Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Ottobre 2002

Elio Rindone
Il problema del male nella Bibbia
[Vedi anche: Bibbia - Percorsi]

Forse non è inutile ricordare che come quello greco, anche quello biblico è un mondo estremamente complesso, per cui sono costretto a procedere per inevitabili semplificazioni e facendo scelte sicuramente opinabili. Sento poi la necessità di sottolineare che le tesi che sostengo sono frutto delle acquisizioni esegetiche più recenti e possono certo risultare sconcertanti per coloro che conoscono solo la predicazione cattolica corrente, sia che l’accettino sia che la rifiutino, essendo anzi questi ultimi non di rado ancor più dei primi restii ad ammettere la possibilità di una rivisitazione critica delle credenze tradizionali. È ovvio che io sono assolutamente lontano dal pensare che la lettura che propongo debba essere accettata come… verità rivelata! Chiedo solo di non rifiutare a priori quelle ipotesi che, sebbene diffuse tra gli specialisti, sono ancora quasi sconosciute al grande pubblico.

 

Le Scritture ebraiche

Punti di tangenza
Nella Bibbia sono presenti alcune concezioni che ci sono sembrate tipiche della cultura greca. La volontà malvagia del faraone che non dà la libertà a Israele, per esempio, è fatta risalire a Jahve: "il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti"(Esodo 10, 20). L’indurimento del cuore causato da Jahve non somiglia all’accecamento dell’intelligenza prodotto da Zeus? Così, le note più pessimistiche e disincantate sulla sorte degli uomini risuonano anche nella Scrittura: "Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. […] Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo"(Qoèlet 1, 2-4.8). E poichè la vita è questa, sarebbe meglio non nascere: "ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste e non ha visto le azioni malvagie che si commettono sotto il sole"(ivi 4, 2-3). E nella più antica mentalità ebraica la colpa è considerata un’infezione che contamina l’intera famiglia, tanto che Jahve "punisce la colpa dei padri nei figli sino alla terza e alla quarta generazione"(Deuteronomio 5, 9). Come i Greci, anche gli Ebrei supereranno poi questa concezione primitiva, giungendo all’idea di una responsabilità personale: "non si metteranno a morte i figli per la colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato"(Deuteronomio 24, 16; cfr Geremia 31, 29; Ezechiele 18, 20). Queste somiglianze, tuttavia, restano marginali: in effetti il messaggio centrale della Bibbia, per quanto riguarda il problema del male, è assolutamente originale.

Il male ha cause storiche
L’esperienza fondamentale attorno a cui ruota la religiosità ebraica è quella dell’Esodo, e qui il male non è mai visto in una prospettiva cosmica né attribuito a forze demoniche. Il male consiste nella condizione di schiavitù in cui gli Egiziani hanno ridotto gli Israeliti e da cui questi non hanno la forza di liberarsi. A questo punto entra in scena un attore divino, Jahve, che, sensibile alle sofferenze del suo popolo, invia un uomo di nome Mosè perché lo faccia uscire dall’Egitto: "Ho osservato la miseria del mio popolo […]. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele […]. Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo"(Esodo 3, 7-8. 10). Questo racconto contiene in sintesi gli elementi essenziali della visione biblica del mondo. La vita, e ciò è innegabile, è segnata dalla sofferenza. Questa però non ha cause naturali ma storiche, e cioè la volontà oppressiva dell’uomo. Jahve non appare indifferente all’infelicità del popolo oppresso. La liberazione di Israele, però, non vuole compierla da solo: chiama Mosè a collaborare a quest’opera. E promette non la salvezza dell’anima dalla prigione corporea, ai pochi capaci di elevarsi alla contemplazione filosofica, ma una terra dove tutti possano vivere con dignità.

Il peccato di Davide
Nella prospettiva biblica, dunque, Dio sarà visto, dopo un lungo cammino non privo di incertezze (che appaiono superate, per esempio, in Siracide 15, 11: "Non dire: dal Signore viene il mio peccato, perché ciò che egli detesta non lo fa"), come buono e causa solo del bene, l’uomo come peccatore, e perciò causa di sofferenza per sé e per gli altri. E il peccato si manifesta essenzialmente come ingiustizia nei confronti del prossimo, debole e indifeso. Queste caratteristiche ricorrono in maniera emblematica nel caso di Davide. Il re, che dispone di potere e ricchezza e di numerose concubine, si invaghisce di una donna giovane e bella, Betsabea, e la fa sua. Ma Betsabea resta incinta. Per evitare che la sua colpa venga scoperta, Davide allora ne fa uccidere il marito, Uria, da tempo assente perché impegnato nella guerra contro gli Ammoniti, e sposa Betsabea, che ora senza scandalo può partorire il figlio. Ma Jahve non resta indifferente di fronte al peccato e incarica il profeta Natan di interpellare Davide con queste parole: "C’erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame in gran numero, ma il povero non aveva nulla se non una sola pecorella, piccina, che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno: era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, invece di usare il suo bestiame per preparare una vivanda al viaggiatore, portò via la pecora di quell’uomo povero. Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Allora Natan disse a Davide: Tu sei quell’uomo!"(2 Samuele 12, 1-7).

Il pentimento
Nella Scrittura, dunque, l’uomo non si trova di fronte a situazioni ambigue, a soluzioni entrambe per certi versi negative: bene e male, al contrario, sono nettamente separati. Egli è chiamato a fare il bene, ma può fare il male, commettendo ingiustizia nei confronti del prossimo, approfittando della debolezza del povero. Ma, anche se fa il male, la sua condizione non è tragica, senza via d’uscita. E la via d’uscita è il pentimento. Davide non si ostina nel suo peccato. Si confessa peccatore e chiede perdono: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto"(Salmo 51, 3-6). Davide ha peccato contro il Signore perché ha fatto del male al prossimo e le sue sofferenze (la morte del figlio partorito da Betsabea) saranno la giusta punizione della colpa. Ma alla punizione si accompagna il perdono: Jahve è capace di rinnovare il cuore dell’uomo sinceramente pentito, così che questi possa iniziare una vita nuova.

Il mito adamitico
La condizione umana, dunque, non è tragica ma ciò non toglie che sia ugualmente terribile. E non tanto per la morte cui è destinato ogni vivente, essendo il succedersi delle generazioni, per la Bibbia, una caratteristica di ciò che è finito e quindi rientrando nell’ordine cosmico, quanto per il male prodotto dall’uomo. Colpa, crudeltà, violenza, morte precoce scandiscono la vita degli uomini: ecco il vero male. Tutto ciò è naturale? E, quindi, sarà sempre così? La Scrittura risponde decisamente di no. Il mondo che conosciamo non corrisponde al progetto divino. Le prime pagine della Bibbia descrivono il mondo come dovrebbe e potrebbe essere: non c’è nulla di male nella natura o nell’uomo e, guardando la sua opera, Dio la giudica "cosa molto buona"(Genesi 1, 31). C’è dunque uno scarto tra il mondo qual è e il mondo quale dovrebbe e potrebbe essere. Il mito adamitico serve appunto a segnalare questo scarto. Non Dio ma l’uomo, con le sue libere scelte, è responsabile di un male che potrebbe essere evitato. Egli dovrebbe vivere alla presenza di Dio, collaborando alla sua opera: "Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse"(ivi 2, 15). L’uomo quale lo conosciamo, invece, è escluso per sua colpa da questo mondo buono e felice: "Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden"(ivi 3, 23).

Ideale da realizzare
Preso alla lettera, il racconto sembra volerci parlare di un evento passato, che ha mutato la storia umana; gli esegeti ci dicono, invece, che l’Adamo di cui parla la Genesi non è l’individuo delle origini ma il genere umano e che perciò, se la Scrittura insegna "che il peccato è entrato nel mondo per colpa dell’uomo, essa non prende posizione riguardo al quando e al come questo inizio è avvenuto"(H. HAAG, Dottrina biblica della creazione e dottrina ecclesiastica del peccato originale, Brescia 1979, p 83). Gli autori biblici costatano un fatto: nel mondo c’è il male. Essendo per loro inammissibile che derivi da Jahve, esso non può che essere causato dall’uomo. Su ciò non hanno altro da dire e si mantengono entro questi limiti rigorosi. Lo stesso rigore che, ad esempio, indurrà Kant ad affermare, con la sobrietà tipica di un pensiero sempre attento a non trasgredire i limiti della conoscenza umana, che la ragion d’essere del male radicale è inscrutabile: "per noi non c’è alcuna causa comprensibile dalla quale il male morale possa per la prima volta essere venuto in noi"(La religione nei limiti della semplice ragione, Milano 1989, p 96). Non resta che attenersi ai fatti: nell’uomo c’è contraddizione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.

Fragile bontà
L’uomo, come direbbe Rousseau, è di fatto corrotto pur essendo per natura buono, o, come direbbe ancora Kant, è inclinato al male ma è destinato al bene: ecco dunque il senso del racconto biblico. Ovvia conseguenza è che la condizione felice descritta nella Genesi non appartiene al passato: è invece una possibilità riservata al futuro, nel caso in cui l’uomo riesca a vincere la sua inclinazione al male. E questa vittoria non è da escludere, se è vero che l’uomo non è essenzialmente malvagio: egli è fondamentalmente buono, anche se non tanto da non potere venir meno. La colpa dell’uomo sembra quindi piuttosto frutto di una certa fragilità: egli è libero ma fallibile. La Genesi, attribuendo alla figura mitologica del serpente la capacità di tentare l’uomo, mostra di riconoscerne la debolezza morale. Il simbolo del serpente sembra infatti voler dire che l’uomo, più che volere il male, cede ad esso: il peccato sarebbe appunto cedimento a quel desiderio che è in noi ma che sentiamo altro da noi, qualcosa che ci affascina e ci soggioga quasi dall’esterno. Ma pure per un altro motivo il male sembra qualcosa di esterno: esso appartiene all’esperienza storica dell’umanità, e quindi ciascuno lo trova già nel mondo. Anche questa idea trova espressione nel simbolo del serpente: almeno in parte il male precede la volontà umana, in quanto regna già nel mondo in cui l’uomo nasce e influenza le scelte di quest’ultimo.

Jahve alleato dell’uomo
Ma se la bontà umana è così fragile, l’uomo potrà vincere la sua inclinazione al male? Con le sue sole forze certamente no, ma con l’aiuto di Jahve sì. Le prime pagine della Bibbia promettono, infatti, la vittoria sul male: la stirpe umana "schiaccerà la testa"(Genesi 3, 15) del serpente. È questo il senso dell’alleanza con Abramo. Jahve vuole un’umanità felice, non incamminata verso l’autodistruzione, ma chiede all’uomo di collaborare con una scelta libera e responsabile a questo progetto: "Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto"(ivi 17, 1-2). La storia del mondo, dunque, è un progetto aperto: dipende dall’uomo portarlo a compimento ed evitare che fallisca. È facile costatare che l’uomo spesso non fa la sua parte, e quindi il peccato e la sofferenza dilagano in questo mondo: "sono scomparsi i buoni dalla terra, non c’è più un giusto tra gli uomini: tutti stanno in agguato per spargere sangue, l’uno dà la caccia all’altro con la rete"(Michea 7, 2). Ma, oltre ogni fallimento, resta sempre aperto un nuovo orizzonte di possibilità. Per quanto forte sia la coazione a ripetere, per quanto universale sia l’esperienza del dolore, Israele non si rassegna a credere che tutto ciò non possa mutare.

La speranza
Il Dio che ha dato ad Abramo una numerosa discendenza, il Dio che ha liberato il popolo dall’Egitto farà in futuro cose ancora più grandi: "Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti […] eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto"(Isaia 25, 6. 8). Una storia diversa da quella che conosciamo, un mondo in cui il dolore causato dall’uomo sia vinto per sempre: ecco l’oggetto della promessa. Davvero con l’esperienza di Jahve, Colui che è presente (cfr. Esodo 3, 14) alla storia umana, ha fatto irruzione "nel mondo, una volta per tutte, la speranza illimitata, mai nota agli uomini prima dell’apparizione di questo simbolo"(S. NATOLI, L’esperienza del dolore, Milano 2001, p 136). Nessuna delusione e nessuna sconfitta saranno mai definitive, perché Dio è fedele e manterrà la sua promessa. Da questa fiducia nella fedeltà di Jahve nasce la speranza d’Israele. Anche nei momenti più bui della storia, quando sembra che Jahve abbia abbandonato il suo popolo, l’Israelita troverà proprio in questa fede la forza per sperare ancora: "io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui"(Isaia 8, 17).

La retribuzione
All’uomo spetta, dunque, il compito di portare a compimento la storia. Da lui dipende fare il bene, e quindi creare un mondo felice, o fare il male, provocando disordine e sofferenza. Jahve stesso ha istruito il suo popolo su ciò che è bene e ciò che è male: in Egitto Israele ha fatto esperienza del dolore causato da chi lo ha ridotto in schiavitù e della liberazione operata dal Signore. A lui Jahve chiede di non commettere a sua volta ingiustizia, di avere nei confronti del prossimo la stessa benevolenza di cui è stato oggetto: il Signore "rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto"(Deuteronomio 10, 18-19). Ecco, allora, che Israele sarà felice se seguirà la via indicata da Jahve, infelice nel caso contrario: "Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo"(ivi 11, 26-29).

La sofferenza del giusto
Eppure la vita non è così semplice. La legge della retribuzione, per cui il giusto è felice e l’ingiusto infelice, è costantemente smentita dall’esperienza. Seguite la via che vi prescrivo, aveva detto Jahve: "in tal modo vivrete, sarete felici e avrete lunga vita sulla terra di cui entrerete in possesso" (ivi 5, 33). Ebbene, le cose non vanno così. Anzi, pare che sia vero esattamente il contrario: per il pio israelita è uno scandalo continuo vedere "la prosperità dei malvagi. Non c’è sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono l’affanno dei mortali e non sono colpiti come gli altri uomini. […] Ecco, questi sono gli empi: sempre tranquilli, ammassano ricchezze. Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina"(Salmo 73, 3-5. 12-14). Come credere nella giustizia divina se l’uomo è senza sua colpa oppresso dalla sofferenza? Il dramma vissuto da Israele quando salta il criterio della retribuzione troverà l’espressione più alta nel libro di Giobbe, composto probabilmente agli inizi del quinto secolo.

Rifiuto delle spiegazioni consolatorie
Giobbe incarna la condizione dell’uomo straziato dal dolore: in lui possono riconoscersi miliardi di uomini che nel corso dei secoli hanno sofferto atrocemente senza sapere perché. Quanti uomini potrebbero chiedere con Giobbe: "perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?"(Giobbe 3, 11). Il loro dolore, come quello di Giobbe, non può essere considerato una giusta punizione divina. Anch’essi, come Giobbe, rifiuterebbero con sdegno le spiegazioni dei teologi, che, dichiarandoli peccatori, vorrebbero cancellare lo scandalo di un male inesplicabile, e, come lui, a buon diritto potrebbero giudicare immeritate le proprie disgrazie: "Lungi da me che io mai vi dia ragione; fino alla morte mi dichiarerò innocente. Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni"(Giobbe 27, 5-6). E infatti Giobbe può affermare senza tema di essere smentito: "Mai ho rifiutato quanto brama il povero, né ho lasciato languire gli occhi della vedova; mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane, senza che ne mangiasse l’orfano"(Giobbe 31, 16-17).

Giustizia divina?
Ma se il male non è sempre conseguenza del peccato, se c’è un dolore innocente, e ce n’è tanto in questo mondo, come credere ancora che Jahve voglia il bene dell’uomo? Come credere che la storia umana, qual è presentata con estremo realismo nel libro di Giobbe, non sia in balia del caso o addirittura in potere di un demone maligno? Se in questo scritto si ribadisce sino alla fine, come pensano alcuni studiosi, che il dolore dell’uomo Giobbe è immeritato, il tema centrale di esso non è quello che si crede comunemente. La questione, che all’inizio concerneva l’effettiva giustizia di Giobbe (se egli è davvero un uomo pio resterà tale nonostante le sue disgrazie), alla fine è diventata un’altra: in un mondo in cui l’innocente resta schiacciato dalla sofferenza si può credere nella giustizia di Jahve? In effetti, occorre riconoscere che"Giobbe cambia l’argomento, provocando sulla giustizia di Dio, anziché sulla propria, un interrogativo nella mente del lettore"(J. MILES, Dio. Una autobiografia, Milano 1998, p 382). Abbandonata una troppo facile interpretazione della teoria della retribuzione, se non vuol rinnegare la sua fede nella giustizia divina, Israele deve ripensare la sua comprensione del dolore.

Apparente antinomia
Dopo la spietata analisi della condizione umana condotta nel libro di Giobbe, certamente cade l’equazione giustizia-felicità: non è più possibile fare il bene attendendone immediatamente i risultati. E cade anche l’equazione peccato-infelicità: si richiede perciò un nuovo atteggiamento di fronte alla sofferenza. Ma non è chiaro in che direzione procedere: "la tonalità predominante, alla fine di quest’opera straordinaria, non è di redenzione ma di sospensione"(ivi, p 383). Giustizia divina e male immeritato, infatti, appaiono incompatibili. Sembrerebbe inevitabile negare l’uno o l’altra. Israele invece terrà ferme entrambe queste certezze: l’uomo è schiacciato dalla sofferenza, Jahve è giusto e vuole la felicità dell’uomo. La prima certezza nasce dall’esperienza, la seconda dalla fede. Gli autori biblici non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di chiudere gli occhi di fronte all’esperienza; ancor meno mettono in discussione la loro fede, e neanche restano invischiati nell’elaborazione di sofismi teologici che non possono spiegare ciò che per l’intelligenza umana è semplicemente incomprensibile. In un mondo che attesta la sofferenza dei giusti e la prosperità degli empi, essi ribadiscono testardamente che bisogna restare giusti, che bisogna credere che il bene è più forte del male, che bisogna continuare a sperare che esso alla fine avrà la meglio. Questa speranza evidentemente non si fonda su argomenti di ragione, ma solo sulla fiducia in Jahve, che non può non volere il bene.

Il Servo sofferente
La vittoria sul male ci sarà, ma non ci si illude più che se ne possa fare presto l’esperienza, né che essa possa dipendere, come narrava un’ingenua religiosità, da interventi di straodinaria potenza come l’apertura del Mar Rosso. Fare del bene nonostante tutto: forse questa è la vittoria. Fare il bene senza vederne immediatamente i frutti: forse questa è la soluzione al problema del male. Anzi, forse è proprio la sofferenza che porta frutto. È così che si era venuta elaborando, probabilmente già alla fine del sesto secolo, quell’idea che, nelle Scritture ebraiche, ha trovato la più compiuta espressione nella figura del Servo di Jahve del Deutero-Isaia. Il giusto non vive nella prosperità, anzi soffre a causa dei suoi oppressori, che lo tormentano e lo disprezzano, considerando la sua perseveranza nel bene frutto dell’incapacità di farsi valere: "Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire […] era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato"(Isaia 53, 3-4).

Il paradosso della sofferenza
La sofferenza subita però non è vana: al contrario, essa è forza liberatrice, ha effetti salutari per tutti gli oppressi. Proprio del Servo sofferente Jahve dice: "Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano […] perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre"(Isaia 42, 6-7). Approfondendo la sua esperienza religiosa, Israele mantiene la certezza che l’obiettivo di Jahve resta sempre la liberazione dell’uomo ma rivede l’idea che si era fatto dei mezzi atti allo scopo: non con eclatanti gesti di forza, non con guerre sante e con lo sterminio dei nemici (cfr. Giosuè 8, 24-29), non con la vendetta sui persecutori, come pure altre pagine bibliche vorrebbero insegnare ["Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra"(Salmo 137, 8-9)], ma con l’amore che accetta la sofferenza nascerà il mondo nuovo.

 

Le Scritture cristiane

Il compimento delle attese
Nelle Scritture cristiane vengono ripresi questi temi, che trovano una singolare concentrazione nella figura di Gesù. Il suo ministero viene interpretato proprio come l’inizio del mondo nuovo atteso per secoli. Al principio della sua narrazione, Luca presenta Gesù che, dopo aver letto nella sinagoga di Nazaret il passo di Isaia (61, 1-3) contenente questo annuncio: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore"(Luca 4, 18-19), arrotolato il volume, aggiunge: "oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"(ivi 4, 21). Il messaggio di Gesù in estrema sintesi è questo: il regno di Dio è vicino e quindi gli oppressi stanno per essere liberati! Proprio le parole e le opere di Gesù inaugurano questo mondo nuovo, che comincia qui e ora, perché il regno "non è l’al di là dal mondo, non è l’altro mondo ma è il mondo a venire, è questo mondo al futuro"(S. NATOLI, L’esperienza del dolore, p 252). A Giovanni il Battista, che vuol sapere se è proprio Gesù che il popolo attende, è infatti inviata questa risposta: "andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il lieto messaggio"(Luca 7, 22).

La vittoria sul male
Ciò che i vangeli chiamano regno di Dio è proprio il mondo come dovrebbe essere, il mondo in cui gli uomini vivono alla presenza di Dio nella giustizia e nella pace, in cui ogni vita giunge al suo compimento al riparo dal dolore: è il giardino dell’Eden della Genesi che, come abbiamo visto, non appartiene al passato ma al futuro. Gesù prende sul serio la promessa di Jahve: questo mondo nuovo è possibile! La sua venuta dipende solo da noi. Dio è fedele alla sua alleanza: se l’uomo offrirà la sua collaborazione, il dolore sarà vinto per sempre. Ecco, perciò, l’invito pressante: "Convertitevi e credete al lieto messaggio"(Marco 1, 15). La conversione consiste proprio nel superamento dell’egoismo, che genera ingiustizia e violenza: se si vince il male-colpa, si vincerà anche ciò che ne consegue, il male-dolore. Il lieto messaggio è tutto qui: è giunto il momento della vittoria sul peccato e quindi della liberazione degli oppressi, della fine delle sofferenze. La fiducia in Jahve dà il coraggio di tentare l’impossibile, instaurando relazioni nuove tra gli uomini, rimuovendo i macigni dell’indifferenza e dell’odio: se avrete fede "anche se direte a questo monte levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà"(Matteo 21, 21).

La tentazione
Certo, un così radicale cambiamento di vita non è facile. In ogni uomo è radicata la sete di potere e di successo e la società, in ogni tempo, non ha fatto che enfatizzarla. I racconti evangelici, con grande realismo, attribuiscono anche a Gesù l’esperienza della tentazione: anch’egli ha avvertito il fascino di Satana, simbolo della logica mondana, della brama di possesso e di dominio, ma è uscito vittorioso dalla prova, riaffermando la sua fede in Jahve, il Dio che ha nei confronti degli uomini i sentimenti di un padre: "il diavolo lo condusse con sè sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò, se, prostandoti, mi adorerai. Ma Gesù gli rispose: Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio Tuo e a Lui solo rendi culto"(Matteo 4, 8-10). Gesù appare così come l’uomo che, avendo affidato interamente e senza compromessi la sua vita al Dio-Agàpe (cfr. 1 Giovanni 4, 8) suo Padre, sceglie liberamente di fare la sua parte per portare a compimento il progetto divino.

A servizio del prossimo
La vittoria sulla tentazione permette a Gesù di vivere non per se stesso ma per l’avvento del regno, mettendo tutte le sue forze a servizio degli altri. Egli, infatti, non vuole assoggettare gli uomini ma, come il Padre, prendersene cura, e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto: se io "ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri"(Giovanni 13, 14). Effettivamente i discepoli hanno sperimentato in Gesù uno stile di vita nuovo: la sua incondizionata disponibilità, l’ostinata perseveranza, l’affettuosa comprensione per tutte le miserie umane hanno reso davvero credibile l’amore di Dio per gli uomini. Questa volontà di combattere il male l’hanno vista all’opera nella sua sollecitudine per lenire i diversi tipi di sofferenza: la fame, con la distribuzione dei pani, la malattia, con le rapide guarigioni, la morte, col dono di nuova vita. Le Scritture cristiane convergono tutte in questa testimonianza su Gesù, un uomo "che passò facendo del bene"(Atti 10, 38) ai sofferenti.Questa bontà efficace e senza limiti gli evangelisti hanno voluto raccontare, servendosi dei mezzi espressivi di cui disponevano, in particolare i racconti di miracoli, cioè di segni, di gesti carichi di significato, capaci di far percepire la realtà divina come amorevole presenza nella storia.

La forza del male
Eppure il male non è stato sconfitto una volta per tutte. Gli uomini non hanno creduto che la prassi di giustizia e di amore inaugurata da Gesù potesse creare un mondo migliore. Lo hanno considerato un illuso, anzi qualcosa di peggio, un sovversivo pericoloso per l’ordine costituito, e lo hanno condannato a morte. Gesù non aveva cercato la sofferenza: al contrario, l’aveva combattuta. Ma, di fronte ad essa, non si è tirato indietro. Anche nella più totale oscurità ha continuato a confidare nell’amore di Dio: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà"(Luca 22, 42). Ecco la sua scelta: fare del bene, combattere il dolore finchè è possibile e con tutti i mezzi (che oggi possono essere anche quelli della scienza, della tecnica o della politica). Ma accettarlo quando è inevitabile. Non rassegnarsi, non subirlo passivamente, non ribellarsi rispondendo alla violenza con nuova violenza ma condividere per amore la sorte degli oppressi. Accettare il dolore, anche quando tutto appare incomprensibile, orribilmente oscuro, con la fiduciosa speranza che, anche se ciò contraddice l’esperienza umana, dalla morte possa fiorire nuova vita.

La risurrezione
In effetti, la condanna di Gesù pronunciata dalle autorità religiose del tempo e la sua morte atroce hanno prodotto per un certo tempo un profondo smarrimento nei suoi discepoli, ma poi ancora una volta la fiducia in Jahve è stata più forte dei fatti che sembravano smentirla. Essi hanno cominciato a rileggere la vicenda del loro maestro, crocifisso tra gli empi (cfr. Marco 15, 27), alla luce della figura del Servo sofferente, che "ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori"(Isaia 53, 12). Proprio in quella fedeltà all’amore portata sino al dono totale di sé hanno visto la via per costruire il mondo nuovo. Solo l’amore che accetta la sofferenza permette di vincere il male, portando frutto abbondante: "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto"(Giovanni 12, 24). Quella morte ignominiosa non è stata per loro la prova che Gesù era stato abbandonato da Dio. Al contrario, il suo sacrificio è diventato la vittoria definitiva sul male, quella vittoria che si realizza in tempi e modi che non rispondono alle attese del cuore umano e che trova espressione nell’immagine della risurrezione: Gesù di Nazaret, proprio l’uomo che era stato crocifisso, "Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere"(Atti 2, 24).

La fede nell’amore è la vittoria sul male
Il male non può avere l’ultima parola: ne andrebbe di mezzo la fede biblica nella giustizia di Dio. Il giusto quindi è certo che vive presso Dio, ma si tratta di una certezza che resta ancora una volta oggetto di fede. Fede ribadita testardamente anche nell’ultima delle scritture cristiane: Dio salverà i giusti "sarà un Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"(Apocalisse 21, 3-4). Una fede, però, che produce effetti sperimentabili: essa, infatti, ha permesso ai discepoli di Gesù di impegnarsi, senza violenza, nel corso dei secoli per cambiare il mondo, per renderlo più giusto e vivibile per tutti, senza sognare vittorie trionfali ma con la consapevolezza che una prassi d’amore, votata secondo criteri mondani alla sconfitta, in realtà è fonte di vita. Il fiducioso abbandono nel Dio di Gesù ha permesso in effetti a uno sterminato numero di uomini di dare un senso alla sofferenza ingiustamente subita. Anzi, forse non gli eroi come Achille o Agamennone ma proprio le vittime che confidano in un Dio-Agàpe, i reietti della terra, le pietre scartate dai potenti costruttori della storia (cfr. Matteo 21, 42) hanno un compito decisivo in questo mondo. "All’ombra di questo Dio si rifugia il povero, attinge vigore il dannato della terra, il marginale trova per sé una via nel mondo […] l’indistinto brusio della storia accede al linguaggio, e tutti gli uomini diventano protagonisti di un futuro costruibile e di una indefettibile speranza"(S. NATOLI, L’esperienza del dolore, p 145).

Filantropia?
In conclusione, che cosa ha da dire la Bibbia sul problema del male? Poche cose, ma essenziali! Essa non contiene verità rivelate che spiegano perché c’è il male. Ci dice solo che il male c’è, che Dio non lo vuole e che l’uomo è chiamato a collaborare liberamente con Dio per debellarlo, imparando ad amare gli altri uomini e ad accettare la sofferenza quando questa è inevitabile. A una simile interpretazione dell’insegnamento biblico sul male si potrebbero fare almeno due critiche. La prima: questa lettura, che esclude misteri rivelati capaci di orientare l’indagine metafisica, non priva la Bibbia della sua pregnanza culturale, riducendone il messaggio a un semplice invito alla filantropia? E poi: l’idea che l’amore possa vincere il male, cambiando la storia umana, non è un’utopia? In merito alla prima questione, risponderei che non sono certo che la filantropia sia cosa da poco, specialmente se non si limita alle parole ma porta addirittura a sacrificare la propria vita. Questa capacità di donarsi agli altri potrebbe essere il vertice della realizzazione umana, e se il vangelo favorisse una simile crescita avrebbe adempiuto al suo compito: infatti non siamo uomini per divenire cristiani ma siamo cristiani per divenire uomini.

Utopia?
La seconda critica: prospettiva affascinante, addirittura commovente, quella evangelica, ma ahimè irrealizzabile! Pura utopia? Forse. Ma certamente non utopia che ingenuamente sottovaluta la potenza del male, perché dalla sorte toccata a Gesù i cristiani hanno appreso che, se non vogliono attendere la salvezza in un altro mondo ma cambiare questo mondo, dovranno rischiare la loro stessa vita. Utopia, poi, non priva di efficacia, se è vero che, disposti a pagare di persona pur di opporsi all’ingiustizia e alla violenza, i discepoli di Gesù, assieme ai seguaci di altre religioni o ideologie, hanno reso questa terra un po’ più abitabile. In effetti, "ogni azione, etica o politica, che diminuisce la quantità di violenza esercitata dagli uomini gli uni contro gli altri, diminuisce il tasso di sofferenza nel mondo. Si sottragga la sofferenza inflitta agli uomini dagli uomini e si vedrà ciò che resterà di sofferenza nel mondo: a dire il vero, noi non lo sappiamo, tanto la violenza impregna la sofferenza"(P. RICOEUR, Il male, Brescia 1993, p 49).

Realismo utopico
Se spezzando la logica della violenza si riduce la sofferenza del mondo, mi pare che ci siano motivi sufficienti per coltivare questa utopia. Con un ossimoro, si potrebbe allora dire che quello di cui parliamo è un realismo utopico. Il male certo non è vinto una volta per tutte, ma trova realmente una diga, indietreggia, torna all’assalto e indietreggia di nuovo, se trova altri uomini convinti che valga la pena continuare a lottare. Non hanno contribuito a contenere un male altrimenti dilagante uomini come Falcone, come Borsellino, come Romero, che il giorno prima di essere ucciso invita i militari a disobbedire a ordini disumani "Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’Esercito e alla base della Guardia Nacional, della polizia, delle caserme. Fratelli! Siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos! […] Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. […] E’ tempo che recuperiate la vostra coscienza, e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato. […] In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente […] vi supplico, vi chiedo, vi ordino: cessi la repressione!" (predica del 23/3/1980)? Questi uomini a me sembrano più realisti di chi, rassegnandosi ad accettare il mondo così come è, si fa oggettivamente complice del male.