Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Marzo
2010
Maurizio Pancaldi
La realtà virtuale della mente e l’intelletto
attivo in Averroè
Il cyberspazio come chiave di lettura dell’intelligenza
collettiva
[Vedi anche
l'Indice per Temi alla voce: Filosofia araba - Filosofia medioevale -
Averroè]
1. Un nuovo interesse
La figura di Averroè suscita oggi un rinnovato interesse nella misura in cui
vari aspetti del suo pensiero risultano suscettibili di un’interpretazione che
è traducibile nei termini di problematiche contemporanee. Così la sua stessa
figura storica e la sua stessa attività di produzione culturale è stata vista
come quella di un intellettuale "militante", la cui speculazione
"razionalistica" è funzionale al progetto politico della dinastia
degli Almohadi (in particolare del califfo Abu Yusuf Ya’qub al Mansur), con la
conseguenza che il suo pensiero attrae soprattutto per le controversie e i
dibattiti (anche aspri) che ha suscitato.
In questa prospettiva molte delle sue tesi si rivelano estremamente feconde se,
come dicevamo, vengono rese attuali proiettandole sullo sfondo di una condizione
contemporanea che ha profondamente trasformato le strutture e le modalità del
conoscere e del comunicare. La cosa può risultare tanto più sorprendente se si
considera, da questo punto di vista, che questo processo di re-interpretazione
concerne una delle questioni apparentemente più lontane dalla contemporaneità:
quella del rapporto tra intelletto attivo e passivo lasciato in sospeso da
Aristotele alla fine del trattato Sull’anima e oggetto di accese
dispute ermeneutiche dall’antichità fino al Rinascimento.
Non a caso tale dibattito è cessato quando, con la nascita della scienza e
della filosofia moderna, la questione gnoseologica ha assunto una configurazione
del tutto nuova, che ha dissolto e fatto scivolare nel "cestino" dell’obsolescenza
e del vano tutto questo materiale ereditato dall’antichità e poi elaborato
dall’"oscuro" Medioevo. Perché dunque ora questa improvvisa
ripresa?
2. La questione aristotelica dell’intelletto secondo Averroé
Vediamo i termini della questione, che, come è noto, ha vari risvolti
(religiosi, antropologici oltre che metafisici): il pensiero arabo-islamico
aveva già una lunga tradizione di riflessione sui testi aristotelici a
proposito del problema dell’intelletto, quando Averroè si inserì traendone
sia i termini tecnici sia l’impostazione generale.
Quest’ultima identificava dunque quattro tipi di intelletto:
- due derivati direttamente da Aristotele e cioè quello materiale o passivo
(il sostrato che diviene tutti gli intelligibili) e quello attivo (l’agente
che produce tutti gli intelligibili)
- più due aggiunti in seguito, quello acquisito proposto da al-Farabi
(un perfezionamento dell’intelletto in atto, in quanto proiettato verso il
cielo delle intelligenze separate) e quello in habitu formulato da
Avicenna (la capacità di ricevere e conservare gli intelligibili primi, cioè
in sostanza la capacità di pensare).
Averroè considera anche un intelletto speculativo, ma, al di là di queste
sottigliezze, è chiaro che per lui il nocciolo vero consiste nel valutare il
rapporto tra intelletto attivo e passivo.
Per un verso è fuori discussione la natura unica e separata dell’intelletto
attivo: non può essere altrimenti visto che è lui che, producendo le forme
intelligibili e attualizzandole all’interno del processo psico- gnoseologico,
opera sull’intelletto passivo consentendogli di riceverle. In altri termini,
esso illumina gli intelligibili e li predispone affinché l’intelletto
materiale possa riceverli: operazioni queste che non potrebbe compiere se fosse
mescolato con la materia e fosse in possesso di qualche specie di potenzialità.
Il problema nasce quando Averroè, almeno nei suoi ultimi scritti, finisce con l’attribuire
(ma su questo punto gli interpreti non sono tutti d’accordo) le
caratteristiche di unicità e separatezza anche all’intelletto potenziale o
materiale: esso è come una sostanza singola ed eterna, comune a tutti gli
uomini, sia pur collocata al di sotto dell’intelletto agente nella gerarchia
dell’esistenza.
Infatti da un lato se fosse una mera potenzialità unita al corpo, sarebbe
materiale e quindi incapace di ricevere gli intelligibili che sono enti
incorporei; dall’altro se è separato dalla materia, non può che essere
dis-individualizzato, unico per tutta la specie umana. Ma se è così, non può
essere lui a rappresentare la parte immortale dell’individuo, per cui essendo
entrambi gli intelletti, agente e potenziale, unici e separati, l’immortalità
è propria del genere umano cui appartengono, ma non del singolo uomo.
3. L’intelletto speculativo di Averroé e la questione dell’immortalità
Ciò stabilito, Averroè chiama speculativo il prodotto dell’unificazione
degli altri due, cioè la conoscenza individuale: essa si realizza grazie alla
mediazioni delle immagini sensibili individuali (fantasmi), rese
intelligibili dall’intelletto agente e prodotte nell’intelletto potenziale.
Essendo dipendente da questo materiale sensibile, questa conoscenza è sì
almeno in parte particolare e distruttibile, ma la sua realizzazione rende
possibile l’unione tra i due tipi di intelletto che, insieme, formano l’intelletto
acquisito.
Dunque se l’uomo può realizzare la sua aspirazione all’immortalità, è
solo attraverso la congiunzione con l’intelletto agente: poiché quest’ultimo
si trova proiettato verso le intelligenze celesti (essendo l’ultima delle
intelligenze che muovono i cieli), la congiunzione si presenta in termini di
unione tra dimensione umana e dimensione cosmica e divina.
Dato che l’intelletto materiale è unico per tutta la specie, nonché composto
di materia e forma, esso presuppone un’attività ricettiva e un’attualità
immateriale: perciò conosce, seppur imperfettamente, l’intelletto agente che
è l’unica via per accedere al mondo trascendente, e che ci consente di non
rimanere vincolati al mondo della materia. Così l’intelletto umano e l’intelletto
agente hanno la possibilità di congiungersi: come Dio costituisce il primo
motore immobile per le intelligenze celesti, così l’intelletto attivo muove,
in quanto amato e causa finale, l’intelletto umano. Attraverso la congiunzione
(o copulatio) che possono realizzare con lui, gli uomini acquisiscono l’immortalità
e la massima felicità possibile, quella mentale e intellettuale.
In tale congiunzione l’intelletto materiale finisce per scomparire,
annullandosi in quello agente: ciò significa che l’uomo diventa egli stesso
immortale, però di un’immortalità non individuale ma impersonale nell’eterna
permanenza dell’intelletto stesso.
Infatti, malgrado il ruolo svolto dai fantasmi, il singolo uomo non pare essere
il soggetto del pensiero. Questo non è posseduto dal singolo uomo, che semmai
partecipa di un pensiero trascendente: così la sua razionalità è garantita
dalla possibilità di connettersi con un intelletto sovra-individuale che si
serve dei singoli individui per pensare eternamente e attualmente tutto il
pensabile.
L’unicità e la separatezza dei due intelletti, insieme al fatto che nella
congiunzione l’intelletto materiale si dissolve nell’intelletto agente,
induce a concludere che per Averroè gli intelletti continuino a pensare anche
senza gli uomini. Non sono gli uomini che pensano ma gli intelletti attraverso i
gli uomini: quando dunque gli individui moriranno, gli intelletti
continuerebbero a pensare autonomamente, in quanto, per loro natura, trascendono
gli esseri umani. Ipostatizzando il pensiero, il soggetto viene (così lo si è
qualificato) "decentrato".
4. Una re-interpretazione: l’intelletto sovra-individuale di Averroé e il
cyberspazio
Ora, al di là della terminologia e della cornice teoretica in cui questa
riflessione storicamente si svolge, proprio questa spersonalizzazione del
pensiero si presta ad essere re-interpretata e attualizzata (come ad esempio in
Italia è stato fatto da A. Illuminati, e in Francia da P. Lévy) alla luce della moderna rivoluzione
informatica.
Partiamo dalla constatazione che la realizzazione della connessione telefonica
dei terminali e delle memorie informatiche, l’estensione delle reti di
trasmissione digitale ampliano progressivamente un cyberspazio mondiale, nel
quale ciascun elemento d’informazione si trova virtualmente in contatto con
qualunque altro e con tutto l’insieme: ciò significa che si va costituendo
uno spazio invisibile delle conoscenze, dei saperi, delle potenzialità di
pensiero in seno alle quali si dischiudono e mutano le qualità e i modi d’essere
uomo, le maniere di fare società.
In altri termini si va costituendo, insieme con un sistema tecnologico per
comunicare e pensare insieme, un’intelligenza collettiva, cioè un’intelligenza
distribuita ovunque, continuamente valorizzata e coordinata in tempo reale, che
porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze al fine di promuovere il
riconoscimento e l’arricchimento reciproco delle persone.
La totalità del sapere risiede nell’umanità: interagendo con diverse
comunità, gli individui che animano lo spazio del sapere sono nello stesso
tempo singolari e in perenne apprendimento. Così l’intelligenza collettiva è
un processo di crescita e di mutuo rilancio delle specificità di cognizioni e
capacità.
Prospettata in questi termini risulta abbastanza chiaro che i primi a cogliere
il senso e il valore dell’intelligenza collettiva furono proprio i filosofi
arabi (ed in seguito anche persiani ed ebrei), ed in particolare il nostro
Averroè, che la tematizzarono esplicitamente.
Come abbiamo visto, nel cuore della loro filosofia vi è infatti l’idea di un’intelligenza
unica e separata, che essendo la stessa per tutto il genere umano, può essere
considerata un intelletto comune, una coscienza collettiva.
5. Dal trascendente all’immanente, dalla teologia all’antropologia
È ovvio che traducendo queste speculazioni medievali nell’orizzonte della
contemporaneità noi dobbiamo operare una conversione dal trascendente all’immanente,
dalla teologia all’antropologia: la divinità eterna si tramuta in una
possibilità aperta per il divenire umano, il mondo angelico o celeste diviene
la regione dei mondo virtuali attraverso i quali gli esseri umani si
costituiscono in intellettuali collettivi, l’intelletto agente (intelligenza
sempre in atto che contempla le vere idee e rende effettive le intelligenze
umane, emanando verso di esse tutte le idee che esse percepiscono o contemplano)
diventa lo spazio di comunicazione e navigazione dei singoli membri dell’intelligenza
collettiva.
Più precisamente, le regioni angeliche aprono lo spazio di comunicazione dell’umanità
con se stessa, mentre i mondi virtuali (vera e propria agorà diffusa) si
propongono come strumenti di coscienza di sé e di auto-definizione dei gruppi
umani, nella misura in cui offrono mappe in movimento e descrizioni dinamiche
del nostro mondo.
I mondi virtuali mettono in comunicazione le intelligenze e accompagnano le
navigazioni degli individui e dei gruppi nella coscienza collettiva: grazie ad
essi il mondo reale cresce, muta e si apre nuove vie di diversificazione.
Dalle intelligenze concrete e dalle pratiche di una moltitudine di piccoli
gruppi emerge un mondo virtuale che esprime un’intelligenza collettiva, così
come il mondo virtuale illumina gli individui e i gruppi che hanno contribuito
alla sua nascita, li arricchisce della propria varietà e li apre a nuove
possibilità.
Ancora: in questa prospettiva potremmo tradurre il concetto di intelletto
potenziale (aristotelicamente assenza di forme e pura disposizione a riceverle)
che si sostanzia in quello agente (per cui la disposizione vuota è orientata
verso un pieno di contenuti per cui possiede già i mezzi di percezione e
selezione) come il software incorporeo, dell’insieme dei linguaggi, dei
programmi applicativi e degli accessi.
Quest’ultimo troverebbe poi un adeguato supporto materiale (l’hardware) nell’individuo
concreto, che però non sarebbe essenziale per il suo funzionamento. Come
dicevamo più sopra, il pensiero (cioè l’operatività del software, dal
sistema generale ai singoli programmi, e così via) può essere attivo anche
senza gli individui che lo "ospitano" in modo del tutto occasionale e
contingente, e dunque può essere impiantato da uno all’altro senza subire
alterazioni o coloriture particolari di sorta.
6. Meta-mente
Da questo punto di vista dovremmo immaginarci l’intelletto separato come una
mente o meta-rete olistica, una Supermente di cui il singolo soggetto, detentore
di una frazione dell’intelletto materiale, è un’appendice, un terminale:
ovviamente è il primo a conservare una sorta di primato nella misura in cui
esercita una funzione di direzione e distribuzione della comunicazione.
Di conseguenza è lui a trascinare nella "navigazione" il singolo
soggetto, praticando su quest’ultimo un’azione propulsiva che lo induce a
connettersi alla rete: qui egli trova la possibilità di accedere ad un certo
numero di siti (che potremmo far corrispondere agli intelligibili in potenza
dell’intelletto materiale) finché, a connessione ed entrata effettuata, non
esaurisce la sua operazione.
Ciò naturalmente non significa che anche l’intelletto attivo consideri
conclusa la sua attività: in quanto sostanza eterna, la meta-rete resta
operativa in modo perenne, pronta a servire tutte le ulteriori possibili
connessioni individuali.
Come dunque in Averroè la scienza e il sapere umano, in quanto fondate sull’intelletto
attivo, si costituiscono in una loro continuità universale ed eterna cui gli
individui possono partecipare solo nella caduca esistenza, ma che resta
immutabile al di là di ogni esperienza e capacità personale, così per noi l’intelligenza
collettiva e il suo mondo virtuale pensa ovunque e sempre stimolando
continuamente il pensiero dei propri membri di cui riunisce i percorsi, i
contatti e le azioni effettive mentre sono implicati nella creazione continua
del loro mondo comune.
Ne deriva una differenza essenziale: ciò che per Averroè era un’ipostasi
separata, per noi è una realtà del tutto immanente, poiché in fondo il mondo
virtuale, dove intelletto e intelligibile diventano tutt’uno, è solo il
supporto di processi cognitivi, sociali e affettivi che si sviluppano tra
persone reali.