Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia

Mario Trombino
Il ruolo della memoria e del pensiero per immagini nel lavoro filosofico
[Vedi anche Creatività, Memoria, Metodologia filosofica, Pensiero per immagini]

1. Nel laboratorio della filosofia - 2. Il lavoro filosofico come strumento di formazione - 3. Ritrovare il filo nella nebbia - 4. Conservare la vita del pensiero - 5. Una rete dotata di senso - 6. Le immagini come luoghi dello scambio - Testi citati

 

Nei processi di riflessione finalizzati alla propria formazione, nel più ampio dei sensi di questa parola, entrano in gioco i meccanismi della memoria e della selezione dei ricordi. E' quanto accade nella riflessione filosofica - che è sempre ricerca e non esposizione o semplice sistemazione della verità - soprattutto laddove la filosofia sia lo strumento per porre ordine in se stessi attraverso il libero, ma ordinato, esercizio del proprio spirito.

Mi propongo di studiare sia il modo in cui in questa attività del proprio spirito la memoria interagisce con gli stimoli esterni, sia il ruolo che in questo processo può assumere il pensiero per immagini. Svilupperò per questa analisi alcuni temi della riflessione bergsoniana sulle immagini come strumento del pensiero.

 

1. Nel laboratorio della filosofia

Il mio interesse per questo argomento è stato risvegliato da due osservazioni indipendenti, tra le quali mi sono chiesto se non fosse possibile istituire un nesso.

La prima osservazione riguarda alcuni testi filosofici in cui ci è stato tramandato qualcosa del lavoro filosofico che ha condotto alla elaborazione di alcune grandi teorie.

Studiando i testi giovanili di Hegel (1799), ed in particolare Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, mi sono imbattuto in una difficoltà di fondo. Non capivo che cosa fossero quelle pagine, quale modello di ricerca filosofica avessi davanti. Non è dato spesso di entrare nel   di un filosofo in formazione, e non vi è dubbio che in quegli scritti almeno alcuni elementi del laboratorio hegeliano sono in mostra. Intenderli è, però, difficilissimo.

Per quel che riguarda il nostro argomento, notavo che Hegel costruisce il suo discorso intorno ad alcune immagini (persone, enti pensati, metafore, e così via). L'elemento visivo non appare in questi testi come una aggiunta chiarificatrice ad un pensiero concettuale astratto - che pure è presente con proprie strutture estremamente complesse, ma oscure e in via di chiarificazione (in ideale dialogo con Kant). Le immagini sono piuttosto, in tutta evidenza, le forme in cui il pensiero dialettico si struttura. Sono elemento essenziale alla ricerca, nodi teorici in cui una molteplicità di temi e problemi si dà una struttura semplice, unitaria. Per quanto ampia sia la dimensione problematica, ciascuna immagine è semplice, ed è colta attraverso un atto immediato, una intuizione, o non è colta affatto.

Non mi sarei affatto sorpreso se avessi osservato questo carattere in un testo di quei filosofi che fanno dell'intuizione la via privilegiata alla conoscenza filosofica. Mi sorprendeva in Hegel. Eppure dovevo ammettere che l'uso di immagini con un forte valore intuitivo, legate ai processi di formazione del pensiero, e dunque alla ricerca filosofica nella sua più intima struttura, non è affatto una caratteristica dei filosofi dell'intuizione. La si trova un po' ovunque. Per esempio in Cartesio (1637 e 1641), nei passi in cui - nel Discorso sul metodo e nelle Meditazioni - ci mostra qualcosa del suo laboratorio di ricerca filosofica. Tuttavia il pensare per immagini nel giovane Hegel, come in Cartesio, non costituisce il modo proprio del pensiero filosofico (benché in Cartesio svolga un ruolo primario, dato che le idee innate sono conosciute dalla mente per intuizione). Le immagini non sono il risultato finale del processo filosofico della conoscenza, ma uno strumento della ricerca: uno strumento destinato a lasciare il posto a forme diverse di razionalità. E il mio pensiero, istintivamente, andava alle origini dello studio filosofico della razionalità, alle cavalle di Parmenide, alle sue Case del Giorno e della Notte...

Il tratto comune delle immagini nel giovane Hegel e in Cartesio è il legame tra un'idea e un'emozione. Il legame è così stretto che idea ed emozione si direbbero una sola cosa, che solo la successiva riflessione permette di distinguere in due elementi, con un atto di astrazione: nell'immagine si può così distinguere l'idea (oscura, nodo inestricato di mille linee di pensiero) e l'emozione (più chiara, un po' paradossalmente, o almeno presentata con l'evidenza semplice di una esperienza vissuta, e nel giovane Hegel sempre legata in ultima analisi al mistero della libertà umana, ad un atto di scelta).

Esempi di libertà radicale (atto puro della volontà, che definisce così un nuovo campo d'esistenza e un nuovo destino) ve ne sono in molte delle figure dello Spirito del cristianesimo: Noè, Abramo, Mosè, Macbeth, Gesù, Maria Maddalena, e così via.
Ciò che queste figure fanno, è definire liberamente il loro campo d'esistenza: le loro scelte definiscono la loro essenza, non la loro essenza le scelte. Come è stato notato da molto tempo (Wahl 1931-1933), si tratta - paradossalmente - di ottimi esempi della concezione kierkegaardiana, e poi esistenzialista, della scelta (e del sartriano "L'esistenza precede l'essenza") (Sartre 1945).
Altrettanto paradossalmente, queste figure possono essere interpretate alla luce del concetto bergsoniano di "mutamento di direzione" della durata.

 

2. Il lavoro filosofico come strumento di formazione

Nello stesso arco di tempo in cui mi soffermavo a riflettere su queste osservazioni, nell'ambito di un corso introduttivo alla filosofia rivolto ad adulti mi è accaduto di osservare il modo in cui un gruppo disomogeneo di persone, privo di una precedente formazione filosofica strutturata, si accostava alle ricerche dei filosofi.

Nel proporre al gruppo un lavoro filosofico in comune, ero partito dal principio che la filosofia sia ricerca, movimento del pensiero, e possa dunque implicare un riesame del proprio vissuto ed una messa in questione delle linee di fondo delle scelte compiute.

Nel proporre, tra i tanti possibili, questo modello di attività filosofica a persone lontane dalla filosofia, mi sembrava di dover tenere conto dei legami tra pensiero astratto ed emozioni che sono parte fondamentale della esperienza di sé. Tutto sommato le astrazioni (dalle emozioni) del pensiero teoretico non potevano essere date per presupposte in alcun modo.

Ero allora sotto la suggestione dell'idea che il lavoro filosofico possa essere esercizio spirituale, alla maniera del Fedone platonico e delle filosofie ellenistiche, secondo l'interpretazione di Pierre Hadot (1987).

Nella riflessione in comune di fronte alla pagina del filosofo che di volta in volta proponevo, osservavo che le persone del gruppo che intervenivano nella discussione tendevano in un primo momento a riflettere in termini astratti, slegati dalla propria esperienza, ma col tempo - superate le prime resistenze - le pagine dei filosofi agivano come uno specchio. Ciascuno leggeva in esse qualcosa di sé e lo proponeva agli altri. Ciascuno dialogava con se stesso, con gli altri e con la pagina filosofica, ponendomi io come quinto e le parole del filosofo come il punto di incrocio di tutte le linee del dialogo.

Ed ho visto ricomparire le immagini - plastiche, intuitivamente visibili agli occhi della mente - come punto semplice di intersezione tra idee ed emozioni. I ricordi dei presenti erano chiamati in gioco dalla riflessione sulla pagina filosofica in modo plastico, in una dinamica del pensiero e della sua forza che ricordava moltissimo il meccanismo della selezione dei ricordi che Bergson (1896) descrive in Materia e memoria.

Ho provato a chiedere lavori scritti alle persone che stavo invitando al lavoro filosofico. Così le dinamiche si sarebbero semplificate e la riflessione avrebbe avuto maggiore possibilità di solidificarsi. E nei testi che ho avuto in lettura ho potuto osservare un uso delle immagini simile a quello che avevo osservato la prima volta in Hegel. Immagini come luoghi della ricerca.

 

3. Ritrovare il filo nella nebbia

Chi compie una ricerca in ambito filosofico si muove spesso su un terreno privo di punti di orientamento. L'effetto è innanzitutto il non sapersi orientare nel caos dei problemi e delle emozioni, e a questo segue la ricerca di materiali su cui riflettere. Tornare, per così dire, a poggiare i piedi su un solido terreno. Stabilire punti fermi, rispetto ai quali rendere comprensibile il movimento delle idee.

Pensare per immagini offre il grande vantaggio di ancorare a un elemento del pensiero, visibile intuitivamente, l'incerto agitarsi di un mondo interiore che non si fissa ancora. Così Cartesio (1641) cerca un punto archimedeo, immagine plastica che lega insieme un corso di pensieri astratti (per linee che si intersecano, ma non formano ancora nulla di leggibile) e una concatenazione di emozioni.

Nelle Meditazioni metafisiche la sequenza (rapidissima) delle figure è la seguente: il "Genio maligno" ("Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio ..."; lo schiavo ("E a quel modo che uno schiavo, il quale godeva in sogno di una libertà immaginaria, ..."), il naufrago ("Come se tutt'a un tratto fossi caduto in un'acqua profondissima, ..."), il punto archimedeo ("Archimede, per togliere il globo terrestre dal suo posto, ..."). Ciascuna di queste immagini concentra in sé un determinato stadio di coscienza teoretica della mente e un determinato valore emotivo.

Il "Genio maligno": coscienza della differenza tra certezza e verità, accompagnata dal senso di pericolo implicito nel trovarsi di fronte ad una entità malvagia (connesso, però, con la speranza di poter sfidare questa malvagità).

Lo schiavo: la coscienza teoretica della libertà della mente, seguita dalla coscienza del pericolo dell'autoinganno; a cui si accompagnano, in sequenza, i valori emotivi del falso sentimento di sicurezza dato dalla illusione della mente, cui segue l'amara disillusione.

Il naufrago: la caduta come improvviso manifestarsi della coscienza della propria incertezza intellettuale, accompagnata dall'angoscia di chi sta per annegare.

Il punto archimedeo: la speranza (che è già sicurezza:: "Avrò diritto di concepire alte speranze...") della conquista intellettuale della identità di certezza e verità, accompagnata dal senso si sicurezza.

Le quattro figure si richiamano l'un l'altra in una precisa serie, sia per la dimensione teoretica che per quella emotiva, con un crescendo nelle prime tre a cui si oppone la quarta. Dimensione teoretica: dalla coscienza della possibilità che l'intelletto cada nell'inganno ("Genio maligno") alla coscienza della possibilità che l'intelletto si illuda (schiavo) alla certezza dello smarrimento intellettuale che segue la coscienza della disillusione (naufrago) al presentimento intellettuale della conquista di una indubitabile verità (Archimede). Nella stessa sequenza alla dimensione emotiva corrispondono: il sentirsi di fronte alla malvagità (accompagnata dalla volontà di sfidarla per la forza del proprio intelletto), il senso della disillusione, l'angoscia, e finalmente il presentire la propria sicurezza.

Le due dimensioni possono essere distinte attraverso l'analisi del testo, ma ciascuna figura è semplice perché intuitivamente esprime la loro unità. Come l'analisi dell'intelletto non può fare.

Questo procedere cartesiano ci mostra come la ricerca filosofica si muova nel vuoto, ma la mente che fa ricerca è abitata da immagini che costituiscono il vissuto personale (un corso di pensieri, un flusso di emozioni), richiamato alla mente da uno stimolo esterno. Così è anche nel giovane Hegel: nello Spirito del Cristianesimo il vuoto è determinato dallo smarrimento di fronte al diluvio, al tradimento operato dalla natura ed alla sovversione di tutti i "punti fermi" dell'esistenza. In Cartesio  è dato dalla decisione di sottoporre ogni supposta certezza al dubbio. Dato il rapporto tra la mente e il mondo esterno (soggetto/oggetto), nel giovane Hegel il vuoto cui la mente si trova di fronte (in se stessa) è determinato da un evento che si produce nel mondo esterno, in Cartesio da un evento che si produce nella mente stessa.

Sia nel giovane Hegel che in Cartesio lo smarrimento si popola di figure che si presentano in modo assai vivido alla mente (figure che sono dei "pensati", nella terminologia hegeliana). Nel giovane Hegel: Dio, l'altro visto come nemico, il nulla come realtà plastica, e molte altre, perché tutto il testo è costruito su catene di immagini; in Cartesio, nel passo prima esaminato: il Genio, lo schiavo, il naufrago, il punto di Archimede.

Qualcosa di simile ho visto accadere nella mia realtà del lavoro filosofico. Nel gruppo cui prima facevo riferimento, che andava strutturando il proprio lavoro intorno alle pagine dei filosofi, una folla di ricordi - confusi e vaghi - si presentava alla mente di ciascuno. Era necessario selezionarli, per condurre con ordine la ricerca, il cui oggetto (o meglio, i cui materiali-base) erano le immagini stesse. Come selezionarle?

In un gruppo di questo tipo la ricerca, benché conservi spazi per la creatività individuale, è guidata dall'insegnante. Nella libera ricerca di un filosofo non lo è. Deve essere estremamente complesso il processo di selezione dei ricordi nel laboratorio filosofico di cui ci rimane l'eco in qualcuno degli scritti filosofici del passato. E non solo nella ricerca filosofica. Credo sia estremamente significativo al riguardo la seguente testimonianza di Fermi, citata dall'astrofisico indiano Subrahmanyan Chandrasekhar (1987), sulla sua scoperta dell'effetto dei neutroni lenti sulla radioattività indotta: "Stavamo lavorando col massimo impegno sulla radioattività indotta da neutroni, e i risultati che ottenevamo non davano alcun senso. Un giorno, arrivando in laboratorio, mi venne in mente di mettere un pezzo di piombo davanti ai neutroni incidenti e di esaminarne l'effetto. Contrariamente al solito, mi impegnai molto per far sì che il pezzo di piombo fosse lavorato con ogni cura. Ero chiaramente insoddisfatto di qualcosa: cercavo ogni scusa per evitare di mettere in posizione il pezzo di piombo. Quando infine, con una certa riluttanza, mi accinsi a sistemarlo, dissi a me stesso:  . Fu proprio così, senza alcun preavviso, senza alcun ragionamento cosciente. Subito presi qualche pezzo di paraffina e lo situai dove avrei dovuto mettere il piombo".

Nella ricerca manca un rigoroso princìpio di selezione. Ed infatti l'andamento della ricerca è per linee divergenti e intersecantesi. Nel lavoro filosofico di un gruppo che si struttura attraverso la riflessione sulle pagine dei filosofi la situaizone è diversa: il principio di selezione è fornito dalla pagina stessa e dal lavoro di interpretazione e direzione di chi guida il gruppo e sceglie i testi. Prevalgono dunque le immagini che permettono un dialogo tra tutti gli attori della ricerca intorno al testo: le immagini che permettono una oggettivazione, una messa in comune - attraverso il dialogo - dei contributi personali alla ricerca.

E tuttavia: perché si assiste al fenomeno bergsoniano dell'affollarsi dei ricordi per divenire presenti? E perché i ricordi si addensano in immagini, punto semplice di incrocio di idee ed emozioni, connesse con precise esperienze vissute?

Tutto accade come se il pensiero si smarrisse di fronte ai problemi della filosofia, come se le coordinate che guidano la propria vita quotidiana fossero messe in discussione, provocando un effetto di dispersione. Le immagini dunque àncorano il pensiero smarrito in nuclei densi di significato e questo permette alla ricerca di continuare, al pensiero di ritrovare il filo nella nebbia (6). E al dialogo di trovare un centro comune, pur irradiandosi nelle mille direzioni di una ricerca che deve dare spazio alla libera creatività, se vuole rimanere nell'ambito della filosofia.

Ora questo può essere interpretato alla luce delle categorie bergsoniane (Bergson 1896). Le esigenze della vita pratica avevano selezionato alcuni delle immagini-ricordo, quelle utili per vivere, facendole divenire, da virtuali, attuali (memoria-ricordo) . Allo stesso tempo si erano determinate delle abitudini d'azione e di pensiero, anch'esse connesse alla memoria (memoria-abitudine) e alle esigenze della vita.

Ma il confronto con la riflessione filosofica, concretizzatasi in una ricerca in comune di fronte a un passo filosofico da interpretare, rende del tutto inadatti a questo presente ed a queste esigenze di vita quei ricordi e quelle abitudini di pensiero (la riflessione filosofica è anch'essa vita e ci presenta dei problemi come, poniamo, il lavoro). L'effetto di smarrimento è dovuto alla necessità di modificare radicalmente il princìpio di selezione dei ricordi e le proprie abitudini di pensiero. Dovranno essere attualizzate linee di immagini-ricordo completamente diverse e bisognerà acquisire nuove abitudini che prolunghino il presente secondo una direzione del tutto nuova.

Pensare per immagini è quindi una maniera per passare da una forma in cui la mente è strutturata ad un'altra. Il vantaggio è dato dal fatto che le immagini non sono altro che immagini-ricordo che si attualizzano: esse erano già presenti nella mente e già connesse in rete. Erano solo virtuali e lo sforzo della ricerca consiste nel selezionarle in modo corretto, attualizzando solo le immagini-ricordo utili alla ricerca, e non altre. Su queste si struttureranno nuove abitudini di pensiero, una più ricca memoria-abitudine.

Ma perché proprio immagini? Il campo in cui cercare la risposta a questa domanda potrebbe essere questo, che in esse non c'è risposta ai problemi, ma c'è la possibilità di lasciare aperti i problemi - ponendo un tema concreto ben selezionato ed un obiettivo - non nel vuoto, ma nel pieno (semplice) dei materiali d'esperienza. Per questa concretezza, che mantiene l'apertura al problema, l'immagine è così feconda: in essa si condensa in un punto un ampio materiale interiore (ricordi attualizzati, nel linguaggio bergsoniano) che è già in sé dinamico, luogo d'incontro di linee di forza.

Le immagini, infatti, non attivano inerti ricordi, ma pensieri ed emozioni che in sé sono attese, domande, percorsi, sentieri interrotti ma non dimenticati. Luoghi di ricerca che il soggetto vive perché gli si presentano dinnanzi, come i materiali su cui un artigiano esercita le sue abilità. Ma anche forniscono all'artigiano gli strumenti del suo lavoro.

Questo fa Hegel nello Spirito del cristianesimo. Noè, Deucalione e Pirra, Abramo, Mosè, i ladri di Marsiglia, il fuoco e le nuvole contrapposte alle immagini della statuaria greca, Macbeth e Banquo, e infine Gesù, la Maddalena e l'immagine di cui la religione ha bisogno, ma che Gesù vuole superare, senza riuscirvi: tutte queste figure sono i materiali su cui si forma il pensiero dialettico (come più avanti sarà, poniamo, la figura-immagine del servo-padrone), ma insieme sono gli strumenti per condurre l'analisi.

Non da sole però. E' indispensabile un termine esterno, altrimenti l'immagine non sviluppa le sue potenzialità per la ricerca. Perché in Hegel le linee di forza racchiuse in unità nella scena teatrale che oppone Macbeth al fantasma di Banquo - come nelle figure di Edipo e di Antigone - si prolunghino nel concetto filosofico di destino, Hegel ha dovuto misurare il suo mondo di immagini con il pensiero teoretico di Kant e le intuizioni di Rousseau e di Schiller.

Il pensiero per immagini è fecondo per la ricerca, ma deve essere messo in azione: mondo virtuale, deve divenire attuale. Occorre per questo un elemento esterno.

 

4. Conservare la vita del pensiero

Così nel lavoro filosofico di riflessione sui testi l'elemento esterno è dato dai testi, dalle parole delle altre persone del gruppo e, soprattutto, dall'universo di concetti selezionati da chi guida il gruppo.

Il lavoro filosofico è dunque costituito dall'intersezione della catena continua dei ricordi (dove è indistinguibile l'elemento concettuale dal vissuto emotivo), resi attivi ed attuali, con i princìpi di selezione proposti dall'esterno. Tuttavia, perché la pagina del filosofo intorno alla quale si struttura il gruppo ha la forza di rendere attivo un vissuto che appartiene ai singoli? Non sempre questo accade, ed è più facile che accada quando il filosofo stesso nel suo scritto propone una immagine semplice, intuitiva ma carica di forza.

Quali sono dunque i caratteri del pensiero che si addensa in essa? E quali i caratteri del pensiero di chi si accosta ai testi per compiere su di essi un percorso di formazione? Che cosa significa pensare per immagini quando si desidera elevare il proprio spirito attraverso un percorso di ricerca filosofica?

Certo il pensiero non è morta cosa, non è affatto cosa. Lo fissiamo in immagini perché il suo dinamismo è così forte che ci sfugge. Se non riusciamo a solidificarlo, a raggrumare il tempo del suo fluire in una unità immobile, il pensiero è per noi perduto (o crediamo che lo sia, perché non lo dominiamo). Ma raggrumare il tempo non significa fissare un pensiero in una statica verità. Il presente scorre, e flussi di emozioni e di astrazioni vengono generati creando di continuo nella mente nuove esigenze d'ordine. L'immagine fissa del passato e il continuo della vita interagiscono perché nell'immagine pulsa la vita del pensiero. E' questa capacità di conservare vivo il pensiero che rende feconda l'immagine.

Quando il pensiero è vivo? Quando si prolunga per insensibili passaggi nella rete dell'esperienza presente così come nella rete della memoria, attivandola. Da un punto della rete ad altri punti della rete, per connessioni dotate di senso, mentre la vita nel suo fluire coniuga passato e presente e costruisce nuove maglie della rete.

 

5. Una rete dotata di senso

Ma la rete è tale quando è ordinata e il pensiero è fecondo quando produce ordine, non quando lo subisce. Ecco perché in un pensiero fecondo le immagini si susseguono e non compaiono mai da sole. Testi filosofici come quelli di Cartesio e di Hegel, dai quali abbiamo preso le mosse, sono costruiti con continui rimandi alle immagini, ed il linguaggio figurato (metafore, similitudini, figure plastiche, icone) crea una rete dotata di senso (su cui si esercita il lavoro di interpretazione) parallela alla rete del percorso teoretico, con il suo tipico andamento oscillante, proprio del pensiero meditativo. Lo stesso accade - ciascuno al proprio livello - nei testi prodotti da chi si accosta alla filosofia come metodo di esercizio del proprio spirito. Se il pensiero si fissa su una sola immagine rischia di divenire sterile, perché ogni immagine è anche una prigione. E' una rete dalle maglie troppo larghe, sempre inadatte a contenere il dinamismo del pensiero, il fluire della vita interiore, e subito deve cedere il posto ad un'altra immagine. Si osservi la sequenza delle immagini nel passo cartesiano, tra la prima e la seconda meditazione, nel punto cruciale del passaggio dal "Genio maligno" al "Cogito", qui prima brevemente analizzata.

Vorrei riportare due esempi. Si tratta di libere riflessioni su un testo filosofico, che in questo caso è tratto dai Pensieri di Marco Aurelio, nate nella solitudine della scrittura tra una riunione e l'altra del nostro lavoro in comune nel gruppo e divenute poi oggetto di analisi tra tutti. Le scriventi sono due signore ai loro inizi nello studio della filosofia, e i testi di Marco Aurelio trattano da un punto di vista stoico del rapporto tra l'uomo, la natura, l'universo. Evidente la costruzione del testo per catene di immagini nel dialogo con i princìpi dello stoicismo. Altrettanto evidente il ruolo della memoria nell'analisi.

"Mi piace, in montagna, andare nei boschi da sola. Soltanto se non ho vicino nessuno sento vivere la Natura e avverto di farne parte. Provo un'armonia che, ogni persona che mi fosse accanto, turberebbe. Cammino nel silenzio. Sono libera di fermarmi quando voglio, di ascoltare, di osservare. Posso sentire il canto degli uccelli. Ognuno di essi ha un motivo ricorrente, diverso da quello degli altri; ciascuno di loro sembra avere un proprio carattere. M'inoltro nei boschi: incontro quello dove gli abeti sono fitti ed il sottobosco arido, perché il Sole non vi penetra. C'è invece quello luminoso, dove la luce fa brillare le felci. Uno scoiattolo mi vede e scappa su un albero, ma poi, dall'alto, occhieggia curioso. Mi piace pensare che i fiori che ricoprono i prati siano un dono che mi fa la Natura. Mi siedo su un sasso. Tace il canto degli uccelli. Penso e la Natura amica sembra ascoltare. Animali, alberi, fiori, rocce, noi tutti facciamo parte del Tutto. Nasciamo da un'unica razionalità creativa, facciamo parte dell'anima dell'Universo; siamo frammenti della materia universale. Viviamo un attimo, un'infinitesima parte dell'eternità. Poi svaniamo, ci dissolviamo. E' un mistero la nascita, è un mistero la morte, ma tutto ciò che avviene è necessario ed utile, anche se tante volte, nella nostra finitezza, non riusciamo a comprenderlo. Alla fine della mia giornata, di notte, in montagna dove il cielo è limpido, osservo la bellezza della volta stellata. Che meraviglia! Ma sopraffatta da tanta immensità mi sento piccola, sgomenta. Anche se è sempre un'immensità finita quella che riesco a contemplare. Se provo ad andare oltre e ad accostarmi col pensiero all'infinito, mi sento come risucchiata da un vortice, perduta. Rientro a casa e la certezza del letto che mi accoglie, mi toglie la paura e l'angoscia. M'addormento pensando." (G.C.)

"Durante la mia vita lavorativa, svolta prevalentemente in ospedale psichiatrico, mi sono imbattuta in tante persone portatori di cosiddetti disagi sociali: etilisti, tossicodipendenti, con carichi penali. (...) Il rapporto con queste persone così   mi ha indotto a riflettere e ho capito che anch'esse erano importanti e molte volte mi sono chiesta se era poi vero che io rappresentavo la   e loro il  . Questa constatazione si è rafforzata in me con l'avanzare dell'età e l'esperienza acquisita giorno dopo giorno; spesso la perfezione l'ordine, le certezze assolute mi danno un senso di vuoto. Un'immagine che mi porto nel cuore e che mi è un po' maestra di vita è il ricordo di un vecchio uliveto che ho visto in Calabria, dove gli alberi erano contorti, svuotati, scarnificati, ma erano allo stesso tempo una forza della natura, un meraviglioso museo di sculture, di una bellezza sconvolgente nella loro . Tutto in natura è bello se non rovinato dalla sfruttamento perpetrato dall'uomo che non la rispetta e che pretende di dominarla brutalmente. Mi viene in mente che quando si voleva fermare la colata di lava che scendeva dall'Etna, istintivamente ho parteggiato per il vulcano che non faceva altro che esprimere la sua forza naturale e che non era certo colpa sua se sul suo cammino atavico incontrava villette e impianti sciistici. E' mia profonda convinzione che dominare la natura sia una misera utopia dell'uomo. (...) Invecchiando considero la vita come un gomitolo che si inizia a dipanare alla nascita e che termina, come ogni cosa, quando il filo finisce. A me fa molta paura lo sfilacciamento del filo non la sua fine". (C.C.)

 

6. Le immagini come luoghi dello scambio

Il pensiero astratto nei suoi legami con la sfera delle emozioni costituisce il materiale che si fissa in immagini. In queste i flussi del tempo sono tenuti aperti perché sia il pensiero astratto che le emozioni si prolungano in tutte le direzioni.

E tuttavia perché le immagini possano costituire strumenti efficaci di comunicazione e di ricerca filosofica (coadiuvando al rigore di un corretto e fecondo metodo di esercizio del proprio spirito) è necessario che esse permettano a ciascuno di elevarsi dalla particolarità del proprio vissuto ed allargare il proprio io. Le proprie immagini devono dunque costituirsi in modo da potere interagire con le immagini degli altri: farsi dialogo. Aiutare a mettere da parte il proprio io per comprendere i nessi con gli altri attori del sistema-mondo. Testimoniare, non imporre.

L'obiettivo del lavoro filosofico è raggiungere una forma autentica di dialogo. E perché questo accada, ciascuno degli attori deve essere chiamato in causa dalle parole dell'altro. Le immagini devono potersi agganciare alla rete carica di significati in modo da poter costituire il punto di incontro, e di snodo, tra le reti che veicolano i flussi del pensiero di più attori. Devono divenire i luoghi dello scambio. E poiché la filosofia non ha verità da insegnare, ma ricerche da compiere, le immagini si rivelano feconde.

Nessuna commistione con la letteratura, tuttavia. Il campo rimane distinto, perché la filosofia ha come obiettivo l'esercizio critico del pensiero: le immagini possono essere gli snodi del pensiero, i suoi strumenti di coagulo e di scambio. Ma devono essere gettate via, quando la vita del pensiero le supera. Le immagini della filosofia non aspirano all'eternità. Esse devono passare, perché la vita del pensiero, fissatasi in esse, non si arresti.

 

Testi citati

Bergson H. (1896), Materia e memoria, in Opere 1889-1896, trad. it. di F. Sossi, Milano 1986, Mondadori

Cartesio R. (1637), Discorso sul metodo, in Opere scientifiche di René Descartes, II, trad. it. di E. Lojacono, Torino 1983, Utet

Cartesio R. (1641), Meditazioni metafisiche, in Opere filosofiche, II, trad. it. di A. Tilgher riveduta da F. Adorno, Roma-Bari 1986, Laterza

Hadot P. (1987), Esercizi spirituali e filosofia antica, trad. it. di A.M. Marietti, Torino 1988, Einaudi

Hegel G.W.F. (1799), Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, in Scritti teologici giovanili, II, trad. it. di G. Vaccaro e E. Mirri, Napoli 1977, Guida

Chandrasekhar S. (1987), Verità e bellezza, trad. it. di L. Sosio, Milano 1990, Garzanti

Sartre J.-P. (1945), L'esistenzialismo è un umanismo, trad. it. di G. Mursia Re, Milano 1987, Mursia

Wahl J. (1931-1933), Hegel e Kierkegaard, in Interpretazioni hegeliane, trad. it. di R. Salvadori, Firenze 1980, La Nuova Italia