Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Settembre
2002

Graziella Morselli
L'ontologia genetica dopo la crisi del pensiero unico
[Vedi anche la voce:   Differenza di genere]

 

"L’uno ha appreso ormai a nascere dal molteplice
e il molteplice, di nuovo, dal dissolversi dell’uno"
Empedocle, fr. 26

Le filosofe hanno molto combattuto sulle pagine, dalle cattedre, nelle aule delle conferenze e dei seminari, per riuscire a smantellare il grande edificio simbolico della Parola che diceva e imponeva di dire che cosa le donne erano, che cosa volevano, o meglio che cosa avevano da dire, da essere, da volere. Ed ecco il risultato: da una parte c’è chi pensa che non vi sono più parole che significhino "donna" e "uomo" ma vi è solo pluralità e dispersione di sensi, non più differenze definite, ma indifferenza o continuo scambio di parti; dall’altra parte, invece, c’è chi esalta il genere femminile liberato come realtà già presente, ovvero come alternativa da costruire e annuncio di una diversa Parola performatrice di nuovi mondi.

Sul piano pratico rimane in entrambi i casi da capire come e quanto possa essere disponibile nella realtà di ogni donna una scelta per l’uno o l’altro dei modelli (la dispersione o l’epifania), che costituisca in qualche modo il suo nuovo volto, o la parvenza di cui rivestirsi. Sul piano teoretico vi sono ancora molti motivi per chiamare in causa il Soggetto e la sua maschera, sebbene i criteri della ricerca di ciò che fa la differenza appaiano decisamente cambiati, perché essa è divenuta un compito collettivo, un modo costante di procedere per chiarirsi e per riconoscersi reciprocamente, circa il senso del dirsi donna. Ma soprattutto vi è da affrontare la crisi che già investe il nodo stesso della possibilità di dire, di definire, di affermare.

Il problema della denominazione è sorto, infatti, dai cambiamenti radicali che ha subito la vita nelle società avanzate e si è ripercosso sulla filosofia con l’attacco che al suo linguaggio e ai suoi concetti è stato portato dopo Wittgenstein da più parti, soprattutto dall’analitica e dal positivismo. Eppure vi è da chiedersi se termini come genere, differenza, alterità, femminilità, corpo, non meno astratti delle categorie che vorrebbero sostituire, indicano ancora qualcosa una volta portati sul piano speculativo. Vi è chi, trovandosi nelle secche e fra i detriti dell’opera di smantellamento, ha già dato la sua risposta, inaugurando un modo totalmente diverso di dire e di pensare, fuori delle logiche e dal terreno simbolico stesso su cui si è costituita la filosofia. In tal modo, tuttavia, non fa che ribadire una fine della filosofia più volte annunciata, da un punto di vista che ogni volta è dato come nuovo eppure assume volti già noti. Racconto, recitazione, mistica pansessuale, divinazione poetica o sapienziale, sapere pratico, politica del corpo......

Dirsi ancora "filosofe" come sostenitrici della "differenza", è di per se stesso un paradosso: è rientrare nella ripetizione di una metafisica che continua ad autoconfutarsi e autosuperarsi rimanendo se stessa. Nell’impossibilità di sottrarsi a questa Fenice che risorge dalle proprie ceneri, che è il pensiero universale costituito come ordine simbolico del Padre, la maggior parte dei tentativi femministi di uscire dalla struttura e dal linguaggio della filosofia si arenano, o si trasformano in altro. Se rimangono nei ranghi dell’accademia, vengono per lo più confinati in zone specifiche dell’etica, come l’applicazione dei diritti umani, i problemi relazionali, le questioni della bioetica.

Vi è a questo punto da domandarsi se queste vicissitudini facciano parte della generale deriva dell’Universale, che da "pensiero forte" si è fatto debole nelle diverse declinazioni postmoderne, o è andato a disseminarsi e perdersi in funzione di settori specialistici. Ovvero se non finiscano col confermare il sospetto che non abbia senso pensare il genere femminile in sé (per non dire, addirittura, "in sé e per sé").

 

Per parte mia, nella convinzione che la forza e la debolezza della filosofia dipendano soltanto dalla politica culturale di una data epoca, perché in ogni tempo essa elabora teorie astratte e generali a partire dall’empirico e dal concreto, ritengo inevitabile per le donne che pensano misurarsi con le questioni centrali della filosofia. Le quali ruotano pur sempre intorno al discorso dell’essere, che in termini antropologici implica il problema dell’identità, e quindi quelli del soggetto, del corpo, del potere e del sapere. Altrettanto inevitabile è ricorrere ai metodi conosciuti e praticati da sempre nella filosofia, facendone uso come tecniche proprie del sistema, anche soltanto per rovesciarne il senso o spostarne la direzione.

Del resto, da questo uso ritorsivo di categorie e metodi appartenenti al pensiero maschile, si sono ottenuti già risultati notevoli riportando alla luce, con un’opera assidua di scavo, il "non detto" negli scritti dei grandi filosofi. Così da Platone e da Hegel, da Descartes e da Kant, e da altri fino ai viventi, si è fatta emergere la motivazione sessuale profonda del Logos , il cui discorso sublimato, incapace di nominare l’Altro nella donna, la riduce a segno nell’universo dei significati, quindi a oggetto della cultura. E’ un modo di costringere la filosofia a rendere conto delle sue radici nascoste, radici che negli studi di Ida Magli sono state contrassegnate dalla categoria antropologica del "silenzio delle donne" sul quale si basa la Parola potente degli uomini (1)1, mentre da Luce Irigaray sono state indicate nella figura filosofica della "mancanza d’essere", inverso speculare della pienezza d’essere dell’uomo. (2) 2

Sia come elaborazioni teoriche sia come ricostruzioni storiche, gli scritti a firma femminile che hanno compiuto questo lavoro sui testi dei filosofi compongono un catalogo ormai vasto. Tuttavia, di fronte alle grandi questioni della filosofia, hanno ancora il valore di un preambolo che attende il suo sviluppo. Se ci si ferma, infatti, alla prova dimostrata che nel sapere maschile c’è l’ombra femminile, non confessata o rimossa, si finisce col portargli soccorso, evidenziando quei portati corporei, psicologici ed esistenziali dai quali è opportuno che si liberi se vuole ribadire la sua neutralità, e quindi la sua forza di pensiero puro e universale. Il sistema potrà così occultare meglio la sua premessa (o il falso pretesto) che la verità è altra cosa dalla donna.

Un altro risultato del pensiero delle donne sta nell’apporto decisivo che ha dato all’indagine psicanalitica: si trattava di "prendere sul serio" un pensatore come Freud, avvalendosi delle sue teorie per rovesciarne le premesse relative a quello che egli chiamava il "continente nero" della sessualità femminile, come ha iniziato a fare Juliet Mitchell. (3)3 Il continente si è così andato rivelando, grazie soprattutto agli studi di L. Irigaray e di Hélène Cixous. Per esprimerlo occorreva spendere una competenza raffinata sul versante linguistico, al fine di creare una lingua "eccedente", fornita di una propria sintassi, di un sistema di segni, metonimie, metafore, di un ritmo che è un procedere libero da gabbie logiche. Sempre sul versante linguistico, occorre ricordare anche Julia Kristeva, per le sue teorie del rapporto tra il semiotico materno e il simbolico, e Luisa Muraro per il suo ordine simbolico della madre.

Ma da questi contributi sono derivate ricerche di ogni tipo, ramificate in settori parziali o confinanti rispetto alla filosofia, della quale hanno abbandonato gli interrogativi di fondo. Così il pensiero femminile non soltanto si è spostato verso altri terreni, frequentando psicanalisi e psicosociologia, linguistica ed estetica, politica ed economia, ma è spesso ricaduto in uno degli equivoci più antichi: quello che in fatto di etica confonde la conoscenza e la predicazione, la ricerca dei principî e la prescrizione di una morale, l’elaborazione razionale dei rapporti umani con le parole d’ordine di un programma politico. In tal modo, finendo col rafforzare l’abusato messaggio salvifico secondo il quale apparterrebbe al femminile il complesso delle capacità relazionali, oblative, soccorritrici, contrapposto ad un preteso monopolio maschile del potere e della violenza. Miti come quello di Antigone e icone religiose come quelle della Madre di Cristo, operazioni maschili per eccellenza, esercitano ancora tutta la loro suggestione, come efficaci trappole in grado di intralciare anche il cammino verso l’elaborazione intellettuale di un nuovo modo d’essere della donna.

 

A mio avviso, le filosofe possono ormai lasciarsi alle spalle l’opera già compiuta dalla filosofia maschile su se stessa, quando ha dissolto non soltanto la pretesa di dettare sistemi universali, ma anche molti equivoci linguistici e nonsensi logici. Ma sbaglierebbero a rimanere sulla scia del pensiero decostruttivo, nomade, errante per timore di cadere nella metafisica. E’ tempo, invece, che affrontino la sfida dell’ontologia senza pregiudiziali, occupandosi dei corpi e delle menti, degli individui e delle categorie. Devono proporre interrogativi decisivi e andare alla ricerca di fondamenti ma lavorando tra le analogie, le metamorfosi, l’intreccio delle relazioni, ed evitando di impantanarsi nelle dicotomie che conducono al silenzio, nelle opposizioni che contengono germi di morte.

Qui si offre loro una via ben nota ma così mal frequentata da destare giustamente ogni tipo di timore e di rifiuto: l’indagine sul modo d’essere specifico della funzione procreativa. Di questa realtà apparentemente tanto ovvia, va fatta un’analisi in totale autonomia rispetto, sia alla tradizione filosofica sia alle scienze, alla scoperta di quanto è sottaciuto e sottratto al pensiero, e dei motivi di questa oscurità. Nulla vi è di più ovvio, infatti, dell’evento della nascita, eppure l’esercizio aristotelico della meraviglia si è sempre rivolto piuttosto all’evento della morte. L’aveva osservato Hanna Arendt, che accusava il pensiero filosofico di aver posto nella sfera politica la legge della mortalità, "che domina l’inesorabile corso della vita quotidiana", invece che quella della natalità per cui "ogni nuovo venuto possiede la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo, cioè di agire e così interrompere questo corso e crearne altri". (4) 4

Ma in quanto la sfera politica rimane una declinazione dell’etica, oggi è necessaria una duplice traslazione dall’etica all’ontologia della categoria teorizzata da Arendt: la natalità come essere venuti al mondo. Duplice perché, da una parte, si tratta di esplicare dalla natalità ciò che vi è implicato come precedente e ineludibile: la maternità come relazione primaria (corporea e psichica, con il complesso di intenzionalità genitoriali e di socialità istituzionali in cui è inscritta). Dall’altra parte si tratta di ricavarne elementi per recuperare la figura del soggetto, visto come individuo unico e insieme costituito nelle relazioni. Un individuo che apparirà, quindi, anziché semplicemente venuto al mondo, come soggetto e oggetto, al tempo stesso, dell’essere stato messo al mondo, attraverso la relazione originaria e in vista di tutte le relazioni di cui sarebbe andato a far parte.

Il riferimento che per mio conto ho sempre tenuto in vista è quello alla fenomenologia di Husserl. Non pochi sono stati i fraintendimenti del pensiero di questo filosofo, ma la decifrazione e pubblicazione, che ancora si va facendo, del vasto corpo dei suoi inediti, sta restituendone i temi originali. Tra gli altri, il suo concetto del Soggetto, privato di ogni connotato idealistico o spiritualistico, si è delineato come un portato di quell’orizzonte di senso fluente e mutevole, che è tessuto dalle connessioni spazio-temporali di innumerevoli esperienze di vita (erlebnis) intersoggettive. Inoltre sono tornate al centro dell’attenzione le sue analisi fenomenologiche della corporeità e delle relative correlazioni noetico-noematiche, ovvero il complesso delle esperienze, intuizioni, categorizzazioni connesse all’intenzionalità, a partire dal contatto tra i corpi, i sensi, le voci, gli sguardi. (5) 5

Ritengo che alla filosofia delle donne non possa che giovare il recupero di temi come questi e in genere il metodo originario della fenomenologia, se intende impostare la questione della specificità (o dell’essenza) femminile in modo finalmente significativo. Essa non può certo accettare di concepire la maternità come destino e nemmeno di esaltarla come un primato, un monopolio, un diritto esclusivo. Se, infatti, intendesse questo aspetto e questo momento della vita femminile nel senso del partorire e nutrire e avere un legame istintuale, pre-razionale e pre-simbolico con il figlio, non sfuggirebbe allo stereotipo culturale che assegna le donne alla sfera naturale e le esclude dal potere e dalla Parola. Non di rado il pensiero femminista finisce col prendere suo malgrado questa falsa piega, a forza di sottolineare le "anime belle" della differenza.

Al contrario, per realizzare le due forme di traslazione dall’etica all’ontologia che ho indicato, mi sembrano da prendere in seria considerazione alcuni dei costrutti che sono alla base della concezione husserliana del mondo della vita (Lebenswelt). Sono fondamentali, infatti, per articolare il tema della maternità, i costrutti della "predatità affettiva corporea" (6) 6, della prima empatia, dei nessi generativi dell’intenzionalità con le corrispondenti connessioni delle generazioni umane nella "onnicomprensiva coscienza interna del tempo" (7)7. Una volta riportata la pienezza dell’esperienza vissuta entro concetti astratti come quelli di natalità, riproduzione, genitorialità, e operata questa nuova costituzione del senso dell’origine, il soggetto viene restituito alla filosofia nella sua interezza di essere umano concreto, e la filosofia può liberarsi dal suo asservimento alle scienze biogenetiche e psicogenetiche.

Per il pensiero delle donne si profila un investimento ancora più redditizio: anziché trovarsi relegato in una secondaria specificità, costretto alla difesa dai poteri culturali dominanti, ridotto a sognare improbabili alleanze etico-politiche tra donna e uomo, inizierebbe il suo cammino verso nuovi fondamenti per l’universale. Si tratterebbe di costruire, secondo le parole dello stesso Husserl, "un’ontologia genetica, ovvero una teoria in grado di rispondere alle domande su ciò che veramente è l’essere umano in quanto venuto al modo e capace di mettere al mondo". (8)8

Ovviamente, il cammino è da compiersi sul terreno fenomenologico, ossia operando l’epoché o riduzione rispetto al senso comune che presume di afferrare la realtà delle cose, e prendendole invece nel fluire dell’esperienza che le costituisce, per la quale "il vero essere è un’idea disposta all’infinito" (9).9 Il punto da tenere in vista sarebbe quindi la trasformazione dei concetti che ruotano intorno alla maternità (derivati dal senso comune, dalla morale tradizionale, dalla scienza) in un modello cognitivo esposto alle trasformazioni della realtà e quindi sempre in costruzione, mai definitivo, come in particolare richiedono i nostri tempi di invasione delle tecniche genetiche nella sfera riproduttiva. Ma un modello di tal genere consentirebbe la comprensione dell’esperienza vissuta nella vita relazionale di uomini e donne. E porre le basi di quella che potrebbe diventare una comunità di generanti, nella luce mai spenta del disegno utopistico di Kant sulle condizioni di una pace universale.

Infatti, dal momento in cui le donne si riconoscano protagoniste reali o potenziali del significato che ha il legame originario nell’esperienza soggettiva e nella vita culturale, ne svelino le tante forme del suo occultamento, si facciano portatrici delle ragioni che coinvolgono tutti nel suo riconoscimento, la loro filosofia potrà elaborare il senso della comunità generativa in molteplici forme simboliche, costruirne il linguaggio, estenderne la portata in ogni campo. Il mettere al mondo sarà visto come un evento che oltrepassa le sfere della biologia come del diritto, dell’affettività come della demografia, della competenza pubblica o della tutela come ambito privato. Diventerà il centro di un sentire e di un sapere tendenzialmente universale perché da tutti consaputo, condivisibile e indefinitamente aperto, interattivo, multipolare, senza confini.

Un programma come quello che ho delineato, se pure si presenta nella prospettiva dell’utopia, non appartiene tuttavia ai generi del moralismo, della critica armata, della chiamata alla lotta frontale contro l’ordine dominante: appartiene, invece, all’esercizio deduttivo che nasce dalla ricerca dei principî, ricerca che sempre risorge nell’associazione tra esperienza e razionalità.

 

Note

1 Cfr.: I, Magli, Potere della parola e silenzio delle donne, in Alla scoperta di noi selvaggi, Rizzoli, Milano 1981;

2 Cfr.: L. Irigaray, Speculum. De l’autre femme, Editions de Minuit, Paris 1974 ;

3 Cfr.: J. Mitchell, Psycanalys and Feminism, Pantheon Books, New York 1974;

4 H. Arendt, The human Condition, University of Chicago, 1958, tr. it. S. Finzi, Vita activa, La condizione umana, Bompiani, Milano 1991, cap. II, p. 41;

5 Cfr. di E. Husserl, oltre alle opere pubblicate in vita, gli scritti postumi editi in Husserliana, M. Nijhoff, Den Haag dal 1950 in poi;

6 Cfr.: Id., Universale Teleologie (Ms E III 5), e Das Kind, die Erste Einfülung (Ms K III 11) in Husserliana, cit. XV, 1973;

7 Id., Cartesianische Meditationen, V, in Husserliana, cit. I, tr. it. F. Costa, Bompiani, Milano 1989, p. 72;

8 Ivi, p. 158;

9 Id., Idee zu einer reinen Phänomenologieschen Philosophie, t. II, Beitrage XII, Husserliana cit., IV, tr. it. E. Filippini, Einaudi, Torino 1965, p.742;Voita activa, La condizione umana, Bompiani, Milano 1991, cap. II, p. 41;