Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Febbraio 2002

Elio Rindone
La felicità nella Bibbia [1]
[Vedi anche: Percorsi - Bibbia]

In un seminario di filosofia potrebbe sembrare fuori luogo parlare della Bibbia. A me pare, invece, necessario presentare il messaggio biblico sulla felicità perché altrimenti sarebbe assolutamente impossibile comprendere l’idea che di essa hanno proposto i medievali. Come nell’esposizione di una tradizione di pensiero così ricca come quella greca, anche in quella della estremamente variegata religiosità biblica saranno inevitabili approssimazioni e semplificazioni perché, pur se con un comune orientamento di fondo, i libri della Bibbia presentano prospettive differenti, spesso anche al loro interno. E’ inoltre opportuno precisare che la seguente trattazione del messaggio biblico terrà conto dei contributi degli studiosi contemporanei più qualificati, e quindi potrà suscitare perplessità in chi è a conoscenza solo della corrente predicazione ecclesiastica.

 

Le Scritture ebraiche
Un discorso per immagini

Un fatto va subito sottolineato: il linguaggio biblico non procede per dimostrazioni razionali ma per immagini, narrazioni popolari, riflessioni di carattere sapienziale. Questo è vero anche per quanto riguarda il tema della felicità, trattato spesso in termini che possono apparire un po’ ingenui, certo privi di approfondimenti concettuali. Per un popolo che fa ogni giorno l’esperienza di una terra arida la vita in un giardino ricco di acque appare quanto mai desiderabile. Proprio di quest’immagine si serve la Bibbia per descrivere la condizione ideale dell’umanità: "il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare […]. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino"(Genesi 2, 8-10). L’uomo è in pace con se stesso e felice grazie al rapporto armonico con Dio, con gli altri esseri umani e con la natura. Così, l’abbondanza e il pacifico godimento dei beni terreni sembrano la ricompensa di una vita giusta e l’oggetto della benedizione divina: "se tu [Israele] obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio […] sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore. Benedette saranno la tua cesta e la tua madia"(Deuteronomio 28, 1. 3-5). E’ evidente che si tratta di promesse molto terrene, e qualunque interpretazione spiritualistica sarebbe fuorviante.

 

La giustizia regale

E’ anche evidente che nella prospettiva biblica è Dio che si prende cura dell’uomo. Ma, poiché ci sono uomini che patiscono ingiustizia e oppressione, Dio mostra particolare sollecitudine proprio nei loro confronti. Già presso i popoli della Mesopotamia e dell’Egitto i re erano scelti dagli dei per rendere giustizia agli oppressi. Nell’epilogo del famoso codice di Hammurabi (1700 a. C.) si legge che il sovrano ha ricevuto il potere affinché "il forte non potesse opprimere il debole e giustizia fosse fatta all’orfano e alla vedova"(J. DUPONT, Le beatitudini, Cinisello Balsamo 1992, parte seconda, p 581). Così in Egitto il giorno della intronizzazione del faraone Ramses IV (prima metà del secolo XII) viene salutato con queste acclamazioni: "coloro che erano affamati si ristorano allegramente, coloro che erano assetati ora si inebriano. […] Coloro che erano in prigione sono rimessi in libertà, coloro che erano afflitti si trovano nella gioia"(ivi, p 589). E’ certo possibile attribuire a simili affermazioni una valenza ideologica, in quanto servono a far accettare il potere dei sovrani. Resta, però, vero che esse presentano un’idea di giustizia diversa da quella "dei Greci e dei Romani, che garantisce indistintamente a tutti gli stessi diritti, ma che, in pratica, finisce col proteggere la tranquillità dei possidenti. La giustizia che i semiti attendono dal re è il trionfo del buon diritto dei deboli e degli oppressi, la protezione della vedova e dell’orfano, la repressione di coloro che abusano del loro potere o della loro ricchezza per sfruttare uomini indifesi"(ivi, 581).

 

Jahve difensore degli oppressi

Quest’idea di giustizia ritroviamo nella Bibbia. Anzi qui il compito di rendere giustizia è attribuito, prima che al re, a Jahve stesso. Nella loro condizione di schiavi, gli Ebrei fanno esperienza di Dio come del loro liberatore: "il Signore disse [a Mosè]: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele"(Esodo 3, 7-8). Ma l’ingiustizia si trova anche tra gli israeliti, e anche qui Jahve deve intervenire. Per il Salmista la terra ammutolisce "quando Dio si alza per fare giustizia, per salvare tutti gli anâwîm [i poveri] del paese"(Salmo 76, 10). Chi è solo e abbandonato è sotto la protezione di Jahve: "il padre degli orfani, il difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora"(Salmo 68, 6). E la regalità di Jahve consiste proprio in ciò: "Egli rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi […] Jahve regna per sempre"(Salmo 146, 7-8. 10).

 

Sollecitudine per i poveri

La stessa sollecitudine per i poveri Jahve chiede agli uomini: "non maltrattare lo straniero e non l’opprimere, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non opprimere la vedova e l’orfano.[…] Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai a sera, perché è la sua unica coperta"(Esodo 22, 20-21. 25-26). E questa sollecitudine è, in particolare, il compito dei capi del popolo: "praticate il diritto e la giustizia, strappate l’oppresso dalle mani dell’oppressore. Non fate violenza e non opprimete il forestiero, l’orfano e la vedova"(Geremia 22, 3). Se i re non governeranno con giustizia, sarà Jahve stesso a prendersi cura del suo popolo, come un pastore del suo gregge: "andrò in cerca della pecora perduta, ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, ma farò perire quella grassa e robusta"(Ezechiele 34, 15-16). Singolare il comportamento del pastore, che fa perire la pecora che si ingrassa togliendo il cibo alle altre, tanto singolare che l’edizione italiana della Bibbia di Gerusalemme preferisce seguire codici meno antichi, traducendo: "avrò cura della grassa e della forte"! Certo, i poveri in Israele non vivevano meglio che presso gli altri popoli; però questa condizione di miseria e di sofferenza era sentita come ingiusta, perché Jahve vuole la felicità di tutti gli uomini. Almeno periodicamente, quindi, bisogna ridare a tutti la possibilità di condurre una vita dignitosa.

 

Significato del giubileo

E’ questo il significato del giubileo. Ogni cinquant’anni dovevano essere ridistribuite le terre, condonati i debiti, liberati gli schiavi: "se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà sino all’anno del giubileo; allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri"(Levitico 25, 39-41). Queste disposizioni pare che non si traducessero in pratica, ma la ripetuta esperienza dell’ingiustizia non faceva venir meno la speranza nell’intervento divino. Verrà un re pieno dello spirito di Jahve e allora finalmente i prepotenti saranno puniti e la giustizia sarà restaurata sulla terra: "egli giudicherà con giustizia i miseri e si pronuncerà secondo diritto a favore dei poveri del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio"(Isaia 11, 4). Due aspetti mi sembrano da sottolineare: il primo è che i poveri di cui parlano questi testi sono tali in senso economico, sociologico, sono quegli uomini che non contano nulla nella società; il secondo, che essi godono della protezione divina non per loro presunti meriti morali, cui non si accenna minimamente, ma per la loro situazione di sofferenza. Su questo punto le Scritture ebraiche condividono, e semmai accentuano, l’idea tipica delle religioni del Medioriente: "gli dei sono i protettori di tutti i diseredati, li circondano delle loro sollecitudini e li vendicano dei loro oppressori non perché gli infelici siano necessariamente più pii degli altri, ma in forza del principio per cui l’autorità non potrebbe essere esercitata secondo giustizia che assicurando il diritto là dove esso si trova più minacciato"(Dupont, ivi, p 632).

 

Le Scritture cristiane
L’annuncio del regno

Esattamente queste idee si ritrovano nelle Scritture cristiane. La novità è costituita dal fatto che sembra arrivato il momento della realizzazione di tali promesse. Nel vangelo di Luca, la madre di Gesù magnifica il Signore perché "ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi"(Luca 1, 52-53). E il senso del ministero di Gesù viene interpretato proprio in questa chiave. Nella sinagoga di Nazaret egli legge il passo di Isaia (61, 1-3) che contiene questo annuncio: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore"(Luca 4, 18-19) e, arrotolato il volume, aggiunge: "oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"(ivi 4, 21). Il messaggio di Gesù è tutto qui: il regno di Dio è vicino e quindi gli oppressi stanno per essere liberati! Anzi, proprio le parole e le opere di Gesù inaugurano questo mondo nuovo. A Giovanni il Battista, che vuol sapere se è proprio Gesù che il popolo attende, è inviata questa risposta: "andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il lieto messaggio"(Luca 7, 22).

 

La condivisione dei beni

In effetti sembra che Gesù sia riuscito a creare un movimento che metteva davvero in pratica gli insegnamenti tradizionali, abbattendo le divisioni prodotte dalle gerarchie di potere e di ricchezza. La condizione per rendere credibile l’annuncio del regno, alla sequela di Gesù, era proprio questa concreta volontà di condivisione: "vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi"(Luca 18, 22). Si tratta di un invito radicale rivolto non a un gruppo scelto, capace di impegnarsi in prestazioni supererogatorie, ma a tutti: "il dono dei beni ai poveri non è un consiglio, né l’elargizione del superfluo, ma la condizione per seguire Gesù ed entrare nel regno di Dio"(R. FABRIS, La scelta dei poveri nella Bibbia, Milano 1991, p 156). E lo spirito di uguaglianza e di fraternità, che nasce da un’effettiva condivisione dei beni, sembra caratterizzare, a giudicare dal quadro certo un po’ idealizzato che ne fa Luca, la primitiva comunità cristiana: "tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno"(Atti 2, 44-45). Credo che sia a questo punto evidente la distanza che separa la prospettiva filosofica greca, in particolare platonica, dall’ottica religiosa della Bibbia: nella prima, fondata sull’éros, l’obiettivo da perseguire è la felicità del saggio, che privilegia l’anima e nutre diffidenza nei confronti dei beni corporei; nella seconda, incentrata sull’agàpe, l’obiettivo è la giustizia da rendere al povero, mediante la condivisione dei beni e addirittura, se necessario, il sacrificio di sé.

 

Quali beni condividere?

 I beni da condividere, poi, sono i beni essenziali, materiali o spirituali non importa. La distinzione tra queste due categorie (da una parte il pane e dall’altra la cultura) corrisponde alla mentalità greca. Quella biblica distingue, invece, tra beni spirituali e carnali. I primi sono i beni indispensabili per la vita di ogni uomo, che Dio vuole siano a disposizione di tutti: pane, casa, vestito, amore, cultura… I secondi sono i beni superflui, frutto di egoismo e di ingiusto accaparramento. In questa prospettiva andrebbe rivista, per esempio, la condanna formulata dai sostenitori del primato dello spirituale nei confronti della società comunista, accusata di materialismo. Questa presenta certo gravissime carenze e distorsioni (negazione delle libertà individuali, imposizione dell’ateismo…) ma, almeno come progetto, si propone di assicurare a tutti condizioni di vita più umane, sicché, se si adottano le categorie bibliche, non si può accusare di materialismo. Al contrario, come scrive un noto teologo, Armido Rizzi, "non possiamo dire che le società materialistiche sono le società del comunismo ateo: le società materialistiche [o carnali] sono le società [occidentali] opulente. Sono le società in cui i beni principali, i beni alla cui produzione è ordinato tutto il sistema, sono i beni superflui. Queste sono le società materialistiche nel senso evangelico, nel senso biblico del termine"(A. RIZZI, Scandalo e beatitudine della povertà, Assisi 1987, p 195).

 

La felicità nasce dalla condivisione

 Che i beni elementari siano alla portata di tutti: questa è dunque l’esigenza evangelica. Non che la propria felicità non conti più ma non è più il criterio supremo di scelta e d’azione, perché la felicità dell’altro, a cui è stato tolto anche ciò che è necessario per vivere, conta ancora di più. Anzi, forse è proprio questa sollecitudine per l’altro che rende possibile la felicità per tutti, che trasforma in realtà il sogno della felicità. Su ciò convergono tutte le grandi tradizioni religiose e proprio quest’idea suggerisce una bella parabola cinese: "un giorno un mandarino fece un viaggio nell’aldilà. Prima arrivò all’inferno. C’erano là molti uomini seduti davanti a piatti pieni di riso, ma tutti morivano di fame perché avevano dei bastoncini lunghi due metri, e non potevano servirsene per nutrirsi. Poi andò in cielo. Anche là c’erano molti uomini seduti davanti a piatti pieni di riso, ma tutti erano felici ed in buona salute; anche loro avevano dei bastoncini lunghi due metri, ma ciascuno se ne serviva per nutrire il fratello che era di fronte a lui"(A. RIZZI, Pensare la carità, Fiesole 1995, p 7).

 

Luca Il messaggio delle Beatitudini

 L’annuncio di Gesù, lo sappiamo bene, non è stato accolto dalla maggioranza dei suoi ascoltatori (e forse neanche dalla maggioranza delle società che nel corso dei secoli si sono dette cristiane). Anzi, l’annunciatore del regno è stato rifiutato e messo a morte. Questo fallimento non ha provocato però da parte dei suoi seguaci una delusa ripulsa del suo messaggio ma solo una nuova modulazione di esso, che si mantiene tuttavia per intero nel solco della tradizione biblica. Ecco, infatti, come viene sintetizzato l’insegnamento di Gesù ai discepoli nella pagina delle Beatitudini riportata nel vangelo di Luca: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora sentite i morsi della fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando […] a causa del figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli"(Luca 6, 20-22). E a queste felicitazioni fanno seguito le quattro corrispondenti commiserazioni per gli uomini ricchi, sazi, gaudenti e di successo.

 

L’interpretazione tradizionale

 Il discorso delle Beatitudini è stato tradizionalmente interpretato come il radicale capovolgimento della tavola dei valori comunemente accettata. Infatti, chi in una prospettiva puramente razionale chiamerebbe felici i poveri, gli affamati, gli afflitti e i perseguitati? Basta aprire gli occhi sulla realtà per accorgersi di quanto grande sia la sofferenza che accompagna simili condizioni. Ecco, allora, che si vede l’originalità del discorso delle Beatitudini nella sua contrapposizione al comune sentire e si coglie il motivo dell’esaltazione evangelica della povertà, della persecuzione subita dai credenti… nel fatto che coloro che soffrono ora saranno ricompensati nell’aldilà (dove pure saranno puniti i ricchi, tranne che magari alla fine della vita abbiano fatto una buona confessione; nella prospettiva biblica, invece, i ricchi entrano nel regno solo se restituiscono il maltolto. Il pubblicano Zaccheo dichiara: "io do ai poveri la metà dei miei beni, e se ho defraudato qualcuno, gli rendo il quadruplo. Gesù gli rispose: oggi la salvezza è entrata in questa casa"[Luca 19, 8-9]). Bisogna dire con tutta chiarezza che questa interpretazione è, per almeno due motivi, assolutamente infondata e contrastante con tutto l’insegnamento biblico.

 

Due equivoci

Anzitutto, nella Scrittura la povertà e la sofferenza non sono mai presentate come valori ma sempre come disvalori! Negli scritti lucani, per esempio, la povertà non è mai vista come una condizione da ricercare: "quando ci mostra i primi cristiani che mettono tutto in comune, non lo fa per dirci che essi desiderano praticare la povertà, ma per dirci che essi non vogliono che tra di loro ci sia alcun bisognoso (At 4, 34). Su questo punto non è possibile alcuna ambiguità: Luca considera la povertà come un male"(Dupont, ivi, parte terza, p 301). Abbiamo visto che Jahve è il difensore dei poveri e vuole la fine dell’oppressione. E si è detto che l’annuncio di Gesù è proprio questo: finalmente ha inizio il regno di Dio e ha termine la sofferenza dei poveri. Un secondo errore è quello di identificare il regno dei cieli con l’aldilà. Jahve instaura il suo regno in questo mondo e non in un altro: è qui che bisogna liberarsi del disvalore della povertà. Pensare che il regno dei cieli sia il paradiso è, come chiariremo subito, un grosso e plurisecolare equivoco. Una corretta esegesi deve dunque orientarsi in tutt’altra direzione.

 

Una corretta esegesi

La società del tempo ha rifiutato il messaggio di Gesù: solo un gruppetto di discepoli vuole testardamente mantenersi fedele al suo insegnamento, dando vita ad una comunità che mette in pratica quegli ideali di giustizia e di condivisione. Una simile decisione relega questo gruppo di uomini e donne in una situazione di sofferenza e di emarginazione nell’ambiente giudaico in cui vivono. Costoro, quindi, si trovano a condividere la sorte dei poveri di cui Jahve si prende cura. A loro perciò non può non estendersi la sollecitudine di Jahve. Di conseguenza Luca rimodula il messaggio originario per incoraggiare i credenti a perseverare nelle difficoltà. Destinatari delle Beatitudini diventano proprio i discepoli: beati voi poveri. E il motivo della loro felicità è che sono i beneficiari dei vantaggi dell’instaurazione del regno: vostro è il regno. Se questo regno non si è ancora realizzato, pur essendo trascorsi alcuni decenni dalla morte di Gesù, tuttavia la sua instaurazione non è lontana: possono quindi già sentirsi felici perché la loro fame sta per essere saziata, la loro afflizione sta per mutarsi in gioia. I discepoli emarginati stanno per essere ricompensati delle offese subite. Dove? Nel regno dei cieli, semitismo che indica il regno di Dio, che è atteso sulla terra: "il termine cieli significa semplicemente Dio […] il suo regno deve venire e discendere dal cielo sulla terra"(Dupont, ivi, p 760, nota 27). La pagina delle Beatitudini, quindi, costituisce la Magna Charta del cristianesimo non perché annuncia una nuova tavola dei valori ma perché, in coerenza con tutta la tradizione biblica, promette ai destinatari del regno che le loro sofferenze stanno per aver fine: "i poveri, gli afflitti, gli affamati devono essere considerati beati a motivo della consolazione che recherà ad essi la prossima venuta del regno di Dio"(Dupont, ivi, parte seconda, p 1037).

 

Matteo
Una nuova formulazione

In un’altra versione il messaggio di Gesù viene presentato nel vangelo di Matteo. Ecco il testo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno , vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate , perché grande è la vostra ricompensa nei cieli"(Matteo 5, 3-12). Numerose ed evidenti sono le differenze con l’analoga pagina di Luca. Qui le beatitudini non sono quattro ma otto, non sono seguite dai corrispondenti ‘guai’, non sono indirizzate in particolare ai discepoli presenti sul monte ma a tutti, non si rivolgono a chi si trova in una certa situazione economica ma a chi possiede certe qualità morali: ‘poveri in spirito’, ‘affamati di giustizia’.

 

L’interpretazione tradizionale

Sembra che stavolta l’interpretazione tradizionale non si possa proprio mettere in discussione! Come negare che la beatitudine è riferita allo spirito di povertà, cioè al distacco interiore dai beni di questo mondo, possibile tanto ai ricchi che ai poveri? Come negare che la condizione per essere beati è la fame della giustizia (intesa come santità), che nulla ha a che fare con la fame di pane (male purtroppo inevitabile in questo mondo)? Evidenti, poi, sono le conseguenze di una simile lettura: non solo i ricchi "ma anche i poveri […] devono sempre rimanere essi pure poveri di spirito (Matteo 5, 3) stimando più i beni spirituali che i beni e godimenti terreni. Si ricordino poi che non si riuscirà mai a fare scomparire dal mondo le miserie, i dolori, le tribolazioni, alle quali sono soggetti anche coloro che all’apparenza sembrano più fortunati. E quindi per tutti è necessaria la pazienza, quella pazienza cristiana che solleva il cuore alle divine promesse di una felicità eterna"(PIO XI, Divini Redemptoris, 19/3/1937, in E. ROSSI, Il Sillabo e dopo, Milano 2000, p 133).

 

La prima beatitudine

In realtà, pare che il testo di Matteo non voglia parlare del distacco interiore, possibile sia per i ricchi che per i poveri, ma di ben altro. I poveri (ptochòi) della prima beatitudine sono sempre gli anâwîm che ritornano continuamente in tutta la Bibbia. Matteo li designa come poveri in spirito (to pnéumati), un dativo che nel greco classico sarebbe un accusativo di relazione, cioè ‘poveri quanto allo spirito’, persone che si trovano, in quanto a disposizioni interiori, in una situazione di indigenza. Essi non hanno i mezzi per liberarsi della loro misera condizione, subiscono l’ingiustizia perché non possono fare altrimenti. La povertà genera quindi un atteggiamento, che potremmo dire psicologico, di umiltà, di pazienza; non si tratta di virtù morali ma dello stato d’animo di chi è tanto provato dalla vita che non pensa neanche a reagire: per capire di cosa parla Matteo, "l’immagine più adatta è quella di una canna che si piega alla pressione del vento: il povero in spirito sopporta tutto"(Dupont, ivi, parte terza, p 739). La prima beatitudine, dunque, proclama che il regno che sta per venire appartiene a coloro che si trovano in una simile condizione e non pensa affatto a coloro che, consapevoli della loro fragilità creaturale, accettano pazientemente le tribolazioni di questa vita perché, distaccati dai beni terreni, sono protesi verso i beni celesti.

 

La seconda e la terza

La seconda beatitudine, quella degli afflitti, non presenta varianti di rilievo rispetto al testo di Luca. L’afflizione e la sofferenza accompagnano la vita degli sventurati e degli oppressi: costoro sono detti beati perché stanno per essere consolati. La terza beatitudine, invece, non è presente in Luca ma trova anch’essa un antecedente nella tradizione ebraica: "Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace"(Salmo 37, 10-11). I miti (praéis) sono sempre gli anâwîm (unico è il corrispondente termine semitico) di cui si mette in luce una nuova sfumatura (tanto che in alcuni codici antichi questa beatitudine viene subito dopo quella dei poveri in spirito). Il povero è umile e paziente, perché abituato a subire, ed è anche mite e inerme: non è in grado di difendersi dalla violenza altrui. Gli empi possono farne ciò che vogliono, come nel caso di Gesù, condannato a una morte infamante, mite e indifeso come una pecora condotta al macello. Ma essi sono beati, perché a loro è promesso il possesso della terra (e non del paradiso), di cui, eliminati i malvagi, potranno godere in pace e in tutta sicurezza.

 

La quarta

Si allontana dalla versione lucana la quarta beatitudine, perché gli affamati hanno qui fame e sete di giustizia. Per Matteo è assetato di giustizia non chi coltiva una religiosità pietistica e crede di meritare il regno perché ripete ‘Signore, Signore’(cfr. Matteo 7, 21), ma chi opera per l’avvento del regno, schierandosi dalla parte dei bisognosi con una prassi di condivisione, così da dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…(cfr. Matteo 25, 40). Questi uomini e queste donne sono già ora felici perché stanno per sedersi al banchetto del regno, mentre il giovane che non è disposto a vendere quanto possiede e a distribuire il ricavato ai poveri se ne va triste, escluso dal regno, perché attaccato alle sue "molte ricchezze"(Matteo 19, 22).

 

La quinta

Non si trova in Luca la quinta beatitudine, che promette misericordia a chi si mostra misericordioso (eleémon). Misericordioso è colui che prova compassione per il sofferente e vuole alleviarne le sofferenze. Ormai sappiamo che è proprio quest’atteggiamento che il Dio della Bibbia esige dall’uomo. A chi gli rimprovera di rivolgersi di preferenza agli emarginati, Gesù, citando Osea, ricorda che "non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi Misericordia io voglio e non sacrificio"(Matteo 9, 12-13). Ciò che conta agli occhi di Jahve non è la pratica rituale ma "la pratica attiva della misericordia [che] si impone soprattutto nei confronti di tutti quanti si trovano in miseria e hanno bisogno di aiuto"(Dupont, ivi, p 994).

 

La sesta

E’ propria di Matteo anche la sesta beatitudine, che proclama felici i puri di cuore (catharòi te cardìa). Anche qui, come nel caso dei poveri di spirito, abbiamo un dativo che corrisponderebbe nel greco classico a un accusativo di relazione: felici sono dunque coloro che si trovano, in quanto a disposizioni interiori, in una condizione di purezza. La purezza di cui parla Matteo non ha, però, nulla a che fare con la sessualità, come invece si crede comunemente; essa indica l’integrità del volere, una volontà totalmente dedita all’interesse del regno. Per l’evangelista "la giustizia esteriore dei farisei […] è solo ipocrisia; esiste vera giustizia solo in una sottomissione leale del cuore alla volontà divina espressa nei comandamenti"(Dupont, ivi, p 947). A coloro che si impegnano con cuore indiviso per l’avvento del regno è promessa la visione di Dio. Anche questa è un’immagine presente nella tradizione ebraica per esprimere la felicità del regno, ed è tratta dall’esperienza liturgica: certo, l’immagine "più frequente è quella del banchetto, che parte da un’esperienza umana molto concreta. Per i giudei, che avevano fatto l’esperienza esaltante delle grandi liturgie del Tempio, quella proposta dalla sesta beatitudine non doveva essere meno evocatrice"(ivi, p 888). Si tratta, in ogni caso, di un’immagine e sarebbe un peccato, osserva il Dupont, "interpretare l’espressione in funzione di idee più generali e sulla base di quello che la teologia chiama visione beatifica"(ivi, p 884).

 

La settima

Parimenti è propria di Matteo la settima beatitudine, che parla dei pacifici, degli artefici di pace (eirenopoiòi). Costoro non sono "persone che amano vivere in pace con tutti. Si tratta di persone che amano molto la pace, tanto da non temere di compromettere la propria pace personale intervenendo nei conflitti al fine di procurare la pace a quanti sono divisi"(ivi, p 1001). Felici, dunque, sono coloro che si schierano, che si pongono tra i due fuochi, perché abbia termine la lotta e si instauri un regno di giustizia e di pace. Questa scelta, "in quanto pratica concreta della misericordia nei confronti di coloro che sono privati del bene della pace, riflette la condotta misericordiosa di Dio verso gli uomini. E’ in questo modo che essa […] attesta che un uomo è figlio di Dio"(ivi, p 1045).

 

L’ottava

L’ultima beatitudine riprende il testo di Luca ma vi apporta alcune variazioni. Il regno appartiene ai cristiani perseguitati a causa di Gesù, ma questo è solo un caso particolare che rientra in una fattispecie generale: esso appartiene a tutti coloro che sono perseguitati per la giustizia, e quindi anche ai seguaci di Gesù. Sembra dunque che la causa di Gesù si identifichi totalmente con la causa della giustizia. Le accuse, inoltre, debbono essere false, debbono essere cioè pretesti accampati per colpire coloro che in realtà lavorano per il regno. Si pensi, per esempio, alle parole emblematiche del vescovo brasiliano Helder Camara: "se aiuto un povero, mi dicono che sono un bravo cristiano. Se mi chiedo perché ci sono tanti poveri nel mondo e mostro dolore ed indignazione, allora mi dicono che sono comunista". O al martirio del vescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso come un pericoloso sovversivo perché denunciava le stragi di contadini perpetrate dagli squadroni della morte di un regime sedicente cristiano.

 

Un messaggio coerente nelle sue diverse formulazioni

In conclusione, possiamo dunque riconoscere tre strati della trasmissione del messaggio: quello iniziale, di Gesù che inaugura il regno che pone da subito fine alle sofferenze degli oppressi, quello della redazione lucana, che vede gli oppressi nei seguaci di Gesù che stanno per entrare nel regno, e quello della redazione matteana, che indica le condizioni per entrare nel regno: far parte della massa degli oppressi o condividerne la sorte, operando per l’avvento del regno. In Matteo, è vero, l’accento non è posto più sulla miseria esteriore ma sulle condizioni interiori. Ciò non significa affatto, però, che la povertà economica, la situazione di oppressione e di emarginazione non contino più, che sia possibile adattarsi all’ingiustizia di questo mondo mantenendosi spiritualmente liberi dai beni terreni e aspirando ai beni dell’aldilà! Chi è benestante non può cavarsela col distacco interiore dalle sue ricchezze. E’ sintomatico che i tre sinottici riportino tutti l’episodio del giovane ricco, escluso dal regno perché non condivide i suoi beni. La contestazione dell’ingiustizia dell’ordine presente resta immutata: le condizioni interiori sono richieste da Matteo proprio per creare un ordine nuovo, una società diversa e alternativa all’attuale.

 

Sottigliezze irrilevanti?

Se questo è il messaggio originario, bisogna riconoscere che l’interpretazione tradizionale se ne è allontanata parecchio. Ma è il caso di mettere quest’ultima in discussione? Qual è la posta in gioco? Si tratta di bizantinismi interpretativi, di sottigliezze che possono appassionare solo un ristretto numero di esegeti? Credo di no: la vita di tanti uomini potrebbe cambiare e forse addirittura il corso della storia sarebbe diverso se si prendesse sul serio questo messaggio, senza quei fraintendimenti spiritualistici che hanno portato spesso i cristiani, e anche le autorità ecclesiastiche, ad accettare l’idea che l’ingiustizia non può essere rimossa in questo mondo, legittimando così anche i regimi più oppressivi.

 

Conseguenze pratiche

 A seconda di come si interpreta questo messaggio, infatti, ci si trova poi da parti opposte nella vita. Un gesuita torturato in Argentina, in seguito al colpo di stato militare del 1976, racconta che il suo aguzzino, un ufficiale di marina, lo rimproverava dicendo: "lei ha interpretato troppo materialmente la dottrina di Cristo. Cristo parla dei poveri, però dei poveri di spirito, mentre lei è andato a vivere con coloro i quali sono poveri materialmente. In Argentina i veri poveri di spirito sono i ricchi. E lei, d’ora in poi, dovrà dedicarsi ad aiutare di più i ricchi, perché sono loro i più bisognosi di aiuti spirituali e non i poveri"(I. MORETTI, In Sudamerica, Milano 2000, p 188). Sia il torturato che il torturatore (e Pio Laghi, oggi cardinale, allora nunzio apostolico in buoni rapporti con la giunta militare) si ispiravano al vangelo, ma certo lo interpretavano molto diversamente!

 

Un insegnamento attuale…

 In conclusione, la visione biblica della felicità può apparire semplicistica e priva di raffinate analisi critiche a paragone della riflessione filosofica greca: ciò non significa che non abbia nulla da dire all’umanità contemporanea. Il discorso delle Beatitudini, anzi, se liberato da interpretazioni pietistiche, può essere ancora rilevante e fecondo di attualizzazioni nuove. Si pensi, ad esempio, a come la misericordia nei confronti dei sofferenti possa trovare inaspettate concretizzazioni sul piano politico: oggi cosa può significare dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati… se non impegnarsi per una politica sollecita dei bisogni delle fasce più deboli della popolazione e della miseria dei Paesi del Terzo Mondo? Similmente si può essere operatori di pace collaborando al superamento dei conflitti internazionali e si può far ciò non con una politica di forza ma in maniera mite, con l’invenzione di forme di lotta non violenta.

 

…e realizzabile?

Certo, per comportarsi così bisogna prendere sul serio il vangelo, e non è facile. Non pare, infatti, che le comunità che nel corso dei secoli si sono richiamate al messaggio di Gesù abbiano tradotto in pratica, nella maggior parte dei casi, tali insegnamenti (crociate, inquisizione, benedizione di eserciti…), in modo che i non credenti potessero dire: "guardate, ci sono uomini e donne che vivono così, allora è possibile creare una società fondata su solidarietà, giustizia, pace, non-violenza…". Ancora oggi, anzi, talora si afferma esplicitamente che il discorso della montagna non si può mettere effettivamente in atto. Ad esempio, "in un catechismo cattolico apparso nel 1975 in Svizzera con l’imprimatur ecclesiastico e l’elogio del Vaticano […] nel contesto della questione della non violenza si dichiara categoricamente: Le direttive del discorso della montagna non si devono prendere alla lettera, perché ciò condurrebbe a situazioni insostenibili tanto nella vita privata che in quella pubblica"(G. LOHFINK, Per chi vale il discorso della montagna?, Brescia 1990, p 41). Eppure ci sono comunità di uomini e donne che in questi duemila anni hanno preso alla lettera il discorso della montagna, e forse la loro azione è stata spesso più efficace di quella delle gerarchie vaticane nel tentativo di rendere questo mondo un po’ meno disumano.

[1]
Vedi la nota 1 al testo La felicità nel pensiero antico