiché imperfettamente conosciamo e imperfettamente profetiamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto sarà rimosso quello che è imperfetto. Quand’ero bambino, parlavo come un bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma divenuto uomo ho smesso i costumi da bambino. In questo momento noi vediamo attraverso uno specchio oscuramente; allora vedremo faccia a faccia; ora io conosco imperfettamente, allora conoscerò per intero, come anch’io sono conosciuto. Ora soltanto queste tre cose perdurano: fede, speranza e carità, ma la più grande di tutte è la carità." (I Corinti, 13).

"Questa società dell’uomo con Dio [l’amicizia con Dio, la carità], che è quasi una conversazione familiare con Lui, comincia nella vita presente mediante la grazia e si perfeziona nel futuro mediante la gloria; ed una cosa e l’altra sono tenute dalla fede e dalla speranza." (San Tommaso d’Aquino).

 

COMUNICAZIONE

Quale rapporto ti pare intercorrere tra potere e comunicazione?

Che cosa può deviare la comunicazione?

Quale il rapporto tra realtà e comunicazione? Quale la sua reale stabilità?

Cosa rischia di divenire l’immagine della relatà nella comunicazione? Ci avvicina o ci allontana dalla realtà?

Una democrazia di massa di per sé è assolta dall’uso che fa della comunicazione?

E’ sempre giusto e saggio che la comunicazione si pieghi al gusto delle masse? Perché deve scendere al livello più basso invece di elevare?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"La comprensione non è un’operazione diversa dalla visione; ma indica relazione al traguardo come ormai raggiunto. Cosicché la visione stessa, oppure l’oggetto della visione in quanto presente, è oggetto della comprensione." (San Tommaso d’Aquino).

"Tutte le sostanze intanto che esistono simultaneamente, formano una comunità universale, cioè a dire: un’azione reciproca." (I. Kant).

"Vorrei piuttosto essere guardiano di porci e da loro farmi capire, che essere poeta ed essere fraiteso dagli uomini." (S. Kierkegaard).

"Consente l’immagine stabile della fugace realtà del mondo; qualche volta si realizza tradendo l’esattezza e l’autenticità, ma sempre con risparmio di fatica e di mezzi." (E. Mach).

"[La tecnica della comunicazione] sta trasformando tutti gli aspetti della vita , sta cambiando il come, il dove viviamo e il che cosa facciamo, sta modificando la nostra cultura passata, presente e futura. Sta trasformando insomma ciò che viene chiamata realtà." (J. R. Pierce).

"Ciò che non si realizza nella comunicazione non esiste; infatti la verità comincia a due." (K. Jaspers).

"In quest’ultima [nella comunicazione esistenziale] si costituisce l’articolazione dell’essere insieme comprendente. Essa realizza la partecipazione della situazione emotiva comune e della comprensione propria dell’essere insieme. La comunicazione non è il trasferimento di esperienze vissute – opinioni o desideri – dall’intimo di un soggetto all’intimo di un altro. L’esserci insieme è rivelato essenzialmente nella situazione emotiva comune e nella comune comprensione." (M. Heidegger).

"Una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio delle immagini una provocazione alla riflessione critica e non tanto un invito all’ipnosi." (U. Eco).

"Se c’è un potere informatico, questo è proprio il potere del capitale d’impadronirsi di questo mercato." (J-F. Lyotard).

 

CONOSCENZA

Nella conoscenza sono implicati sempre un soggetto ed un oggetto?

Quale effettivo accesso abbiamo presso un qualsiasi oggetto?

Oggetto della conoscenza sensibile ed oggetto della conoscenza intellettiva coincidono?

La conoscenza è un immagine dell’oggetto?

La conoscenza prende l’intima sostanza dell’oggetto?

La conoscenza è per l’oggetto ciò che una carta geografica è per un territorio?

Gli elementi della conoscenza coincidono con quelli dell’oggetto?

Quale il possibile rapporto tra conoscere e potere?

La conoscenza è influenzata dalla volontà? In che rapporto stanno conoscenza e volontà?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"E con quali mezzi, di grazia, può conoscersi il conoscitore?" (Vedanta).

"Sapere e non sapere: ecco il sublime; non sapere e sapere: ecco il malanno." (Lao-Tzu).

"L’uomo deve riconoscere di essere lontanissimo dalle cose come veramente sono. E dev’essere chiaro che è estremamente difficile conoscere conforme a verità come sia costituito ogni singolo oggetto." (Democrito).

"la conoscenza non è un pensiero particolare, ma essa piuttosto asporta tutti i veli, ed è disinteressata e corre nuda incontro a Dio fino a toccarlo e ad abbracciarlo." (J. Eckhardt).

"Si conosce facendo." (G. B. Vico).

"Tutto l’apparato della conoscenza ha per scopo il potere." (F. Nietzsche).

"Siamo ignoti a noi stessi, uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi." (F. Nietzsche).

"Dal punto di vista del materialismo moderno, del marxismo cioè, i limiti di approssimazione delle nostre conoscenze alla verità obiettiva, assoluta, sono storicamente relativi, ma l’esistenza di questa verità è incontestabile, com’è incontestabile il fatto che noi ci avviciniamo ad essa." (N. Lenin).

"Tutta la nostra conoscenza è interpretazione, ed è quindi in ogni caso ipotetica." (K. R. Popper).

 

CORPO

Nella tradizione orientale come viene considerato il corpo?

Come viene considerato il corpo nella tradizione platonica ed in quella aristotelica?

In che senso l’avvento del Cristianesimo rivaluta il corpo?

Il corpo e l’anima nella mentalità moderna.

L’uomo è soltanto un "tubo digerente" come afferma Feuerbach?

L’uomo è soltanto ciò che mangia o non mangerebbe se già non fosse?

Il corpo è semplicemente, ed in tutti i sensi, "strumento dell’anima"?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Il corpo è dolore poiché esso è il luogo del dolore; i sensi, gli oggetti, le percezioni sono patimento, poiché essi conducono al patimento; anche il piacere è patimento, poiché ad esso tien dietro il patimento." (Samkya-Sutra, testo indiano sacro).

"La sola forza del corpo senza l’apporto della capacità ragionativa non rende migliore l’anima." (Democrito).

"Nobiltà e dignità, viltà e servilismo, prudenza e intelligenza, insolenza e volgarità si riflettono nel volto e negli atteggiamenti del corpo, sia esso in quiete o in movimento." (Senofonte).

"Il corpo è la scura prigione, la morte vivente, il cadavere provvisto di sensi, la bara che tu porti attorno a te, la tomba che tu ti rechi appresso, il compagno ruffiano che ti odia nell’amarti e nell’odiarti ti invidia." (testo gnostico del III sec. D. C.).

"E’ qualcosa che si fa sensibile al primo intuito: e l’anima, quasi intendendo, l’esprime; e riconoscendola l’accoglie e, per così dire, le si adagia accanto." (Plotino).

"Il corpo diviene bello per via di comunione con una forma razionale di origine divina." (Plotino).

"Abbiamo visto che le anime deli uomini sono immortali; quindi restano separate dai corpi dopo la morte. Ma sappiamo pure che l’anima ha la tendenza naturale a stare col corpo, poiché di suo è forma del corpo; perciò lo starne divisa è contro la sua natura. Ora niente che sia in contrario alla natura può durare in perpetuo; quindi l’anima non resterà sempre divisa dal corpo. Essa infatti è immortale e per questa prerogativa dovrà un giorno ricongiungersi al suo corpo. Questo non è altro che la resurrezione. Si è pure dimostrato che l’uomo per naturale desiderio, tende alla felicità, che è l’ultima perfezione dell’uomo. ma chiunque è privo di una cosa appartenente alla sua perfezione, non ha ancora la felicità perfetta, perché il suo desiderio non è del tutto appagato. Infatti ogni essere imperfetto brama naturalmente di acquistare la perfezione che gli manca. Ora l’anima separata dal corpo è in un certo modo imperfetta, come è imperfetta ogni parte che è fuori del suo tutto, essendo naturalmente l’anima parte della natura umana. Quindi non può l’uomo conseguire la felicità ultima se l’anima sua non si ricongiunge al corpo." (San Tommaso d’Aquino).

"Non sta la potenza in avere gran corpo, ma solamente nello spirito." (G. Savonarola).

"Bisogna cercare nell’interno della casa del corpo il senso di tutto ciò che risulta oscuro alla coscienza." (Santa Teresa d’Avila).

"E’ sempre con l’uomo che abbiamo a che fare, e di esso la condizione è straodinariamente corporale." (M. de Montaigne).

"Il corpo di un uomo vivente differisce da un cadavere proprio come un orologio o un altro automa quando è caricato e contiene in sé stesso il principio corporeo dei movimenti per i quali è stato progettato insieme con tutti i requisiti per agire, differisce dallo stesso orologio o dalla stessa macchina quando è rotta o quando il principio del suo movimento cessa di agire." (Descartes).

"Lo spirito non è altro che un movimento in certe parti del corpo organico." (Th. Hobbes).

"Il corpo è un aggregato di sostanze e non una sostanza esso stesso." (Leibniz).

"Non è altro che un effetto della mente divina situato entro una quantità definita di spazio." (I. Newton).

"L’anima nella sua corporalità, del tutto formata e resa sua propria, sta come oggetto singolo per sé; e la corporalità è per tal modo l’esteriorità in quanto il predicato nel quale il soggetto si riconosce solo a sé. Questa esteriorità non rappresenta sé ma l’anima; ed è il segno di questa." (G. F. W. Hegel).

"Il mio corpo e la mia volontà sono tutt’uno. Oppure: ciò che io chiamo mio corpo come rappresentazione intuitiva, lo chiamo mia volontà in quanto ne sono conscio in maniera del tutto diversa, non paragonabile ad alcun altra. Oppure: il mio corpo è l’oggettività della mia volontà. Oppure: prescindendo dal fatto che il mio corpo è rappresentazione, esso non è altro che volontà." (A. Schopenhauer).

"Io sono corpo tutt’intero e nient’altro – dice Zarathustra – l’anima è soltanto una parola che indica una particella del corpo." (F. Nietzsche).

"La spiritualità animata, la spiritualità delle anime umane e animali a cui rimanda qualsiasi altra spiritualità, si fonda singolarmante e causalmente sulla corporeità." (E. Husserl).

"La donna prova per natura il proprio corpo, si sente e si sa in esso; l’uomo trascina con sé il suo corpo, come un cane al guinzaglio." (M. Scheler).

"Sia che si tratti del corpo altrui, sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso." (Merleau-Ponty).

 

COSCIENZA

Quando compare per la prima volta il termine coscienza?

Come atteggiarsi per avare consapevolezza di sé e della realtà?

Come riuscire a scorgere la realtà più profonda?

E’ possibile il costituirsi di una coscienza senza un atteggiamento contemplativo?

Quale differenza scorgi tra un atteggiamento contemplativo e la semplice introversione?

Quale differenza intercorre tra coscienza come "essere desto" e coscienza come "relazione interiore o spirituale"?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Mai un occhio vedrà il sole senza essere divenuto simile al sole, né un’anima vedrà il bello senza essere bella. Dapprima perciò divenga simile a Dio e bello chi vuol contemplare Dio e il Bello." (Plotino).

"Io ricordo di avere memoria, intelligenza e volontà; intendo di intendere, volere e ricordare e voglio volere, ricordare e intendere. […] Niente infatti la mente conosce così bene come ciò che le è più accessibile e niente è alla mente così vicino come essa a se stessa." (Sant’Agostino).

"Coscienza, stando al significato proprio della parola, include un ordine della conoscenza a qualche cosa; infatti conscientia deriva da cum alio scientia (scienza unita ad altro). Ora ci vuole un atto per applicare la scienza a qualche cosa. Quindi stando al significato della parola è chiaro che coscienza è un atto." (San Tommaso d’Aquino).

"Quando si applica la scienza come direttiva dell’atto stesso si dice che la coscienza ci sprona, ci spinge, ci lega; quando invece la coscienza si applica come un esame per atti già compiuti, si dice che la coscienza ci accusa, ci rimorde, se l’atto non va d’accordo con la scienza secondo cui fu esaminato, e si dice che la coscienza ci difende o ci scusa, se il fatto procedette secondo la forma della scienza." (San Tommaso d’Aquino).

"La coscienza, sia retta sia erronea, sia nelle cose che sono di per sé cattive, sia nelle cose indifferenti, obbliga sempre. […] la coscienza retta lega assolutamente, sia oggettivamente sia soggettivamente; mentre quella erronea lega soltanto soggettivamente, per il modo in cui viene appreso l’oggetto, e quindi lega solo relativamente." (san Tommaso d’Aquino).

"Con la conoscenza delle verità necessarie e con le loro astrazioni noi siamo sollevati agli atti riflessivi che ci fanno pensare a ciò che si chiama io e a considerare che questo o quello è in noi; ed è così che, pensando a noi, pensiamo all’essere, alla sostanza, al semplice o al composto, all’immaterialità e a Dio stesso, concependo che ciò che è limitato in noi è senza limite in Lui. Questi atti riflessivi forniscono gli oggetti principali dei nostri ragionamenti." (Leibniz).

"Il campo delle nostre sensazioni e percezioni sensoriali, di cui non siamo consci, anche se indubbiamente possiamo dedurre di possederle, vale a dire il campo delle idee oscure dell’uomo è immenso. Le idee chiare, al contrario, coprono un numero infinitamente limitato di punti aperti alla coscienza; di mode che in effetti sulla grande mappa del nostro spirito solo pochi punti sono illuminati." (I. Kant).

"l’esperienza che coscienza ha di sé, non può secondo il concetto dell’esperienza stessa, comprendere in sé meno dell’intero sistema dell coscienza ossia dell’intero regno dello spirito […] sospingendo la cosceinza se stessa verso la sua esistenza vera, raggiungerà un punto dove si libera dall’apparenza di essere inficiata da qualcosa di estraneo che sia soltanto per lei come un altro: un punto in cui l’apparenza diviene uguale all’assenza." (G. F. W. Hegel).

"Espressione tautologica di sensazione." (J. S. Mill).

"Non è la cosienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la coscienza." (K. Marx).

"La coscienza può essere considerata come una specie di manifestazione interna, di rivelazione divina; e la rivelazione o la parola di Dio può esprimersi nella voce stessa della coscienza." (M, Maine de Biran).

"L’ideale misura del valore di ogni realtà empirica." (W. Windelband).

"Identica è la coscienza con l’autocoscienza, cioè distinta ed una insieme, come la vita e il pensiero." (B. Croce).

"Quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali viene dalla società." (É., Durkheim).

"Se io rifletto su di me, nella mia autocoscienza mi ritrovo vivente nel mondo." (E. Husserl).

"L’uomo per il semplice fatto di essere uomo, di avere cioè coscienza di sé è, in confronto all’asino o al granchio, un animale malato. La coscienza è malattia." (M. De Unamuno).

"L’esserci è la coscienza: io ci sono come coscienza e solo come oggetti di coscienza le cose sono per me. Tutto ciò che è per me deve entrare nell coscienza." (K. Jaspers).

"La coscienza non ha cose, ma rappresentazioni, concezioni, immagini delle cose; e queste possono coincidere o no con le cose, cioè essere vere o non vere. Da ciò che consegue che La conoscenza non è semplice atto di coscienza, come il rappresentare o il pensare, ma un atto trascendente. Un atto simile si attacca al soggetto soltanto con una sua parte, con l’altra ne sporge fuori; con quest’ultima si attacca all’esistente che, per il suo tramite, diviene oggetto." (Hartamann).

"La coscienza parla unicamente e costantemente nel modo del silenzio." (M. Heidegger).

"A che l’essere viene richiamato? Al suo proprio se stesso. Non quindi a qualcosa cui l’esserci, nell’essere-assieme pubblico, conferisca valore ed urgenza di possibilità o di fuga e neppure a ciò che esso ha afferrato, a cui si è dedicato, di cui si è reso padrone. L’esserci rapportato a se stesso e agli altri nel quadro della mondità viene oltrepassato in questo richiamo." (M. Heidegger).

 

DESIDERIO

Perché a volte, desideriamo l’impossibile?

Il desiderio rivela la nostra pochezza?

Gli uomini desiderano soltanto ciò di cui hanno bisogno?

Il desiderio presuppone la conoscenza dell’oggetto desiderato?

In tutti i sensi, o soltanto in un certo senso, il desiderio coincide con il progetto?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Difficile è la lotta contro il desiderio, poiché ciò che esso vuole lo acquista a prezzo dell’anima." (Eraclito).

"Bisogna rendersi conto che tra i nostri desideri gli uni sono naturali, gli altri vani, e che tra i primi alcuni sono necessari ed altri solamente naturali. Tra i necessari ve ne sono alcuni per la felicità gli altri per la tranquillità ed altri ancora per la vita stessa. Una teoria non erronea di questi desideri indirizza tutte le preferenze alla salute del corpo ed alla tranquillità dell’anima, poiché in ciò consiste la perfezione della vita felice. Perché tutti i nostri atti mirano ad allontanare la sofferenza e la paura. Una volta che noi siamo giunti a questa condizione, la tempesta dell’anima si calma e noi no abbiamo più bisogno di tendere verso qualcosa che ci manca, ne di cercare altre cose per il benessere dell’anima e quello del corpo. In effetti noi proviamo il bisogno del piacere quando, a causa della sua assenza proviamo il dolore. Ma quando noi non soffriamo, non proviamo più il bisogno del piacere. Ed è per questo che noi affermiamo che il piacere è l’inizio e la fine della vita felice. E’ il piacere, in effetti, che noi abbiamo riconosciuto come bene principale e conforme alla nostra natura; è dal piacere che noi partiamo per determinare ciò che si deve scegliere e ciò che si deve evitare; ed è al piacere che facciamo ricorso quando ci serviamo della sensazione come della regola per apprezzare tutto il bene che ci si offre. Ora, precisamente perché che il piacere è il nostro bene principale ed innato, noi tuttavia non cerchiamo tutti i piaceri; vi sono dei casi nei quali noi rinunciamo a molti piaceri che risultano dannosi per noi. E noi giudichiamo molti dolori preferibili ai piaceri quando ne risulti un piacere più elevato. Tutti i piaceri sono bensì un bene, ma non tutti i piaceri vanno ricercati; parallelamente tutti i dolori sono in male, ma non tutti i dolori vanno evitati ad ogni costo. In ogni caso, conviene decidere comparando ed esaminando attentamente ciò che è utile e ciò che è nocivo perché noi ci portiamo con il bene come se fosse un male e con il male come se fosse un bene." (Epicuro).

"Il desiderio è l’inclinazione dell’anima verso il conseguimento di un qualche bene." (san Tommaso d’Aquino).

"E’ certo una selvaggia e triste superstizione quella che vieta di provare piacere. Perché dovrebbe essere meno conveniente cacciare la melanconia rispetto al soddisfare la fame e la sete? Questi sono il mio argomento e la mia convinzione. Nessuna divinità, né alcun altro, se non l’invidioso, prende piacere alla mia impotenza ed alla mia pena e considera una virtù le lacrime[…] Al contrario, più siamo affetti da una più grande gioia, più noi passiamo ad una perfezione maggiore […] Per questa ragione, usare delle cose e prenderne piacere per quanto possibile (non certo fino al disgusto, perché allora non vuol dire prendere piacere) è proprio dell’uomo saggio. E’ proprio di un uomo saggio confortarsi ed accrescere le proprie forze grazie al un nutrimento, alle bevande gradevoli assunte con moderazione, ed anche grazie ai profumi, alla bellezza delle piante […] ai giochi della palestra, agli spettacoli, etc. dei quali ciascuno può fare uso senza fare torto ad altri." (B. Spinoza).

"L’essere per le possibilità si manifesta perlopiù come desiderio puro. Nel desiderio l’esserci progetta il suo essere su possibilità che, all’interno del prendersi cura, non solo non vengono mai afferrate, ma la cui realizzazione non viene presa in serio esame né effettivamente attesa." (M. Heidegger).

 

DESTINO

Ducum volentem fata, nolentem trahunt: commenta questa massima stoica.

Il concetto di destino implica anche quello di costrizione?

Quali differenze noti tra la mentalità stoica e quella di Nietzsche?

Perché il destino è rappresentato cieco?

Perché il destino sarebbe anche "ritorno"?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"[Fato] una disposizione inerente agli essere mobili, con la quale la provvidenza lega ogni cosa al suo ordine." (Boezio).

"[…] quanto accade quaggiù è soggetto alla provvidenza divina, e accade come un evento preodinato e quasi pre-detto da essa. […] i santi dottori hanno ricusato di servirsi di questo vocabolo a cagione di coloro che attribuivano il destino all’influsso e alla posizione degli astri." (San Tommaso d’Aquino).

"La potenza come universalità oggettiva e violenza contro l’oggetto, è quel che vien chiamato destino: un concetto che cade nell’interno del meccanismo in quanto il destino si chiama cieco, cioè tale che la sua universalità oggettiva non viene conosciuta dal soggetto nella sua proprietà o particolarità specifica." (G. F. W. Hegel).

"Bisogna fare il voto del ritorno di se stesso con l’anello dell’eterna benedizione di sé; bisogna attingere la volontà di volere all’indietro tutto ciò che è accaduto, di volere in avanti tutto ciò che accadrà" (Nietzsche).

"La ripetizione è l’esplicito tramandamento, cioè il ritorno su possibilità dell'’sserci che sono già state.""(M. Heidegger).

"[Il destino] lo amo come amo me stesso perché solo in esso io sono conscio del mio esistere." (K. Jaspers).

 

DIO

Confrontando i passi – che trovi sulla Trama testuale - di sant’Anselmo e quelli di Tommaso intorno alle prove di Dio, esprimi il tuo parere a riguardo.

Dio è un essere personale o si deve parlare silo del "divino"?

Dio è il garante dell’ordine morale?

Se Dio c’è come raggiungerlo? E’ Lui che prende l’iniziativa o sono gli uomini che si inerpicano fino a Lui?

La questione dell’esistenza di Dio può aiutare a rispondere alle domande intorno alla causa ed intorno al bene?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Timeo. - Ma tutti gli uomini, o Socrate, per quanto saggi che siano, quando stanno per intraprendere qualsiasi impresa, piccola o grande, invocano sempre Dio. E noi, che stiamo per ragionare sul mondo, se è stato generato o no, a maggior ragione dobbiamo invocare l'aiuto degli dèi e delle dee e pregarli affinchè le nostre azioni siano sempre conformi, per quanto li riguarda, al loro pensiero e, per quanto riguarda noi, siano coerenti e ordinate. Tale dev'essere la nostra invocazione per ciò che concerne gli dèi; per quello che riguarda noi invochiamoli affinché voi comprendiate con grande chiarezza, e io esponga il più chiaramente possibile ciò che penso circa le questioni che abbiamo deciso di trattare. Secondo il mio parere bisogna anzitutto distinguere queste cose: che cosa è l'essere eterno, che non è generato, e che cosa è ciò che nasce sempre e mai non è? Il primo lo si apprende con l'intelligenza e la ragione perché è eternamente identico; l’altro, al contrario, è oggetto dell'opinione e della sensazione irrazionale perché nasce e perisce, senza mai essere veramente. Tutto ciò, poi, che è generato, è necessario che lo sia ad opera di qualche causa, essendo impossibile che una qualsiasi cosa sia generata senza una causa. Ogni qualvolta dunque il Demiurgo, tenendo lo sguardo su ciò che è eternamente identico, e servendosi di un tale modello, si sforza di realizzarne nella sua opera la forma e ie proprietà, tutto cio' che produce in questa maniera è necessariamente bello. Al contrario se fissa il suo sguardo su ciò che è generato e si serve di un modello generato, ciò che realizzerà non sarà bello. Intorno all'intero cielo o mondo - se questo essere merita altro nome diamoglielo pure - poniamoci la questione che ci si deve porre anzitutto circa ogni cosa: e sempre esistito, senza aver avuto inizio, oppure fu generato, incominciando da qualche principio? Fu generato, perché si può vedere, e si può toccare ed ha corpo. Infatti tutte le cose di questo genere sono sensibili e le cose sensibili, che si apprendono con l'opinione e la sensazione, sono evidentemente soggette al divenire ed alla generazione. Ma tutto ciò che è generato, dicemmo, è necessario che sia generato da qualce causa. Tuttavia è cosa difficile scoprire l'autore e il padre di questo universo e, quando lo si è scoperto, è impossibile manifestarlo a tutti. Ma bisogna domandarsi ancora a quale dei due modelli abbia diretto il suo sguardo l'autore dell'universo, facendolo: se a quello sempre identico, se nascessero il più possibile simili a lui. Si avrà pienamente ragione di accettare dalla bocca di uonìini saggi questa opinione, che sia quello che s'è detto, il principio essenziale del divenire e del mondo. Perché il Dio, volendo che tutte le cose fossero buone e nessuna per quanto possibile inutile,- prese cosi tutta la massa visibile, che riori. aveva quiete ma si muoveva senza regola e senz'ordine, e dal disordine la ridusse all'ordine, ritenendo che l'ordine vale immensamente più del disordine. Ora all'Ottimo non fu né è permesso fare alcuna cosa se non bellissima. Avendo egli riflettuto s'avvide che dalle cose visibili per loro natura non sarebbe mai potuto uscire un tutto privo di intelligenza che fosse più bello di un tutto dotato di intelligenza e che inoltre non vi sarebbe potuto essere intelligenza in nessuna cosa, senza l'anima. Per questo ragionamento compose l'universo, dopo aver posto l'intelletto nell'anima [o principio della vita] e l'anima nel corpo, per fare l'opera più bella e migliore possibile. Così, secondo il ragionamento verosimile, bisogna dire che questo mondo è stato generato veramente vivente, dotato d'anima e d'intelligenza per opera della provvidenza di Dio. Se è veramente così bisogna ancora dire a somiglianza di quale dei modelli animati l'ordinatore ha ordinato il mondo. Non penseremo che l'abbia ordinato a somiglianza di qualcuno di quelli che hanno una forma particolare, perché nessuna cosa che rassomigli a un'altra imperfetta può essere bella. Ma dobbiamo affermare che esso è molto simile a quello, del quale sono parti tutti gli altri viventi, sia considerati singolar. mente, sia presi nel loro genere. Infatti tale modello contiene in sé tutti gli animali intelligibili alla stessa maniera che questo mondo contiene noi e tutti gli animali visibili. Dunque Dio, avendo deciso di formare il mondo il più possibile somigliante al più bello ed al più perfetto degli esseri intelligibili, ne lia fatto un animale unico, visibile, che raccoglie dentro di sé tutti gli animali che per natura sono nati con lui. Ma abbiamo avuto ragione di affermare senz'altro che esiste un cielo unico, o sarebbe stato più esatto dire che esistono molti o anche infiniti cieli? No, ce n'è uno solo, se e stato fatto a imitazione del modello. Perché non può essere secondo con un altro quello che comprende tutti gli animali intelligibili, poiché allonì ci vorrebbe un altro animale ancora, che li contenesse tutti e due, e del quale essi sarebbero parti. In questo caso sarebbe più esatto dire che il nostro mondo è copia non dei due primi, ma di quello che li contiene. Affinché dunque questo mondo anche per la sua unicità fosse simile all’animale perfettò, colui che l'ha fatto non ha fatto né due né infiniti mondi, ma questo cielo, uno ed unico nella sua specie. Tale è nato e continuerà ad essere." (Platone)

"Da tale principio dipendono il cielo e la natura. E la sua condizione è quella che è anche per noi la più eccellente, sebbene a noi sia concessa solo per breve tempo. Egli ne gode sempre (a noi sarebbe impossibile) perché per lui l'attività è insieme diletto: così come, per lo stesso motivo, anche per noi è dolce l'essere desti, il sentire, il pensare e di conseguenza anche lo sperare ed il ricordare. L'atto dell'intelligenza che è per se stessa, ha per oggetto ciò che è ottimo per se stesso; e quella [intelligenza] che più di tutte è tale, [ha per oggetto] ciò che è tale più di tutti gli oggetti. Nell'afferrare l'oggetto l'intelletto intende se stesso: infatti diventa intelligibile in quanto pensa ed entra in contatto con l'oggetto, onde l’intelletto e l'intelligibile si identificano. L'intelletto infatti è quello che è capace di accogliere l'intelligibile e la sostanza; e quando li possiede è in atto. Sicché questo possesso più che quella capacità sembra costituire ciò che ha di divino l'intelletto; e l'attività speculativa è perciò quello che vi può essere di più dolce e pregevole. Se Dio dunque si trova eternamente in quella felice condizione in cui noi ci troviamo solo talvolta, è certo cosa meravigliosa. Ma se è in una condizione anche superiore, sarà più meravigliosa ancora. Eppure è cosi. Ed è anche vivente, perché l'atto del pensiero è vita, ed Egli è quest'atto: atto che, essendo per se stesso, è in lui vita ottima ed eterna. Affermiamo dunque che Dio è vivente, eterno, sommo, perfetto, sicché a lui appartiene una vita ed una esistenza continue eterne. Ecco infatti che cosa è Dio. Sbagliano quindi coloro che, come i pitagorici e Speusippo, sostengono che la somma bellezza e bontà non si trovano nel principio, per il fatto che i principi naturali delle piante e degli animali sono si loro causa [della bellezza e della perfezione], ma poi esse si trovano nelle cose che derivano da quei principi. Ed hanno torto, perché il seme deriva da altri esseri precedenti che sono perfetti e non è il seme che è originario, ma l’essere perfetto. Cosi, per es., si può affermare che l'uomo è prima del seme, non l'uomo che deriva da questo determinato seme, ma quell'altro da cui il seme deriva. Dunque da quanto abbiamo detto, è manifesto che esiste una sostanza eterna e immobile e separata dai sensibili. E cosi si è anche mostrato che questa sostanza non può avere nessuna grandezza, ma è senza parti ed indivisibile. Infatti essa muove per un tempo infinito: ora niente che sia limitato possiede una potenza infinita. Poiché ogni grandezza o è infinita o finita, la sua grandezza non potrebbe essere finita, per quello che si è detto ma nemmeno infinita, perché nessuna grandezza infinita può avere esistenza in alcun modo. Ma è anche chiaro che Egli èimpassibile ed inalterabile, perché il primo movimento è quello spaziale e tutti gli altri sono posteriori ad esso. Dunque si è mostrato chiaramente perché, riguardo all'essere divino, le cose stanno così." (Aristotele).

"Quale sia migliore, quale superiore, che differenza passi tra la causa naturale e la causa intelligente è impossibile distinguere." La posizione scettica in Fde natura deorum di Cicerone).

"Ma se la divinità non provvede a niente né c'è azione né effetto che da essa procede, nessuno potrà più dire da quale fonte egli comprende che la divinità esiste, poiché non si manifesta da sé, né si comprende da alcuno dei suoi effetti. Dunque anche per queste ragioni noi non possiamo comprendere che la divinità esiste. Da ciò concludiamo: coloro che affermano con sicurezza che la divinità esiste, non possono, forse, evitare di dimostrarsi empi. Infatti, se affermano che essa provvede a tutte le cose, affermeranno anche che la divinità è causa di mali, mentre, se affermeranno che provvede solo ad alcune o a nessuna, saranno costretti a dire che è invidiosa o impotente; ma questo è usare un linguaggio da empi." (Pirrone).

"Ogni pluralità partecipa in qualche modo dell'unità. Se infatti non ne fosse assolutamente partecipe, né sarebbe una la sua totalità, né saprei se uno ciascuno dei molteplici che costituiscono questa pluralità, ma ciascuno di essi sarebbe pluralità, e cosi all'infinito, e ciascuno di questi infiniti sarebbe a sua volta una pluralità infinita. Infatti, tutto ciò che non partecipa in alcun modo dell'unità, né nella sua totalità, ne nei singoli suoi elementi costitutivi, sarà necessariamente infinito da tutti i punti di vista ed in assoluto. Infatti ciascuno dei molteplici, qualunque esso sia, che lo compongono, sarà o uno o non-uno. E nel caso sia non-uno, o sarà molteplice o sarà il nulla assoluto. Ma se ciascuno degli elementi costitutivi è il nulla, anche il tutto da essi formato sarà ugualmente nulla. E se invece è molteplice, sarà formato da una infinità di infiniti; e la ragione è questa: che se è vero che il tutto è maggiore della parte, è vero d'altro lato che l'infinito non ammette niente che possa essergli maggiore. E inoltre a partire dal nulla è impossibile costituire un tutto. Ogni pluralità, perciò, è partecipe in qualche modo dell'unità." (Proclo).

"Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti." (B. Pascal).

"E’ così che l’ultima ragione delle cose deve riposare in una sostanza necessaria, nella quale il dettaglio dei mutamenti non sia che eminentemente, come nella sua sorgente; ed è questo che noi chiamiamo Dio." (Leibniz).

"Dio non soltanto è la sorgente delle esistenze, ma anche quella delle essenze, in quanto reali, o di ciò che vi è di reale nella possibilità." (Leibniz).

"La religione è una sintesi di sentimento e pensiero o scienza. La dottrina della religione è dunque una sintesi di poesia e filosofia. Qui sorgono veri dogmi, vere tesi empiriche, vale a dire tesi realmente composte di sentenze razionali, di filosofemi e di articoli di fede, di poemi, non reciprocamente limitate ma anzi reciprocamente rafforzate e allargate. Ciò che per i filosofi è la ragione è per i poeti in senso ristretto la fede. […] La dottrina della religione è poesia scientifica. La poesia è fra le sensazioni ciò che è la filosofia in rapporto ai pensieri. […] Mediante la volontà assoluta l'amore può trasformarsi in religione. Soltanto attraverso la morte si diventa degni dell'ente supremo. […] La religione contiene un'infinita malinconia. Se dobbiamo amare Dio egli dev'essere bisognoso d'aiuto. Fino a qual punto il cristianesimo ha assolto questo compito? […] Per la vera religiosità nulla è cosf indispensabile come un anello intermedio che ci colleghi con la divinità. Direttamente l'uomo non può stare in relazione con essa. Nella scelta di questo anello intermedio l'uomo dev'essere assolutamente libero. La benché minima costrizione nuoce alla sua religione. La scelta è caratteristica e quindi gli uomini colti sceglieranno su per giù uguali anelli intermedi, m~ntre invece l'uomo incolto si lascerà determinare comunemente dal caso. Ma siccome pochi uomini sono' capaci di libera scelta, parecchi anelli intermedi diventeranno comuni: sia per caso, per associazione, o perché sono più par ticolarmente adatti. In questo modo sorgono le religioni locali. Quanto piu' l'uomo diventa indipendente, tanto piu' dimint'isce la quantità dell'anello intermedio, si affina la qualità, e i rapporti con esso diventano molteplici: feticci, astri, animali, eroi, idoli, dei, un unico uomo-dio. Ben presto appare quanto siano relative quelle scelte, e inavvertitamente si e spinti verso l'idea che l'essenza della religione non dipenda dalla qualità del mediatore, bensì consista esclusivamente nella visione di esso, nei rapporti con esso. Se considero effettivamente questo mediatore come fosse Dio stesso, ho un'idolatria in senso piu' lato. Se non ammetto alcun mediatore, ho l'irreligione; e in questo senso superstizione o idolatria e mancanza di - fede o teismo, che si potrebbe chiamare anche giudaismo a~tico, sono l'uno e l'altro irreligione. L'ateismo invece è soltanto la negazione di ogni religione e non ha quindi nulla a che vedere con la religione. La vera religione è quella che prende quel mediatore per mediatore, e lo considera, per così dire, l'organo della divinità, il suo fenomeno sensibile. […] Ma osservando meglio, la vera religione appare ancora suddivisa per antinomia in panteismo e monoteismo. Qui io ricorro a una licenza, in quanto non considero il panteismo nel significato comune, ma per panteismo intendo l'idea che tutto possa essere organo della divinità, mediatore, in quanto lo elevo a questo grado: come viceversa il monoteismo indica la fede che per noi esista nel mondo un solo organo siffatto, il quale è il solo adeguato all'idea di mediatore, e attraverso il quale soltanto Dio si faccia sentire, il quale dunque io sono da me stesso costretto a scegliere: altrimenti infatti il monoteismo non sarebbe vera religione. Per quanto i due sembrino inconciliabili, si può tuttavia operare la loro unione, quando del mediatore monoteistico si faccia il mediatore del mondo intermedio del panteismo e, per cosf dire, si centri questo mondo con lui, di modo che entrambi si rendano necessari vicendevolmente ma in maniera diversa. […] Chi vuoI cercare Dio lo trova dappertutto. […] La ragione, il sentimento, la serietà e la scienza sono inscindibili dalla causa di Dio. (Teosofia). Dio è l'amore. L'amore è la suprema realtà - il fondamento originario. La teoria dell'amore è la suprema scienza, la scienza della natura o la natura della scienza. […] Dio è un concetto misto. E nato dall'unione di tutte le facoltà sentimentali ecc. mediante una rivelazione morale, un miracolo di accentramento morale. […] Tutte le nostre inclinazioni pare non siano altro che religione applicata. Il cuore sarebbe, per cosf dire, l'organo religioso. Forse il prodotto superiore del cuore produttivo - non è altro che il cielo. Quando il cuore staccato da tutti i singoli oggetti reali sente se stesso, fa di se stesso un oggetto ideale, nasce la religione. Tutte le singole inclinazioni si riuniscono in una, il cui oggetto meraviglioso è un ente superiore, una divinità; perciò il vero timor di Dio comprende tutte le sensazioni e inclinazioni. Questo Dio naturale ci mangia, ci partorisce, parla con noi, ci alleva, si fa mangiare da noi e da noi generare e partorire; è insomma la materia infinita della nostra attività e della nostra passività. Se della donna amata facciamo un dio cosi, ecco che si fa della religione applicata." (Novalis).

"[…] Il principio della mia filosofia fu chiamato semplicemente Assoluto o Dio. Ma l’Assoluto è qui il principio di tutta la filosofia; questa è soltanto un tutto unico, vive attivamente in Dio, mentre il sistema dogmatico ossia leibniziano-wolffiano, ma anche quello di Kant, introducono Dio solo in un momento successivo. La differenza fra la mia filosofia e la filosofia in generale, rispetto alla teologia a cui essa è affine, consiste in questo, che la teologiam è più che altro un aspetto astratto della filosofia; essa assume Dio in un certo senso come un oggetto particolare, mentre la filosofia considera Dio come l’istanza suprema con cui si spiegano tutte le cose e perciò estende l’idea di Dio anche agli altri oggetti." (Schelling).

"Il vero è l’intiero. Ma l’intiero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell’Assoluto devesi dire che esso è soltanto essenzialmenre resultato, che solo alla fine è ciò che è in verità; e proprio in ciò consiste la sua natura, nell’essere effettualità, soggetto o divenir-se-stesso." (G. F. W. Hegel).

"Il Grande Essere è l’insieme degli esseri passati, futuri e presenti, che concorrono liberamente a perfezionare l’ordine universale. Ogni specie sociale tende naturalmente verso una convergenza di tale tipo. Ma l’unità collettiva non può realizzarsi, su ogni mpianeta, se non presso la razza preponderante, lo slancio comune della quale impedisce necessariamente quello degli animali meno elevati." (A. Comte).

"Il concetto di Dio fu inventato in antitesi con quello di vita: in esso si riunì, in una terribile unità, tutto ciò che c’era di dannoso, di velenoso, di calunnioso, tutto l’odio mortale contro la vita. Il concetto di al-di-là fu creato per svalutare l’unico mondo che ci sia, per non mantenere più alla nostra realtà terrena alcun fine, alcuna ragione, alcun compito! I concetti di anima, spirito e, in ultimo, di anima immortale, furono inventati per insegnare, per disprezzare il corpo, per renderlo malat-santo." (F. Nietzsche).

"Questa trama storica, la quale è e non è l’opera degli individui, è l’opera dello Spirito universale, del quale gli individui sono manifestazioni e strumenti. E per tal modo sono stete escluse tacitamente le dottrine che riportano il corso delle cose al Fato o al Caso e alla Fortuna, ossia al meccanismo ed al capriccio: le une e le altre insufficienti e unilaterali, come il determinismo e labitrarismo, e ciascuna richiamante in qualche modo l’altra, perché avvert6e la propria impotenza. L’idea meccanicista nel suo riposto motivo, di un’evoluzione che accada per aggiunta di elementi minimi, viene sempre più generalmente abbandonata anche in quella regione o frammento di oscura Storia che si chioama Storia della Natura (e che è la vera e sola possibile Filosofia della Natura), nella quale comincia a introdursi la teoria delle rivoluzioni e crisi successive, e l’idea delle libere creazioni che non si lasciano né commisurare né regolare matematicamente. Ma la somma razionalità che guida il corso storico, non dev'’ssere, d'’ltra parte, concepita come opera di una intelligenza o Provvidenza trascendente, secondo accade nel pensiero religioso e semifantastico, al quale non spetta altro valore che di confuso presentimento del vero. […] Ciò che l’uomo della religione dice a se stesso con le parole: «Lasciamo fare a Dio», è detto egualmente dall’uomo della ragione con le altre: «Coraggio e avanti!»" (B. Croce).

"[…] l’uomo si fa uomo, mentre si afferma e si sviluppa sempre più vigorosa entro di lui la realtà di Dio. Che non c’è se non c’è lui: lui vivo, operante, tutto impegnato nella sua azione. La quale giustamente è stata proclamata, contro il puro pensiero speculativo, il vero metodo di conoscere Dio […] sicché in conclusione, se è vero che per cercare Dio bisogna averlo trovato, non c’è uomo per quanto sordo possa essere alla voce dello spirito, che non lo cerchi, perché non c’è uomo che non l’abbia trovato." (G. Gentile).

"Sentiamo Dio, più che come una coscienza sovrumana, come la coscienza stessa dell’intera stirpe, e ancor di più, come la coscienza totale ed infinita che abbraccia e sostiene tutte le coscienze subumane, umane e forse superumane. La divinità che si trova ovunque, dalla forma di vita più bassa, cioè meno cosciente, alla più alta, passando attraverso la nostra coscienza umana, si personalizza, diventa cosciente di se stessa, in Dio." (M. Unamuno).

"La presenza di Dio si annuncia con quella lucidità di idee, quella forza di convinzioni, quelle intuizioni vive, spontanee a cui si connette non soltanto la visione, ma anche il sentimento intimo della realtà; non è solo una concezione un significato di parole, è inoltre una suggestione interiore del loro senso più profondo e il solo vero, senza alcuna mescolanza di sensibile o di immaginativo. E’ per questo che Gesù Cristo dice: Veniet Paracletus qui suggeret vobis omnia quaecumque dixero." (Maine de Biran).

"Rifiutare l’assenso [rifiutare l’assenso all’eswistenza di Dio] sotto il pretesto che non si vede quanto basta, significa condannare noi stessi a non vedere niente." L. Ollé-Laprune).

"Il giudizio che afferma l’esistenza di Dio aderisce alla duplice constatazione di fatto: da una parte, noi siamo, dall’altra, noi non ci reggiamo per virtù nostra nell’esistenza. Se dipendesse da quello che noi possiamo, noi cadremmo di momento in momento nel nulla. Ma noi persistiamo nell’esistere: dunque c’è chi ci libra sul nulla, donandoci l’essere e l’esistere." (L. Stefanini).

"[…] il pensiero che pensa a partire dal problema che verte sulla verità dell’essere pone delle domande più originali di quelle che pone la metafisica. Solo partendo dalla verità dell’essere si può pensare l’essenza del sacro. Solo partendo dall’essenza del sacro si può pensare l’essenza della divinità. Solo nella luce dell’essenza della divinità si può pensare e dire ciò che deve significare la parola Dio." (M. Heidegger).

"Se leggete i dieci comandamenti, così chiari, semplici ed accessibili a tutti, comprendete subito che non sono stati redatti da un’assemblea." (K. Adenauer).

"Dio è l’essere degli esseri, la causa delle cause, la fine dei fini: ecco com’è il vero assoluto." (É. Vacherot).

"Dio non esiste perché non si trova! Ma provate a trovare un idraulico la domenica!" (W. Allen).

"Dio è morto, Marx è morto… Anch’io non mi sento tanto bene." (W Allen).

 

DIVENIRE

Commenta quest’espressione: "Già e non ancora".

Il divenire assoluto differisce dal divenire relativo?

Il divenire in quali rapporti sta con la storia?

Il divenire ha tempo?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Atto di un ente in potenza in quanto tale." (Aristotele).

"Il divenire assoluto è proprio delle sole sostanze: le altre cose che divengono hanno necessariamente bisogno di un soggetto, giacché la quantità, la qualità la relazione, il tempo e il luogo divengono solo in riferimento a qualche soggetto. E mentre la sostanza non si può attribuire come predicato a nessun altra cosa, ogni altra cosa può attribuirsi come predicato a una sostanza." (Aristotele).

"C’è da osservare che ci sono cose che si trovano soltanto in atto, altre che si trovano solamente in potenza, e altre ancora che si trovano nella fase intermedia tra la potenza e l’atto. Ciò che si trova solamente in potenza, non è ancora in divenire: e ciò che è già perfettamente in atto, non diviene, ma è già divenuto; pertanto diviene ciò che si trova nella fase intermedia tra la pura potenza e l’atto, e quindi si trova parte in potenza e parte in atto; come si osserva nell’alterazione. […] Perciò l’atto imperfetto ha ragione di movimento (divenire), e in quanto viene considerato in rapporto a un atto yulteriore risulta in potenza, mentre in quanto viene visto in rapporto a qualcosa di meno perfetto è un atto. Quindi il divenire non è né la potenza di un esistente in atto, ma è l’atto di ciò che esiste in potenza: cosicché per ciò che viene detto atto, si designa la sua relazione alla potenza precedente; mentre per ciò che si dice in potenza dell’esistente si riferisce alla sua relazione a un atto ulteriore." (San Tommaso d’Aquino).

"Il divenire è la vera espressione del risultato di essere e niente come unità di essi: non è soltanto l’unità dell’essere e del niente, ma è l’irrequietezza in sé." (G. F. W. Hegel).

 

DOVERE

L’osservanza ad un dovere può indurre a disobbedire?

Obbedire al dovere vuol dire non essere liberi?

E’ possibile desiderare il male?

Il sentimento del dovere compiuto è sufficiente a fondare la legge morale?

Quale rapporto c’è tra legge morale e legalità?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"Noi non desideriamo qualcosa che a causa della ragione del bene, e noi non respingiamo nulla se non a ragione del male." (San Tommaso d’Aquino).

"I più sembrano credere d’essere liberi nella misura in cui è loro permesso obbedire alle proprie tendenze, e che non sono più liberi nella misura in cui sono tenuti a vivere secondo la prescrizione della legge divina. La moralità, dunque, e la religione, e, senza restrizione alcuna, tutto ciò che si riferisce alla forza d’animo, essi lo ritengono un peso che sperano d'abbandonare dopo la morte, per ricevere il premio della loro servitù […] e non hanno questa sola speranza, ma anche e soprattutto il terrore d’essere puniti con orrendi supplizi dopo la morte, che li spingono a vivere secondo le prescrizioni della legge divina […] e se gli uomini non avesero questa speranza e questo terrore, se essi credessero al contrario che gli spiriti perissero con i corpi e che non restasse agli infelici schiacciati dal fardello della moralità, alcuna sopravvivenza, vorrebbero condurre una vita abbandonata ai loro istinti ed obbedire alla fortuna più che a se stessi. Mi pare assurdo che un uomo possa desiderare – nel caso non creda di potere nutrire eternamente il proprio corpo di buoni alimenti - di preferire riempirsi di bevande mortali; orbene, perché egli, ritenendo che lo spirito non sia né eterno né immortale, dovrebbe preferire essere demente, e vivere senza la ragione: è questa un’assurdità tale che merita appena d’essere rilevata." (B. Spinoza).

"La legge è la ragione umana intanto ch’essa governa tutti i popoli della terra e le leggi politiche e civili di ogni nazione non debbono essere che i casi particolari ai quali si applica questa ragione umana." (Montesquieu).

"Prima che comparissero le leggi positive, c’erano rapporti di giustizia; affermare che non c’è niente di giusto e d’ingiusto oltre ciò che ordinano le leggi positive, è come dire che prima che si tracciasse delle circonferenze, i raggi non fossero uguali." (Montesquieu).

"Un’antica formula scolastica: nihil appetimus nisi sub ratione boni; nihil aversamus nisi sub ratione mali trova un’applicazione sovente esatta, ma sovente anche perniciosa per la filosofia, perché le espressioni boni et mali contengono a causa della povertà della lingua un’ambiguità che le rende suscettibili di un doppio senso. La lingua tedesca, per designare ciò che i latini in una parola sola bonum, ha due concetti molto distinti e due espressioni non meno distinte. Per bonum ha i due termini gute e wohl, per malum, böse e vebel. Wohl o vebel non desigano mai che un rapporto a ciò che, nella nostra condizione, sia piacevole o spiacevole, costituisce un piacere o un dolore e se per questa ragione noi desideriamo o respingiamo un oggetto, lo facciamo nella misura in cui esso è rapportato alla nostra sensibilità del piacere o del dolore che produce. Gute e böse indicano invece sempre una relazione alla volontà in quanto essa è determinata dalla legge della ragione a fare di qualcosa un suo oggetto; perché essa non è mai immediatamente determinata dall’oggetto e dalla rappresentazione di quest’oggetto, ma essa è un potere di farsi di una regola della ragione un motivo d’una azione (attraverso cui un oggetto può essere realizzato).Gute e böse si riferiscono dunque propriamente a delle azioni e non al modo di sentire della persona, e se qualcosa debba essere semplicemente e a tutti i riguardi buona o cattiva (guthe o böse). […] Per conseguenza è la persona stessa che agisce come un uomo buono o cattivo, mentre non è la cosa che si potrà chiamare così." (I. Kant).

"Lo Stato entra in conflitto con la religione, gli interessi della nostra famiglia s’oppongono a quelli della patria, la professione ci impone delle parzialità […] il seguace che va fino in fondo a ciò che esige il suo partito diviene un traditore nei confronti della sua Nazione […] come potremo obbedire alla società dal momento che essa in noi stessi è divisa contro se stessa?" (R. Le Senne).

 

EMPIRISMO

In che senso l’anima umana è una "tabula rasa"?

In che senso non possiamo essere sicuri delle nostre esperienze?

Perché la nostra conoscenza della realtà non può "saltare" l’esperienza?

Perché la nostra conoscenza sensibile non è sufficiente, anche se è necessaria?

 

Analizza attentamente i brani seguenti facendone emergere il significato filosofico

"[Il medico] non afferma nulla temerariamente intorno ai fatti oscuri, ma, senza presumere di dire se siano o no comprensibili, segue i fenomeni e da questi prende ciò che sembra giovare, conformandosi alla maniera degli scettici." (Sesto Empirico).

"L’anima umana è come una tabula rasa sulla quale non c’è scritto nulla, com’è detto nel Libro III del De anima." (San Tommaso d’Aquino).

"L’io non è altro che la collezione delle sensazioni che l’anima prova e di quelle che la memoria gli ricorda." (E. de Condillac).

"Non c’è nulla nell’intelletto che prima non sia nella sensibilità; che non sia ovviamente l’intelletto stesso." (Leibniz).

"Tutte le conclusioni tratte dall’esperienza presuppongono, come loro fondamento, che il futuro rassomiglierà al passato […] Se c’è qualche dubbio che il corso della natura possa mutare e che ilpassato non possa essere la regola del futuro, tutte le esperienze divengono inutili e non possono generare inferenze e conclusioni. E’ dunque impossibile che qualsiasi argomento tratto dall’esperienza, possa provare questa rassomiglianza del passato con il futuro, perché tutti gli argomenti si fondano sul presupposto di questa rassomiglianza." (D. Hume).

"La regolarità nel passato non prova da sola, senza l’aggiunta di altri argomenti o di una nuova inferenza, che essa proseguirà nel futuro. Invano voi pretendete di aver appreso la natura dei corpi della vostra esperienza passata. La loro natura nascosta, e per conseguenza tutti i loro effetti e tutte le looro azioni, può mutare senza che cambino le loro qualità sensibili. Ciò si produce a volte, e per certi oggetti; perché mai non dovrebbe prodursi sempre e per tutti gli oggetti? Quale logica e quale progresso del pensiero vi garantirà contro questa supposizione?" (D. Hume).

"Ciò che l’uomo vuole ammettere nel suo sapere, deve egli stesso vederlo, vi si deve egli stesso saper presente." (G. F. W. Hegel).

"[Lo spirito individuale è il risultato] di un’infinità di esperienze raccolte nel corso dell’evoluzione della vita in generale." (H. Spencer).

"L’esigenza fondamentale dell’empirismo logico è che un qualsiasi enunciato, per avere un senso, dev’essere in qualche modo verificato, confermato o messo alla prova." (Carnap).