Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Settembre 2002

Graziella Morselli
Quattro movimenti dialettici nel pensiero di Giordano Bruno
Suggerimenti per un percorso di lettura a scuola

[Vedi anche la voce: Bruno - Dialettica]

 

Il sogno che i filosofi hanno inseguito per secoli è stato quello di trovare un ordine delle cose sistematico, ovvero governato da una sola misura, e riconducibile ad un unico principio. Il quale avrebbe dovuto essere, anche, il punto di arrivo, ossia il termine finale di ogni ricerca.

Nella seconda parte del cinquecento molti furono questi sognatori, e tra di essi certamente uno dei più arditi fu Giordano Bruno, il quale non temette di sfidare il divieto di ricerca proveniente dai custodi dell’ordine stabilito, rappresentanti dell’alleanza tra il potere degli Stati e quello delle Chiese cristiane. Egli fu forte e coerente nello sviluppare le sue teorie, ma lo fu anche nel momento estremo che ne esigeva da lui l’applicazione: infatti subì la condanna al rogo per non aver voluto rinnegare la piena identità tra spirito e materia, la non centralità della Terra e l’esistenza di molti mondi, che tra le sue affermazioni erano quelle maggiormente accusate di eresia.

La prima di esse implicava una visione particolare di coincidenza degli opposti, che egli raggiungeva mediante una elaborazione dei concetti per contrasti che è esclusiva del suo discorso, distinguendosi da altre forme di procedimento dialettico. Se si vuole comprendere i suoi testi è necessario imparare, almeno in parte, a praticare questa dialettica. Daremo quindi qualche esempio di come sono articolate quattro delle identità tra concetti opposti che dominano nelle opere di Bruno.

Ad ogni parola o espressione dei testi originali che possa risultare poco comprensibile, perché appartenente all’italiano rinascimentale, così come al titolo dell’unica opera latina citata, corrisponderà la traduzione in nota. I titoli dei testi citati più volte saranno indicati dopo i rispettivi brani una sola volta per intero, e in seguito con la sigla. (DC = De la causa, principio et una; DIU= De l’infinito universo et mundi ; SP = Sommario del Processo a Giordano Bruno).

 

Morte e vita, perfezione e imperfezione: sono una sola cosa

Di fronte a due parole che sembrano così contrastanti tra di loro, la vita e la morte, dobbiamo domandarci: come possono essere la stessa cosa? E se pensiamo che né l’una né l’altra abbiano qualcosa a che fare con l’eternità, che è attributo soltanto divino, come si giustifica l’identificazione delle tre parole?

Vita e morte non sono identiche, infatti, se paragonate soltanto tra di loro, lo sono invece in un confronto più ampio, che ci porta a riconoscere, per esempio, che dalla decomposizione della materia organica sempre germinano nuove forme di vita, e che d’altra parte ogni processo vitale è al tempo stesso produzione di scorie in gran parte inorganiche, ossia cessazione della vita. Quando pensiamo, tuttavia, che questa cessazione avviene nel corso dei nostri propri processi metabolici, allora stentiamo a riconoscere noi stessi come parte di questa realtà: è la nostra vita che ne risulta negata, e ciò riporta la mente all’intollerabile confronto con la morte. Ma proviamo ad ascoltare Bruno.

 

"Il tempo tutto toglie e tutto dà" (Il candelaio);

"...nessuna cosa si annihila e perde l’essere, eccetto che la forma accidentale esteriore e materiale......e le forme tutte insieme non intenderle, se non come disposizioni varie della materia, che sen vanno e vegnono, altre cessano e se rinnovano, onde non hanno riputazione tutte di principio......Che dirai della morte, della corruzione, di vizii, di difetti, di mostri?......Queste cose non sono atto e potenza, ma sono difetto e impotenza, che si trovano nelle cose esplicate, perché non sono tutto quel che possono essere, e si forzano a quello che possono essere. Laonde, non possendo essere insieme e a un tratto tante cose, perdeno l’uno essere per aver l’altro...(De la causa, principio et una, dialogo III) (1)1;

"Dite che tutto quel che si vede di differenza negli corpi, quanto alle formazioni, complessioni, figure, colori e altre proprietadi e comunitadi, non è altro che un diverso volto di medesima sustanza: volto labile, mobile, corrottibile di uno immobile, perseverante ed eterno essere, in cui son tutte forme, figure e membri, ma indistinti e come agglomerati... " (DC, dialogo V) (2).

 

Commento

La vita appare sottoposta al tempo, che ad ogni cosa toglie l’essere e insieme lo dà. Ogni vita singola non è che una parte della materia vivente, sottoposta ad un grande mutamento continuo, senza che mai l’essere si perda nel nulla. In questo processo senza fine che è la vita universale, le cose assumono tutte le forme, eppure la loro sostanza non cambia: esse sono una sola cosa immortale. Ma non si tratta di un’oscillazione illusoria, di un giuoco di contraddizioni apparenti: è reale la loro unità sostanziale com’è reale la metamorfosi di cui vivono. Infatti, l’espressione "innumerevoli individui" ci dice che in ogni singola cosa, e in ogni singolo momento e aspetto della cosa, si realizza una delle illimitate possibilità dell’universo, in modi così diversi tra loro che le differenze non si possono contare. E non contano, del resto, per il numero, ma solo per la qualità: questa ogni volta si avvicina o si allontana dalla perfezione, la quale appartiene soltanto all’insieme.

La perfezione, infatti, è così minutamente parcellizzata e diffusa nelle cose (imperfette ai nostri occhi), che non possiamo vederla se non nella somma delle imperfezioni: la perfezione, perciò, sempre traluce nelle cose imperfette, in quanto queste ci ricordano l’unità e la totalità cui appartengono. La visione organica del mondo si ottiene mediante quella delle singole parti e queste si vedono una per una mediante l’unità del Tutto.

 

 

Il principio dell’unità vivente

Occorrerà a questo punto capire che cosa sia questa Unità, se sia natura o se sia dio, se materia o anima; ovvero sia entrambe le cose insieme. In realtà in questo caso Bruno non perviene all’unità attraverso una fusione dei contrari, ma con il raggruppamento dei molteplici: tutte le forme della potenza creativa, che è divina perché essa sola fa scaturire il vivente, sono insieme principio di unione e di separazione e causa di ogni cosa come del Tutto. I commentatori contendono ancora intorno all’originalità di questa concezione, e ricorrono alle più diverse definizioni, dal panteismo al materialismo, dall’animismo al vitalismo, o sottolineano l’influenza del pensiero neoplatonico sul nostro filosofo, o l’accusano di aver generato un pensiero confuso per aver voluto distaccarsi dall’insegnamento aristotelico. Noi non abbiamo bisogno, tuttavia, di classificazioni per affrontare alcuni brani che, nel modo più semplice, mettono alla prova la nostra comune facoltà di comprendere.

 

"La natura in eterno crea, senza accrescere o diminuire la sua capacità. L’anima è a ciascuno intima forza plasmatrice ed essa stessa come materia determina se stessa dall’interno, come la chiocciola per un proprio impulso si allunga, si agglomera su se stessa in una massa compatta e non offre così alcuna immagine di sé, ma tosto fa rispuntare sulla fronte le piccole corna, fa emergere la testa, si fa vedere e si mostra nella forma di un verme, dopo aver allungato l’agile corpo, quasi sgomitolandolo dal centro. Così lo spirito artefice del seme, che muove dal profondo centro, la natura efficiente, l’artefice della materia presente, il trascinatore, il modellatore, l’ordinatore non sono altro che l’intimo motore." (De immenso et innumerabilibus, seu de universu et mundis) (3);

"...quello che è comune, tien luogo di materia, quello che è proprio e fa distinzione, tien luogo di forma." (DC, dialogo III) (4).

 

Commento

Qui si possono già notare alcuni termini apparentemente opposti: anima, materia, spirito, natura, che in realtà si corrispondono e prendono significato l’uno dall’altro, convergendo infine nel "profondo centro", nell’unico "intimo motore", artefice che crea, plasma, ordina, causa prima che unifica tutte le cause. I concetti vengono così sottratti al significato della tradizione aristotelica e le loro differenze riproposte come tante facce del medesimo concetto. Per quanto riguarda la forma, vediamo addirittura rovesciato il suo rapporto con la materia, in quanto assume la funzione di questa, che invece per Aristotele distingue le singole cose tra loro, e perde la funzione dell’astrazione formale unificante.

Il brano che segue è accompagnato da una sintesi in linguaggio corrente, necessaria per la complessità della sua articolazione dialettica.

"...Perché la medesima materia (voglio dir più chiaro) il medesimo che può esser fatto, o pur può essere, o è fatto, è per mezzo de le dimensioni ed extensioni del suggetto, e quelle qualitadi che hanno l’essere nel quanto; e questo si chiama sustanza corporale e suppone materia corporale; o è fatto (se pur ha l’essere di novo) ed è senza quelle dimensioni, extensione e qualità; e questo si dice sustanza incorporea e suppone similmente detta materia. Cossì ad una potenza attiva tanto di cose corporali quanto di cose incorporee, over ad un essere tanto corporeo quanto incorporeo, corrisponde una potenza passiva tanto corporea quanto incorporea, e un posser esser tanto corporeo quanto incorporeo..." (DC , dialogo IV) (5).

 

La materia è comune e si presenta in diverse forme che tutte la suppongono, che esistano realmente o che siano solo possibili. Se la loro materia è plasmata mediante certe particolarità quantitative, si chiama corporale e dà luogo a sostanze corporali. Si chiamano invece sostanze incorporee (anche in questo caso sia che esistano sia che rimangano pura possibilità) quelle che suppongono anch’esse la materia corporale ma sono prive di aspetti quantitativi. Perciò ogni essere (corporeo come incorporeo) ha in sé sia una potenza attiva sia una passiva, ed una possibilità di essere diverso da quello che è.

 

Commento

Questo brano presenta un’altra unificazione, non meno interessante, fra i termini di tre coppie di origine aristotelica: potenza e atto, attivo e passivo, ma anche di nuovo forma e materia, laddove il principio razionale dell’anima si fa tutt’uno con i principî vegetativo e sensitivo. Il discorso, dapprima, gioca sulla corrispondenza tra potenza attiva e potenza passiva, attribuite entrambe alla materia in virtù del suo fare, che consiste anzitutto nel plasmare le cose, gli esseri, mediante le quantità (dimensioni, estensioni), e quindi la molteplicità e il limite, che costituiscono la sostanza corporea.

La materia, d’altra parte, secondo Bruno e in senso diverso da quello di Aristotele, genera come sostanze incorporee sensazioni e idee: nel primo caso fa a meno delle quantità perché le sensazioni sono sostanze che non hanno corpo, e la materia di cui sono fatte è "absoluta da le dimensioni". Nel secondo caso la materia, pur non generando corpi rimane "contratta alle dimensioni" (6), in quanto consente l’intelligibilità delle cose plasmate come corpi: essa dà luogo, quindi, alle sostanze ideali, le quali esistono nell’anima.

Dopo aver messo alla prova le nostre possibilità di comprensione su alcuni passaggi dialettici, forse ne sappiamo abbastanza per avvicinarci all’idea dell’Unità come concetto complessivo del mondo. Basterà ricordare quanto già detto sulle differenze dovute alle molteplici forme dell’unica materia, sull’eterna potenza creatrice della natura, sull’intimo motore che "muove dal profondo centro". Un ulteriore semplice passaggio, a questo punto, attraverso un suggestivo passo delle sue ammissioni davanti all’Inquisizione, e ancora un brano dal De la causa, etc, ci farà cogliere senza altri commenti il carattere divino che Bruno conferiva a questo Centro, cioè a quel "Dio che è uno in tutto".

 

"....in questo universo metto una providenza universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si move e sta nella sua perfezione; e la intendo in due maniere, l’una nel modo in cui presente è l’anima nel corpo, tutta in tutto e tutta in qual si voglia parte, e questo chiamo natura, ombra e vestigio della divinità; l’altra nel modo ineffabile col quale Iddio per essenzia, presenzia e potenzia è in tutto e sopra tutto, non come parte, non come anima, ma in modo inesplicabile." (Sommario del processo a Giordano Bruno) (7);

"Ogni potenza, dunque, e atto, che nel principio è come complicato, unito e uno, nelle altre cose è esplicato, disperso e moltiplicato." (DC, dialogo III).

 

Finito e infinito

Vi è, ovviamente, un’immensa differenza tra l’universo e Dio: quella che oppone il finito all’infinito. Siamo così arrivati alla più poderosa congiunzione operata da Giordano Bruno tra due concetti opposti: potremo senza troppa difficoltà comprenderla leggendo i seguenti brani.

"...Io dico l’universo "tutto infinito", perché non ha margine, termino, né superficie; dico l’universo non essere "totalmente infinito", perché ciascuna parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio "tutto infinito", perché da sé esclude ogni termine e ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio "totalmente infinito", perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti.....che noi possiamo comprendere in quello." (De l’Infinito universo e mondi).

 

Commento

Con la parola universo si intende qui la composizione di tutto ciò che esiste e che può esistere: composizione infinita di innumerevoli enti e cose, che costituiscono perciò le parti finite di una totalità infinita. Con la parola Dio si intende invece la totalità stessa, indivisa e infinita, rispetto alla quale non si considerano le parti se non nel senso dell’incommensurabile cui appartengono. Questa distinzione ci permette di avvicinare Giordano Bruno a Parmenide, Platone, Plotino, Cusano, e ci ricorda come ne abbia tratto ispirazione Spinoza.

 

"E’ dunque l’universo uno, infinito, immobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo e ottimo; il quale non deve poter essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza immobile. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera, perché non è altro essere che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe, perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito......Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo......Questo è termine di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e però è uno, l’universo è uno." (DC, dialogo V) (8);

"Io tengo un universo infinito, cioè effetto della infinita divina potentia, perché io stimavo cosa indegna della divina bontà e potentia che....producesse un mondo finito. Sì che io ho dechiarato infiniti mondi particulari simili a questa Terra ......(SP) (9).

 

Commento

Nel secondo brano, in qualche modo avvicinabile a Plotino ma certamente ispirato alla rivoluzione copernicana, questo mondo, la Terra, è detto effetto della potenza divina, ma nel senso che è parte della sua infinità, come ogni altro degli innumerevoli mondi. Nel primo brano, invece, la divinità dell’universo (cioè l’identità tra Dio e Universo) appare con tutta evidenza pur senza essere dichiarata: ciò ne dimostra il carattere parmenideo. Ma questo carattere si nota ancor più, nell’intera sequenza contenuta nel quinto dialogo del De la Causa, etc., nel suo insistente ripetere la negazione dei tanti opposti all’idea dell’Uno, negazione che tuttavia si risolve, secondo la dialettica bruniana, nella loro unificazione. Nelle ultime tre righe, infatti, il positivo e il negativo sono portati all’estremo (talmente...che non) e finiscono nella sublime indifferenza dell’Uno, avvicinando Bruno allo stile proprio dei mistici.

 

Mortalità dell’individuo ed eternità della natura

Abbiamo visto che Bruno poteva parlare di creazione, generazione, produzione del mondo da parte della Natura, dell’Anima, della provvidenza o potenza di Dio: poteva, cioé, usare indifferentemente tutti i termini che rappresentavano l’espansione vitale dell’essere nella sua pienezza, pregnanza, fecondità perenne. Ma in questa realtà immensa quale sorte è data al singolo? E’ forse trascinato da una inarrestabile fiumana dove la sua esistenza non ha più senso di quella di un fuscello o di una formica? Cerchiamo la risposta nel nostro filosofo.

 

"Essendo che ogni cosa participa de vita, molti ed innumerevoli individui vivono non solamente in noi, ma in tutte le cose composte; e quando veggiamo alcuna cosa che se dice morire, non doviamo credere quella morire, quanto che la si muta, e cessa quella accidentale composizione e concordia, rimanendone le cose che quella incorreno, sempre immortali." (DIU) (10) ;

"....tutte le forme naturali cessano dalla materia e nuovamente vegnono nella materia....come disposizioni varie della materia che sen vanno e vegnono, altre cessano e se rinnovano...." (DC, dialogo III).

 

Commento

In questi brani si afferma che ognuno di noi, e ogni animale, pianta, fenomeno naturale, è partecipe di vita, in un rapporto generale di scambio continuo nel quale gli elementi di volta in volta appaiono e scompaiono, cambiano di posto e di ruolo, tornano alla quiete e riprendono il movimento. I vivi germinano l’uno dall’altro, legati come sono dalla catena costituita dal desiderio di essere in tutti i modi e le forme e di non poterlo essere "per l’incompassibilità di questo essere e di quello". E’ in questa catena il loro senso autentico, il loro essere immortali come soggetti che scaturiscono dal principio dell’essere.

 

"[la materia] deve essere chiamata cosa divina e ottima parente, genetrice e madre di cose naturali.....non viene a ricevere le dimensioni come di fuora, ma a mandarle e cacciarle come dal seno....La dico privata de le forme e senza quelle, non come il ghiaccio è senza calore, il profondo è privato di luce, ma come la pregnante è senza la sua prole, la quale la manda e la riscuote da sé; e come in questo emispero la terra, la notte, è senza la luce, la quale con il suo scuotersi è potente di racquistare."(DC, dialogo IV) (11);

"....essendo io in intenzione di trattar la moral filosofia secondo il lume interno che in me aveva irradiato e irradia il divino sole intellettuale...[e che vede]...la vera essenza de l’essere de tutti; e se non la vede in sua essenza, in absoluta luce, la vede nella sua genitura che gli è simile, che è la sua immagine: perché dalla monade che è la divinitade, procede questa monade che è la natura, l’universo, il mondo; dove si contempla e specchia, come il sole nella luna, mediante la quale ne illumina.......Ma, ohimé, tempo verrà che.....le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita....e questa sarà la vecchiaia e il disordine e la irreligione del mondo...." (Spaccio de la bestia trionfante) (12).

 

Commento

Il centro divino di ogni generazione è la fonte che sempre di nuovo produce vita, calore, luce. Per gli esseri umani, che partecipano dell’essere con l’opera instancabile e ne ricevono luce per la mente (lume interno), lo sforzo intellettuale più alto è proprio quello di giungere a comprenderne il principio attraverso tutto ciò che dalla monade divina procede, rispecchiandolo come la luna fa con il sole. L’intelletto così corroborato sarà in grado di tradurre in vita etica le sue conoscenze, e così comprendere che la più grande sciagura per sé e per l’umanità consisterà nel perdere il senso religioso della degnità di ogni aspetto della vita.

 

 

Note

(1) annihila = annulla
tutte insieme non intenderle = non vederle nell’insieme
sen vanno e vegnono = scompaiono e appaiono
esplicate = dispiegate dall’interno della materia
non possendo essere insieme e a un tratto = non potendo essere contemporaneamente
perdeno = perdono

(2) negli = nei
complessioni = strutture
proprietadi, comunitadi = plurali di proprietà e comunità
sustanza, corrottibile = sostanza, corruttibile

(3) traduzione del titolo: Dell’immenso e degli innumerabili, ovvero dell’universo e dei mondi

(4) tien luogo = si può definire

(5) extensioni, suggetto, = estensioni, soggetto
qualitadi = plurale di qualità
qualitadi che hanno l’essere nel quanto = proprietà quantitative
se pur ha l’essere di novo = ammesso che si ripresenti in altra forma
cossì, over, posser = così, ovvero, poter

(6) absoluta da le dimensioni; contratta alle dimensioni = libera da proprietà quantitative; costituita da proprietà quantitative

(7) providenza, essenzia, presenzia, potenzia, termino = provvidenza, essenza, presenza, potenza, termine
vestigio = impronta, segno

(8) non deve poter essere compreso = è necessario che non venga delimitato
e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza immobile = e perciò non finisce ed è interminabile, pertanto è infinito e indeterminato, e conseguentemente immobile
non si muove localmente = non cambia luogo
ove si trasporte, in cui si cange = dove possa trasportarsi, in cui possa trasformarsi
atteso che abbia , atteso che sia = dal momento che ha, dal momento che è non informa né figura = non dà né forma né figura
di sorte che = in modo che

(9) dechiarato, particulari = dichiarato, particolari

(10) participa de = partecipa alla vita
veggiamo, se dice, doviamo = vediamo, si dice, dobbiamo
accidentale = non essenziale, provvisoria
che quella incorreno = che casualmente si trovano in quella composizione

(11) incompassibilità = incompatibililtà
genetrice, di fuora, emispero = genitrice, da fuori, emisfero
mandarle e cacciarle; la quale la manda e la riscuote da sé = partorirle ed emetterle; che essa partorisce ed estromette
la quale con il suo scuotersi è potente di racquistare = che con rapido cambiamento la notte è in grado di riacquistare

(12) essendo io in intenzione = avendo l’intenzione
moral filosofia = filosofia etica
genitura = progenie, figliolanza
monade = sostanza singola
si preponeranno alla = predomineranno sulla
irreligione = caduta o perdita del senso religioso
spaccio de la bestia = assoggettamento o sconfitta del lato bestiale dell’uomo