Il Giardino dei Pensieri - Studi di Storia della Filosofia
Gennaio 2004

Gaspare Polizzi
Leopardi e gli amici scienziati
[*]
[Vedi anche: Leopardi - Romanticismo]

Un’indagine a parte merita l’analisi dei legami stabiliti da Leopardi con scienziati e studiosi di scienze naturali e biologiche, ben oltre le letture recanatesi della giovinezza. L’indagine non è semplice perché può essere affidata soltanto a testimonianze tratte da epistolari o a riscontri marginali e indiretti nell’opera leopardiana (e soprattutto ancora nello Zibaldone e nell’Epistolario). Tuttavia gli intrecci riconoscibili danno conto di relazioni non superficiali e intrecciate nel ‘corpo’ stesso del pensiero leopardiano e della sua concezione della natura e della poesia, in momenti cruciali di produzione filosofica e poetica, quali soprattutto i periodi del soggiorno fiorentino e pisano (1). In alcuni casi gli studiosi che entrano in rapporto anche di amicizia con Leopardi condividono con il recanatese una duplice linea di interessi (scientifici e letterari) e spesso si tratta di studiosi che assumeranno un ruolo significativo nella cultura scientifica ottocentesca italiana. Ho pensato di organizzare la presentazione nella forma della finzione scenica.

Stasera, martedì 25 giugno 1827 (2), è prevista una serata in onore di Giacomo a Palazzo Buondelmonti, anche per festeggiarne i ventinove anni; ha organizzato tutto Vieusseux, che ha esteso gli inviti per il petit comité agli amici del poeta, e particolarmente a coloro che si sono distinti nel settore scientifico, anche se risulta difficile riconoscere tra di essi dei veri e propri scienziati specializzati: molti sono nobili, amanti degli studi e dei laboratori, ma nutrito è il numero degli accademici e numerosi sono coloro che per le idee liberali e per l’impegno nella lotta politica subiranno danni personali e saranno costretti all’esilio.

Ma entriamo con Giacomo nelle sale del palazzo di Piazza Santa Trinita e facciamoci presentare gli invitati, tra i quali vi sono ‘fisici’, ‘chimici’ e ‘medici’ (il gruppo più numeroso).

Nel primo salone, accanto alla finestra, vediamo un crocchio di ‘fisici’, tra i quali si riconosce immediatamente Gaetano Cioni, amico tra i più intrinseci di Giacomo. Cioni ha incontrato Giacomo in queste sale e si accinge a organizzargli il viaggio invernale a Pisa (3). Lo studioso pisano è inserito nel mondo sociale e accademico: ha frequentato il collegio Medico-Fisico dell’Università (4), che poi lo aveva visto, come docente di Fisica durante il periodo napoleonico (dal marzo al giugno 1801), realizzare esperimenti di ottica e di chimica industriale, ma dalla quale era stato allontanato perché troppo bonapartista dopo il ritorno dei Lorena nel Granducato. Il periodo di più stretta frequentazione con Leopardi coinciderà con la residenza di entrambi a Pisa. A Pisa Cioni introdurrà Leopardi nell’ambiente culturale e sociale, accompagnandolo, ad esempio, ad ascoltare il noto giurista Giovanni Carmignani, il più rilevante studioso del collegio Legale dell’Università, le cui lezioni costituiscono un’attrazione culturale per gli intellettuali provenienti da ogni parte d’Italia; Carmignani, studioso di simpatie liberali, amico di Vieusseux e collaboratore dell’Antologia, riserverà un trattamento di riguardo alla visita di Leopardi alla sua lezione (5). Ma il rapporto tra i due non ha certo soltanto motivazioni sociali e organizzative. Sicuramente Leopardi apprezza le cognizioni di Cioni – uno fra i primi divulgatori nel Granducato delle teorie chimiche di Torbern O. Bergman e di Lavoisier – sulla chimica moderna e ama la sua capacità di unire agli studi scientifici un grande interesse letterario: il mese dopo leggerà sull’Antologia la Lettera al marchese Gino Capponi (nota dell’Elenco di letture del luglio 1827 al 408, che si aggiunge alla Lettera a Gino Capponi di Giordani, segnata nell’Elenco di letture del marzo 1825 al 296); e lo ricorderà – nell’unica traccia riportata nello Zibaldone (6) – a proposito di un tema scientifico legato alla cultura latina tardo-antica e di un argomento cui tiene molto, la riflessione sulla ‘naturalità’ negli uomini e negli animali. L’attenzione di Cioni per i problemi letterari non è marginale e ha preso avvio con una pubblicazione che ha avuto notevole eco – le Novelle di Giraldo Giraldi fiorentino per la prima volta date alla luce (1796) –, un ‘falso’ manoscritto che in realtà è frutto dell’inventiva dell’autore; anche Alessandro Manzoni si varrà dell’amico di Leopardi per essere aiutato nella ‘risciacquatura in Arno’ dei Promessi Sposi (come pure Tommaseo per il Nuovo Dizionario dei Sinonimi della Lingua Italiana). Le sue competenze scientifiche traspaiono nelle collaborazioni sull’Antologia (7), per la quale produce anche contributi letterari; al periodico di Vieusseux Cioni sarà sempre vicino, sostenendolo fino alla soppressione da parte della censura con suoi contributi e con la diffusione nell’ambiente pisano (8).

Accanto a Cioni troviamo il fisico e medico pesarese conte Domenico Paoli, conterraneo di Leopardi e amico di famiglia (conosce anche il cugino Terenzio Mamiani). Paoli è uno dei quattro festeggiati della serata; il giovane autore delle Ricerche sul moto molecolare dei solidi (cfr. supra, Parte prima, cap. 1, nota 25) e quasi coetaneo di Leopardi (nato intorno al 1783) verrà citato due volte nello Zibaldone e richiamato sei volte nell’Epistolario (9). Leopardi favorisce i contatti dell’amico con Vieusseux e a Pisa lo presenta agli accademici. Tuttavia non si può dire che il rapporto con l’Antologia sia molto proficuo, visto che Vieusseux pubblicherà un suo solo articolo nel 1829 (peraltro in forma di Lettera, oltre alla sintesi di un’opera di Cuvier, a due note sulla lanterna di sicurezza di Davy e sugli esperimenti elettrochimici di Orioli e ad alcune recensioni), anche se nel 1826 aveva dato notizia delle Ricerche sul moto molecolare dei solidi (10). Emergeranno comunque interessi comuni tra Paoli e l’ambiente dell’Antologia, a partire dall’attenzione per gli scritti di scienze naturali (e soprattutto di e su Cuvier comparsi sull’antologia fin dal primo fascicolo; cfr. supra, Parte prima, cap. 2, nota 40), nonché per l’adesione al progetto, promosso da Vieusseux e mai realizzato, di costituire un Ateneo Fiorentino (11). La carriera scientifica e accademica di Paoli sarà significativa, ma soltanto dopo la morte dell’amico: parteciperà con un ruolo importante al primo Congresso degli scienziati italiani di Pisa nel 1839, nonostante il divieto pontificio; pubblicherà il Saggio storico-critico intorno al calore animale e alla respirazione (A. Nobili, Pesaro 1847), che introduce una discussa teoria sul rapporto tra calore e respirazione, secondo la quale il sistema nervoso agisce sull’azione chimica dell’aria e del sangue influendo sul calore animale; in altri termini, per Paoli i dati fisiologici della temperatura corporea possono essere alterati dal sistema nervoso centrale. Le sue teorie mediche anti-organiciste, vicine a quelle del ‘medico romantico’ Tommasini e di Puccinotti, sono un po’ sospette nel circolo di Vieusseux perché mettono in crisi l’idea diffusa della corrispondenza tra l’armonia corporea e quella sociale e naturale. La Lettera comparsa sull’Antologia nel 1829 (frutto anche della mediazione di Orioli) è una dichiarazione di riconciliazione con gli avversari della scuola medica pisana, nella quale si fa anche ammenda rispetto a una polemica che era trascesa in insulti reciproci.

Per l’occasione è venuto a Firenze anche l’urbinate Francesco Puccinotti, l’amico di tante serate recanatesi, anch’egli quasi coetaneo di Leopardi (nato nel 1794). Una lunga dimestichezza unisce Puccinotti e Leopardi; il giovane Francesco, dopo essersi laureato allo Studio bolognese (1816) e aver ottenuto la cattedra di Clinica medica all’Università di Fermo (1822), che però non sarà mai istituita, esercita la sua professione di medico condotto a Recanati (nel periodo marzo-luglio 1825), dove conosce Monaldo e ritrova Giacomo, che aveva conosciuto a Roma (nel 1822-23). Puccinotti diventerà uno studioso di fama: nel 1826 sarà docente di Patologia e medicina legale nell’Università di Macerata; a seguito dell’adesione ai moti del 1831 si trasferirà in Toscana (1835-40, ma Leopardi era già partito due anni prima per Napoli), insegnerà Istituzioni di medicina legale nel collegio Fisico-Medico di Pisa (dal 1838) e poi Storia della medicina (1846-60), studiando il colera (1835), dando un impulso significativo alla nascita della medicina sociale e partecipando al primo Congresso degli scienziati italiani. I rapporti con Vieusseux non saranno però molto buoni, nonostante i tentativi di Leopardi di favorire la sua collaborazione all’Antologia (12). A Pisa Leopardi tenterà di convincere Carmignani e Giovanni Rosini di chiamare all’ateneo Puccinotti e l’altro caro amico Tommasini, senza però riuscirci. Puccinotti, Paoli e Tomassini non sono molto graditi nel Gabinetto Vieusseux perché sostengono un condizionamento negativo delle funzioni organiche e da parte del sistema nervoso, dovuto anche ai nuovi stili di vita introdotti dalla società industriale, responsabile del moltiplicarsi delle malattie mentali, smentendo così ogni pretesa conciliazione armonica del corpo umano con l’ambiente circostante e sottolineando il ruolo ineliminabile del dolore e della sofferenza. Le tesi di Puccinotti assumono un particolare interesse nella storia della medicina ottocentesca italiana, innanzitutto per le teorie patologiche contenute nella sua opera forse più nota, la Patologia induttiva preposta a nuovo organo della scienza medica (Mancini Cortesi, Macerata 1828), nella quale vi si intende lo stato patologico come il risultato di un destino individuale, inserito in un piano ‘naturale’ imponderabile che la medicina può solo lenire ma non cancellare. Puccinotti è un convinto assertore di una "patologia induttiva" basata sul principio dell’osservazione dei fatti, della loro composizione analitica nei loro fenomeni osservabili e nella loro ricomposizione con un reciproco collegamento per stabilirne la dipendenza da un effetto generale (è questa la "sintesi induttiva"). In termini più ‘filosofici’ Puccinotti vede una compensazione tra il carattere fisico della macchina umana e la dimensione della vita legata al sistema nervoso e alla eccitabilità (compensazione che viene individuata in una tavola delle relazioni degli organi umani, la cui connessione viene vista in funzione del sistema nervoso), facendo di conseguenza dell’eccitabilità la condizione del funzionamento degli organi. Nell’esaltazione del ruolo del destino individuale e dell’imponderabilità della natura rispetto alle malattie umane e nel rilievo dato alle malattie del sistema nervoso per comprendere la fisiologia organica si possono riconoscere motivi ‘forti’ di consonanza con il pensiero di Leopardi. Una consonanza che trascende l’ambito medico e si fa confidenza, come testimonia la lettera A Francesco Puccinotti, Bologna 5 Giugno 1826, epist, n. 931, pp. 1174-5, dove Leopardi depreca il decadimento della poesia moderna scagliandosi contro i letterati di Bologna, tutti versificatori e nessuno poeta: gli intellettuali bolognesi sono tutti autori di versi, "ma tutti leggono più volentieri le prose", "[…] e ben sai che questo secolo non è né potrebbe esser poetico […] perché L’Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia", ivi, p. 1175. E ancora più significativa del legame profondo tra Francesco e Giacomo, per il quale Puccinotti sarà visto come "[…] l’unico seguace, allievo filosofico, e fedele, che Leopardi abbia avuto […]", sarà la lettera A Francesco Puccinotti, Firenze 16 Agosto 1827, epist, n. 1123, p. 1366, dove, dopo aver esortato l’amico a completare la sua "opera fisiologica sui temperamenti", che considera "degna dell’Italia, utile al mondo", aggiunge una nota sull’indifferenza filosofica ("sono stanco della indifferenza filosofica, ch’è il solo rimedio de’ mali e della noia, ma che infine annoia essa medesima") (13). Un secondo motivo di interesse della ‘filosofia medica’ di Puccinotti – sviluppatosi successivamente alla morte di Leopardi, che forse non avrebbe molto apprezzato – è la proposta di una nuova medicina civile come scienza pubblica; il medico urbinate sostiene la necessità che gli Stati (e in particolare il Granducato) si dotino di strumenti anche coercitivi per sviluppare indagini epidemiologiche e garantire una maggiore sicurezza rispetto alle epidemie e all’igiene pubblica, introducendo una ‘medicina sociale’ (15).

Ai tre si è aggiunto il ‘bolognese’ Francesco Orioli, altro coetaneo (1785) di Leopardi. Orioli è già un ‘cattedratico’, ha ottenuto a Bologna la cattedra di fisica nella facoltà di filosofia (1815). La conoscenza reciproca è forse dovuta alla collaborazione con due note in latino pubblicate nelle pagine immediatamente successive della stessa rivista, relative all’edizione di Angelo Mai del De Republica di Cicerone (15). Grazie al comune amico Tommasini Orioli è stato presentato a Vieusseux. Collaborerà con l’Antologia e diventerà socio corrispondente dell’Accademia dei Georgofili, ma la sua brillante carriera verrà interrotta dall’attiva partecipazione ai moti del 1831, dopo i quali sarà costretto all’esilio a Corfù, dove otterrà la cattedra di fisica presso la locale Università. Tornato in Italia insegnerà storia e archeologia all’Università di Roma. Studioso di grande versatilità, Orioli si muove da specialista sia nell’archeologia (con una predilezione per l’etruscologia, apprezzata da Leopardi, che ha letto i due Discorsi Dei sepolcrali edifizi dell’Etruria media e in generale dell’architettura Tuscanica e Spiegazione di una gemma etrusca del Museo Reale di Parigi, e in occasione di essa breve discorso intorno al sistema di numerazione presso gli antichi Toscani, segnati nell’Elenco di letture del giugno 1826 al 373 e al 374), sia in scienze naturali. In una nota pubblicata sull’Antologia nel 1828 Orioli "rende conto di due naturali fenomeni" – l’esplosione di un pozzo e una strana scrittura presente nell’intestino di un maiale – spiegando il primo con le leggi della geologia e della chimica e il secondo con quelle della fisiologia e dimostrando così un conseguente atteggiamento razionale unito ai criteri della verifica empirica. Dopo la morte di Leopardi Orioli parteciperà ai primi Congressi degli scienziati italiani e presiederà al Congresso di Milano del 1844 la sezione di fisica-matematica.

Tra i ‘medici’ si nota la mancanza dei coniugi Tommasini e Maestri, amici carissimi di Giacomo, che non sono potuti venire per le difficoltà del viaggio da Parma, ma sono degnamente ‘rappresentati’ da Paoli e da Puccinotti (cfr. supra, Parte prima, cap. 1, note 43 e 65).

Nel secondo salone incontriamo il ‘pisano’ Guglielmo Libri, un giovane inquieto anch’egli coetaneo (1802) di Giacomo. Il promettente studioso di scienze fisiche e matematiche è stato invitato perché è stato presentato con buona fama a Vieusseux da due rinomati collaboratori scientifici dell’Antologia, Giuseppe Gazzeri e Giovacchino Taddei, scienziati del Museo di Fisica di Firenze, e grazie alla frequentazione del Gabinetto Vieusseux Libri ha conosciuto Leopardi. Studioso di storia della scienza come Leopardi, e matematico, Libri ha già al suo attivo una memoria sulla Teoria dei numeri (1820) e nel 1823 ha ottenuto la cattedra di fisica teorica generale a Pisa (succedendo al fisico di chiara fama Ranieri Gerbi). Ma il suo futuro sarà molto agitato. Esiliato perché accusato di aver congiurato contro Leopoldo ii (nella ‘congiura della Pergola’) (16), Libri fuggirà a Parigi dove verrà ben accolto negli ambienti scientifici: si legherà a Cauchy, verrà nominato professore aggiunto di calcolo delle probabilità alla Sorbonne e terrà lezioni al Collège de France. Accreditato collaboratore del "Journal des savants" e della "Revue des deux mondes", Libri lascerà molti scritti, spesso in francese, dai Mémoires des mathémathiques et de physique (più volte stampati e accresciuti, a partire dalla prima edizione, Prosperi, Pisa 1827), agli articoli di divulgazione sulla cultura scientifica italiana come Les Sciences in Italie pubblicati sulla "Revue des deux mondes" nel 1832-33 (nei quali citerà anche Leopardi), alla sua opera più nota, l’Histoire des sciences mathématiques en Italie, depuis la renaissance des lettres jusqu’à la fin du dix-septième siècle (Renouard, 4 voll., Paris 1835-38). Ma tornato a Firenze verrà accusato nel 1844 di aver rubato dei manoscritti dall’archivio mediceo, accuse che lo costringeranno a un nuovo esilio in Francia, dove tuttavia verrà ancora perseguito e condannato per lo stesso reato, facendogli decidere di fuggire in Inghilterra. È lontano il 1831, quando esprimeva il sincero dispiacere per il ‘dichiarato’ commiato di Leopardi dalle lettere sostenendo che "quel suo alto dolore, è certo segno d’animo grande", o quando comunicava entusiasta a Vieusseux scoperte di preziosi manoscritti e collaborava attivamente all’Antologia (17).

Nell’ultima sala, accanto al pianoforte, vediamo un gruppo di studiosi di scienze naturali variamente noti a Leopardi, anche se non particolarmente vicini, che sono stati invitati da Vieusseux in virtù dei loro titoli scientifici, ma anche per i loro interessi tecnologici e la loro attenzione allo sviluppo civile. Il riminese Maurizio Brighenti, ingegnere idraulico, autore di una memoria sulla bonifica delle paludi, segnalato da Leopardi a Vieusseux in risposta alla circolare inviatagli l’8 dicembre 1831 per un rilancio dell’Antologia; anche in questo caso la segnalazione non avrà particolare successo, anche per l’imminente soppressione dell’Antologia (cfr. le lettere cxcv Maurizio Brighenti a Giovan Pietro Vieusseux, Rimini 14 F.br.o 1832, e ccxx Maurizio Brighenti a Giovan Pietro Vieusseux, Rimini 30 agosto 1832 – dove Brighenti propone sue ricerche fluviali –, vieus i, rispettivamente alle pp. 324-5 e 374-5). Il ‘pavese’ Giovanni Dansi, docente di mineralogia e zoologia all’Università di Pavia (1831), studioso di omeopatia e tra i suoi principali divulgatori in Italia, sarà arrestato e condannato per i moti del 1831, ma in seguito diverrà uno dei più noti medici milanesi. Dansi che conosce Vieusseux nel 1830 (cfr. clxxiii Giovanni Dansi a Giovan Pietro Vieusseux, Pavia 15 luglio 1831, pp. 280-2) scriverà un articolo sul colera per l’Antologia, che non invierà per timore della censura, e ne proporrà un altro sul museo zoologico di Torino che non verrà mai scritto per la soppressione della rivista. Il brianzolo Onorato Porri è un tecnico: fabbrica strumenti altimetrici e dirige un’impresa di barometri e termometri. Porri sarà l’organizzatore della prima famosa ascensione al Monte Bianco compiuta da Horace Bénedict de Saussure; si distinguerà nei confronti di Leopardi per aver raccolto ben 39 sottoscrizioni per i Canti (cfr. cxxxviii Giovan Pietro Vieusseux a Onorato Porri, Firenze 6 ottobre 1830, p. 230, con il ringraziamento di Vieusseux per la raccolta) (18).

Al pianoforte un invitato d’eccezione il figlio di Luciano Bonaparte e nipote di Napoleone Carlo Luciano, principe di Musignano, conosciuto da Leopardi a Firenze nel salotto della cugina Charlotte Bonaparte, vedova di Luigi Napoleone e forse sposa di Capponi, dove era stato introdotto da Giordani, e ritrovato nel suo soggiorno romano (tra l’ottobre 1831 e il marzo 1832). Studioso di botanica e di zoologia, "ornitologo di fama internazionale", grande viaggiatore e conoscitore degli Stati Uniti, dove ha soggiornato presso il suocero Giuseppe Bonaparte), è un sostenitore della modernità e del ruolo progressivo della scienza, intesa anche come motore dello sviluppo sociale e dell’unità d’Italia. Al momento ha soltanto qualche rapporto scientifico con il circolo dell’Antologia, ma più avanti promuoverà con energia i Congressi degli scienziati a partire da quello di Pisa del 1839, in stretto contatto con Vieusseux e i fiorentini, inaugurando un periodo di impegno pubblico che culminerà nella promozione del terzo congresso di Firenze del 1841 (19). Carlo Luciano Bonaparte condurrà studi di nomenclatura zoologica, ponendo al centro dei suoi interessi l’ornitologia; nelle ricerche di scienze naturali svilupperà una concezione della storia naturale ispirata a un "empirismo spontaneo", legata alla descrizione e alla nomenclatura, in espressa opposizione rispetto alle concezioni di Cuvier. Il sistema zoologico di Cuvier seguiva una linea di anatomia comparata, individuando grandi modelli di organizzazione strutturale, mentre Bonaparte era più vicino a naturalisti come Étienne Geoffroy Saint-Hilaire (è in corrispondenza con il figlio Isidore), o come Lorenz Oken (promotore dei congressi scientifici tedeschi, al cui modello si rifà per la sua attività organizzativa in Italia), che sostenevano la continuità delle forme, aderendo così al trasformismo. Pur intendendo la biologia in termini ancora descrittivi anche Bonaparte si troverà a discutere delle nuove questioni teoriche, quali la definizione del concetto di specie, che rinvia a quello di variazione e al problema della variabilità nel tempo. Bonaparte più di altri unisce all’attività di ricerca in scienze naturali l’impegno pubblico di organizzatore e di promotore dell’unificazione culturale e scientifica italiana, progressivamente realizzatasi anche attraverso i congressi degli scienziati, che vedono ancora la Toscana e Pisa come centri propulsori. Parteciperà attivamente alla vita politica, soprattutto durante i moti del 1848 a Roma, durante i quali passerà da posizioni liberali a un acceso repubblicanesimo e ricoprirà la carica di vicepresidente dell’Assemblea Costituente voluta da Mazzini. Dopo la fine della Repubblica Romana fuggirà a Parigi, diventando direttore del Muséum d’Histoire Naturelle e rinuncerà alla vita politica (20).

Ma il vero ‘regista’ della serata è Vieusseux, che troviamo intrattenuto in una discussione con Capponi e che viene incontro a Giacomo salutandolo con grande affetto. Una presentazione di Vieusseux e di Capponi richiederebbe ben altro spazio (per il secondo cfr. supra, Parte prima, cap. 3, nota 23).

Mi limito a richiamare qualche aspetto del loro rapporto ‘propositivo’ nei riguardi delle scienze naturali. Il legame di Capponi con Vieusseux è saldo e di lunga data: proprio dal Progetto di Giornale steso da Capponi nel dicembre 1819 prenderà spunto Vieusseux per varare l’esperienza dell’Antologia. Capponi conosce bene Leopardi, che ha incontrato nel 1827, ha frequentato non soltanto al Gabinetto Vieusseux, ma anche nel salotto di Charlotte Bonaparte (con la quale ha avuto un legame sentimentale); ha espresso un giudizio favorevole sulle Operette morali, essendo forse il solo a votare per l’assegnazione del premio dell’Accademia della Crusca, ha partecipato in solido alla sottoscrizione in suo favore degli "amici di Toscana" e – aspetto non secondario – è l’unico a venir chiamato per nome nelle lettere che Leopardi invia a Vieusseux. Le posizioni teoriche di Capponi sono lontane., ma non contrapposte rispetto a quelle di Leopardi (cfr. supra, Parte prima, cap. 3, nota 23) (21). Capponi propugna una visione ‘armonica’ del rapporto tra la dimensione della vita e quella della natura e della società, in una prospettiva che intende da un lato rendere popolare il sapere scientifico, unitariamente inteso, e dall’altro suscitarne una comprensione sentimentale che permetta l’obbedienza rispetto all’armonia naturale. Il presupposto della convergenza tra ordine naturale e perfettibilità umana impone un impegno insieme pedagogico e politico per accelerare tale processo in vista dell’utile civile e sociale, in una chiave di moderazione e di equilibrio. Ordine sistematico delle armonie naturali e vocazione pedagogica alla educazione popolare nello spirito di una conciliazione sociale e naturale sono i due pilastri del ‘sistema’ di Capponi. Pure nell’evidente distanza le concezioni di Capponi hanno almeno un punto di convergenza con quelle di Leopardi: la venatura pessimistica e il disincanto rispetto a un ‘presente’ non condiviso la visione di un’umanità ‘vecchia’, non all’altezza del proprio futuro il senso tragico della storia. Il ‘sistema’ di Capponi sarà la base ‘filosofica’ del gruppo del Gabinetto e dell’Antologia e sarà variamente sviluppato da altri importanti promotori della cultura cattolica italiana del primo Ottocento, quali Tommaseo e Raffaele Lambruschini.

Il rapporto di Leopardi con Vieusseux è sicuramente importante per entrambi (22). Per parte sua Vieusseux non è soltanto un instancabile organizzatore di cultura; possiede un ‘disegno’ che rispetto alle concezioni di Capponi presenta – a mio avviso – una più marcata curvatura scientifica. L’Antologia dimostra la predilezione per le scienze fisiche e naturali, anche se non sempre adeguatamente sostenuta dai collaboratori (23). Ma Vieusseux avrebbe ben altre ambizioni: le sue finalità di divulgazione scientifica si dirigono verso gli "Annali Italiani delle Scienze Matematiche Fisiche e Naturali", il cui primo progetto comunicato nel manifesto annesso al fascicolo dell’Antologia del giugno 1828, non ha séguito (se ne duole Mamiani), ma verrà riproposto con un secondo manifesto del 1832, ora pubblicato per la prima volta (24). Nel Manifesto del 1831, dopo aver ribadito che gli argomenti di scienze naturali devono essere trattati "sempre col fine dell’interesse e del miglioramento de’ più" non manca un rilievo sullo spazio da attribuire per trattare le "applicazioni possibili d’ogni veramente utile scoperta o istituzione ai nostri bisogni". Nel Manifesto del 1832 viene ulteriormente rimarcato il bisogno di una diffusione della cultura scientifica per il progresso civile:

"Certo dunque che il bisogno sempre più crescente di un’opera dove i progressi tutti delle scienze sieno notati, verificati, giudicati, promossi avrà disposto in mio favore tutti gl’italiani cultori di tali scienze, sono venuto alla determinazione di riassumere il mio progetto, e di presentarlo nuovamente al pubblico, ma con certe modificazioni suggeritemi dall’esperienza mia propria e dal consiglio di alcuni miei illustri amici".

Vengono quindi richiamate le riunioni e le ricerche degli scienziati fiorentini presso il Museo di fisica di Firenze (diretto da Vincenzo Antinori), confrontate all’attività ‘eroica’ dell’Accademia del Cimento:

"Queste adunanze, nelle quali è lusinghiero augurar nascente una nuova Accademia del Cimento, danno luogo frattanto a promettere che non solo gli Annali proposti comunicherebbero a mano a mano al pubblico fatti nuovi ed osservazioni tratte da esperimenti istituiti in Firenze; ma che nel farsi conoscere qualunque siasi importante scoperta in fisica ed in chimica annunziataci dagli scienziati delle altre parti del mondo, di quelle fra esse che si fossero potute sottoporre ad esperimento nell’I. e R. Museo, si annunzierebbero i resultamenti ivi ottenuti".

Segue una ‘scaletta’ delle materie da trattarsi negli Annali riportate nel seguente ordine:

le Matematiche pure ed applicate / l’Astronomia / la Fisica / la Chimica / la Storia naturale generale / la Geologia e la Mineralogia / la Botanica e Fisiologia vegetale / la Zoologia, la Fisiologia animale, l’Anatomia comparata / di Notizie varie scientifiche / e di un Bullettino bibliografico.

Fra i possibili collaboratori Vieusseux segnala l’adesione di studiosi già noti: Antinori, Cioni, Gazzeri, Nobili, Ridolfi, Antonio Targioni Tozzetti (25). Mi pare che nel primo e nel secondo Manifesto siano presenti: una chiara marca del ruolo che le scienze fisiche possono esprimere nello sviluppo civile dell’Italia; un’indicazione, più sottaciuta, sul carattere unificante degli scambi scientifici per la identità italiana; una sottolineatura, molto forte nel secondo Manifesto, sul peso che assumono la diffusione degli esperimenti scientifici e le pubbliche riunioni degli scienziati per il progresso delle singole scienze, nel richiamo allo spirito che ha prodotto la stagione ‘eroica’ della scienza moderna.

E il fatto che le scienze fisiche e chimiche vengano citate come modello per lo sviluppo delle scienze e poste all’inizio della ‘scaletta’ insieme alla matematica e all’astronomia, è indicativo di quanto Vieusseux sia consapevole del ruolo guida che tali scienze assumono nei tempi moderni producendo le teorie e le scoperte più rilevanti per il progresso scientifico e tecnologico. Il progetto proposto nei Manifesti sarà perseguito da Vieusseux così risolutamente che, nonostante i ripetuti fallimenti, dovuti forse anche alla scarsa forza e intraprendenza degli scienziati italiani del periodo (ma non falliscono soltanto gli Annali: due anni dopo verrà soppressa anche l’Antologia), certamente non all’altezza della scienza europea, approderà pochi anni dopo a quella prima "riunione degli scienziati italiani", vista concordemente come il primo momento della rinascita della scienza italiana e nello stesso tempo come un primo tassello della costruzione pubblica di uno spirito nazionale, riunione che non a caso avrà in Vieusseux e nei suoi amici alcuni tra i più attivi promotori.

È un progetto che Leopardi non può condividere, come non ha mai condiviso l’invadente ottimismo politico a esso connesso (contrapponendogli proprio nel 1832 il progetto di un giornale di "nessuna utilità", lo "Spettatore fiorentino"); nel segno di tale mancanza di condivisione le strade pure spesso parallele dei due ‘amici’ si dividono irreversibilmente. Dopo la partenza di Leopardi per Napoli, non casualmente, i contatti diretti con Vieusseux e con gli "amici di Toscana" verranno quasi del tutto interrotti (se si esclude la lettera A Carla Medici Lenzoni, [Napoli 26 Marzo 1835], epist, n. 1895, pp. 2024-5, con l’espressione lapidaria: "Non dimentico Firenze […]"), e con essi quelli stabiliti con gran parte degli scienziati e studiosi a essi vicini. Dalla contraddittorietà del rapporto con l’Antologia, oscillante fra l’apprezzamento sincero dello sforzo di trasformazione culturale e il rigetto di ciò che vale solo in funzione di un utile illusorio e ‘progressivo’, si passa alla decisa divaricazione. Ma queste sono vicende tutte a venire, lasciamo ora Giacomo alla sua lieta serata di speranze; e il 29 giugno ci sarà l’incontro con Antonio Ranieri, l’amico per la vita.

 

Note

*
Questo file riproduce  il terzo capitolo del volume su Leopardi di Gaspare Polizzi dal titolo Leopardi e le "ragioni della verità". Scienza e filosofia della natura negli scritti leopardiani, Carocci Editore, Roma 2003.

1. Il primo soggiorno fiorentino durerà dal 21 giugno 1827 al 10 novembre 1828 e sarà interrotto dal soggiorno pisano (9 novembre 1827 - 7 giugno 1828), il secondo soggiorno fiorentino durerà dal 10 maggio 1830 al settembre 1833, con l’interruzione del periodo romano (ottobre 1831 - marzo 1832).

2. Si tratta della riunione voluta da Vieusseux in onore di Leopardi, ma anche di Paoli, dell’avvocato Alberto Nota e dell’architetto napoletano Antonio Niccolini. Frequenti erano le riunioni organizzate da Vieusseux a Palazzo Buondelmonti: esse si tenevano settimanalmente, prima il sabato, dal 1827 il lunedì e dal 1830, in forma più sporadica, il giovedì; cfr. vieus i, p. 318, nota 9. Le informazioni sui personaggi della serata sono tratte, in parte, da A. Volpi, Note biografiche dei corrispondenti, in Benucci, Melosi, Pulci (a cura di), Leopardi nel Carteggio Vieusseux, cit., vol. ii [d’ora in poi vieus ii], pp. 615-46. Cfr. anche N. Bellucci, G. Leopardi e i contemporanei. Testimonianze dall’Italia e dall’Europa in vita e in morte del poeta, Ponte alle Grazie, Firenze 1996, 3. Gli "Amici di Toscana" e l’ambiente fiorentino dell’"Antologia", pp. 97-138 e R. Damiani, All’apparir del vero. Vita di Giacomo Leopardi, Mondadori, Milano 1998 (che rivede e aggiorna la Vita di Leopardi, Mondadori, Milano 1992 dello stesso). Le presenze di Maurizio Brighenti, Dansi, Porri e Puccinotti sono fittizie, sicure quelle di Vieusseux e Paoli, probabili quelle di Carlo Luciano Bonaparte, Capponi, Cioni, Libri e Orioli.

3. Partiranno il 9 novembre e la residenza di Leopardi a Pisa durerà fino al 7 giugno dell’anno successivo: "Egli ebbe buonissimo viaggio, e per niente faticoso", comunica Cioni a Vieusseux (lii Gaetano Cioni a Giovan Pietro Vieusseux, [Pisa] 14 Novembre 1827, vieus i, p. 93). L’amico curerà che Giacomo viva a Pisa nelle condizioni più confortevoli, facendolo alloggiare in casa di Giuseppe Soderini, in via Fagiuoli (poi della Faggiola) al numero 1062, a pochi passi da casa sua, sita al numero 1055, in cui abita con il figlio Girolamo, iscritto all’Università e che il padre seguirà da vicino negli studi. Scrivendo a Vieusseux Cioni testimonia la cura attenta e amorevole espressa per rendere gradito e agevole il soggiorno pisano di Leopardi: "Ho piacere che Leopardi sia contento di me. Certo è che gli ho procurato, e gli procurerò l’adempimento de’ suoi pochi e discreti desideri. Quello che manca a lui per essere contento manca ancora a me, cioè la compagnia degli amici rimasti a Firenze", liv Gaetano Cioni a Giovan Pietro Vieusseux, vieus i, p. 97. A Pisa Leopardi passerà i mesi più lieti della sua vita.
Un altro illustre studioso, Gioberti, accompagnerà Leopardi nel più triste viaggio di ritorno a Recanati. Anche questo viaggio sarà tuttavia gradevole proprio per la compagnia dell’abate torinese, con il quale Leopardi instaurerà un rapporto intenso e proficuo per entrambi, scandito da sei lettere inviate da Gioberti e da una di Leopardi (cfr. epist, n. 1415 del 12 gennaio 1829; n. 1495 del 14 settembre 1829; n. 1526 del 2 aprile 1830; n. 1653 del 4 ottobre 1831; n. 1706 del 30 gennaio 1832; n. 1874 del 27 ottobre 1833; e, di Leopardi, n. 1459, Recanati [17 aprile] 1829). Sul rapporto tra i due cfr. G. De Liguori, Vincenzo Gioberti e la filosofia leopardiana, in "Problemi", xxviii, 1971, pp. 1178-85; N. Bellucci, Vincenzo Gioberti di fronte alle ideologia e alla poesia di Giacomo Leopardi, in "La Rassegna della Letteratura Italiana", lxxviii, 1974, pp. 95-119 e M. Mustè, Gioberti e Leopardi, in "La Cultura", xxxviii, 2000, 1, pp. 59-112.

4. L’Università di Pisa era composta al tempo da tre collegi – Teologico, Legale e Medico-Fisico -, nel secondo spiccava la personalità di Carmignani, ma il terzo era il più vitale; in esso si trovava una sezione fisico-matematica con quattro corsi di laurea, matematica, scienze fisiche, scienze fisiche e naturali, scienze naturali. Coppini ne individua le caratteristiche di pregio: "I due corsi di botanica e storia naturale erano tenuti infatti da Gaetano e Paolo Savi, il primo ormai notissimo in tutta Europa, amico intimo dei De Candolle, di Davy, di Jussieu e di Mirbel, per citare alcuni nomi della sua corrispondenza, mentre il figlio aveva già dato varie prove, su riviste toscane e lombarde, di un promettente talento". Gaetano Savi è amico di alcuni scienziati fiorentini vicini all’Antologia – Cosimo Ridolfi, Ottaviano Targioni Tozzetti, Giuseppe Gazzeri –, divulga le tesi del cristallografo e geologo René J. Haüy, è autore dell’Ornitologia toscana (4 voll., Nistri, Pisa 1827-31 (su Paolo Savi cfr. supra, Parte prima, cap. 1, nota 43). Altro docente di chiara fama nel collegio Medico-Fisico è Ranieri Gerbi, studioso di fisica teorica e autore di un noto Corso elementare di fisica, 5 voll., Niccolò Capurro, Pisa 1825. Tra i chimici, spicca Giuseppe Bianchi, docente di chimica e materia medica, che ha sostituito il padre, il medico Anton Nicola, primo cattedratico di chimica a Pisa nel 1757; ma permane l’ostilità nei confronti del sistema lavoiseriano. Infine nelle cattedre di medicina si respira aria di restaurazione: "Il sapere medico era stato cioè uno dei punti più avanzati di quel materialismo, inteso come profonda conoscenza della materia e della sua origine, che il clima di una lunga restaurazione voleva riportare dentro confini meno pericolosi"; cfr. R. P. Coppini, L’Università di Pisa negli anni venti, in F. Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa. Catalogo della mostra documentaria, Electa, Milano 1997, pp. 222-31 (le citazioni sono alle pp. 227-8 e 228).
Tra gli universitari pisani che avranno un’eco nella poesia leopardiana va ricordato anche "[…] il figlinese Lorenzo Pignotti, medico e professore di fisica, prima nell’Accademia de’ Nobili di Firenze e, dal 1775, all’Università di Pisa, considerato uno dei poeti più rappresentativi dell’età di Pietro Leopoldo […]"; Pignotti, autore di Favole e novelle (1782), verrà antologizzato con 10 brani nella Crestomazia della poesia. Giuseppe Nicoletti individua i motivi ‘filosofici’ della scelta leopardiana: "Peraltro, se c’è un argomento che fin dagli inizi caratterizza la più conosciuta produzione favolistica del Pignotti, e che non dovette sfuggire all’attenzione del Leopardi giovane e libero pensatore, questo è senz’altro la sua insistenza sul tema della vanità e della illusorietà conoscitiva dei grandi sistemi filosofici e dunque della critica all’ottimismo scientista dei propri tempi, più o meno illuminati dal raggio di una ragione onnicomprensiva e deputata a schiarire le magnifiche sorti e progressive della società toscana di fine secolo, lui che pure professò per tutta la vita le scienze fisiche e quelle mediche, ricevendone riconoscimenti e ufficiali attestati di merito". Pignotti – citato anche in Zib, 67 – scrive componimenti che non mancano di riflessi scientifici, quali Le bolle di sapone, I palloni volanti (riportata parzialmente nella Crestomazia della poesia), nonché la favola I progettisti, ovvero l’Albero della scienza, critica dura di quel vuoto orgoglio speculativo contro il quale Leopardi si scaglierà in più occasioni, fino ai Paralipomeni; cfr. G. Nicoletti, La Crestomazia come occasione di lavoro poetico. Ancora su Leopardi e Pignotti, in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., pp. 191-207 (le citazioni sono alle pp. 195 e 204).
Sugli aspetti quotidiani del soggiorno pisano di Leopardi cfr. A. Panaija, Via della Faggiola e Teresa Lucignani, in Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa, cit., pp. 56-61; sull’ateneo pisano cfr. D. Barsanti, L’università di Pisa dal 1800 al 1860, ets, Pisa 1993. Ma i primi studi su Leopardi a Pisa sono di Luigi Blasucci; cfr. ora L. Blasucci, Leopardi a Pisa, in aa. vv., Le città di Giacomo Leopardi. Atti del vii Convegno internazionale di studi leopardiani, Olschki, Firenze 1991, pp. 105-31.

5. Cfr. R. P. Coppini, Giovanni Carmignani onora Leopardi, in Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa, cit., pp. 68-9.
Per l’unica lettera di Leopardi a Carmignani cfr. supra, Parte prima, cap. 2, nota 5. Non è rimasta nessuna lettera tra Cioni e Leopardi; nell’Epistolario compare soltanto una lettera Di Girolamo Cioni [Pisa, Di Casa 25 Maggio 1828.], epist, n. 12561, p. 1260, per ricordare a Leopardi l’invito a una conferenza; mentre per la citazione di Gaetano Cioni nello Zibaldone cfr. la nota successiva.

6. Antonio La Penna richiama il rango di filologo classico di Cioni nella sua discussione della Veterinaria dello scrittore latino tardo-antico Pelagonio (cfr. G. Cioni, Lettera al sig. march. Gino Capponi e Id., Sulla Veterinaria di Pelagonio. Lettera ii. Al profess. Mario Pieri, in "Antologia", xxvi, 1827, giugno e xxxi, 1828, ottobre, alle pp. 24-47 e 55-79); cfr. A. La Penna, Lo studio del mondo antico nell’"Antologia", in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., p. 349. Il contesto della discussione è evocato con dovizia di particolari da Laura Melosi, che ricorda come la citazione in Zib, 1700/14 settembre 1821 tocca il tema della ‘salvatichezza’ e del rapporto – così caro a Leopardi – tra condizione naturale e sviluppo civile; cfr. L. Melosi, La cultura pisana e l’"Antologia" negli anni di Leopardi in Toscana, in Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa, cit., pp. 254-6.

7. Il principale contributo scientifico per l’Antologia è G. Cioni, Compendio di un trattato elementare di chimica del prof. G. Gazzeri, in "Antologia", xxxi, 1828, agosto, pp. 124-33. Traggo dalle lettere di Cioni a Vieusseux due esempi degli interessi scientifici che li avvicinano: in una lettera del 1831 Cioni chiede il testo di un corso di fisica di Joseph L. Gay-Lussac ("Io pure credo che il Corso di Gay-Lussac non sia stato mai compito, ma è certo che ha compito le lezioni dell’ottica. […] Mi basterà in conseguenza avere il rimanente del trattato dell’Ottica, quando non abbia fatte altre lezioni", clxii Gaetano Cioni a Giovan Pietro Vieusseux, Pisa 12 maggio 1831, vieus i, p. 262); in una lettera del 1833 propone un articolo sugli Elementi di aritmetica di Filippo Corridi, che non sarà mai stampato per la soppressione dell’Antologia (cfr. ccxxxii Gaetano Cioni a Giovan Pietro Vieusseux, Pisa 29 del [gennaio] 1833, vieus i p. 396).

8. Sulla chiusura dell’antologia a causa della censura e sul ruolo che in essa vi ebbe prima la pesarese "Voce della Ragione" di Monaldo e poi la "Voce della Verità" di Modena, cui Monaldo collaborava cfr. Melosi, Aspetti di una presenza, vieus i, pp. xlv-xlix e p. 407, nota 7; Paoli in una lettera a Vieusseux del 1832 (ccvii Domenico Paoli a Giovan Pietro Vieusseux, di Pesaro 15 Mag.o 1832, vieus i, p. 347) rivela il ‘complotto’ contro l’Antologia ordito dalla "Voce della Ragione" e dalla "Voce della Verità": "[…] si ha di mira di allarmare il Governo Toscano contro l’Antologia".

9. Non è rimasta nessuna lettera tra Paoli e Leopardi. Le citazioni di Paoli nello Zibaldone sono due: la prima sulla conformabilità fisica degli uomini ("Così mi faceva osservare in Firenze il Conte Paoli", Zib, 2599/6 agosto 1822); la seconda, che ricorda le "sue belle e dottiss. Ricerche sul moto molecolare dei solidi", Zib, 4242/8 gennaio 1827.

Melosi, soffermandosi sul ruolo di Giordani nel primo soggiorno fiorentino di Leopardi, riconosce come l’amico abbia previsto di avvicinare Leopardi a giovani coetanei di brillante talento: "Il dato generazionale ricorre nella rete dei rapporti che Giordani tentò di intrecciare intorno al poeta durante il suo primo soggiorno fiorentino: quasi che il più autorevole degli amici per meriti letterari e per esperienze degli uomini intuisse che era tempo per Leopardi di vivere la propria età, e per questo cercasse di popolare di presenze giovani, cariche di aspettative e di promesse, quel "formidabile deserto del mondo" in cui il solitario di Recanati aveva fino ad allora trascorso la maggior parte dei suoi giorni", Melosi, Leopardi e le mediazioni giordaniane nel Carteggio Vieusseux, in Ead. (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., pp. 33-51 (la citazione è alla p. 43).

10. Queste le occorrenze degli scritti relativi a Paoli sull’Antologia: X.X. [Anonimo], Ricerche sul moto molecolare de’ solidi, in "Antologia", xxi, 1926, febbrajo, pp. 58-77; D. Paoli, Sulla lanterna di sicurezza di Davy, in "Antologia", xxvii, 1827, luglio, pp. 159-61; Id., Di alcune viste del prof. Orioli, in "Antologia", xxvii, 1827, agosto, pp. 162-4; Id., Lettera annunziatrice di concordia nella repubblica medica al Direttore dell’Antologia, in "Antologia", xxxiii, 1829, febbrajo, pp. 128-33; Id., Istoria de’ progressi delle Scienze naturali dal 1789 fino al presente, del Sig. Baron G. Cuvier. Articoli i, ii e iii, cit. (cfr. supra, Parte prima, cap. 2, nota 40); recensioni di Paleontografia e Scienze mediche, in "Antologia", xxvii, 1827, agosto, pp. 161 e 162-4.
Un segno dello stretto legame con Leopardi traspare in una lettera del 1830 a Vieusseux (cxiii Domenico Paoli a Giovan Pietro Vieusseux, di Pesaro 2 Maggio 1830, vieus i, pp. 198-99), nella quale Paoli richiama la terza parte dell’articolo su Cuvier e preannuncia che Leopardi arriverà a Firenze per il suo secondo soggiorno in buone condizioni: "Ella rivedrà a momenti il nostro ottimo conte Leopardi, e Le ne anticipo il piacere dicendole che lo troverà in uno stato di salute, se può giudicarsi dal suo aspetto, megliore di prima", ivi, p. 199. In una lettera a Vieusseux del 1830 sono condensati interessi scientifici e legami personali (cxxxvii Domenico Paoli a Giovan Pietro Vieusseux, di Pesaro 5 ott.re 1830, vieus i, pp. 229-30): viene suggerita una recensione a M. Despretz, Trattato elementare di fisica ("Ho qualche parte in questa impresa"), si richiamano non meglio precisate ricerche di Orioli sulla dottrina stechiometrica e si ricorda l’esilio di Libri.

11. Vieusseux aveva progettato nel 1825 un Ateneo Fiorentino in Palazzo Buondelmonti, nel quale dovevano tenersi corsi di fisica, chimica, storia naturale, matematiche applicate, archeologia ed economia politica, storia e letteratura, e chiedeva a Paoli di parteciparvi per le materie scientifiche, insieme ai fiorentini Vincenzo Antinori e Gazzeri; cfr. vieus i, p. 192, nota 3. Nel 1829 Colletta pensava di offrire a Leopardi una cattedra in un progetto, anch’esso irrealizzato, di un Ateneo di Livorno, da istituirsi con il lascito del conte Girolamo de’ Bardi; cfr. vieus i, p. 161, nota 3.

12. Per l’Antologia Emanuele Basevi aveva recensito la ricerca giovanile di Puccinotti svolta nella campagna romana Storia delle febbri intermittenti perniciose di Roma negli anni 1819-20-21 (cfr. "Antologia", xx, 1825, dicembre, pp. 1-8). Ma i rapporti di Puccinotti con Vieusseux si incrineranno a motivo della mancata pubblicazione sull’Antologia di due recensioni di sue opere scritte da Felice M. Tonelli e Angelo Carnevalini e inviate da Leopardi; gli scritti non compariranno, forse per il dissenso di fondo sulla ‘filosofia medica’ di Puccinotti: nella lettera del 1827 (lix Giovan Pietro Vieusseux a Francesco Puccinotti, Firenze 29 dicembre 1827, vieus i, p. 107)
Vieusseux sbrigativamente dirotta Puccinotti su Leopardi, il quale a sua volta restituisce i manoscritti a Vieusseux per non essere ritenuto responsabile dall’amico della mancata pubblicazione (lettera 15 Giacomo Leopardi a Giovan Pietro Vieusseux, Pisa 31 Dicembre 1827, vieus ii, p. 527 e lettera lxi Giovan Pietro Vieusseux a Francesco Puccinotti, Firenze 5 gennaio 1828, vieus i, p. 109). L’intera operazione non sarà né gradita né compresa da Puccinotti che scriverà a Leopardi protestando ("Quindi non a’ statuti de’ collaboratori, ma a ragioni occulte debbo attribuire il suo [di Vieusseux] rifiuto dell’articolo del Tonelli", Di Francesco Puccinotti, [Macerata il dì di Natale del 1827], epist, n. 1199, p. 1440).
Puccinotti è sospettato dalla scuola medica pisana e fiorentina di "introdurre nel sapere medico elementi in grado di rompere "biologicamente" lo schema dottrinario organicistico, tanto caro al gruppo moderato, pervaso da richiami diretti alle tesi di Lamarck, Mirbel, Cuvier, De Leuze, de Saussure e De Candolle". "In tale prospettiva – afferma Alessandro Volpi in Leopardi presenta gli amici medici, in Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa, cit., pp. 232-8 – esisteva una peculiarità diretta fra mondo fisico, che la "nuova" scienza perveniva a decifrare minuziosamente, e società umana, due entità dirette entrambe da un’organica armonia in pacifica evoluzione", mentre per Puccinotti "[…] la sanità è un precario complesso oggettivo, non risolvibile nello spirito, come in esso non è risolvibile il dolore" e unita nella relazione tra funzioni fisiche e dolore nervoso ("relazione che il "romanticismo" fa divenire un fenomeno sociale"); "[…] il malessere fisico, attraverso la mediazione nervosa, diviene fatto sperimentale, che ha quindi anch’esso un’origine biologica, con conseguente capovolgimento delle gerarchie di valore e con la comparsa di un pessimismo antiprogressista di matrice medica", ivi, pp. 232 e 234. Inoltre "Lo stesso Puccinotti si batterà poi per dimostrare che l’elettricità, proprietà della materia "viva", non poteva in nessun modo essere qualificata "come causa della vita", e neppure in tale ottica era forzatamente interpretabile la tesi dell’influenza nervosa sul calore animale, destinata a raccogliere tanto successo in Toscana", ivi, p. 235. Posizioni simili si ritrovano in Paoli, in Tommasini ("[…] la vita può dunque dirsi basata sul sistema nervoso: e siccome la vita suppone eccitabilità, così il sistema nervoso sembra quello tra gli altri che abbia maggior influenza a mantenere nelle parti diverse del corpo l’eccitabilità stessa o sia l’attitudine ai diversi moti ne’ quali l’eccitamento consiste", G. Tommasini, Raccolta completa delle opere mediche (1833), citato in ivi, p. 233) e negli scritti del medico bolognese Vincenzo Valorani, altro amico di Leopardi, che il poeta presenterà ai docenti di Pisa.
Puccinotti manterrà contatti epistolari con Paoli e con Tommasini (tre medici uniti dalla comune amicizia con Leopardi) e anche con Gioberti, che apprezza il suo anti-organicismo (cfr. ivi, p. 237, nota 5). Volpi segnala la presenza di resistenze contro il medico urbinate anche successive alla sua chiamata come docente a Pisa, citando in particolare la censura in occasione di una proposta di ristampa nel 1839 della sua Patologia induttiva, rifiutata perché troppo "materialistica" (cfr. ivi, p. 237, nota 7).
La consonanza di tali teorie mediche con le osservazioni di Leopardi sulla propria ‘malattia’ emerge, ad esempio, nella lettera Ad Antonietta Tommasini, Pisa, 31 gennaio 1828, epist, n. 1215, p. 1451: "questi miei nervi non mi lasciano più speranza: né il mangiar poco, né il mangiar molto, né il vino, né l’acqua, né il passeggiare le mezze giornate, né lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissare la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara, e cose simili".

13. Cfr. Squartini, Zampieri, Giacomo Tommasini e Francesco Puccinotti al primo congresso degli scienziati italiani, in Delegazione Pisana dell’a.i.to.m. (a cura di), La situazione delle scienze al tempo della "prima riunione degli scienziati italiani", cit., pp. 175-85. Francesco Squartini e Alberto Zampieri vedono in Tommasini l’ultimo "medico speculativo" italiano e in Puccinotti il primo "medico clinico". Notabili infine le ricerche elettro-fisiologiche condotte da Puccinotti in collaborazione con Luigi Pacinotti, professore di fisica tecnologica e segretario della sottosezione di fisica e chimica alla congresso degli scienziati di Pisa del 1839, in cui si dimostra – contro le tesi dominanti – che l’elettricità non è causa della vita; cfr. Calcagno, I congressi degli scienziati e le tecniche, in Pancaldi (a cura di), I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., p. 102, nota 231 e p. 127.
Non è trascurabile l’ipotesi sostenuta da Emilio Giordano che le note dello Zibaldone a carattere medico siano dovute alla lettura degli scritti di Puccinotti; cfr. E. Giordano, Leopardi e Macerata, in aa. vv., Le città di Giacomo Leopardi, cit., pp. 260-1. L’affermazione su Puccinotti allievo di Leopardi è in Cellerino, L’io del topo, cit. p. 10; Cellerino più avanti afferma, con un’ipotesi forse un po’ azzardata: "L’ampliamento delle letture filosofiche di Leopardi dopo il ’24, di cui tratto in quel saggio [Wieland e Kant nello Zibaldone, in Ead., L’io del topo, cit., pp. 139-58], potrebbe esser connesso con l’arrivo a Recanati del dottor Francesco Puccinotti, e in seguito ovviamente con l’uscita da Recanati", ivi, p. 99, nota 37.
Il carteggio Leopardi-Puccinotti consta di 13 lettere del primo e 18 del secondo; esso ha inizio con la lettera A Francesco Puccinotti, Bologna 17 Ottobre 1825, epist, n. 746, pp. 961-2, nella quale è già evidente una consolidata amicizia ("Io mi ricordo continuamente di voi, e vi amo assaissimo"), originata a Recanati e arricchita da presenze comuni, come il dottor Andrea Podaliri e il cavaliere Luca Mazzanti, e si conclude con la lettera Di Francesco Puccinotti, Firenze 7 febbrajo 1835, epist, n. 1890, pp. 2021-2, nella quale viene dichiarata una immutata amicizia ("Mi valgo di questo incontro per dimandarti novella del viver tuo, e ripeterti che la mia devozione per te, o sapientissimo, e l’amor mio sono inalterabili. Vivi glorioso e riama sempre"). Non è possibile ricostruire qui la trama del lungo sodalizio, che poggia anche su una netta consonanza di pensiero; ricordo soltanto la nota lettera Di Francesco Puccinotti, [Macerata 10 Maggio 1827], epist, n. 1075, pp. 1319-20, con il passaggio dove Puccinotti richiama il ‘pirronismo’ di Leopardi e lo stimola a prender posizione nel dibattito filosofico italiano "Ma che pensi tu della condanna contro i seguaci di Locke Condillac e Tracy? Io penso che già sarebbe inutile opporsi a questa nuova tendenza degli spiriti verso l’idealismo: che alquanti sensualisti pur rimarranno; e che fra queste due parti sembra ne voglia sorgere una terza (come è solito) degli Eclettici. Ora dì, non sarebbe il tempo di richiamare in vita il Pirronismo, e farsene capo?", ivi, p. 1320). Non vi sono riferimenti a Puccinotti nello Zibaldone.

14. "Gli effetti dell'"incivilimento" – ricorda Volpi – andavano contenuti e non assecondati, ma per fare ciò la scienza medica di Puccinotti e Tommasini indicava un elemento specifico, costituito dall’autorità statale, regolatrice dell’"igiene pubblica" e titolare della "polizia sanitaria", concetti spinosi per molta parte della cultura moderata toscana, in quanto sinonimi di rafforzamento della centralità granducale", Volpi, Leopardi presenta gli amici medici, in Ceragioli (a cura di), Leopardi a Pisa, cit., p. 236.
Tra i medici amici o conoscenti di Leopardi vanno ricordati anche: il medico abruzzese Domenico Morichini, il medico e letterato Giuseppe De Matthaeis, il bolognese Michele Medici, tutti segnalati dal poeta a Vieusseux nella lettera 55 Giacomo Leopardi a Giovan Pietro Vieusseux, Roma 21 [Gennaio] 1932, vieus ii, pp. 594-5 in risposta alla circolare inviatagli l’8 dicembre 1831 per la ricerca di collaborazioni all’Antologia.

15. Sulle "Effemeridi letterarie di Roma", ix, 1822, ottobre-dicembre; le note di Orioli e di Leopardi compaiono alle pp. 312-32 e 333-40.
Sugli interessi ‘antiquari’ di Orioli cfr. La Penna, Lo studio del mondo antico nell’"Antologia", in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., p. 367. Gli articoli scientifici sull’Antologia sono: Fisiologia vegetale. Lettera del Prof. Orioli, in "Antologia", xxi, 1826, febbrajo, p. 161 e Id, Straordinaria esplosione in un pozzo, e parole scritte naturalmente nelle intestina d’un maiale, in "Antologia", xxx, 1828, aprile, pp. 161-5.
Nessuna lettera di e a Orioli compare nell’Epistolario; lo studioso viene citato da un articolo comparso sull’Antologia nel dicembre 1827, in Zib, 4473/27 marzo 1829, in merito all’uso dei verbi frequentativi.

16. Giaconi ritrova l’eco della congiura di Libri nei Paralipomeni: "I Ricordi di Capponi sulla congiura di Guglielmo Libri concordano in più punti con la narrazione dei Paralipomeni. Il giovane rivoluzionario, appena tornato dalla Francia, cercò a Firenze l’appoggio di Colletta, ormai gravemente ammalato, e dello stesso Capponi per costringere con l’inganno il Granduca a scendere a patti coi rivoluzionari. Capponi riferisce dei colloqui avuti con Libri e delle visite assidue fatte in quel periodo dai giovani rivoluzionari a Colletta, nonostante il generale fosse già gravemente ammalato", E. Giaconi, I Paralipomeni e l’ambiente fiorentino, in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., p. 486.

17. Riporto per intero il passo della lettera clxxvi Guglielmo Libri a Giovan Pietro Vieusseux, Carpentras 5 Agosto 1831 Département de Vaucluse, vieus i, p. 287: "Ben mi duole d’avere letto nell’Antologia, di che vi piacque favorirmi, che il Leopardi vuol prendere comiato dalle lettere. Il mio primo pensiero fu di scrivergli per querelarmene con lui, e crucciarmi contro la fortuna o gli uomini che lo avevano ridotto a scrivere con tanto amaro dolore. Ma poi temetti d’importunarlo, essendo io appena a lui noto di vista. Se però lo vedete vi prego dirgli che tanti studj e tanto sapere sono ormai fatti patrimonio dell’Italia, né può egli privar la patria del suo alto ingegno. Se gli uomini lo crucciano, se gli avvenimenti lo disperano, si tolga dalla vista loro, e guardi al futuro. A ogni modo quel suo alto dolore, è certo segno d’animo grande". Interessante anche la lettera clxxxvi Guglielmo Libri a Giovan Pietro Vieusseux, Carpentras il 9 di Novembre del 1831, vieus i, pp. 302-4, nella quale Libri segnala l’impegno a superare i vincoli della censura operando dei tagli relativi all’opera di Galilei e sostiene, con spirito ‘filologico’, "Perocché s’è fatto finora in scienza molta erudizione immaginaria, e un gran citare falsamente; di che, pe’ miei peccati, mi son dovuto accorgere anche troppo", ivi, p. 304. Libri raccoglierà manoscritti e testi poco noti di autori italiani del Quattrocento e del Cinquecento, tra i quali Leonardo da Vinci e sarà nuovamente processato e condannato per il presunto trafugamento nel 1840 di alcuni fogli da un codice leonardesco depositato all’Institut de France. Da segnalare anche la lettera ccviii Guglielmo Libri a Giovan Pietro Vieusseux, Parigi 25 maggio 1832, vieus i, pp. 348-51, nella quale Libri aggiornerà Vieusseux sui suoi studi e sulla sua crescente notorietà a Parigi e affermerà con sentimento ‘nazionale’: "Io mi sono proposto da un lato di vendicare l’onore italiano presso gli stranieri, e dall’altro di dire la verità agl’Italiani", ivi, p. 349.
I contributi scientifici di Libri per l’antologia sono i seguenti: G. Libri, Memoria sopra la fiamma, in "Antologia", xxv, 1827, gennaio, pp. 73-83; Id., Saggio d’esperienze elettrometriche del prof. Marianini, in "Antologia", xxv, 1827, maggio, pp. 145-53; Lettera di G. Libri al Direttore dell’Antologia Intorno ad alcuni oggetti di fisica, in "Antologia", xxvii, 1827, luglio, pp. 135-40; Lettera di G. Libri al Direttore dell’Antologia Sull’apparenza luminosa, in "Antologia", xxx, 1828, aprile, pp. 130-2; Id., Memoria del sig. Schultz sopra le circolazione del sugo nelle piante, in "Antologia", xl, 1830, luglio, pp. 64-8; Memoria letta dal sig. Libri all’Accademia delle scienze di Parigi intorno alla scala del termometro dell’Accademia del Cimento, in "Antologia", xli, 1830, luglio, pp. 140-3; Discorso di Guglielmo Libri intorno alla storia scientifica della Toscana, in "Antologia", xliv, novembre, 1831, pp. 1-17; Id., Memoria letta all’Accademia delle Scienze di Parigi intorno alla soluzione di due problemi proposti già parecchi anni sono ne’ giornali tedeschi dai sigg. Gauss e Jacobi, in "Antologia", xlvii, 1832, settembre, p. 184.
Nessun riferimento a Libri compare nello Zibaldone; mentre nell’Epistolario abbiamo la lettera Di Guglielmo Libri, [Firenze, Di Casa I°. Agosto 1828], epist, 1327, pp. 1540-1, in cui si richiede una consulenza per la stampa delle Vite de’ Santi Padri, e un Frammento di lettera, datato maggio 1831 e non inviato, cui Libri fa riferimento nella lettera a Vieusseux riportata supra, nota 17, nel quale si invita calorosamente Leopardi a recedere dal suo proposito di abbandonare le lettere.

18. Sui problemi meteorologici l’Antologia presenta un articolo – cfr. Pictet, Sulle variazioni corrispondenti dei barometri a distanza e la loro influenza sulle misure barometriche delle altezze, in "Antologia", iii, 1821, luglio, pp. 148-61 – e introduce periodiche rilevazioni dei fenomeni atmosferici.

19. Giuseppina Rossi ha rievocato la storia della "prima riunione degli scienziati italiani", ventilata già nel 1822 in una proposta di Tommaseo, sostenuta da Vieusseux, promossa infine da Carlo Luciano Bonaparte grazie al favore del Granduca Leopoldo ii, che ne emise il manifesto di convocazione il 28 marzo 1829, pur non figurandovi. Nel Comitato promotore troviamo alcuni noti studiosi fiorentini e pisani, scelti in quanto non compromessi con la politica: Vincenzo Antinori, direttore del Museo di fisica e storia naturale di Firenze, Giovan Battista Amici, astronomo di corte, direttore della Specola Fiorentina dal 1831 e grande ottico, Maurizio Bufalini, professore di clinica medica all’ospedale fiorentino di S. Maria Nuova, Gaetano Giorgini, provveditore dell’università di Pisa e Paolo Savi, figlio del noto naturalista Gaetano, professore di storia naturale a Pisa (cfr. supra, Parte prima, cap. 1, nota 43). Alla sua apertura, il 1° ottobre 1839, si contano 421 convenuti, in prevalenza toscani (con un gran numero di soci del Gabinetto Vieusseux e dell’Accademia dei Georgofili); non mancano gli stranieri (in numero di 40, tra quali il naturalista tedesco Lorenz Oken, promotore di precedenti congressi scientifici in Germania); presidente generale del congresso è Gerbi, già docente di fisica a Pisa e autore di una Storia delle Scienze Italiane, segretario il professore di geometria Corridi. La Sezione di agronomia e tecnologia è presieduta da Ridolfi, agronomo dei Georgofili, fondatore del "Giornale Agrario Toscano" con Vieusseux, collaboratore dell’Antologia, e promotore della scuola agraria di Meleto, la prima scuola agraria italiana per i contadini. : si è già costituita la società italiana per il progresso delle scienze che promuoverà i congressi successivi; Cfr. G. Rossi, La prima riunione degli scienziati italiani a Pisa (1839), in Delegazione Pisana dell’a.i.to.m. (a cura di), La situazione delle scienze al tempo della "prima riunione degli scienziati italiani", cit., pp. 11-23. Nel Regolamento delle riunioni è dichiarato lo scopo dei Congressi scientifici: "il fine delle riunioni dei cultori di scienze naturali si è di giovare ai progressi e alla diffusione di tali scienze e delle loro utili applicazioni", Atti della prima riunione degli scienziati italiani tenuta in Pisa nell’ottobre del 1839, Nistri, Pisa 1840, cit. in Bottazzini, La matematica e le sue "utili applicazioni" nei congressi degli scienziati italiani, 1839-1847, in Pancaldi (a cura di), I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., p. 11.

20. Cfr. Alippi Cappelletti, Il contributo alla zoologia, alla anatomia comparata e alla embriologia dato dagli scienziati italiani a congresso dal 1839 al 1847, in Delegazione Pisana dell’a.i.to.m. (a cura di), La situazione delle scienze al tempo della "prima riunione degli scienziati italiani", cit., pp. 249-71 e G. Pancaldi, Un linguaggio per la zoologia, in Id. (a cura di), I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., pp. 135-52 (che riporta la significativa frase usata da Carlo Luciano Bonaparte per chiudere i lavori della sezione di zoologia del congresso di Genova del 1846 "parlamento della sapienza italiana", ivi, p. 139; la citazione nel testo sulla sua fama di ornitologo è alla p. 145). Bonaparte è tra i più costanti nella partecipazione attiva ai Congressi scientifici: "Carlo Luciano Bonaparte, per esempio, oltre a essere il principale promotore dei congressi, ricoprì più volte la carica di presidente della sezione di zoologia e una volta quella di segretario", F. Minuz, A. Tagliavini, "Identikit" degli scienziati a congresso, in Pancaldi (a cura di), I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., p. 165.
Per i rapporti con Vieusseux va richiamata la lettera cxciv Carlo Luciano Bonaparte a Giovan Pietro Vieusseux, Rome 2 février 1832, p. 322, nella quale, pur apprezzando il progetto degli "Annali Italiani delle Scienze Matematiche Fisiche e Naturali" ("Je vous félicite de la double acquisition de Nobili et d’Amici", ivi, p. 322), declina cortesemente l’invito di Vieusseux a collaborare all’Antologia, contenuto nella circolare dell’8 dicembre 1831 esprimendo bene la sua ‘vocazione’ politica e sociale (da notare l’uso ‘precoce’ del termine ‘masses’), mascherata dagli interessi per le scienze naturali (a proposito dei quali ricorda il suo libro contro Cuvier: C. L. Bonaparte, Sulla seconda edizione del Regno animale del barone Cuvier. Osservazioni, Marsigli, Bologna 1830): "Ma position sociale (quoique je me sois débarassé de tous ses préjugés [)] me l’empêcherait et c’est en grande partie pour cela que je me suis adonné aux Sciences Naturelles presqu’exclusivement malgré mon goût décidé pour l’Économie politique qui suivant moi se réduit facilement à la plus simple expression lorsqu’on voudra s’occuper sincèrement du bien être des masses", ivi, p. 323.
Giuliano Pancaldi ha pubblicato il Progetto di circolare per annunciare il congresso di Pisa e la nascita della Società italiana delle scienze fisiche e naturali, e lo statuto della "Società italiana delle scienze fisiche e naturali", redatti entrambi da Carlo Luciano Bonaparte nel 1838, ma rimasti allo stato di abbozzi (la "Società italiana delle scienze fisiche e naturali" sarebbe dovuta nascere nel 1839 al congresso di Pisa); cfr. Pancaldi, Nuove fonti per la storia del congressi. Scritti inediti di Charles Babbage, Carlo Luciano Bonaparte e Lorenz Oken, in Id. (a cura di), I congressi degli scienziati italiani nell’età del positivismo, cit., pp. 181-201 (per i documenti 3 e 4 cfr. ivi, pp. 188-90 e 191-3). Smentendo un proposito esclusivamente ‘politico’ Pancaldi afferma: "La lettera con cui egli intendeva convocare gli scienziati alla prima riunione pisana (documento 3) mostra chiaramente che l’iniziativa era il risultato di una matura riflessione sullo stato della scienza italiana e sulla sua collocazione nel contesto europeo. Lo statuto previsto per la "Società italiana delle scienze fisiche e naturali" (documento 4) – che secondo Bonaparte avrebbe dovuto rappresentare il naturale sbocco della prima riunione pisana – conferma che i compiti scientifici della nuova istituzione e i mezzi per conseguirli erano nella sua mente altrettanto chiari quanto il carattere nazionale e italiano che essa avrebbe dovuto avere", ivi, p. 183. Cfr. anche Id., Cosmopolitismo e formazione della comunità scientifica italiana (1828-1839), in "Intersezioni", ii, 1982, 2, pp. 331-43, che sottolinea la ‘vocazione’ cosmopolita degli scienziati italiani e vede in essa l’impulso a promuovere i congressi scientifici e il "genuino interesse per le scienze" e le "ambizioni di leadership" di Leopoldo ii, ivi, p. 339.
Sull’impegno ‘politico’ di Bonaparte e degli scienziati italiani sono ormai ‘classiche’ le tesi generali avanzate da Giuseppe Carlo Marino in La formazione dello spirito borghese in Italia, La Nuova Italia, Firenze 1974, secondo il quale nei dibattiti degli scienziati a Congresso andrebbe rintracciata la genesi dello spirito borghese in Italia, tramite anche l’elaborazione di una consapevole ideologia, fondata sull’importanza della scienza per il rinnovamento civile e sull’idea di popolo e nazione; tuttavia una ‘vocazione’ consapevolmente ideologica degli scienziati italiani oggi tende a essere ridimensionata, mi pare a ragione.
Nessuna lettera di e a Carlo Luciano Bonaparte nell’Epistolario e nessun riferimento nello Zibaldone.

21. Cfr. G. Tellini, Leopardi, Capponi e la Palinodia, in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., pp. 425-46 e Coppini, Leopardi e la cultura toscana del tempo, in Melosi (a cura di), Leopardi a Firenze, cit., pp. 105-11. Coppini sintetizza efficacemente l’ideologia scientifica armonica e conciliativa sostenuta da Capponi e dal circolo dell’Antologia: "In una prospettiva analoga, esisteva una botanica classificatoria, tassonomica, innovata dai Savi e dai Targioni Tozzetti, nella quale non si configurano contraddizioni fra gli elementi naturali, ordinati ed armonici, verso cui si deve rivolgere l’empatia umana nell’ottica di una proiezione dell’organicità del mondo fisico e animale sia sul piano dell’educazione morale sia su quello del canone estetico. Ugualmente la chimica, così rivoluzionata dalla nuova nomenclatura di Lavoisier, diveniva negli scritti di Gazzeri, Carradori e Taddei la dimostrazione della possibilità di scomporre in corpi semplici, e pertanto comprensibili, tutti i complessi composti del reale, ingigantendo, ancora una volta, lo splendore dei modi di funzionamento della ‘macchina’ naturale. Il successo toscano di personaggi come Erasmus Darwin, autore dei noti poemi dedicati agli "amori delle piante", concepiti secondo un’antropomorfa trasfigurazione della descrizione scientifica nel linguaggio dei versi, ben contribuisce a chiarire quale fosse il clima del Granducato. L’estensione sentimentale della scienza, la capacità di imprimere immagini ben oltre l’analisi raziocinante, si spingeva fino entro i confini della letteratura, che avrebbe potuto assolvere al compito, tante volte indicato dall’"Antologia", di rendere lo stesso sapere scientifico ‘popolare’, attraverso l’uso accattivante della parola, mai fine a se medesima", ivi, p. 107.
Possediamo la nota lettera Di Gino Capponi, Varramista 21 Nov. 1835, epist, n. 1917, pp. 2048-9, che risponde alla Palinodia con l’esposizione del suo ‘sistema’ e della quale riporto il passaggio più rilevante: "Ma in questo punto capitale sono d’accordo con Voi, e ne vo superbo, e m’avete proprio grattato il solletico, nel ridere cioè della minaccia de’ peli e della fiamma de’ sigari, e della sapienza de’ giornali, e (qui avrei voluto che la potente parola vostra fosse venuta a difendermi le spalle, ma voi prudente vi siete taciuto) della virtù redentrice delle società filantropiche, e d’altre cose simili. Queste io le credo più necessità del secolo che felicità, perché la società umana, come l’uomo, ha legge di vivere, e quando un modo le manca, quando un elemento di coesione si discioglie, l’uomo, anche senza volerlo o saperlo, ne fabbrica un altro. E il credere alla beatitudine di questa nuova composizione è stimolo all’operare, e questa credulità della perfezione immancabile e imminente dell’opera sua, stoltezza organica d’ognuno che fa. Il mondo a un bel circa sarà lo stesso, gli sbocchi del male non si potranno mai né tappare né restringere, ed i beni materiali diffondendosi, non per questo aggiugneranno, io credo, pure un atomo alla massa della felicità umana. E in tutto il dimenarsi di questo secolo, se v’è qualcosa di buono, la pedanteria de’ nostri professori di civile sapienza, la rende intollerabile". Capponi viene citato con accento critico in Zib, 4323/26-31 luglio 1828 e in Zib, 4380/19 settembre 1828, sempre a proposito di un articolo sulla lingua comparso nell’Antologia del maggio 1828, in riferimento alla questione omerica.

22. Per la conoscenza della figura e dell’opera di Vieusseux è ora insostituibile Benucci, Melosi, Pulci (a cura di), Leopardi nel Carteggio Vieusseux. Opinioni e giudizi dei contemporanei 1823-1827, cit.; per un primo inquadramento dei rapporti tra i due cfr. E. Ghidetti, Leopardi e Vieusseux, ivi, pp. xiii-xxv; per l’opera di Vieusseux cfr. R. Ciampini, Gian Pietro Vieusseux. I suoi viaggi, i suoi giornali, i suoi amici, Einaudi, Torino 1953; U. Carpi, Letteratura e società nella Toscana del Risorgimento. Gli intellettuali dell’"Antologia", De Donato, Bari 1974 e Leopardi, Vieusseux e Firenze. Mostra documentaria (Firenze, 28 novembre 1987 - 30 gennaio 1988), a cura di M. Bossi. Catalogo a cura di F. Zabagli, Gabinetto G. P. Vieusseux, Firenze 1987.
Novella Bellucci sostiene l’esistenza di un rapporto dialettico fra Leopardi e Vieusseux, fallito per la mancanza di sintonia sulle modalità ‘letterarie’ della collaborazione di Leopardi all’Antologia e anche per una certa casualità ‘postale’ e ipotizza che il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (marzo 1824), fosse stato scritto per l’Antologia e fu interrotto per il silenzio di Vieusseux: "Le lettere rivelano, fin qui, un rapporto dialettico fra due forti personalità, rispettose l’una dell’altra, sinceramente attratte dal reciproco confronto, pur nella consapevolezza della diversità di opinioni. Poi la corrispondenza si interrompe. Lettere spedite che si perdono. Due anni di silenzio [1824-26], non voluto, probabilmente causato dai disservizi delle poste", Bellucci, G. Leopardi e i contemporanei, cit., p. 102.
Nel succitato Leopardi nel Carteggio Vieusseux è presente l’intero epistolario Leopardi-Vieusseux, contenente 78 lettere, 29 delle quali di Leopardi e 49 di Vieusseux; è naturalmente impossibile renderne qui conto (per la sua discussione cfr. la bibliografia sopra citata). Il banchiere ginevrino viene ricordato come modello di viaggiatore in Zib, 4471/10 marzo 1829: "Notano quelli che hanno molto viaggiato (Vieusseux parlando meco), che p. loro una causa di piacere viaggiando, è questa, che, avendo veduto molti luoghi, facilmente quelle p. cui si abbattono a passare di mano in mano, ne richiamano loro alla mentre degli altri già veduti innanzi, e questa reminiscenza p. se e semplicem. li diletta".

23. Una prima approssimativa ricognizione sulla presenza degli articoli scientifici sull’Antologia conduce ai seguenti risultati: risultano preponderanti i contributi connessi alle nuove ricerche elettriche e magnetiche, presenti a partire dal tomo ii (marzo 1821) al xlviii (ottobre 1832) (con interventi di Gazzeri, Ridolfi, Taddei, Nobili, Carlo Matteucci, Silvestro Gherardi, D. Botto); consistenti anche i contributi relativi alla chimica; ampio l’interesse per le invenzioni (cannocchiali, orologi solari, paragrandini); relativamente ridotta le presenza di articoli relativi all’astronomia (sulle coordinate dei pianeti nel tomo x, giugno 1823; sulla cometa di Bila, nel tomo xlvii, settembre 1832; sul movimento della luna, nel tomo xlviii, ottobre 1832), come pure alla matematica e ad altri aspetti della fisica. Frequenti i "Bollettini Scientifici", presenti in ciascun fascicolo a partire dal tomo xii (dicembre 1823), e le informazioni sulle "Società Scientifiche", che partono dal tomo xvii (gennaio 1825). Notabile la progressiva riduzione dello spazio attribuito alle scienze fisico-chimiche a vantaggio dell’agronomia e della letteratura già a partire dalla fine del 1821, come anche l’introduzione di una sottosezione di "fisica vegetabile" nei Bollettini di "fisica animale" a partire dal tomo xxii (aprile 1826) Per l’enfasi, di rilievo non soltanto naturalistico, attribuita all’opera di Cuvier, che inaugura l’Antologia (cfr. supra, Parte prima, cap. 2, nota 40).
Sarebbe interessante confrontare l’intreccio tra divulgazione scientifica e tecnologica, progetto ‘politico’ e interessi economici nell "Antologia" e nella prima serie (1839-44) del "Politecnico" di Cattaneo, sulla quale si è sapientemente soffermato Pietro Redondi; cfr. fra l’altro la Prefazione dello stesso al volume C. Cattaneo, G. Milani, Ferdinandea. Scritti sulla ferrovia da Venezia a Milano, 1836-1841, 2 voll., Giunti, Firenze 2001. Il maggiore ‘successo’ del "Politecnico" può essere legato al contesto economico-sociale: il Regno Lombardo-Veneto, a differenza del Granducato di Toscana, era nell'età della Restaurazione fra le aree più sviluppate d'Europa.

24. Cfr. la Lettera di Mamiani Sul Manifesto degli Annali Italiani delle Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, in "Antologia", xxxvi, ottobre, pp. 91-7 e la lettera ci Terenzio Mamiani a Giovan Pietro Vieusseux, Roma li 20 Agosto 1829, vieus i, pp. 173-4, dove Mamiani preannuncia la Lettera dell’ottobre 1829 e aggiunge "Ho studiato di non offendere alcuno e ne anche quello, che potrebbe dirsi, corpo di scienziati italiani", ivi, p. 173. Ricordo che Mamiani non è estraneo agli interessi scientifici e che nel 1873 presiederà l’undicesimo Congresso degli scienziati italiani di Roma, durante il quale nascerà la Società per il progresso delle scienze vagheggiata, molto tempo prima da Carlo Luciano Bonaparte.
A proposito del Manifesto del 1832 Melosi rileva: "Questo progetto, a ben guardare, non è che la naturale evoluzione del modello a cui, sulla base dell’esperienza illuministica, l’editoria periodica toscana si era ispirata, attribuendo all’aspetto scientifico un valore sempre maggiore, fino a modificare in senso pratico-applicativo l’impostazione tradizionalmente letteraria dei giornali", Melosi, Aspetti di una presenza, vieus i, p. xxxix.

25. Cfr. vieus i, pp. 310-2 (le citazioni sono alla p. 311) e pp. 330-1 (le citazioni sono alla p. 130).