Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Novembre 2003

Elio Rindone
Il problema del tempo e della storia nella Bibbia
[Vedi anche: Storia - Tempo - Bibbia ]

La Bibbia non è certo un testo filosofico, eppure credo che anche in un seminario di filosofia valga la pena di occuparsi del suo modo di concepire l’avventura umana nella storia, data l’enorme influenza che la tradizione ebraico-cristiana ha avuto sulla cultura e sulla civiltà dell’occidente. Ciò appare particolarmente opportuno oggi, in un momento in cui alcune grandi potenze mondiali giustificano le loro scelte politiche con motivazioni religiose e pretendono di scatenare guerre in difesa dei valori cristiani. Mi pare che sia proprio il caso di chiedersi: di quale cristianesimo si tratta? Come è noto, nella Bibbia si può trovare di tutto, ma proprio per questo è necessario verificare, alla luce delle indagini esegetiche più qualificate, quale insegnamento ne costituisca il cuore, per giudicare alla luce di esso le interpretazioni e le attuazioni correnti.

 

Le Scritture ebraiche

Come abbiamo visto, l’universo per i Greci è physis, natura, processo di generazione e distruzione soggetto alle leggi impersonali della necessità. Gli dei sono coinvolti in questi processi naturali e, anche quando rappresentati in forma umana, sono soggetti alla ferrea legge del fato. Nella Bibbia non è assente la prospettiva che concepisce la vita come eterna ripetizione che esclude ogni novità: "una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa. […] Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà: non c’è niente di nuovo sotto il sole"(Qoèlet 1, 3. 9). Ma si tratta di una prospettiva marginale. Molto diversa è, infatti, la visione del mondo propria dell’ebraismo. Qui l’universo appare come il campo d’azione di Jahve, un soggetto personale che trascende il mondo, al quale si rapporta con una volontà sovranamente libera. Nascita e morte non sono realtà ugualmente naturali; vita, ordine, armonia, in una parola soltanto il bene Jahve vuole per il suo mondo, che in effetti appare allo sguardo divino "cosa buona"(Genesi 1, 25). In quest’universo stupendo, un essere emerge su tutti gli altri, l’uomo: plasmato "con polvere del suolo"(ivi 2, 7), egli ha però dignità di soggetto, è capace di entrare in relazione con Jahve perché fatto a "sua immagine"(ivi 1, 27).

 

Un compimento affidato all’uomo

La Scrittura già nelle prime pagine assegna all’uomo una responsabilità nei confronti del mondo: egli è chiamato ad essere il collaboratore di Jahve. L’universo non è già compiuto, è in divenire verso una realizzazione possibile ma non scontata. Nel linguaggio simbolico della Bibbia, il compimento è espresso dal settimo giorno. L’uomo appare al sesto giorno, quando i giochi sono ancora aperti, proprio perché a lui spetta fare la sua parte. Jahve affida, dunque, la realizzazione di un mondo buono e felice all’uomo; egli vuole essere la guida, che indica la via e incoraggia a percorrerla, non il despota che, seppur a fin di bene, paternalisticamente impone la propria volontà. Il compimento, quindi, non è opera della natura ma della libertà, anzi di due libertà, una indefettibilmente buona e l’altra fallibile.

 

Alleanza per la liberazione

Tanto fallibile che fallisce effettivamente, e produce il mondo che conosciamo, un mondo dominato da disordine, ingiustizia e morte. C’è dunque uno scarto tra il mondo qual è e il mondo quale dovrebbe e potrebbe essere. Ma questo fallimento non è irreversibile. Jahve non considera chiusa la partita, stringe un patto con l’uomo che si affida a lui, Abramo; se questi lo vorrà, con la benedizione divina la realizzazione del mondo sarà ancora possibile: "Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto"(ivi 17, 1-2). Certo, l’uomo continua a creare un mondo di sofferenza e di ingiustizia, ma Jahve non si dà per vinto e interviene nella storia, schierandosi con gli oppressi: egli ode "il grido" del suo popolo schiavo in Egitto, conosce "le sue sofferenze" e con l’aiuto dell’uomo Mosè vuole liberarlo "farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorrono latte e miele"(Esodo 3, 7-8).

 

La condizione per un mondo buono

Questo paese è il mondo progettato da Jahve, ma nuovi fallimenti sono sempre possibili perché esso diventerà realtà sempre solo a condizione che l’uomo offra la sua collaborazione: "Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo"(Deuteronomio 11, 26-29). Le prescrizioni della Legge sono numerose, ma tutte ordinate a un’esigenza fondamentale: prendersi cura del prossimo. In Egitto Israele ha fatto esperienza del dolore causato da chi lo ha ridotto in schiavitù ed è stato liberato non perché divenga a sua volta oppressore ma perché costruisca un mondo rispondente al progetto divino, passando "dalla servitù al servizio: il servizio-amore agli uomini sul fondamento del servizio-obbedienza a Dio"(A. RIZZI, Esodo, S. Domenico di Fiesole 1990, p. 32). Tenendosi lontani dall’ingiustizia, gli Israeliti sono chiamati perciò a mostrare nei confronti del prossimo la stessa benevolenza di cui sono stati oggetto: il Signore "rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto"(Deuteronomio 10, 18-19). Il mondo giusto, in cui "non c’è nessuno che sia bisognoso"(Deuteronomio 15, 4), è quindi possibile solo a questa condizione: che ciascuno si faccia carico del prossimo. È questa responsabilità, questa capacità di accogliere l’altro "in quanto bisognoso, in quanto estraneo a me ed espulso dalla vita, e perciò affidato all’amore"(A. RIZZI, Esodo, p. 31) che costituisce l’identità dell’uomo biblico.

 

La speranza

Non si può certo dire che gli Ebrei, una volta insediatisi nella terra promessa, abbiano costruito una società del genere. La sconfitta è cocente ma, oltre ogni fallimento, resta sempre aperto un nuovo orizzonte di possibilità, e bisogna ricominciare a lottare per una storia diversa da quella che conosciamo, per un mondo in cui il dolore causato dall’uomo sia vinto per sempre. A differenza della mentalità greca, che in genere esclude cambiamenti radicali, tanto che gli stoici per esempio considerano la speranza una vana illusione da cui liberarsi, quella ebraica è aperta al futuro. Davvero con l’esperienza di Jahve, Colui che è presente (cfr. Esodo 3, 14) alla storia umana, ha fatto irruzione "nel mondo, una volta per tutte, la speranza illimitata, mai nota agli uomini prima dell’apparizione di questo simbolo"(S. NATOLI, L’esperienza del dolore, Milano 2001, p 136). Nessuna delusione e nessuna sconfitta saranno mai definitive, perché Dio è fedele e manterrà la sua promessa. Da questa fiducia nella fedeltà di Jahve nasce la speranza d’Israele.

 

Un cuore nuovo

La speranza biblica appare veramente incrollabile, non cede mai allo scoraggiamento: "l’attesa viene rilanciata, una e più volte, vincendo sempre la tentazione di accettare l’esistente come l’ultima parola"(A. RIZZI, Esodo, p. 56). Sono i profeti che, nel corso dei secoli, hanno mantenuta viva la speranza d’Israele. Le ricorrenti infedeltà dell’uomo – è il filo rosso del loro messaggio – non faranno venir meno la fedeltà di Jahve. Ciò che non si è realizzato sino ad ora resta ancora possibile, per iniziativa divina, in futuro: "Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?"(Deutero-Isaia 43, 19). Questa cosa nuova è anzitutto un rinnovamento interiore radicale che rende i credenti capaci di vincere il loro egoismo e di farsi prossimi a chi è in stato di bisogno: "Darò loro un cuore nuovo e metterò dentro di loro uno spirito nuovo; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano le mie vie e osservino le mie leggi e le mettano in pratica"(Ezechiele 11, 19-20).

 

Il mondo utopico

Non bisogna credere che il cuore nuovo alluda a una conversione puramente interiore. Per la Bibbia il rinnovamento spirituale è la condizione che sola rende possibile una salvezza integrale: religiosa, etica, politica. L’uomo che risponde all’alleanza costruisce la città giusta: Gerusalemme allora "sarà chiamata Jahve-nostra-giustizia"(Geremia 33, 16), perché in essa finalmente "vengono puniti e annientati il tiranno, il violento, l’oppressore, mentre sono liberati e sollevati il povero, il piccolo, il diseredato"(A. COLOMBO, L’utopia, il suo senso, la sua genesi come progetto utopico, in AUTORI VARI, Utopia e distopia, Milano 1987, p. 148). Il mondo nuovo è descritto nei libri profetici con tratti chiaramente utopici. Non ci sarà più penuria ma abbondanza di beni e prosperità: "Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati"(Isaia 25, 6). Avranno fine i conflitti e la pace regnerà per sempre: gli uomini "forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra"(ivi 2, 4). I corpi non saranno più afflitti dalla malattia: "allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto"(ivi 35, 5-6). Addirittura non ci saranno più né dolore né morte, perché il Signore asciugherà ogni lacrima ed "eliminerà la morte per sempre"(ivi 25, 8).

 

Un mondo possibile

Il linguaggio usato ricorda certamente quello del mito ma la prospettiva in cui si muovono i profeti non è quella che prova nostalgia per una passata età dell’oro ma quella, rivolta al futuro, di un progetto da realizzare nella storia. Questa non appare come un ciclo in cui gli eventi si susseguono ineluttabilmente ma come il campo in cui può diventare realtà il progetto di Jahve. Il divino per gli Ebrei non si manifesta nel tempo delle origini, in un tempo che è fuori del tempo, ma nella storia: ogni sforzo teso a instaurare tra gli uomini rapporti di giustizia e di pace costituisce un passo avanti nella giusta direzione; al contrario, ogni gesto di oppressione e di violenza compromette la realizzazione del disegno divino. La storia diventa, così, il luogo in cui si attua o meno un progetto non elaborato dall’uomo ma a cui questi è chiamato a collaborare. Essa ha una direzione precisa e tutto ciò che accade nel tempo non è destinato a ripetersi infinite volte ma in maniera irripetibile ostacola o favorisce l’attuazione di un disegno unitario.

 

Libertà e storia

Gli eventi quotidiani, in questa prospettiva, acquistano evidentemente un rilievo tutto particolare. La storia umana non scorre infatti, come sostiene un’interpretazione tanto diffusa quanto infondata, tra due momenti decisivi posti in qualche modo fuori del tempo, una remota caduta iniziale e una lontana e sicura salvezza finale, anche se non manca nella Bibbia una corrente apocalittica protesa verso la fine del tempo presente. Al contrario, è il tempo storico che viene valorizzato. La scelta tra giustizia e ingiustizia si compie giorno per giorno, nel nostro tempo che porta certamente il peso dei fallimenti passati ma che non esclude la speranza di un futuro diverso: l’oggi è il tempo delle decisioni. La vicenda umana sfugge, perciò, alla concatenazione necessaria delle cause naturali ed è aperta ad esiti imprevedibili, perché l’uomo, pur soggetto a infiniti condizionamenti, non è natura ma libertà. Nella Bibbia, dunque, troviamo non astratte speculazioni sull’essenza e sul significato del divenire storico ma un’originale percezione di esso: "per la prima volta i profeti valorizzano la storia, giungono a superare la visione tradizionale del ciclo […] e scoprono un tempo a senso unico"(M. ELIADE, Il mito dell’eterno ritorno, Torino 1968, p. 136).

 

Il ruolo dei poveri

Secondo le Scritture ebraiche, dunque, l’esistente non va accettato quasi fosse immodificabile: va giudicato alla luce della volontà divina, come in Platone alla luce dei modelli perfetti che si trovano nel mondo delle idee. Evidenti, tuttavia, le differenze: il filosofo greco attribuisce un ruolo decisivo all’intelligenza di un’élite capace di rinunziare al possesso dei beni terreni e alla quale spetta il compito di governare una massa destinata all’obbedienza. La religiosità ebraica, invece, punta non sulle doti umane ma sulla misericordia di Jahve, capace di convertire i cuori degli uomini perchè possano godere dei beni della terra senza attaccarvisi e usarne con sobrietà in modo che nessuno ne sia privo. Non i filosofi ma i poveri di Jahve sono dunque i protagonisti della storia, coloro da cui si può attendere l’impegno quotidiano per il cambiamento: "un popolo umile e povero"(Sofonia 3, 12), che ripone la sua fiducia "nel nome del Signore"(ivi), che lo libera dall’arroganza e dall’avidità e costantemente lo rinnova "con il suo amore"(ivi 3, 17).

 

Le Scritture cristiane

Nelle Scritture cristiane vengono ripresi questi temi, che trovano una singolare concentrazione nella figura di Gesù. Il suo ministero viene interpretato proprio come l’inizio del mondo nuovo atteso per secoli. Al principio della sua narrazione, Luca presenta Gesù che, dopo aver letto nella sinagoga di Nazaret il passo di Isaia (61, 1-3) contenente questo annuncio: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore"(Luca 4, 18-19), arrotolato il volume, aggiunge: "oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"(ivi 4, 21). Il messaggio di Gesù in estrema sintesi è questo: il regno di Dio è vicino e quindi gli oppressi stanno per essere liberati! Proprio le parole e le opere di Gesù inaugurano questo mondo nuovo, che comincia qui, perché il regno "non è l’al di là dal mondo, non è l’altro mondo ma è il mondo a venire, è questo mondo al futuro"(S. NATOLI, L’esperienza del dolore, p 252). A Giovanni il Battista, che vuol sapere se è proprio Gesù che il popolo attende, è infatti inviata questa risposta: "andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il lieto messaggio"(Luca 7, 22).

 

Il regno

Ciò che i vangeli chiamano regno di Dio è proprio il mondo come dovrebbe essere, il mondo in cui gli uomini vivono alla presenza di Dio nella giustizia e nella pace, in cui ogni vita giunge al suo compimento al riparo dal dolore. Ogni lettura spiritualistica del messaggio di Gesù sarebbe dunque fuorviante, perché esso non annuncia altro che la liberazione delle vittime della miseria e della violenza. Il regno non può realizzarsi, quindi, senza "una rivoluzione globale delle strutture del vecchio mondo. È per questo che esso si presenta come buona novella per i poveri"(L. BOFF, Salvezza in Gesù Cristo e processo di liberazione, in Concilium 1974, p. 102). Gesù non fa altro che prendere sul serio la promessa di Jahve: il mondo nuovo è possibile e la sua venuta dipende solo dall’uomo! Dio è fedele alla sua alleanza: basta che l’uomo faccia la sua parte perché il dolore sia vinto per sempre! Ormai non si può più attendere: è venuto il momento di agire, il regno deve avere inzio ora. Ecco l’invito pressante: "Il tempo è giunto a maturazione e il regno di Dio è qui presente: convertitevi e credete a questo lieto annuncio"(Marco 1, 15).

 

Il tempo favorevole

In Marco, in realtà, il termine usato non è chronos ma kairòs, e tradurlo semplicemente con ‘tempo’ fa perdere l’esatto significato dell’originale. Come sappiamo, chronos è il termine più comune presso gli scrittori greci e indica il tempo come misurazione del divenire ciclico di un cosmo in cui tutto si ripete inesorabilmente. Nei testi cristiani acquista invece particolare rilievo il termine kairòs, che designa l’istante privilegiato che offre possibilità inedite e affascinanti, capaci di rinnovare la faccia della terra: è il momento opportuno, il tempo propizio per la scelta decisiva, l’occasione da non perdere e da cogliere al volo. Questa diversa idea di tempo trova efficace espressione nella raffigurazione pittorica: chronos è rappresentato come una ruota che gira attorno al suo asse mentre kairòs come un genietto alato da afferrare ora o mai più. Se presso gli autori biblici, come nel caso della storia, non troviamo raffinate elaborazioni concettuali sul tempo, è innegabile, però, che essi lo hanno percepito in maniera originale, come l’istante in cui la libera volontà dell’uomo, di ogni uomo, può adeguarsi o meno al progetto divino, determinando così il corso futuro degli eventi.

 

Un tempo da vivere in pienezza

In questa prospettiva, evidentemente, la vita dell’uomo, anzi – è bene ribadirlo – di ogni uomo, acquista un valore unico perché ciascuno con le proprie scelte ha la possibilità di contribuire all’avvento del mondo nuovo o di ostacolarne la realizzazione. Mentre l’interesse degli storici greci è essenzialmente rivolto alle grandi gesta degli eroi, la cui vita è sempre ricoperta da un velo di malinconia a motivo della consapevolezza che tutto si ripeterà incessantemente e che, con tutto il loro valore, nulla di realmente nuovo essi potranno produrrre, nell’ottica evangelica al contrario ogni persona umana, per quanto la sua vita possa essere breve e apparentemente insignificante, è insostituibile: cogliendo l’occasione propizia, collaborando nel tempo al progetto divino, l’uomo può nutrire la gioiosa fiducia di essere in cammino verso una meta e può sentirsi realizzato, non certo in una prospettiva individualistica ma proprio in quanto si pone a servizio della comunità. L’istante che passa, quindi, non è qualcosa che fa paura per la sua caducità, non è da fuggire per la sua insignificanza ma è da vivere sino in fondo.

 

Urgenza dell’appello

Ecco il senso dell’invito pressante a non perdere l’occasione favorevole, a convertirsi per dare un senso allo scorrere del tempo, a cambiar vita superando l’egoismo, che genera ingiustizia e violenza: se si vince il male-colpa, si vincerà anche ciò che ne consegue, il male-dolore. La novità del messaggio di Gesù è tutta qui: oggi, per chi crede, giunge il momento della vittoria sul peccato e quindi dell’impegno per la liberazione degli oppressi, per la fine delle sofferenze. E Paolo, convinto anche lui che "tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto"(Romani 8, 22), non si stanca di riecheggiare l’appello di Gesù, esortando i suoi corrispondenti a "prendere coscienza che è giunta l’ora"(ivi 13, 11), a capire che "è ormai tempo di svegliarsi dal sonno"(ivi) per costruire una società fondata sull’agape, perché da questo tutto dipende: "qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso"(ivi 13, 9).

 

La tentazione

Certo, un così radicale cambiamento di vita non è facile: in ogni uomo è radicata la sete di potere e di successo e la Bibbia non si fa illusioni. I racconti evangelici, con grande realismo, attribuiscono anche a Gesù l’esperienza della tentazione: anch’egli ha avvertito il fascino di Satana, simbolo della logica mondana, della brama di possesso e di dominio, ma è uscito vittorioso dalla prova, riaffermando la sua fede in Jahve, a cui affida interamente e senza compromessi la sua vita, ormai tutta dedita al compimento del progetto divino, che così comincia a diventare realtà. Nei quaranta giorni del deserto Gesù "stava con le fiere"(Marco 1, 13), scrive infatti l’evangelista, con una notazione che non è certo cronachistica ma simbolica, perché richiama una delle immagini, quella della pace tra mondo umano e animale, usate dai profeti per descrivere il mondo rinnovato (cfr. Isaia 11, 6-9).

 

A servizio del prossimo

La vittoria sulla tentazione permette così a Gesù di vivere non per se stesso ma per l’avvento del regno, mettendo tutte le sue forze a servizio degli altri. Egli, infatti, non vuole avidamente appropriarsi dei beni della terra e spadroneggiare sugli uomini ma, come il Padre, prendersene cura, e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto, rinunziando al possesso per la condivisione: "chi non rinuncia a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo"(Luca 14, 33) e al potere per il servizio: se io "ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri"(Giovanni 13, 14). Effettivamente i discepoli hanno sperimentato in Gesù uno stile di vita nuovo: la sua incondizionata disponibilità, l’ostinata perseveranza nel bene, l’affettuosa comprensione per tutte le miserie umane hanno reso davvero credibile l’amore di Dio per gli uomini. Questa volontà di combattere il male l’hanno vista all’opera nella sua sollecitudine per lenire i diversi tipi di sofferenza: la fame, con la distribuzione dei pani, la malattia, con le rapide guarigioni, la morte, col dono di nuova vita. Le Scritture cristiane convergono tutte in questa testimonianza su Gesù, un uomo "che passò facendo del bene"(Atti 10, 38) ai sofferenti. Questa bontà efficace e senza limiti gli evangelisti hanno voluto raccontare, servendosi dei mezzi espressivi di cui disponevano, in particolare i racconti di miracoli, cioè di segni, di gesti carichi di significato, capaci di far percepire la realtà divina come amorevole presenza nella storia.

 

Il nuovo Mosè

E l’esempio di Gesù è stato contagioso: attorno a lui è sorto un movimento di uomini e di donne che hanno cominciato a cambiare la loro vita per realizzare finalmente la società tante volte annunciata. I vangeli modellano perciò la vicenda di Gesù, nuovo liberatore dalla schiavitù del vecchio mondo, sulla falsariga dei racconti dell’Esodo: egli è il nuovo Mosè che scampa alla persecuzione di Erode, come il primo a quella del Faraone; che passa quaranta giorni nel deserto, come Israele che vi aveva soggiornato quaranta anni; che dà la nuova legge, il ‘Discorso della montagna’; che celebra la sua ultima cena nel contesto della pasqua ebraica… In effetti, la primitiva comunità cristiana concepisce se stessa come l’attuazione del mondo nuovo, che passa finalmente "da possibilità velleitaria a realtà germinale, da futuro sognato […] a futuro inziato nel presente"(A. RIZZI, Tesi sull’utopia cristiana, in AUTORI VARI, Utopia e distopia, Milano 1987, p. 255).

 

La comunità primitiva

Gli Atti degli apostoli, idealizzando certo la comunità primitiva, la descrivono come un gruppo di uomini e donne che vivono nella pace e nella gioia, mettendo i loro beni in comune ed eliminando così l’indigenza: "tra loro infatti nessuno era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano […] e il ricavato veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno"(Atti 4, 34). Questa condivisione è la condizione indispensabile per eliminare la povertà, per dare a tutti la possibilità di condurre una vita degna, perché nell’ottica biblica la miseria dei più non è conseguenza della penuria dei beni disponibili ma della brama di possesso di chi accumula oltre ogni ragionevole necessità. Una vita buona per tutti è quindi possibile, come è dimostrato dalla comunità dei discepoli, che vivono in comunione fraterna, praticando la condivisione dei beni e trasformando il potere in servizio. Si può sperare perciò che questo rinnovamento coinvolga tutta la società, in modo che il male sia eliminato radicalmente. Questa piccola comunità sarà il lievito capace di fermentare la società intera e di preparare l’avvento definitivo del regno.

 

Prospettive apocalittiche

In effetti, Gesù e i suoi primi discepoli ritenevano imminente la fine del tempo presente e l’inizio di un mondo radicalmente nuovo, e le Scritture cristiane, riprendendo un consistente filone profetico, riecheggiano tali attese escatologiche. Matteo, attingendo al repertorio tradizionale, attribuisce a Gesù queste parole: "il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. […] Non passerà questa generazione prima che tutto questo accada"(Matteo 24, 29. 34); e l’autore dell’Apocalisse anticipa nelle sue visioni, col suo ardente desiderio, la definitiva vittoria sul male: "vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perchè il cielo e la terra di prima erano passati, […] non ci sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché il mondo di prima è scomparso per sempre"(Apocalisse 21, 1. 4). Bisogna riconoscere che quest’attesa è andata delusa: la fine del vecchio mondo non c’è stata e la storia ha proseguito il suo corso con la solita mescolanza di bene e di male.

 

L’impegno quotidiano

L’esperienza ha dunque smentito queste prospettive apocalittiche: il male non è stato vinto una volta per tutte e una lotta dall’esito incerto continua a segnare il corso di una storia di cui non si intravede il termine. Ciò non ha provocato però la fine dell’avventura dei discepoli di Gesù. Liberi dall’ingenua illusione di una vittoria definitiva, essi hanno concentrato la loro attenzione sul presente, come momento in cui si costruisce un futuro inevitabilmente ambiguo, in cui il male non sarà mai estirpato una volta per tutte e i progressi realizzati non saranno definitivamente al sicuro. Il momento da privilegiare è dunque più che mai il presente, il tempo delle scelte decisive per il futuro: "l’oggi dell’esistenza coram Deo, dove la liberazione ottenuta è soltanto il presupposto della liberazione quotidiana […]. La rottura del tempo naturale […] instaura il kairòs come tempo di decisione e di fruttificazione, di fede e amore, di solitudine responsabile che genera convivenza fraterna"(A. RIZZI, Esodo, p. 121).

 

Fine di un’illusione?

L’invito a confrontarsi col messaggio di Gesù ha conservato perciò una sua attualità nel corso dei secoli, anche se la vittoria definitiva sul male non c’è stata, anche se la comunità cristiana non si è dimostrata, alla prova dei fatti, il lievito capace di fermentare l’intera società. Sappiamo, infatti, che le cose in realtà sono andate altrimenti: dopo qualche decina d’anni "la comunità utopica è già finita; non ha trasformato la società ma si è lasciata da essa deformare. Si deformerà ancor più, e decisamente, dall’età costantiniana in poi, consolidando una struttura di potere clericale […] in forme analoghe a quelle del potere politico, assumendo mansioni proprie di quest’ultimo, imponendosi anzi come sua fonte e tutela"(A. COLOMBO, L’utopia, p. 151).

 

Teoria e pratica

Il fatto che il cristianesimo ufficiale, divenuto religione dell’impero, abbia accumulato ricchezza e potere, specialmente ai vertici della gerarchia ecclesiastica, e abbia tradito lo spirito originario non ha impedito a tanti uomini e donne di continuare a credere all’utopia del vangelo. Ciò facendo, anche senza conoscerli, essi si sono trovati d’accordo con Platone, per il quale una teoria, se è valida, non va rifiutata solo perché mille e mille volte si è sperimentata la difficoltà di tradurla in pratica, e con Kant che, ribaltando un luogo (ancora oggi) comune, scriveva che ciò che "è giusto in teoria, deve valere per la pratica"(I. KANT, Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Torino 1978, p. 252).

 

Cambiamenti possibili

In sintonia con questi pensatori, credo che si possa concludere questa analisi della tradizione biblica con una difesa della dimensione utopica, forse decisiva per dare un senso all’avventura umana sulla terra. In effetti, rinunciare all’utopia cosa significa se non accettare l’ordine, o meglio il disordine esistente, con le sue ingiustizie, violenze e crudeltà? E, d’altra parte, come sarebbe possibile criticare il presente senza un progetto, un modello alternativo di società da sostituire a quello attuale? Modello certo difficile da realizzare, ma non inattuabile se ci si impegna per realizzarlo. Forse l’idea corrente che l’utopia non sia che un progetto irrealizzabile o che, imposto con la violenza, crea una società ancora più disumana dell’attuale è frutto dell’ideologia propagandata dalle classi dominanti, che temono di perdere i propri privilegi e hanno interesse a presentare come irrealistico o fonte di una ancor più grande infelicità ogni proposito di cambiamento. Nella misura in cui ci sono uomini decisi non a usare la forza ma caso mai a pagare di persona per tradurla in pratica, lungi dal costituire un’evasione dalla realtà o la preparazione di un inferno sulla terra l’utopia mostra invece tutta la sua forza di progressiva trasformazione della storia.

 

Gandhi, King, Mandela

Da abbandonare, allora, è la prospettiva apocalittica della fine del mondo attuale e della realizzazione definitiva di un ordine perfetto, non il tentativo faticoso e ogni giorno rinnovato di correggere gradualmente le storture del presente. Se l’umanità ha fatto dei progressi, forse lo si deve proprio a quegli uomini che non si sono rassegnati all’esistente e hanno creduto che qualcosa potesse cambiare. Se c’è ancora la guerra, si diffonde però una nuova coscienza che la rifiuta e, sull’esempio di Gandhi, comincia ad affermarsi l’idea che sia possibile una lotta nonviolenta. Ci sono ancora casi di discriminazione, ma grazie a Martin Luther King e a Nelson Mandela sono stati fatti dei passi avanti per abolire le più odiose forme di segregazione razziale. Siamo lontani da un’effettiva parità uomo-donna, ma è innegabile che almeno in alcuni paesi la donna stia uscendo, con una rapidità inimmaginabile sino a un secolo fa, da una lunga condizione di inferiorità.

 

Indicazioni preziose

Il messaggio evangelico ha svolto un’azione efficace nella storia, non proponendo rigorose analisi sociologiche o una ben articolata concezione dello stato o un’originale dottrina economica ma esprimendo e tenendo vive, col suo linguaggio ricco di immagini suggestive, le aspirazioni più profonde del cuore umano, il sogno di un mondo di bontà, di giustizia e di pace. E forse anche le indicazioni riguardanti le condizioni per realizzarlo sono preziose: l’amore che ci rende responsabili gli uni degli altri, la condivisione dei beni, la trasformazione del potere in servizio. E poi la speranza, che trova il suo fondamento nella fiducia in Jahve e che dà il coraggio di tentare ciò che sembra impossibile: se avrete fede "anche se direte a questo monte levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà"(Matteo 21, 21). Anzi forse solo questo respiro utopico, comune del resto a tutte le grandi tradizioni religiose, può preservare i processi di liberazione da ricadute settarie e nuove forme di oppressione e orientarli, come scrive un grande pensatore contemporaneo, a una salvezza integrale dell’uomo: "soltanto l’utopia può dare all’azione economica, sociale e politica una prospettiva davvvero umana"(P. RICOEUR, Tâches de l’éducateur politique, in Esprit 1965, p. 90).

 

Una presenza efficace

In effetti, nel corso dei secoli non è venuta meno la presenza di uomini e donne, spesso privi di potere e di prestigio, che hanno continuato a trovare ispirazione nella prassi di Gesù, testimoniando così che "moltiplicazione dei pani, guarigione degli infermi, sovvertimento dei codici sociali di discriminazione non sono la prodigiosa ma effimera primavera di un genio religioso; sono lo statuto esistenziale da lui proclamato come utopia ormai organica alla città dell’uomo: partecipazione dei beni, condivisione dei pesi, riconciliazione dei cuori. E di quest’utopia sono custodi e portatori coloro i cui corpi si presentano come il duro simulacro della distopia: i poveri, i dannati della terra"(A. RIZZI, Tesi sull’utopia cristiana, p. 259). Per le Scritture cristiane sono loro, contro ogni logica umana, i costruttori del regno. Non i filofofi, a cui Platone attribuiva un ruolo decisivo, non i sacerdoti, che anzi il vangelo presenta come i veri avversari di Gesù: "i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo"(Marco 14, 1).

 

Una prospettiva storica scandalosa

Assegnando questo ruolo ai poveri, la Scrittura propone quindi una concezione assolutamente scandalosa della storia. Un ebreo marginale, condannato a morte dai potenti del tempo, e coloro che, privi di risorse umane, come lui si sono battuti per un mondo buono e giusto, pronti ad accettare perciò anche l’emarginazione e la sconfitta, sono quelli che portano alla luce il senso profondo della storia. Quella decisiva vittoria sul male, che sarebbe vano attendere nell’ambito dell’esperienza, diventa invece realtà nelle loro vite. Proprio quella morte che è suprema sconfitta in un’ottica puramente umana diviene definitiva vittoria in un’ottica di fede.

 

La resurrezione

La fedeltà all’amore portata sino al dono totale di sé si rivela come la via per costruire il mondo nuovo. Solo l’amore che accetta la sofferenza permette infatti di vincere il male, portando frutto abbondante: "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto"(Giovanni 12, 24). Il sacrificio di Gesù è la vittoria definitiva, la vittoria che si realizza in tempi e modi che non rispondono alle attese del cuore umano e che trova espressione nell’immagine della risurrezione: Gesù di Nazaret, proprio l’uomo che era stato crocifisso, "Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere"(Atti 2, 24). E con lui saranno resuscitati, ma è bene ribadire che si tratta solo di una certezza di fede, coloro che come lui vivono e muiono.

 

Tesi non manifestamente infondate

La fede biblica, dunque, nutre la speranza che si possa costruire un mondo migliore e che le vite donate a questo scopo non vadano perdute. Si tratta di una fede incompatibile con un uso adulto della ragione? Penso di no. Neanche nella concezione greca tutto è dimostrato razionalemte. È in gioco, come sempre, un’interpretazione della realtà, una costruzione intellettuale che cerca di spiegare organicamente un certo modo di sentire la vita, che accetta il dolore come parte ineliminabile della vicenda storica ma si propone, teorizzando l’eterno ritorno, di salvare quest’ultima da un definitivo venir meno. La prospettiva biblica offre un’altra interpretazione: il male non è ineluttabile, può essere vinto con un impegno rinnovato giorno per giorno, la lotta nonviolenta per un mondo buono non è vana anche quando conosce la sconfitta, proprio gli sconfitti anzi ricevono misteriosamente salvezza. Certo, per esprimere queste idee la Bibbia non rifugge da rappresentazioni pesantemente antropomorfiche, ma forse attraverso questo linguaggio trova espressione un’idea della realtà che può essere presa ancora in considerazione da un’umanità, che si considera giunta dopo il secolo dei Lumi alla maggiore età, come ipotesi non manifestamente infondata.