Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Elio Rindone
Esporre in una breve relazione le idee che i Greci hanno elaborato nel corso dei secoli
intorno al male, e ai temi ad esso inscindibilmente connessi della libertà e della colpa,
è un compito estremamente arduo. Lunica via che trovo percorribile è quella di
scegliere alcuni filoni di quella cultura, che è tanto ricca e stimolante da essere
ancora alla base della nostra civiltà, trascurandone altri, che pure sono tuttaltro
che privi dinteresse. Ma prima che ai filosofi mi pare necessario dare la parola ai
poeti, sia perché il linguaggio simbolico della poesia è particolarmente adatto a
trattare il nostro tema sia perché dei miti da loro elaborati anche i filosofi si sono
nutriti.
La poesia
La sofferenza
La civiltà greca, come le altre grandi civiltà, ha avuto coscienza
delluniversalità dellesperienza del dolore. Già Solone (640-560) osserva che
"non cè uomo felice, sono sciagurati tutti i mortali che contempla il
sole"(fr. 15), e circa un secolo dopo Pindaro (518-438) sembra certo che sarà
sempre così: "scevro daffanni uomo non vè, né vi sarà"(Odi
Pitiche, V, vv. 64-65) e mette in guardia contro le vane speranze: "cè una
specie tra gli uomini vana, che spregia ciò che ha e scruta lontano, in traccia di
fantasie, con speranze inani"(ivi, III, vv. 28-32). La vita delluomo è
in effetti assediata dalla sofferenza; certo egli non la desidera e anzi cerca di
fuggirla, ma non riesce ad evitarla: essa cè, e colpisce luomo, a cui non
resta che subirla, soffrirla. La parola greca che indica il dolore è pathos, che
originariamente significa accadimento; ma poiché ciò che accade, ciò che
arriva addosso senza essere voluto, ha di norma valenza negativa, il termine ha finito col
significare sofferenza, sciagura.
Il male
Ma perché tante e così varie disgrazie si abbattono sulluomo? Il dolore non può
non interrogare un essere capace di riflessione: esso fa problema. La sofferenza umana
viene quindi percepita dai Greci come manifestazione di una frattura radicale, di una
carenza profonda che tocca tutta la realtà. Questo mondo, così ammirevole per la
bellezza e lordine che lo caratterizzano, certo ha pure in sé qualcosa di negativo:
la fragilità, la possibilità di venir meno non gli sono per nulla estranei. La
sofferenza che luomo subisce, dunque, è espressione di quella originaria e naturale
possibilità di venir meno che è propria della realtà e che per i Greci costituisce
il male. Il neutro sostantivato kakòn designa, infatti, il male
proprio come un andare in rovina, un deteriorarsi che si manifesta come perdita di bontà,
di ordine e di bellezza.
Un mondo ambiguo
La realtà, quindi, è a un tempo e costitutivamente qualcosa di positivo e di negativo e
il linguaggio mitologico della religione olimpica ha espresso questidea vedendo
negli dei la causa del bene come del male. Così, infatti, Omero (VIII secolo) fa dire ad
Achille, in versi che sembrano contenere linsegnamento fondamentale del suo primo
poema: "Due vasi son piantati, sulla soglia di Zeus, dei doni che dà, dei cattivi
uno e laltro dei buoni"(Iliade, XXIV, vv. 527-528). Solo la vita degli
dei è priva di affanni: ad alcuni uomini è invece riservata da Zeus una mescolanza di
gioie e dolori; ad altri addirittura egli darà solo miseria e afflizione, così che essi
diventeranno oggetto di disprezzo sia per gli dei che per i loro simili (cfr. ivi,
vv. 529-533). E Teognide, vissuto tra il VI e il V secolo, ripete: "Nessuno, o Cirno,
è responsabile della propria rovina o del proprio successo: di ambedue sono datori gli
dei"(Silloge teognidea, Libro I, vv. 133-134).
La visione tragica
Se la realtà custodisce nel suo seno tale radicale ambiguità, se gli dei danno agli
uomini, nel migliore dei casi, bene misto a male, è chiaro che i Greci non hanno
elaborato della vita una visione ingenuamente ottimistica. Al contrario, essi hanno una
percezione profondamente tragica di essa. Lessenza del tragico consiste proprio in
ciò: il male non è eliminabile dalla vita umana. Poiché entrambi naturali, non si dà
netta separazione tra bene e male: questi restano necessariamente intrecciati, quali che
siano gli sforzi delluomo e i rimedi escogitati dal suo ingegno. Per quanto grandi
siano i successi ottenuti, si giunge prima o poi a un bivio in cui il risultato
dellazione, quale che sia la soluzione prescelta, sarà la catastrofe. È proprio
questa visione della vita che viene portata sulla scena dai grandi tragici greci.
Atreo
Eschilo (525-455), ad esempio, presenta nellOrestea personaggi di tempra
eccezionale che si trovano costantemente di fronte a dilemmi insolubili, commettendo una
serie di efferati delitti a cui non è estranea la volontà degli dei. Nella lotta per il
potere Atreo ha avuto la meglio sul fratello Tieste; questi, allora, si propone di
sedurgli la moglie e riesce nel suo intento; quindi Atreo, per vendicarsi
delloltraggio subìto, dà in pasto allignaro Tieste i due figli di lui. Ma,
per Eschilo, "lopera empia ne genera unaltra più grande dopo di
sè"(Agamennone, vv. 758-759), sicchè una scia di sangue accompagnerà da ora
in poi il casato degli Atridi: gli antichi Greci, infatti, vedevano la stirpe come
ununità morale in cui le colpe dei padri ricadevano sui figli.
Agamennone
Così Agamennone, figlio di Atreo, finirà col macchiarsi le mani di sangue. Per volere di
Artemide si trova infatti di fronte ad un angoscioso dilemma: perchè la flotta greca, di
cui è a capo, possa partire con vento favorevole alla volta di Troia, egli deve
sacrificare sua figlia, Ifigenia. È quindi costretto a scegliere tra due mali: se la
sacrifica, commette un orribile delitto; se non la sacrifica compromette la sua dignità
regale, perché col suo rifiuto ostacola il successo dellimpresa comune. Entrambe le
scelte causeranno, è certo, terribili sofferenze: "Mala sorte è la mia se
obbedienza rifiuto [alla richiesta di Artemide], mala sorte se la figlia sacrifico,
splendore della mia casa, e qui, presso laltare, nei fiotti di sangue della vergine
sgozzata, contamino le mie mani paterne. Quale delle due sorti è peggiore? Come posso
disertare le navi e tradire lalleanza? E dunque plachi il sacrificio i venti e
sgorghi il sangue della vergine! Questo con ira e furore mi è forza desiderare. E così
sia"(Agamennone, vv. 206-217).
Oreste
Al culmine della gloria per la sua vittoria sui Troiani, di ritorno in patria Agamennone
pagherà con la vita la sua decisione di sacrificare Ifigenia: infatti, la moglie
Clitennestra, con laiuto dellamante Egisto, terzo figlio di Tieste,
vendicherà la morte della figlia uccidendo il marito. Questo nuovo delitto porrà il
figlio Oreste di fronte ad unalternativa ineludibile: lasciare invendicato
lassassinio del padre o macchiarsi di un orrendo matricidio. Anchegli,
perciò, è un eroe tragico, costretto a scegliere tra due mali. Ad uccidere Clitennestra
ed Egisto, Oreste non è spinto solo dal dolore per la morte del padre o dal desiderio di
riprendersi il trono ma anche dalla volontà degli dei: "Non può ingannarmi il
possente oracolo dellAmbiguo [Apollo]: egli mi impose di affrontare questa prova,
con alte grida minacciando sciagure così terribili da far raggelare il sangue nel mio
cuore se non volessi ricambiare, morte per morte, gli assassini di mio padre; mi ordinò
di ucciderli con la furia di un toro per colpe che non possono altrimenti
riscattarsi"(Coefore, vv. 269-275). Anche se voluto da una divinità, il
matricidio però contamina Oreste, che deve fuggire il tormento che gli procurano altre
divinità, le Erinni: "esse per immense distese di terra ti perseguiteranno,
costringendoti ad errare continuamente al di là del mare e di città circondate dalle
acque"(Eumenidi, vv. 75-77).
Luomo accecato dagli dei
La condizione umana è dunque, per Eschilo, segnata dal male, a un tempo causa ed effetto
di scelte tragiche. Ma questo male affonda appunto le sue radici nel divino: "Chi
potrà mai dalle nostre case scacciare il seme della maledizione? Incatenata ad Ate
è la stirpe degli uomini" (Agamennone, vv. 1565-1566). Cosè Ate?
Questa parola designa la sventura che si abbatte sulluomo, ma anche
laccecamento che induce luomo in errore, e ancor prima il demone che causa
tale accecamento. Per gli antichi Greci luomo è infatti sotto linfluenza di
forze superiori, che accecano la sua mente tanto da spingerlo a commettere azioni che in
condizioni normali condannerebbe. Pertanto egli è per un certo verso colpevole ma per un
altro vittima di uno sventurato destino.
Ad Ate luomo non può resistere
Così, per Omero, proprio perché accecato da Zeus, Agamennone ha tolto ad Achille,
scatenandone lira così rovinosa per gli Achei, la preda di guerra che gli era stata
assegnata, Briseide: "non io son colpevole ma Zeus e il destino e lErinni che
nella nebbia cammina; essi nellassemblea gettarono contro di me stolta Ate
quel giorno che tolsi il suo dono ad Achille. Ma che potevo fare? I numi tutto portano a
compimento. Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta"(Iliade,
XIX, vv. 86-92). Con Ate Omero designa quindi laccecamento,
"lannebbiarsi o lo smarrirsi temporaneo della coscienza normale, [
]
loperazione demonica esterna"(E. DODDS, I Greci e lirrazionale,
Firenze 1986, p 7) che causa quella condizione psicologica e la sventura che ne consegue.
Questa complessità di significati il termine mantiene anche in Eschilo: "È legge
che sangue per terra sparso chiami altro sangue. Per vendicare gli uccisi, lErinni
morte relama: Ate che trae con sé nuova Ate"(Coefore, vv.
400-405).
Larroganza, causa di accecamento
Ma perché gli dei causano laccecamento degli uomini? Sembra che essi siano gelosi,
nutrano invidia per i successi umani. Eschilo, che tuttavia non
laccetta, riporta questa vecchia credenza: "cè un antico detto, diffuso
tra i mortali, che la felicità, giunta al suo culmine, genera figli e non muore senza
prole, ma dalla buona sorte germoglia per la stirpe dolore insaziabile"(Agamennone,
vv. 750-756). Attribuire agli dei sentimenti così meschini sembra però impossibile ad
Eschilo. Il concetto dellinvidia, del phthonos, degli dei non costituisce
certo una spiegazione accettabile, dal punto di vista morale, del loro intervento
distruttivo nella vita degli uomini. Grazie ad una più raffinata sensibilità religiosa
quel concetto subisce perciò una radicale trasformazione. Laccecamento
delluomo è frutto non più dellinvidia ma della giusta indignazione degli dei
per la hybris, larroganza, la tracotanza generata dal successo, che provoca
la perdita della coscienza dei propri limiti. Così Eschilo mette in luce il rapporto che
lega hybris e ate: "suole unantica hybris generare fra le
disgrazie una nuova hybris, presto o tardi, quando giunge il giorno stabilito del
parto, e [allora si scatena] la dea invincibile, irresistibile, spietata, la nera Ate
rovina delle case" (Agamennone, vv. 763-770).
Responsabilità umana
Sembra, dunque, che lazione umana sia determinata dallAte inviata da
Zeus tramite le Erinni, ma ciò non elimina la responsabilità umana, dal momento che è
la hybris umana che a sua volta provoca la punizione divina. Ciò è espresso in
modo esemplare nellepisodio, già citato, di Agamennone che decide di sacrificare la
figlia. È vero che la morte di Ifigenia è richiesta dalla divinità, ma solo come
condizione per la partenza delle navi. "Agamennone avrebbe potuto abbandonare
limpresa, non accettare la condizione e ritirarsi, ma non lo fa: egli non può
tradire gli alleati. In Agamennone cè indubbiamente ambizione e sete di dominio, ma
anche necessità: egli deve salvaguardare la sua dignità di re, limpegno preso.
[
Non sappiamo] fino a che punto in Agamennone lonore del re sia autentico o
dissimuli lambizione ed impalpabilmente trapassi in essa. Ambigua è la situazione
oggettiva, ambigua è lintenzione morale"(S. NATOLI, Lesperienza del
dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Milano 2001, p 79). Così,
infatti, il coro della tragedia narra lepisodio: "poiché immerse il collo nel
giogo della necessità, agitando nel volubile animo empi, nefandi pensieri, si decise a
tutto osare. Miserando delirio, infatti, coi suoi scellerati consigli causa prima di
sventure, rende temerari i mortali"(Agamennone, vv. 218-223). Ma le stesse
considerazioni possono valere per Clitennestra, Oreste e gli altri eroi tragici. Essi non
sono marionette, i cui fili sono mossi dal fato, e proprio ciò fa la loro grandezza. Per
i Greci mai luomo "è consegnato nelle mani del destino, bensì porta nel suo
intimo la libertà, e una forza che [
] lo solleva al di sopra del destino"(M.
POHLENZ, Luomo greco, Firenze 1989, p 50).
Male e Colpa
Gli eroi tragici non sono dunque solo vittime; sono anche colpevoli. La condizione tragica
del mondo è perciò resa ancora più tragica dallempietà umana, che genera
dismisura e quindi infelicità: "davvero la hybris è figlia
dellempietà; da mente sana proviene invece il benessere a tutti caro e lungamente
desiderato" (Eumenidi, vv. 534-537). Addirittura Omero apre il suo secondo
poema con un discorso, che sembra assumere valore programmatico, in cui Zeus porta
lesempio di Egisto per affermare esplicitamente che proprio gli uomini sono
responsabili delleccesso delle loro sventure: "Ahimè, di tutto gli uomini
sempre fanno colpa ai numi! Dicono che i mali vengono da noi, mentre essi stessi per la
loro stoltezza si procurano affanni al di là di quelli che sono loro destinati. Ecco:
Egisto, contro la sorte assegnatagli, si prese la moglie legittima dellAtride e lui
massacrò al suo ritorno; eppure conosceva labisso di morte in cui sarebbe
precipitato, perché noi già prima lavvertimmo per mezzo di Ermes"(Odissea,
I, vv. 32-38).
Il delitto dei Titani
Impossibile, allora, non chiedersi come mai luomo sia capace di tanta malvagità.
Come gli dei e la natura, così anche luomo è per i Greci una realtà ambigua.
Evidentemente bene e male sono elementi costitutivi del suo essere. Questa idea ha trovato
la sua espressione più radicale nei racconti, attribuiti al mitico poeta Orfeo, che noi
conosciamo in forma compiuta solo attraverso autori della tarda antichità, come il
neoplatonico Proclo (410-485), ma il cui nucleo essenziale certamente già nei secoli
precedenti aveva nutrito la religiosità dei Greci più colti. Secondo questa narrazione
mitica, la generazione degli uomini fu preceduta da quella dei Titani, astuti e crudeli
figli di Urano e di Gaia, che uccidono un fanciullo divino, Dioniso (che non è per gli
Orfici il dio della frenesia orgiastica dei misteri dionisiaci ma un divino maestro di
saggezza), e ne divorano le membra dopo averle arrostite. Zeus, per punirli, li
incenerisce col suo fulmine e da quelle ceneri nasce il genere umano.
Lanima esiliata
Ecco perché gli uomini sono un misto di bene e di male: da una parte conservano le
malvagie inclinazioni dei Titani e dallaltra custodiscono in sé una particella del
divino Dioniso, di cui quelli si erano nutriti. Gli uomini, dunque, sono eredi di un
crimine precedente, pre-umano, che causa nuove colpe e che deve essere espiato attraverso
le sofferenze che accompagnano una lunga serie di reincarnazioni. Nasce così il mito
dellanima esiliata: luomo non è un essere unitario, perché in lui cè
una profonda estraneità tra la parte titanica e quella divina; egli appartiene a un altro
mondo, non a questo, dominato dal male e in cui la sofferenza è giusta punizione di colpe
commesse se non nellattuale certo in una vita precedente. Luomo, quindi, tende
a identificarsi in questa prospettiva religiosa con un elemento divino (daimon)
imprigionato per espiazione in un corpo, che diventa oggetto di repulsione e dal quale
solo con la rigorosa pratica dei riti orfici potrà liberarsi.
La filosofia
Pitagora ed Eraclito
La tradizione mitologica, in particolare quella orfica che variamente sintreccia con
quella olimpica, ha avuto unenorme influenza sui filosofi greci. Lantropologia
pitagorica si ispira appunto al mito orfico, tanto che comunemente si parla di visione
orfico-pitagorica. Ma non solo luomo: tutto il mondo appare a Pitagora (570-496)
composto di elementi positivi, i numeri dispari, compiuti e perfetti, e negativi, quelli
pari, incompiuti e quindi imperfetti. Così per Eraclito (540-480) lordine della
realtà nasce da una lotta incessante di elementi contrapposti, sicchè si può affermare
che "Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re"(B 53). Nulla resta
identico a se stesso ma tutto trapassa continuamente nel suo contrario: "la stessa
cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio:
questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovo son questi"(B 88). La realtà,
quindi, è inscindibilmente bene e male, vita e morte, luce e tenebre: "il dio è
giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame"(B 67).
Empedocle
Ancora per Empedocle (492-432) i quattro elementi che costituiscono il mondo subiscono
lazione dellAmicizia e della Discordia, entrambe necessarie perchè fiorisca
la vita: "Questi soli [acqua, aria, terra e fuoco] sono gli elementi, ma,
precipitando luno nellaltro, nascono gli uomini e le altre stirpi di fiere,
una volta riuniti ad opera dellAmicizia in un solo cosmo, una volta separati
ciascuno per sé ad opera dellodio della Discordia, fino a che essi, combinati
insieme in un unico tutto, vengono risospinti in basso"(B 26). Il conflitto tra forze
opposte, che nellopera Sulla natura caratterizza il mondo, nelle Purificazioni
incombe coi suoi effetti distruttivi sul destino umano: "Ahimè, o infelice stirpe
dei mortali, o sventurata, da quali contese e gemiti sei nata"(B 124). In piena
sintonia con la spiritualità orfica, Empedocle afferma quindi che proprio perché ha
creduto alla funesta Discordia il daimon è condannato a rivestirsi di una
"tunica di carne"(B 126).
Concezione tragica della natura
Sembra innegabile, dunque, che i primi filosofi abbiano tradotto in un linguaggio
razionale, non privo di risonanze poetiche, quella stessa concezione tragica del mondo che
aveva trovato plastica espressione nelle grandi raffigurazioni del mito. Per loro,
infatti, la natura, la physis, è il grembo originario da cui tutto si produce e in
cui tutto torna a dissolversi. La realtà è lotta senza fine di vita e morte: una nuova
generazione nasce dalla precedente e ne prende il posto. Non è possibile perciò gioia
senza dolore, bene senza male, dal momento che la vita implica la distruzione e la morte:
essa è il destino riservato appunto ai viventi. Il male, quindi, in ultima analisi non ha
bisogno di essere giustificato: è un dato di fatto, così come lesistenza del
mondo. Semplicemente cè, ed è ineliminabile perché fa parte dellordine
della natura. Il dolore, che nella cultura orientale è ridotto ad apparenza, a fenomeno
di un mondo che non è veramente reale, nella cultura greca è sentito come una dura
realtà, da affrontare e combattere certo, ma anche da accettare senza speranza di
definitiva redenzione.
Visione pessimistica?
È vero però che quel ciclo di generazione e distruzione, che costituisce la natura del
cosmo, per lindividuo significa inevitabilmente morte. Nel divenire del tutto,
infatti, ogni morire è nascere e ogni fine un inizio: ma per il singolo entrare nella
vita significa avviarsi alla propria morte. E, per quanto naturale sia il morire, esso
ripugna a chi sperimenta la gioia del vivere, sicchè egli si oppone a ciò che provoca
morte, combatte per non morire ed è addirittura pronto ad uccidere. È per questa
inestricabile mescolanza di vita e morte, alla quale ultima alla fine spetterà la
vittoria, che la vita è dolore. In Grecia più volte è riecheggiata nel corso dei secoli
lamara riflessione di Teognide: "Non nascere: ventura delle venture per
luomo; non scorgere labbaglio della luce. Se si nasce, varcare la soglia scura
subito, giacere sotto cumuli di zolle"(Libro I, vv. 425-426). Ciò non
significa, però, che i Greci abbiano ceduto al pessimismo: tuttaltro! Il loro
atteggiamento di fronte alla vita non è stato mai rinunciatario: hanno saputo accogliere
la vita con i suoi beni e con i suoi mali; non hanno chiuso gli occhi di fronte al dolore,
avendo il coraggio di riconoscerne il carattere crudele e non illusorio, ma non perciò
hanno rinnegato e maledetto la vita. Hanno, al contrario, lottato contro le difficoltà,
mettendo in mostra ammirevoli risorse di carattere e di intelligenza.
Fiducia nella ragione
La capacità di lottare per la propria realizzazione è ciò che i Greci chiamano areté:
un insieme di doti naturali, di esercizio e di previdenza. Un carattere forte, che non si
lascia abbattere dalle sventure e affronta i pericoli, è ciò che contraddistingue
luomo virtuoso, eccellente. Ma non basta la forza di carattere: è necessario avere
una esatta visione delle cose per fare la mossa vincente. Questa esatta comprensione della
realtà è il compito proprio della ragione, e la fiducia nella ragione è una delle
caratteristiche delluomo greco. È Socrate (469-399) che con singolare efficacia ha
richiamato lattenzione sullimportanza della ragione, sostenendo che solo chi
ha capito cosa è luomo può vivere bene. La virtù, quindi, viene ad identificarsi
con il sapere, con il lucido controllo della ragione sulle nostre azioni. E non diceva la
tradizione mitologica che proprio una mente accecata induce nellerrore? Ma per
Socrate laccecamento non è prodotto dalle forze divine. Gli dei non inducono al
male, essi che sono sapienti e non possono amare che il bene: semmai egli credeva, al
contrario, che un demone lo distogliesse dalle scelte errate. Sono gli uomini invece che,
non riflettendo sulle conseguenze delle loro azioni, finiscono col mettersi in situazioni
senza via duscita.
Il divino è il bene
Ma se gli dei amano il bene, anzi se il Bene è ciò che possiamo chiamare a pieno titolo
divino, allora bisogna rifiutare la visione tragica del mondo! È proprio ciò
che fa Platone (428-347). O meglio: la mescolanza di bene e male caratterizza il mondo in
cui viviamo ma non il mondo divino. Il mondo sensibile è effettivamente il mondo del
divenire, della nascita e della morte. Esso è opera di un Demiurgo che plasma uno spazio
informe, una materia disordinata e caduca, immettendovi per quanto possibile ordine e
bellezza: lartefice semidivino, scrive Platone, prese "quanto cera di
visibile che non stava quieto ma si agitava sregolatamente e disordinatamente e lo ridusse
dal disordine allordine"(Timeo, 30a). Ma cè un altro mondo
"contemplabile solo dallintelletto" (Fedro, 247c): un mondo
spirituale, eterno e immutabile, essenzialmente buono e perfetto! Questa è la vera
realtà, la realtà divina, che non conosce ombra di male e di imperfezione.
Dagli dei viene solo il bene
Il bene, poi, tende a comunicarsi e quindi gli dei, lungi dallessere invidiosi,
godono del bene altrui: "linvidia rimane fuori dal coro degli dei"(Fedro,
247a). Agli dei possiamo dunque far risalire solo il bene e non il male che cè nel
nostro mondo: "la divinità, essendo buona, non è causa di tutto, come si dice
generalmente; è causa solo di una parte delle cose che accadono agli uomini, e neppure la
maggior parte, giacchè i nostri beni sono assai meno numerosi dei nostri mali; e mentre
per i beni non occorre pensare ad altro autore che la divinità, la causa dei mali si deve
cercare altrove che in lei"(Repubblica, 379c). Lidea, comune ai grandi
tragici, che gli dei possano essere in qualche modo causa dellinfelicità umana è
uno dei motivi che spinge Platone a bandire i poeti dal suo stato ideale: "Non
permettiamo ai giovani di ascoltare le parole di Eschilo [Niobe, 107, vv. 15-16]: il
dio fa nascere occasione di colpa nei mortali, quando vuole rovinare completamente la loro
casa"(ivi, 380a). Quellinfelicità infatti può essere fatta
risalire agli dei solo se giudicata come un giusto castigo, e quindi come un bene: "i
cattivi sono infelici perché si meritarono un castigo e questo pagare la pena non è che
un beneficio divino"(ivi, 380b).
Ripresa del mito dellanima esiliata
Ma se la causa dei mali si deve cercare altrove, dove essa si troverà? Per
spiegare lorigine del male Platone riprende il mito dellanima esiliata,
proprio della tradizione orfico-pitagorica. Egli parla infatti di ribelli che
"ostentano lantica natura titanica"(Leggi, 701c) e di impulsi
sacrileghi che non hanno origine umana, e ancor meno divina, ma derivano da un assillo
prodotto "da antichi misfatti, inespiabili dagli uomini"(ivi, 854b). Ma
il vecchio mito è tradotto da Platone in linguaggio a un tempo poetico e razionale. Il
mondo dei corpi è il luogo della nascita e della morte, e perciò del male. Lanima
appartiene al mondo spirituale, divino, sottratto a ogni divenire, e il suo essere legata
al corpo è la conseguenza del prevalere delle inclinazioni malvagie: "a motivo di
qualche disgrazia" (Fedro, 248c) la mente si annebbia e diviene preda del
vizio. Lerrore e il vizio consistono nellattribuire solidità e fascino al
mondo sensibile. E quindi, quanto più lanima si lascia dominare dai desideri
sensibili, tanto più essa causa la propria infelicità: "ciò che suscita sgomento
è che lessere imprigionato [nel corpo] è opera del desiderio e che chi più di
tutti contribuisce a caricare di catene lincatenato è forse lincatenato
stesso"(Fedone, 82e).
Responsabilità umana
Il male, quindi, è dolorosa eredità di uniniziale sventura e nello stesso tempo
frutto amaro delle scelte umane. Anche in Platone come nella sapienza poetica viene
infatti ribadita la responsabilità umana. Alle anime che stanno per cominciare un nuovo
ciclo di vita terrena viene ricordato che questa dipenderà dalla loro scelta: "Anime
dalleffimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione
mortale, preludio a nuova morte. [
] Il primo che la sorte designi scelga per primo
la vita cui sarà poi irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la
onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi
sceglie"(Repubblica, 617d-e). E come per Eschilo "giova apprendere la
saggezza soffrendo"(Eumenidi, vv. 520-521), così anche per Platone
lesperienza precedente della sofferenza ha un ruolo decisivo per non lasciarsi
abbagliare dallingannevole felicità che promettono ricchezza e fama. La scelta di
un tipo di vita virtuosa è fatta più facilmente proprio da coloro che "avevano essi
stessi sofferto o veduto altri soffrire"(ivi, 619d).
Salvezza dal divenire
Luomo reso saggio dal patire, poi, si sforzerà di mettere ordine nella propria
vita, con lesercizio delle virtù morali, e in quella dei suoi simili, attraverso
limpegno politico, ma non cederà allillusione di poter essere felice in
questo mondo, che per il suo statuto ontologico non può che essere luogo di espiazione.
Sottoponendosi ad una rigorosa ascesi e sviluppando le sue potenzialità razionali, egli
potrà liberare dal male lanima che costituisce il suo vero io, potrà salvarla
sottraendola al ciclo delle reincarnazioni. Contrastare la forza del desiderio e vivere
una vita spirituale: ecco la via della purificazione che porta alla salvezza! È evidente
infatti che, se luomo è razionalità, già in questo mondo egli deve dedicarsi alla
vita conoscitiva, per contemplare nellaltro la realtà eterna e immutabile senza
più limpaccio del corpo. Si capisce, quindi, il ruolo fondamentale che gioca nella
prospettiva platonica la conoscenza: latto mediante il quale luomo "si fa
uguale alla sua anima e altro dal suo corpo altro dallalterna coppia della
vita e della morte questatto purificatore per eccellenza è la conoscenza. In
questa presa di coscienza, nel risveglio a se stessa dellanima esiliata è contenuta
tutta la filosofia di stile platonico e neo-platonico: se il corpo è desiderio e
passione, lanima è lorigine e il principio del distacco, del distanziarsi del
logos lungi dal corpo e dal suo pathos"(P. RICOEUR, Finitudine e
colpa, Bologna 1970, p 572).
Una prospettiva mondana
Dopo la severa critica operata dai Sofisti, la tradizione mitologica ha raggiunto dunque
il culmine della sua influenza sul pensiero filosofico con Platone. Già in Aristotele
(383-322), invece, gli espliciti richiami a quella tradizione sono estremamente rari. La
concezione orfico-pitagorica delluomo, in particolare, è da lui decisamente
rifiutata. Lanima non è che la forma del corpo ["lentelechia prima di un
corpo naturale munito di organi"(Lanima, II, 1)], il principio di tutte
le funzioni che distinguono lessere animato da quello inanimato, e non sembra,
quindi, che essa sia pensabile senza il corpo. Cadute, perciò, le grandi immagini mitiche
sulla preesistenza e sulla sopravvivenza dellanima, e con esse lidea di una
colpa antecedente e la possibilità di una salvezza extramondana, la vita umana viene
ricondotta entro i confini dellesperienza terrena. Luomo fa parte del mondo
della natura, mondo soggetto al divenire e ordinato in vista della propria perfezione in
quanto attratto da un motore immobile. Nascita e morte, gioia e dolore fanno parte della
realtà, che Aristotele osserva col distacco dello scienziato. Alluomo, e a lui
solo, spetta il compito di plasmare la sua vita, godendo della bellezza del mondo e
affrontando le ineliminabili difficoltà.
Risorse umane
E Aristotele pensa che luomo disponga dei mezzi necessari allo scopo. Egli è capace
di osservare la realtà e di fare le scelte più ragionevoli: le circostanze, infatti, non
dipendono da noi ma dipendono da noi le nostre azioni. Luomo si distingue da tutti
gli altri esseri proprio perché è capace di autodeterminarsi. Ci sono cose che possiamo
fare o non fare, e sta a noi sceglierle deliberatamente e attuarle con ferma disposizione:
"infatti sembra che la libertà di scelta riguardi ciò che è in nostro
potere"(Etica Nicomachea, 1111b). Aristotele analizza quindi il processo con
cui, individuato il fine, deliberiamo sui mezzi che ci permettono di conseguirlo e delinea
lideale delluomo prudente, che in ogni situazione è capace di fare la scelta
più conveniente [è "proprio del saggio il saper deliberare bene intorno alle cose
che sono per lui buone e giovevoli"(ivi, 1140a)], divenendo così giusto,
coraggioso, temperante, generoso, magnanimo, sensibile ai piaceri del mondo e soprattutto
alle gioie della contemplazione.
Contenimento del dolore
Con ciò non si elimina certo il dolore, ma è possibile contenerlo, grazie anche allo
sviluppo delle tecniche, gli espedienti che in molti casi riescono a prevenire i mali o ad
approntare rimedi per quelli sopravvenuti, e al godimento estetico, che accompagna la
rappresentazione dellumana tragedia trasfigurata dallarte. La poesia, infatti,
aiuta ad accettare il dolore perché, rivestendolo di bellezza, ne rende possibile la
contemplazione. La poesia tragica, in particolare, portando sulla scena la vicenda
delluomo, assieme colpevole e vittima, rivela allo spettatore la sua propria
condizione. Essa, infatti, lo coinvolge profondamente e lo ammaestra con la
rappresentazione di "una serie di casi che suscitano pietà e sgomento"(Poetica,
6, 1449b): pietà per le incommensurabili sventure che si abbattono sul protagonista e
sgomento per lacuita consapevolezza che qualcosa di simile potrebbe capitare a lui
stesso.
La fisica stoica
Anche gli Stoici rifiutano la svalutazione platonica del mondo terreno, che anzi appare
loro retto da una legge razionale, divina, che regola la nascita e la morte non solo dei
singoli esseri ma dellintero cosmo, destinato alla distruzione prodotta da una
grande conflagrazione, dopo un periodo di 36.000 anni, e seguita da un nuovo ciclo, in cui
tutto, come ci riferisce un pensatore cristiano, si ripeterà identicamente: "secondo
gli Stoici [
] ci sarà un nuovo Socrate e un nuovo Platone e ciascun uomo sarà lo
stesso con gli stessi amici e concittadini"(NEMESIO, La natura delluomo,
38). In questa prospettiva, evidentemente, non cè posto per colpe ereditate da vite
precedenti, perché il vizio non è che violazione dei comandi della ragione, né per
giudizi negativi sul mondo, che è quello che deve essere. Ciò che, come la sofferenza e
la morte, gli stolti chiamano male, per il saggio stoico, che con la ragione sa sollevarsi
alla visione della totalità del reale, non è veramente tale ma ha una sua
giustificazione, perché contribuisce allordine e alla bellezza del tutto.
Determinismo e malinconia
Niente, dunque, di ciò che avviene nel mondo è senza ragione o senza significato e per
conseguenza tutto è necessario, anche se con scarsa coerenza con la visione fatalistica
propria della scuola alcuni Stoici, come Cleante (304-230) nel famoso Inno a Zeus,
tentano di salvare la libertà delluomo, affermando che egli con la sua stoltezza
può alterare lordine necessario delle cause: "nulla cè sulla terra che
si sottragga alla tua divinità, nulla nel regno delletere né tra le onde del mare.
Solo ciò che di male compiono gli uomini lo fa la loro stoltezza"(S. V. F.,
I, fr. 537). Proprio la consapevolezza che un ordine razionale e necessario regola
luniverso consente, per gli Stoici, una serena accettazione del corso degli eventi;
non elimina però la coscienza della fragilità e della vanità della vita di uomini che
gioiscono e soffrono per cose da nulla, e che agli occhi disincantati di Marco Aurelio
(121-180) appaiono come "cagnolini che si mordono lun laltro, ragazzetti
che amano accapigliarsi, poi ridono e subito finiscono col piangere"(Ricordi,
V, 33).
La fisica epicurea
Come gli Stoici, anche Epicuro (342-272), prendendo le distanze da Platone, considera
quello terreno come il vero mondo e invita luomo a cercare qui e ora la sua
felicità: dato che si nasce una sola volta e poi non si esiste più in eterno, sarebbe
stolto rinunziare ai piaceri che la vita offre. La condizione umana certo conosce la
sofferenza, ma è vano attendere una liberazione da essa ad opera degli dei. Infatti, come
ci informa uno scrittore cristiano, secondo Epicuro questi non si interessano degli uomini
e dei loro guai: "la divinità o vuole abolire il male e non può; o può e non
vuole; o non vuole né può; o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente, il che è
in contrasto con la nozione di divinità; se può e non vuole, è malvagia, il che è
ugualmente estraneo allessenza divina; se non vuole e non può, è insieme impotente
e malvagia; se poi vuole e può, sola cosa conveniente alla sua essenza, donde vengono i
mali e perché non li abolisce?"(LATTANZIO, Lira di Dio, 13, 19). Se i
mali ci sono, è dunque evidente che gli dei non intervengono in questo mondo, sicchè
luomo è interamente affidato a se stesso e non deve rispondere delle sue scelte al
loro giudizio.
Liberazione dal dolore
Emancipatosi dalla tutela divina, lepicureo vive in un mondo in cui il nascere e il
morire sono naturali e inevitabili: "è necessario che tutte le cose si rinnovino le
une a spese delle altre" (LUCREZIO, La natura, III, v. 965). La vita va dunque
accettata nella sua finitudine, perché è evidente che, se "gli esseri non
cesseranno mai di nascere gli uni dagli altri, la vita a tutti in uso, a nessuno come
definitivo possesso vien data"(ivi, 970-971). Alluomo spetta quindi la
responsabilità di vivere con saggezza: controllare i dolori che non si possono evitare e
godere delle semplici gioie della vita, libero dal timore degli dei, che non si
preoccupano certo di distribuire premi e castighi, e della morte ["abìtuati a
pensare che la morte non è nulla per noi, perché ogni bene e ogni male risiede nella
facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione"(EPICURO, Epistola a
Meneceo, 124)], e anche dalla paura dellaldilà, dato che lanima, essendo
un aggregato di atomi, muore col corpo e quindi non può più soffrire.
La ripresa neo-platonica dellorfismo
Il mito orfico ritorna invece prepotentemente con Plotino (205-270) che, nel clima di
smarrimento e di angoscia diffusa dei primi secoli della nuova era, riscopre,
radicalizzandola, laspirazione platonica a un mondo perfetto e divino. Quello
terreno, al contrario, è imperfetto perché fatto di materia. Oscuro limite estremo del
processo emanatistico, essa è il punto in cui lessere si converte nel non essere,
il bene nel male: "il male non consiste in una deficienza parziale, ma in una
deficienza totale del bene [
]. Quando la deficienza del bene è assoluta, come nella
materia, allora il male è vero, privo di qualsiasi parte del bene. [
] Solo
equivocamente si dice che la materia è, poiché è giusto affermare che essa non
è"(Enneadi, I, 8, 5-6).
Il destino dellanima
Ma, se la materia è male in quanto privazione di bene, il mondo terreno ha tuttavia un
suo ordine, a cui contribuiscono anche le miserie e i dolori che qui sono inevitabili:
"molti mali, anzi tutti, portano vantaggi alla totalità delle cose"(ivi,
II, 3, 18). Le sofferenze terrene, che pure Plotino si sforzava di soccorrere, non
suscitano perciò lo scandalo del filosofo, perché sono necessarie per la bellezza
dellinsieme, e del resto toccano lio cosciente che vive nel corpo, non
"il vero uomo"(ivi, I, 1, 10), che è presso lUno. La vera vita
delluomo, come hanno insegnato Pitagora e Platone, non è quella terrena. Infatti,
unanima che, dimentica della sua origine divina, si è legata a un corpo, non può
provare quaggiù né vere gioie né veri dolori: essa aspira, "svincolandosi dalle
cose sensibili e da qualunque malizia" (ivi, VI, 9, 3), a tornare al suo
mondo, ha nostalgia della patria, della casa del padre e già in questa vita è capace di
sperimentare, nellestasi, lunione con lUno.
In sintesi
Due sembrano le concezioni prevalenti nella produzione poetica e filosofica dei Greci. Per la prima, quella tragica, il male è parte costitutiva del mondo e non cè salvezza definitiva. Esso può essere contenuto, trasfigurato nellopera darte, ma va infine accettato come momento ineliminabile di una vita che, anche proprio grazie ad esso, raggiunge equilibrio e saggezza: "È Zeus che, sottoponendoli alla scuola della sofferenza, sul cammino della saggezza avvia i mortali. Quando nel sonno stillano nel cuore dolorose memorie, in essi, loro malgrado, la saggezza sinsinua, irresistibile dono degli dei che siedono al timone celeste"(Agamennone, vv. 176-183). Per la seconda, quella dellanima esiliata, il male è conseguenza di una colpa antecedente ed è possibile liberazione definitiva: luomo deve impegnarsi in questo mondo senza attaccarsi ad esso, preparandosi mediante la contemplazione filosofica alla felicità vera, inattingibile finchè lanima resta imbrigliata nel corpo. In entrambe le prospettive poi, e ciò è caratteristico della sensibilità greca, linteresse è rivolto agli individui superiori, agli eroi, non agli uomini comuni: "La stirpe, la paideia ed il carattere producono leroe, contraddistinguono luomo dellaretè. Il resto degli uomini è senza nome, né storia, né destino. Sarà degno di possedere un nome colui che sarà capace di farselo. Nella grecità si esiste come singoli se si è capaci di forma, e si è riconosciuti come eroi se si è degni di gloria"(S. NATOLI, Lesperienza del dolore, Milano 2001, p 201).
Nota
[1] Questo testo e i due che completano il percorso - Il problema del male nella Bibbia e Il problema del male nel Medioevo - riprendono le relazioni tenute al Seminario di Erice dell'agosto 2002 sul tema "La libertà, il male, la colpa"