Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Elio Rindone
Forse non è inutile ricordare che come quello greco, anche quello biblico è un mondo estremamente complesso, per cui sono costretto a procedere per inevitabili semplificazioni e facendo scelte sicuramente opinabili. Sento poi la necessità di sottolineare che le tesi che sostengo sono frutto delle acquisizioni esegetiche più recenti e possono certo risultare sconcertanti per coloro che conoscono solo la predicazione cattolica corrente, sia che laccettino sia che la rifiutino, essendo anzi questi ultimi non di rado ancor più dei primi restii ad ammettere la possibilità di una rivisitazione critica delle credenze tradizionali. È ovvio che io sono assolutamente lontano dal pensare che la lettura che propongo debba essere accettata come verità rivelata! Chiedo solo di non rifiutare a priori quelle ipotesi che, sebbene diffuse tra gli specialisti, sono ancora quasi sconosciute al grande pubblico.
Le Scritture ebraiche
Punti di tangenza
Nella Bibbia sono presenti alcune concezioni che ci sono sembrate tipiche della cultura
greca. La volontà malvagia del faraone che non dà la libertà a Israele, per esempio, è
fatta risalire a Jahve: "il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non
lasciò partire gli Israeliti"(Esodo 10, 20). Lindurimento del cuore
causato da Jahve non somiglia allaccecamento dellintelligenza prodotto da
Zeus? Così, le note più pessimistiche e disincantate sulla sorte degli uomini risuonano
anche nella Scrittura: "Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità,
tutto è vanità. Quale utilità ricava luomo da tutto laffanno per cui fatica
sotto il sole? Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la
stessa. [
] Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il
motivo"(Qoèlet 1, 2-4.8). E poichè la vita è questa, sarebbe meglio non
nascere: "ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono
ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste e non
ha visto le azioni malvagie che si commettono sotto il sole"(ivi 4, 2-3). E
nella più antica mentalità ebraica la colpa è considerata uninfezione che
contamina lintera famiglia, tanto che Jahve "punisce la colpa dei padri nei
figli sino alla terza e alla quarta generazione"(Deuteronomio 5, 9). Come i
Greci, anche gli Ebrei supereranno poi questa concezione primitiva, giungendo
allidea di una responsabilità personale: "non si metteranno a morte i figli
per la colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato"(Deuteronomio
24, 16; cfr Geremia 31, 29; Ezechiele 18, 20). Queste somiglianze, tuttavia,
restano marginali: in effetti il messaggio centrale della Bibbia, per quanto riguarda il
problema del male, è assolutamente originale.
Il male ha cause storiche
Lesperienza fondamentale attorno a cui ruota la religiosità ebraica è quella
dellEsodo, e qui il male non è mai visto in una prospettiva cosmica né
attribuito a forze demoniche. Il male consiste nella condizione di schiavitù in cui gli
Egiziani hanno ridotto gli Israeliti e da cui questi non hanno la forza di liberarsi. A
questo punto entra in scena un attore divino, Jahve, che, sensibile alle sofferenze del
suo popolo, invia un uomo di nome Mosè perché lo faccia uscire dallEgitto:
"Ho osservato la miseria del mio popolo [
]. Sono sceso per liberarlo dalla mano
dellEgitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso
un paese dove scorre latte e miele [
]. Ora va! Io ti mando dal faraone.
Fa uscire dallEgitto il mio popolo"(Esodo 3, 7-8. 10). Questo
racconto contiene in sintesi gli elementi essenziali della visione biblica del mondo. La
vita, e ciò è innegabile, è segnata dalla sofferenza. Questa però non ha cause
naturali ma storiche, e cioè la volontà oppressiva delluomo. Jahve non appare
indifferente allinfelicità del popolo oppresso. La liberazione di Israele, però,
non vuole compierla da solo: chiama Mosè a collaborare a questopera. E promette non
la salvezza dellanima dalla prigione corporea, ai pochi capaci di elevarsi alla
contemplazione filosofica, ma una terra dove tutti possano vivere con dignità.
Il peccato di Davide
Nella prospettiva biblica, dunque, Dio sarà visto, dopo un lungo cammino non privo di
incertezze (che appaiono superate, per esempio, in Siracide 15, 11: "Non dire:
dal Signore viene il mio peccato, perché ciò che egli detesta non lo fa"),
come buono e causa solo del bene, luomo come peccatore, e perciò causa di
sofferenza per sé e per gli altri. E il peccato si manifesta essenzialmente come
ingiustizia nei confronti del prossimo, debole e indifeso. Queste caratteristiche
ricorrono in maniera emblematica nel caso di Davide. Il re, che dispone di potere e
ricchezza e di numerose concubine, si invaghisce di una donna giovane e bella, Betsabea, e
la fa sua. Ma Betsabea resta incinta. Per evitare che la sua colpa venga scoperta, Davide
allora ne fa uccidere il marito, Uria, da tempo assente perché impegnato nella guerra
contro gli Ammoniti, e sposa Betsabea, che ora senza scandalo può partorire il figlio. Ma
Jahve non resta indifferente di fronte al peccato e incarica il profeta Natan di
interpellare Davide con queste parole: "Cerano due uomini nella stessa
città, uno ricco e laltro povero. Il ricco aveva bestiame in gran numero, ma il
povero non aveva nulla se non una sola pecorella, piccina, che egli aveva comprata e
allevata; essa gli era cresciuta in casa mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa
e dormendo sul suo seno: era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò
dalluomo ricco e questi, invece di usare il suo bestiame per preparare una vivanda
al viaggiatore, portò via la pecora di quelluomo povero. Allora lira di
Davide si scatenò contro quelluomo e disse a Natan: Per la vita del Signore, chi
ha fatto questo merita la morte. Allora Natan disse a Davide: Tu sei
quelluomo!"(2 Samuele 12, 1-7).
Il pentimento
Nella Scrittura, dunque, luomo non si trova di fronte a situazioni ambigue, a
soluzioni entrambe per certi versi negative: bene e male, al contrario, sono nettamente
separati. Egli è chiamato a fare il bene, ma può fare il male, commettendo ingiustizia
nei confronti del prossimo, approfittando della debolezza del povero. Ma, anche se fa il
male, la sua condizione non è tragica, senza via duscita. E la via duscita è
il pentimento. Davide non si ostina nel suo peccato. Si confessa peccatore e chiede
perdono: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà
cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco
la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho
peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io lho fatto"(Salmo 51, 3-6).
Davide ha peccato contro il Signore perché ha fatto del male al prossimo e le sue
sofferenze (la morte del figlio partorito da Betsabea) saranno la giusta punizione della
colpa. Ma alla punizione si accompagna il perdono: Jahve è capace di rinnovare il cuore
delluomo sinceramente pentito, così che questi possa iniziare una vita nuova.
Il mito adamitico
La condizione umana, dunque, non è tragica ma ciò non toglie che sia ugualmente
terribile. E non tanto per la morte cui è destinato ogni vivente, essendo il succedersi
delle generazioni, per la Bibbia, una caratteristica di ciò che è finito e quindi
rientrando nellordine cosmico, quanto per il male prodotto dalluomo. Colpa,
crudeltà, violenza, morte precoce scandiscono la vita degli uomini: ecco il vero male.
Tutto ciò è naturale? E, quindi, sarà sempre così? La Scrittura risponde decisamente
di no. Il mondo che conosciamo non corrisponde al progetto divino. Le prime pagine della
Bibbia descrivono il mondo come dovrebbe e potrebbe essere: non cè nulla di male
nella natura o nelluomo e, guardando la sua opera, Dio la giudica "cosa molto
buona"(Genesi 1, 31). Cè dunque uno scarto tra il mondo qual è e il
mondo quale dovrebbe e potrebbe essere. Il mito adamitico serve appunto a segnalare questo
scarto. Non Dio ma luomo, con le sue libere scelte, è responsabile di un male che
potrebbe essere evitato. Egli dovrebbe vivere alla presenza di Dio, collaborando alla sua
opera: "Il Signore Dio prese luomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo
coltivasse e lo custodisse"(ivi 2, 15). Luomo quale lo conosciamo,
invece, è escluso per sua colpa da questo mondo buono e felice: "Il Signore Dio lo
scacciò dal giardino di Eden"(ivi 3, 23).
Ideale da realizzare
Preso alla lettera, il racconto sembra volerci parlare di un evento passato, che ha mutato
la storia umana; gli esegeti ci dicono, invece, che lAdamo di cui parla la Genesi
non è lindividuo delle origini ma il genere umano e che perciò, se la Scrittura
insegna "che il peccato è entrato nel mondo per colpa delluomo, essa non
prende posizione riguardo al quando e al come questo inizio è
avvenuto"(H. HAAG, Dottrina biblica della creazione e dottrina ecclesiastica del
peccato originale, Brescia 1979, p 83). Gli autori biblici costatano un fatto: nel
mondo cè il male. Essendo per loro inammissibile che derivi da Jahve, esso non può
che essere causato dalluomo. Su ciò non hanno altro da dire e si mantengono entro
questi limiti rigorosi. Lo stesso rigore che, ad esempio, indurrà Kant ad affermare, con
la sobrietà tipica di un pensiero sempre attento a non trasgredire i limiti della
conoscenza umana, che la ragion dessere del male radicale è inscrutabile: "per
noi non cè alcuna causa comprensibile dalla quale il male morale possa per la prima
volta essere venuto in noi"(La religione nei limiti della semplice ragione,
Milano 1989, p 96). Non resta che attenersi ai fatti: nelluomo cè
contraddizione tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.
Fragile bontà
Luomo, come direbbe Rousseau, è di fatto corrotto pur essendo per natura
buono, o, come direbbe ancora Kant, è inclinato al male ma è destinato al
bene: ecco dunque il senso del racconto biblico. Ovvia conseguenza è che la condizione
felice descritta nella Genesi non appartiene al passato: è invece una possibilità
riservata al futuro, nel caso in cui luomo riesca a vincere la sua inclinazione al
male. E questa vittoria non è da escludere, se è vero che luomo non è
essenzialmente malvagio: egli è fondamentalmente buono, anche se non tanto da non potere
venir meno. La colpa delluomo sembra quindi piuttosto frutto di una certa
fragilità: egli è libero ma fallibile. La Genesi, attribuendo alla figura
mitologica del serpente la capacità di tentare luomo, mostra di riconoscerne la
debolezza morale. Il simbolo del serpente sembra infatti voler dire che luomo, più
che volere il male, cede ad esso: il peccato sarebbe appunto cedimento a
quel desiderio che è in noi ma che sentiamo altro da noi, qualcosa che ci affascina e ci
soggioga quasi dallesterno. Ma pure per un altro motivo il male sembra qualcosa di
esterno: esso appartiene allesperienza storica dellumanità, e quindi ciascuno
lo trova già nel mondo. Anche questa idea trova espressione nel simbolo del serpente:
almeno in parte il male precede la volontà umana, in quanto regna già nel mondo in cui
luomo nasce e influenza le scelte di questultimo.
Jahve alleato delluomo
Ma se la bontà umana è così fragile, luomo potrà vincere la sua inclinazione al
male? Con le sue sole forze certamente no, ma con laiuto di Jahve sì. Le prime
pagine della Bibbia promettono, infatti, la vittoria sul male: la stirpe umana
"schiaccerà la testa"(Genesi 3, 15) del serpente. È questo il senso
dellalleanza con Abramo. Jahve vuole unumanità felice, non incamminata verso
lautodistruzione, ma chiede alluomo di collaborare con una scelta libera e
responsabile a questo progetto: "Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e
sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto"(ivi
17, 1-2). La storia del mondo, dunque, è un progetto aperto: dipende dalluomo
portarlo a compimento ed evitare che fallisca. È facile costatare che luomo spesso
non fa la sua parte, e quindi il peccato e la sofferenza dilagano in questo mondo:
"sono scomparsi i buoni dalla terra, non cè più un giusto tra gli uomini:
tutti stanno in agguato per spargere sangue, luno dà la caccia allaltro con
la rete"(Michea 7, 2). Ma, oltre ogni fallimento, resta sempre aperto un nuovo
orizzonte di possibilità. Per quanto forte sia la coazione a ripetere, per quanto
universale sia lesperienza del dolore, Israele non si rassegna a credere che tutto
ciò non possa mutare.
La speranza
Il Dio che ha dato ad Abramo una numerosa discendenza, il Dio che ha liberato il popolo
dallEgitto farà in futuro cose ancora più grandi: "Preparerà il Signore
degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un
banchetto di vini eccellenti [
] eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio
asciugherà le lacrime su ogni volto"(Isaia 25, 6. 8). Una storia diversa da
quella che conosciamo, un mondo in cui il dolore causato dalluomo sia vinto per
sempre: ecco loggetto della promessa. Davvero con lesperienza di Jahve, Colui
che è presente (cfr. Esodo 3, 14) alla storia umana, ha fatto irruzione "nel
mondo, una volta per tutte, la speranza illimitata, mai nota agli uomini prima
dellapparizione di questo simbolo"(S. NATOLI, Lesperienza del dolore,
Milano 2001, p 136). Nessuna delusione e nessuna sconfitta saranno mai definitive, perché
Dio è fedele e manterrà la sua promessa. Da questa fiducia nella fedeltà di Jahve nasce
la speranza dIsraele. Anche nei momenti più bui della storia, quando sembra che
Jahve abbia abbandonato il suo popolo, lIsraelita troverà proprio in questa fede la
forza per sperare ancora: "io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il volto alla
casa di Giacobbe, e spero in lui"(Isaia 8, 17).
La retribuzione
Alluomo spetta, dunque, il compito di portare a compimento la storia. Da lui dipende
fare il bene, e quindi creare un mondo felice, o fare il male, provocando disordine e
sofferenza. Jahve stesso ha istruito il suo popolo su ciò che è bene e ciò che è male:
in Egitto Israele ha fatto esperienza del dolore causato da chi lo ha ridotto in
schiavitù e della liberazione operata dal Signore. A lui Jahve chiede di non commettere a
sua volta ingiustizia, di avere nei confronti del prossimo la stessa benevolenza di cui è
stato oggetto: il Signore "rende giustizia allorfano e alla vedova, ama il
forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste
forestieri nel paese dEgitto"(Deuteronomio 10, 18-19). Ecco, allora, che
Israele sarà felice se seguirà la via indicata da Jahve, infelice nel caso contrario:
"Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la
benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la
maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e vi allontanate dalla via
che oggi vi prescrivo"(ivi 11, 26-29).
La sofferenza del giusto
Eppure la vita non è così semplice. La legge della retribuzione, per cui il giusto è
felice e lingiusto infelice, è costantemente smentita dallesperienza. Seguite
la via che vi prescrivo, aveva detto Jahve: "in tal modo vivrete, sarete felici e
avrete lunga vita sulla terra di cui entrerete in possesso" (ivi 5, 33).
Ebbene, le cose non vanno così. Anzi, pare che sia vero esattamente il contrario: per il
pio israelita è uno scandalo continuo vedere "la prosperità dei malvagi. Non
cè sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono
laffanno dei mortali e non sono colpiti come gli altri uomini. [
] Ecco, questi
sono gli empi: sempre tranquilli, ammassano ricchezze. Invano dunque ho conservato puro il
mio cuore e ho lavato nellinnocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il
giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina"(Salmo 73, 3-5. 12-14). Come
credere nella giustizia divina se luomo è senza sua colpa oppresso dalla
sofferenza? Il dramma vissuto da Israele quando salta il criterio della retribuzione
troverà lespressione più alta nel libro di Giobbe, composto probabilmente
agli inizi del quinto secolo.
Rifiuto delle spiegazioni consolatorie
Giobbe incarna la condizione delluomo straziato dal dolore: in lui possono
riconoscersi miliardi di uomini che nel corso dei secoli hanno sofferto atrocemente senza
sapere perché. Quanti uomini potrebbero chiedere con Giobbe: "perché non sono morto
fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?"(Giobbe 3,
11). Il loro dolore, come quello di Giobbe, non può essere considerato una giusta
punizione divina. Anchessi, come Giobbe, rifiuterebbero con sdegno le spiegazioni
dei teologi, che, dichiarandoli peccatori, vorrebbero cancellare lo scandalo di un male
inesplicabile, e, come lui, a buon diritto potrebbero giudicare immeritate le proprie
disgrazie: "Lungi da me che io mai vi dia ragione; fino alla morte mi dichiarerò
innocente. Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi
rimprovera nessuno dei miei giorni"(Giobbe 27, 5-6). E infatti Giobbe può
affermare senza tema di essere smentito: "Mai ho rifiutato quanto brama il povero,
né ho lasciato languire gli occhi della vedova; mai da solo ho mangiato il mio tozzo di
pane, senza che ne mangiasse lorfano"(Giobbe 31, 16-17).
Giustizia divina?
Ma se il male non è sempre conseguenza del peccato, se cè un dolore innocente, e
ce nè tanto in questo mondo, come credere ancora che Jahve voglia il bene
delluomo? Come credere che la storia umana, qual è presentata con estremo realismo
nel libro di Giobbe, non sia in balia del caso o addirittura in potere di un demone
maligno? Se in questo scritto si ribadisce sino alla fine, come pensano alcuni studiosi,
che il dolore delluomo Giobbe è immeritato, il tema centrale di esso non è quello
che si crede comunemente. La questione, che allinizio concerneva leffettiva
giustizia di Giobbe (se egli è davvero un uomo pio resterà tale nonostante le sue
disgrazie), alla fine è diventata unaltra: in un mondo in cui linnocente
resta schiacciato dalla sofferenza si può credere nella giustizia di Jahve? In effetti,
occorre riconoscere che"Giobbe cambia largomento, provocando sulla giustizia di
Dio, anziché sulla propria, un interrogativo nella mente del lettore"(J. MILES, Dio.
Una autobiografia, Milano 1998, p 382). Abbandonata una troppo facile interpretazione
della teoria della retribuzione, se non vuol rinnegare la sua fede nella giustizia divina,
Israele deve ripensare la sua comprensione del dolore.
Apparente antinomia
Dopo la spietata analisi della condizione umana condotta nel libro di Giobbe,
certamente cade lequazione giustizia-felicità: non è più possibile fare il bene
attendendone immediatamente i risultati. E cade anche lequazione
peccato-infelicità: si richiede perciò un nuovo atteggiamento di fronte alla sofferenza.
Ma non è chiaro in che direzione procedere: "la tonalità predominante, alla fine di
questopera straordinaria, non è di redenzione ma di sospensione"(ivi, p
383). Giustizia divina e male immeritato, infatti, appaiono incompatibili. Sembrerebbe
inevitabile negare luno o laltra. Israele invece terrà ferme entrambe queste
certezze: luomo è schiacciato dalla sofferenza, Jahve è giusto e vuole la
felicità delluomo. La prima certezza nasce dallesperienza, la seconda dalla
fede. Gli autori biblici non prendono nemmeno in considerazione lipotesi di chiudere
gli occhi di fronte allesperienza; ancor meno mettono in discussione la loro fede, e
neanche restano invischiati nellelaborazione di sofismi teologici che non possono
spiegare ciò che per lintelligenza umana è semplicemente incomprensibile. In un
mondo che attesta la sofferenza dei giusti e la prosperità degli empi, essi ribadiscono
testardamente che bisogna restare giusti, che bisogna credere che il bene è più forte
del male, che bisogna continuare a sperare che esso alla fine avrà la meglio. Questa
speranza evidentemente non si fonda su argomenti di ragione, ma solo sulla fiducia in
Jahve, che non può non volere il bene.
Il Servo sofferente
La vittoria sul male ci sarà, ma non ci si illude più che se ne possa fare presto
lesperienza, né che essa possa dipendere, come narrava uningenua
religiosità, da interventi di straodinaria potenza come lapertura del Mar Rosso.
Fare del bene nonostante tutto: forse questa è la vittoria. Fare il bene senza vederne
immediatamente i frutti: forse questa è la soluzione al problema del male. Anzi, forse è
proprio la sofferenza che porta frutto. È così che si era venuta elaborando,
probabilmente già alla fine del sesto secolo, quellidea che, nelle Scritture
ebraiche, ha trovato la più compiuta espressione nella figura del Servo di Jahve del Deutero-Isaia.
Il giusto non vive nella prosperità, anzi soffre a causa dei suoi oppressori, che lo
tormentano e lo disprezzano, considerando la sua perseveranza nel bene frutto
dellincapacità di farsi valere: "Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei
dolori che ben conosce il patire [
] era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi
lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato"(Isaia 53, 3-4).
Il paradosso della sofferenza
La sofferenza subita però non è vana: al contrario, essa è forza liberatrice, ha
effetti salutari per tutti gli oppressi. Proprio del Servo sofferente Jahve dice: "Io,
il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano [
] perché tu
apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione
coloro che abitano nelle tenebre"(Isaia 42, 6-7). Approfondendo la sua
esperienza religiosa, Israele mantiene la certezza che lobiettivo di Jahve resta
sempre la liberazione delluomo ma rivede lidea che si era fatto dei mezzi atti
allo scopo: non con eclatanti gesti di forza, non con guerre sante e con lo sterminio dei
nemici (cfr. Giosuè 8, 24-29), non con la vendetta sui persecutori, come pure
altre pagine bibliche vorrebbero insegnare ["Figlia di Babilonia devastatrice, beato
chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà
contro la pietra"(Salmo 137, 8-9)], ma con lamore che accetta la
sofferenza nascerà il mondo nuovo.
Le Scritture cristiane
Il compimento delle attese
Nelle Scritture cristiane vengono ripresi questi temi, che trovano una singolare
concentrazione nella figura di Gesù. Il suo ministero viene interpretato proprio come
linizio del mondo nuovo atteso per secoli. Al principio della sua narrazione, Luca
presenta Gesù che, dopo aver letto nella sinagoga di Nazaret il passo di Isaia (61, 1-3)
contenente questo annuncio: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con lunzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in
libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore"(Luca 4,
18-19), arrotolato il volume, aggiunge: "oggi si è adempiuta questa scrittura che
voi avete udita con i vostri orecchi"(ivi 4, 21). Il messaggio di Gesù in
estrema sintesi è questo: il regno di Dio è vicino e quindi gli oppressi stanno per
essere liberati! Proprio le parole e le opere di Gesù inaugurano questo mondo nuovo, che
comincia qui e ora, perché il regno "non è lal di là dal mondo, non
è laltro mondo ma è il mondo a venire, è questo mondo al futuro"(S.
NATOLI, Lesperienza del dolore, p 252). A Giovanni il Battista, che vuol
sapere se è proprio Gesù che il popolo attende, è infatti inviata questa risposta:
"andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la
vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano,
ai poveri è annunziato il lieto messaggio"(Luca 7, 22).
La vittoria sul male
Ciò che i vangeli chiamano regno di Dio è proprio il mondo come dovrebbe essere,
il mondo in cui gli uomini vivono alla presenza di Dio nella giustizia e nella pace, in
cui ogni vita giunge al suo compimento al riparo dal dolore: è il giardino dellEden
della Genesi che, come abbiamo visto, non appartiene al passato ma al futuro. Gesù
prende sul serio la promessa di Jahve: questo mondo nuovo è possibile! La sua venuta
dipende solo da noi. Dio è fedele alla sua alleanza: se luomo offrirà la sua
collaborazione, il dolore sarà vinto per sempre. Ecco, perciò, linvito pressante:
"Convertitevi e credete al lieto messaggio"(Marco 1, 15). La conversione
consiste proprio nel superamento dellegoismo, che genera ingiustizia e violenza: se
si vince il male-colpa, si vincerà anche ciò che ne consegue, il male-dolore. Il lieto
messaggio è tutto qui: è giunto il momento della vittoria sul peccato e quindi della
liberazione degli oppressi, della fine delle sofferenze. La fiducia in Jahve dà il
coraggio di tentare limpossibile, instaurando relazioni nuove tra gli uomini,
rimuovendo i macigni dellindifferenza e dellodio: se avrete fede "anche
se direte a questo monte levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà"(Matteo
21, 21).
La tentazione
Certo, un così radicale cambiamento di vita non è facile. In ogni uomo è radicata la
sete di potere e di successo e la società, in ogni tempo, non ha fatto che enfatizzarla.
I racconti evangelici, con grande realismo, attribuiscono anche a Gesù lesperienza
della tentazione: anchegli ha avvertito il fascino di Satana, simbolo della logica
mondana, della brama di possesso e di dominio, ma è uscito vittorioso dalla prova,
riaffermando la sua fede in Jahve, il Dio che ha nei confronti degli uomini i sentimenti
di un padre: "il diavolo lo condusse con sè sopra un monte altissimo e gli mostrò
tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò,
se, prostandoti, mi adorerai. Ma Gesù gli rispose: Vattene, Satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio Tuo e a Lui solo rendi culto"(Matteo 4, 8-10). Gesù
appare così come luomo che, avendo affidato interamente e senza compromessi la sua
vita al Dio-Agàpe (cfr. 1 Giovanni 4, 8) suo Padre, sceglie liberamente di fare la
sua parte per portare a compimento il progetto divino.
A servizio del prossimo
La vittoria sulla tentazione permette a Gesù di vivere non per se stesso ma per
lavvento del regno, mettendo tutte le sue forze a servizio degli altri. Egli,
infatti, non vuole assoggettare gli uomini ma, come il Padre, prendersene cura, e chiede
ai suoi discepoli di fare altrettanto: se io "ho lavato i vostri piedi, anche voi
dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri"(Giovanni 13, 14). Effettivamente i
discepoli hanno sperimentato in Gesù uno stile di vita nuovo: la sua incondizionata
disponibilità, lostinata perseveranza, laffettuosa comprensione per tutte le
miserie umane hanno reso davvero credibile lamore di Dio per gli uomini. Questa
volontà di combattere il male lhanno vista allopera nella sua sollecitudine
per lenire i diversi tipi di sofferenza: la fame, con la distribuzione dei pani, la
malattia, con le rapide guarigioni, la morte, col dono di nuova vita. Le Scritture
cristiane convergono tutte in questa testimonianza su Gesù, un uomo "che passò
facendo del bene"(Atti 10, 38) ai sofferenti.Questa bontà efficace e senza
limiti gli evangelisti hanno voluto raccontare, servendosi dei mezzi espressivi di cui
disponevano, in particolare i racconti di miracoli, cioè di segni, di gesti carichi di
significato, capaci di far percepire la realtà divina come amorevole presenza nella
storia.
La forza del male
Eppure il male non è stato sconfitto una volta per tutte. Gli uomini non hanno creduto
che la prassi di giustizia e di amore inaugurata da Gesù potesse creare un mondo
migliore. Lo hanno considerato un illuso, anzi qualcosa di peggio, un sovversivo
pericoloso per lordine costituito, e lo hanno condannato a morte. Gesù non aveva
cercato la sofferenza: al contrario, laveva combattuta. Ma, di fronte ad essa, non
si è tirato indietro. Anche nella più totale oscurità ha continuato a confidare
nellamore di Dio: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia
non sia fatta la mia, ma la tua volontà"(Luca 22, 42). Ecco la sua
scelta: fare del bene, combattere il dolore finchè è possibile e con tutti i mezzi (che
oggi possono essere anche quelli della scienza, della tecnica o della politica). Ma
accettarlo quando è inevitabile. Non rassegnarsi, non subirlo passivamente, non
ribellarsi rispondendo alla violenza con nuova violenza ma condividere per amore la sorte
degli oppressi. Accettare il dolore, anche quando tutto appare incomprensibile,
orribilmente oscuro, con la fiduciosa speranza che, anche se ciò contraddice
lesperienza umana, dalla morte possa fiorire nuova vita.
La risurrezione
In effetti, la condanna di Gesù pronunciata dalle autorità religiose del tempo e la sua
morte atroce hanno prodotto per un certo tempo un profondo smarrimento nei suoi discepoli,
ma poi ancora una volta la fiducia in Jahve è stata più forte dei fatti che sembravano
smentirla. Essi hanno cominciato a rileggere la vicenda del loro maestro, crocifisso tra
gli empi (cfr. Marco 15, 27), alla luce della figura del Servo sofferente, che
"ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli
portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori"(Isaia 53, 12).
Proprio in quella fedeltà allamore portata sino al dono totale di sé hanno visto
la via per costruire il mondo nuovo. Solo lamore che accetta la sofferenza permette
di vincere il male, portando frutto abbondante: "se il chicco di grano caduto in
terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto"(Giovanni
12, 24). Quella morte ignominiosa non è stata per loro la prova che Gesù era stato
abbandonato da Dio. Al contrario, il suo sacrificio è diventato la vittoria definitiva
sul male, quella vittoria che si realizza in tempi e modi che non rispondono alle attese
del cuore umano e che trova espressione nellimmagine della risurrezione: Gesù di
Nazaret, proprio luomo che era stato crocifisso, "Dio lo ha risuscitato,
sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse
in suo potere"(Atti 2, 24).
La fede nellamore è la vittoria sul male
Il male non può avere lultima parola: ne andrebbe di mezzo la fede biblica nella
giustizia di Dio. Il giusto quindi è certo che vive presso Dio, ma si tratta di una
certezza che resta ancora una volta oggetto di fede. Fede ribadita testardamente anche
nellultima delle scritture cristiane: Dio salverà i giusti "sarà un
Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né
lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"(Apocalisse
21, 3-4). Una fede, però, che produce effetti sperimentabili: essa, infatti, ha permesso
ai discepoli di Gesù di impegnarsi, senza violenza, nel corso dei secoli per cambiare il
mondo, per renderlo più giusto e vivibile per tutti, senza sognare vittorie trionfali ma
con la consapevolezza che una prassi damore, votata secondo criteri mondani alla
sconfitta, in realtà è fonte di vita. Il fiducioso abbandono nel Dio di Gesù ha
permesso in effetti a uno sterminato numero di uomini di dare un senso alla sofferenza
ingiustamente subita. Anzi, forse non gli eroi come Achille o Agamennone ma proprio le
vittime che confidano in un Dio-Agàpe, i reietti della terra, le pietre scartate dai
potenti costruttori della storia (cfr. Matteo 21, 42) hanno un compito decisivo in
questo mondo. "Allombra di questo Dio si rifugia il povero, attinge vigore il
dannato della terra, il marginale trova per sé una via nel mondo [
]
lindistinto brusio della storia accede al linguaggio, e tutti gli uomini diventano
protagonisti di un futuro costruibile e di una indefettibile speranza"(S. NATOLI, Lesperienza
del dolore, p 145).
Filantropia?
In conclusione, che cosa ha da dire la Bibbia sul problema del male? Poche cose, ma
essenziali! Essa non contiene verità rivelate che spiegano perché cè il
male. Ci dice solo che il male cè, che Dio non lo vuole e che luomo è
chiamato a collaborare liberamente con Dio per debellarlo, imparando ad amare gli altri
uomini e ad accettare la sofferenza quando questa è inevitabile. A una simile
interpretazione dellinsegnamento biblico sul male si potrebbero fare almeno due
critiche. La prima: questa lettura, che esclude misteri rivelati capaci di orientare
lindagine metafisica, non priva la Bibbia della sua pregnanza culturale, riducendone
il messaggio a un semplice invito alla filantropia? E poi: lidea che lamore
possa vincere il male, cambiando la storia umana, non è unutopia? In merito alla
prima questione, risponderei che non sono certo che la filantropia sia cosa da poco,
specialmente se non si limita alle parole ma porta addirittura a sacrificare la propria
vita. Questa capacità di donarsi agli altri potrebbe essere il vertice della
realizzazione umana, e se il vangelo favorisse una simile crescita avrebbe adempiuto al
suo compito: infatti non siamo uomini per divenire cristiani ma siamo cristiani per
divenire uomini.
Utopia?
La seconda critica: prospettiva affascinante, addirittura commovente, quella
evangelica, ma ahimè irrealizzabile! Pura utopia? Forse. Ma certamente non utopia che
ingenuamente sottovaluta la potenza del male, perché dalla sorte toccata a Gesù i
cristiani hanno appreso che, se non vogliono attendere la salvezza in un altro mondo ma
cambiare questo mondo, dovranno rischiare la loro stessa vita. Utopia, poi, non priva di
efficacia, se è vero che, disposti a pagare di persona pur di opporsi
allingiustizia e alla violenza, i discepoli di Gesù, assieme ai seguaci di altre
religioni o ideologie, hanno reso questa terra un po più abitabile. In effetti,
"ogni azione, etica o politica, che diminuisce la quantità di violenza esercitata
dagli uomini gli uni contro gli altri, diminuisce il tasso di sofferenza nel mondo. Si
sottragga la sofferenza inflitta agli uomini dagli uomini e si vedrà ciò che resterà di
sofferenza nel mondo: a dire il vero, noi non lo sappiamo, tanto la violenza impregna la
sofferenza"(P. RICOEUR, Il male, Brescia 1993, p 49).
Realismo utopico
Se spezzando la logica della violenza si riduce la sofferenza del mondo, mi pare che ci
siano motivi sufficienti per coltivare questa utopia. Con un ossimoro, si potrebbe allora
dire che quello di cui parliamo è un realismo utopico. Il male certo non è vinto una
volta per tutte, ma trova realmente una diga, indietreggia, torna allassalto e
indietreggia di nuovo, se trova altri uomini convinti che valga la pena continuare a
lottare. Non hanno contribuito a contenere un male altrimenti dilagante uomini come
Falcone, come Borsellino, come Romero, che il giorno prima di essere ucciso invita i
militari a disobbedire a ordini disumani "Desidero fare un appello speciale agli
uomini dellEsercito e alla base della Guardia Nacional, della polizia, delle
caserme. Fratelli! Siete del nostro stesso popolo! Ammazzate i vostri fratelli campesinos!
[
] Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio.
[
] E tempo che recuperiate la vostra coscienza, e che obbediate alla vostra
coscienza piuttosto che agli ordini del peccato. [
] In nome di Dio, in nome di
questo popolo sofferente [
] vi supplico, vi chiedo, vi ordino: cessi la
repressione!" (predica del 23/3/1980)? Questi uomini a me sembrano più realisti di
chi, rassegnandosi ad accettare il mondo così come è, si fa oggettivamente complice del
male.