Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Luglio 2000

Nota introduttiva al Protagora di Platone

 

1. Data di composizione, personaggi e argomento

Come per tutte le altre opere di Platone, non è possibile definire una cronologia del Protagora. Due le ipotesi maggiormente discusse:

Quanto alla data in cui il dialogo è immaginato, bisogna supporre una data intorno al 430, ma analisi di dettaglio mostrano in realtà l’impossibilità di definire un momento storico preciso.

Il personaggio principale, a fianco di Socrate, è Protagora, il celebre sofista, rappresentato al culmine della sua fama come un uomo anziano davvero ricco di fascino. Insieme con lui sono rappresentati altri sofisti, in particolare Ippia di Elide e Prodico di Ceo. Il dialogo si svolge presso la casa di Callia, un ricco aristocratico che apparteneva ad una delle famiglie nobili più importanti della città, amico e protettore dei sofisti. Sono presenti anche Alcibiade e Crizia, che sarà uno dei Trenta Tiranni, entrambi seguaci di Socrate. Un ruolo importante ha Ippocrate, il giovane che con il suo desiderio di essere presentato a Protagora dà avvio al dialogo. E’ un personaggio storicamente non identificabile, ma egualmente importante perché nella sua figura va visti il tipo del giovane di buona famiglia, desideroso di fare carriera politica, che si lascia appassionare dalla nuova cultura dei sofisti. Qualche studioso ha persino visto in lui una "maschera" per lo stesso giovane Platone.

Il dialogo è tutto narrato da Socrate ad un amico, di cui tuttavia non viene detto il nome.

Quanto all’argomento principale del dialogo, per quanto la cosa possa sembrare paradossale gli studiosi non concordano. Certamente ciò di cui si parla è la identificazione della virtù in particolare in rapporto al problema se essa sia insegnabile o meno. Gli argomenti in discussione sarebbero quindi due, strettamente connessi tra loro: da un lato che cos’è la virtù, dall’altro quale forma di educazione dare ai giovani perché acquisiscano la virtù politica.

Però diversi studiosi fanno notare che il dialogo ha uno strano andamento: il discorso viene spezzato più volte e il metodo con cui si dialoga cambia continuamente, sicché sembrerebbe quasi che il vero argomento del dialogo sia un altro: la via di ricerca della verità, il metodo della filosofia.

Naturalmente si tratta di diverse accentuazioni, perché tutto questo è effettivamente presente nel dialogo. Come vedremo nel paragrafo 3, tutto questo si riflette però nella interpretazione complessiva, su cui non vi è accordo tra gli studiosi.

 

2. Lo schema del Protagora

Prologo
Il dialogo ha inizio con un incontro tra Socrate e un amico. E' a questo amico che racconta quanto è avvenuto poco prima a casa di Callia, dove si è svolta una lunga conversazione tra Socrate e Protagora e Alcibiade è intervenuto a difesa di Socrate (1) .

A casa di Socrate: arriva Ippodoro agitatissimo
Socrate racconta che, prima dell'alba, è venuto da lui il giovane Ippodoro, che non aveva potuto neppure aspettare che venisse giorno tanto era eccitato dalla notizia ricevuta: ad Atene è arrivato Protagora, il celebre sofista, e lui vuole diventare suo allievo. Socrate cerca di calmare il ragazzo facendolo ragionare: perché vuole diventare allievo di Protagora? è certo di trovare in lui una guida di cui fidarsi? E che cosa c'è in effetti da aspettarsi dal suo insegnamento? L'obiettivo del dialogo è far riflettere Ippodoro, elevare la sua consapevolezza sulla scelta che sta per compiere. Ma per decidere con la necessaria calma è necessario ascoltare Protagora, che cosa ha da dire sul suo insegnamento. I due decidono quindi di andare a casa di Callia e parlare direttamente con Protagora.

 A casa di Callia: quale vantaggio può trarre Ippodoro dal diventare allievo di Protagora?
Non soltanto Protagora, ma anche altri sofisti, tra cui Ippia e Prodico, sono riuniti a gruppi a discutere con i loro allievi e seguaci. Su tutti spicca la figura maestosa dell'anziano Protagora. A lui Socrate si rivolge chiedendogli, a nome di Ippodoro, quale vantaggio potrà trarre dal diventare suo allievo, visto che desidera diventare un cittadino importante e pensa che frequentare Protagora potrà aiutarlo. Protagora conferma che potrà progredire ogni giorno e Socrate precisa la domanda: esattamente in che cosa potrà progredire? La risposta è che imparerà a prendere decisioni sia riguardo alle questioni private, come amministrare la propria casa, sia riguardo alle questioni pubbliche: imparerà a gestire gli affari della città. Socrate ritiene che questa virtù politica non possa essere insegnata: altrimenti come mai l'assemblea degli ateniesi ascolta volentieri i tecnici sulle singole questioni, e si fida di loro, ma poi delibera facendo votare tutti, qualunque sia il loro grado di competenza, non riconoscendo che sulle questioni politiche qualcuno sia più competente dell'altro?

Protagora risponde con due discorsi: mediante il racconto di un mito e mediante una argomentazione
Protagora racconta il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per regalarlo agli uomini e aggiunge che Zeus ha dato rispetto e giustizia a tutti gli uomini perché non potrebbe esservi città ordinata se tutti non possedessero queste virtù. Segue poi un lunga argomentazione basata su esempi concreti a favore della tesi che la virtù politica sia insegnabile.

Dialogo tra Socrate (che domanda) e Protagora (che risponde) per brevi domande e brevi risposte: la virtù è una sola?
Ha così inizio una lunga sequenza dialettica con cui Socrate - attraverso la tecnica del "discorso breve", cioè per brevi domande che implicano risposte brevi o brevissime, al limite del sì o del no - mira a mettere in difficoltà Protagora mostrando che la sua idea di virtù è vaga e imprecisa. Protagora ha ammesso che la virtù è una sola: ma le diverse virtù cos'hanno esattamente in comune tra loro? si somigliano come varie cose che siano tutte d'oro o come le parti del volto, che sono tutte diverse ma la loro unità compone l'armonia del volto? Protagora per un po' segue più o meno senza protestare la logica delle domande di Socrate, ma ad un certo punto contrappone ad esse una argomentazione basata sull'esperienza che devia dalla domanda che gli era stata posta.

Intermezzo
Socrate fa per andarsene: o Protagora accetta di discutere secondo il suo metodo o per lui la conversazione non è più interessante.

Interventi di mediazione dei presenti
Diversi dei presenti intervengono per trattenere Socrate e trovare una proposta sul metodo da seguire per la conversazione che vada bene ad entrambi. Viene accolta la proposta di Ippia di seguire una via intermedia tra il "discorso breve" di Socrate e il più ampio discorso che Protagora desidera. Socrate accetta di restare ma non accoglie l'idea che una persona faccia da giudice dei loro discorsi: siano tutti giudici. Propone che a far le domande sia Protagora: lui risponderà, mostrando così come debba rispondere colui che è interrogato. Protagora non è molto d'accordo ma è forzato dai presenti ad accettare.

Protagora interroga Socrate su alcuni versi di Simonide e Socrate si sente come uno colpito da un bravo pugile
La sequenza dialettica condotta da Protagora è brevissima: nell'esame di alcuni versi di Simonide Socrate non vede la contraddizione e Protagora gliela fa rilevare, sia mediante domande sia mediante un breve discorso di spiegazione. Socrate tenta un diversivo e fa intervenire Prodico nella discussione.

Il discorso di Socrate sui versi di Simonide
Ha inizio un ampio discorso di Socrate che tenta di spiegare i versi di Simonide forzandoli ad una interpretazione coerente con la tesi che aveva sostenuto prima, contro Protagora, ma ben poco fondata sulla realtà del testo. Un pezzo di bravura davvero degno di un sofista.

Intermezzo
Anche Ippia vorrebbe fare un suo discorso, ma viene fermato da un intervento di Alcibiade che propone che Socrate e Protagora riprendano la conversazione. Socrate è d'accordo, ma propone di abbandonare l'esame dei versi, perché non c'è molto da imparare dalla poesia. Uomini di valore dialogano tra loro direttamente e imparano gli uni dagli altri.

Riprende il dialogo sulla virtù prima interrotto
L'ultima parte del Protagora è interamente dedicata all'esame della virtù ed in particolare all'esame dell'unità che accomuna tra loro le diverse virtù. Socrate non procede più per brevi domande e risposte, ma in modo più ampio. E' in queste pagine la più ampia e completa esposizione dell'intettualismo etico socratico.

Conclusione
Il dialogo si interrompe un po' bruscamente e Socrate va via. La questione della virtù non è stata formalmente risolta (ma implicitamente l'intellettualismo etico è una risposta al problema e gli interpreti tendono a non considerare dunque il Protagora come un dialogo aporetico). Socrate fa notare che lui e Protagora si sono scambiate le parti: se la virtù ha la sua base nella conoscenza, allora deve essere insegnabile (al contrario di quello che egli stesso ha sostenuto all'inizio del dialogo), mentre ogni obiezione a questa tesi da parte di Protagora favorisce implicitamente l'idea che la virtù non sia insegnabile, che è il contrario di quello che Protagora sosteneva all'inizio.

 

3. Le questioni aperte sulla interpretazione complessiva del Protagora

Come molti altri dialoghi di Platone, e lo stesso corpus dei suoi scritti nel suo complesso, anche il Protagora ha dato luogo a diverse interpretazioni. In estrema sintesi:

Interpretazioni così distanti sono possibili perché nel Protagora, in effetti, ci sono molti conti che non tornano.

1. Socrate nell'ultima parte del dialogo sembra davvero difendere la tesi che il bene sia il piacere, e questo non è coerente con la lettura che su questo punto, senza incertezze, Platone dà del pensiero socratico in tutte le altre sue opere. Chi sostiene la prima tesi, interpreta la posizione di Socrate come un gioco dialettico: ragionando sul terreno dei suoi avversari, Socrate dimostra che anche se il bene fosse il piacere sarebbe pur sempre necessaria la conoscenza come fondamento della virtù (Socrate avrebbe quindi soltanto messo in atto un gioco dialettico a dimostrazione della validità dell'intellettualismo etico).

2. Nel dialogo Socrate parte sostenendo che la virtù non è insegnabile e conclude sostenendo che essa trova il suo fondamento nella conoscenza del bene, e dunque per forza di cose deve essere insegnabile; Protagora, che accetta molto a fatica la tesi di Socrate sulla virtù, parte sostenendo che la virtù è insegnabile, e sembra muoversi in direzione contraria quando porta argomenti contro il fondamento della virtù nella conoscenza. Dei due, è certamente Socrate a sostenere una posizione diversa nel corso del dialogo, e chi sostiene la prima della due interpretazioni ricorre ancora una volta alla tesi del gioco dialettico per spiegare questa contraddizione. Protagora è costretto in tutta la seconda parte del dialogo a muoversi in una logica imposta dialetticamente da Socrate: è Socrate a far rilevare alla fine del dialogo che entrambi sembrano avere cambiato idea scambiandosi le parti sulla insegnabilità della virtù, ma non è detto che Protagora e i lettori siano d'accordo con lui. Che Protagora abbia cambiato idea, infatti, è una interpretazione che dà Socrate ripercorrendo la loro conversazione.

3. Socrate in un lungo excursus sulla interpretazione di una poesia di Simonide posto al centro del dialogo assume posizioni oggettivamente indifendibili: il suo ampio discorso è condotto con tecnica raffinata (come ogni bravo sofista saprebbe fare) ma non ha basi. Ancora una volta, per spiegare questo comportamento di Socrate i sostenitori della prima interpretazione intendono queste pagine come un gioco dialettico.

4. Socrate impone a Protagora, sotto pena di interrompere la conversazione, una procedura dialettica basata su brevi domande e risposte, costruita in modo che chi risponde deve stare nella logica di chi domanda senza potere intervenire su di essa (la domanda pone sempre una alternativa secca: è così o così? e se l'interlocutore ritiene che le cose siano più complicate e non sia possibile rispondere in maniera secca con un sì o con un no, semplicemente non può farlo: quando Protagora non sta più a questo gioco, Socrate fa per andarsene). Socrate argomenta che questo è il suo modo di discutere e non ne conosce altri, non sa fare lunghi discorsi. Ma nella seconda parte del dialogo non solo farà un lungo discorso (quello su Simonide prima citato), ma cambierà l'impostazione del suo modo di far domande, utilizzando una forma dialettica diversa, più aperta.

Interpretare tutte queste contraddizioni come giochi dialettici (tutte centrati sulla figura di Socrate: Protagora ha un comportamento coerente e lineare) nelle intenzioni degli interpreti ha un significato di difesa di Socrate e del rigore della sua filosofia. Ma certo nel Protagora questi giochi dialettici, nel confronto diretto tra Socrate e Protagora, mostrano un Socrate quanto meno perfettamente padrone di tutte le tecniche sofiste. La superiorità di Socrate starebbe nella superiorità del fondamento logico-filosofico del suo argomentare che si oppone al "relativismo" di Protagora: ma naturalmente chi fosse filosoficamente favorevole alla posizione di Protagora leggerebbe i giochi dialettici di Socrate come trucchi, fughe nella logica astratta per vincere nella contesa dialettica su un terreno che non si presta alle astrazioni (quello della virtù: la areté, l'arte del buon governo di sé e della città).

Insomma, la questione della interpretazione complessiva del Protagora è aperta e si intreccia con tre questioni generali su Platone:

 Su quest'ultimo punto, essenziale ai fini dell’interpretazione, rimandiamo ad un prossimo studio sulle interpretazioni generali di Platone e sulla storia della critica.

 

Nota Bibliografica

Manca una edizione commentata del Protagora che descriva in sintesi la pluralità di prospettive con cui il dialogo è stato letto. Delle edizioni correnti utili anche a fini scolastici vanno segnalate quelle curate rispettivamente da Marco Doratti (Oscar Mondadori, Milano 1993) e da Giovani Reale (Rusconi, Milano 1998, con ampia bibliografia a cura di M. Andolfo). In quest’ultimo testo Reale premette al testo platonico un ampio Saggio introduttivo.

Una ricostruzione delle interpretazioni complessive di Platone e delle sue opere è in F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza 1978, Storia della critica, pp. 241 ss.

Oltre al Saggio introduttivo di Reale prima citato, sono disponibili in italiano pochi studi specifici sul Protagora: dedicano però lunghi capitoli a questo dialogo, in saggi ormai classici, Jaeger (Paideia, II, ) e Taylor (Platone. L’uomo e l’opera, trad. it. di M. Corsi, La Nuova Italia, pp. 367 ss.). Al mito narrato da Portagora dedica un’ampia riflessione Cambiano in Platone e le tecniche (Torino 1971).

Sulle questioni relative al rapporto tra oralità e scrittura vanno richiamati i due saggi di Havelock: Cultura orale e civiltà della scrittura da Omero a Platone, Laterza, Roma-Bari 1973; Dike. La nascita della coscienza, Laterza, Roma-Bari 1981

 

Note

(1) Cornici di questo tipo sono tipiche dei dialoghi platonici (anche in situazioni più complesse: si pensi al Simposio). Vale qui la pena notare che la funzione letteraria del prologo (tutto il dialogo è "narrato" da Socrate) è legata alle dinamiche dell'oralità e allo stesso tempo serve alla dimensione della scrittura: la ripetizione e il racconto, infatti, sono un aiuto per la memoria; allo stesso tempo permettono a Platone di assumersi tutta la responsabilità di quanto viene narrato. Tutto quanto sarà detto da ciascuno dei personaggi è detto in realtà da Socrate, che ripete le loro parole nel racconto.

(2) W. Jaeger, Paideia, II, trad. it.si A Setti, La Nuova Italia 1954, pp. 177 ss.

(3) Platone, Protagora, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano 1998. In questa presentazione del dialogo le tesi di Jaeger sono estremizzate. Inoltre è sostenuta anche la tesi che nel Protagora vi siano accenni alle dottrine non scritte, il che dimostrerebbe che queste non sono state elaborate da Platone nel periodo della maturità e della vecchiaia, ma risalgono, almeno nell'essenziale, alla prima produzione platonica, e quindi in quest'ottica è possibile interpretare l'intero corpus platonico. Questa posizione è propria delle cosiddette scuole di Tubinga e di Milano e non è accettata dagli studiosi che non appartengono a queste scuole.