Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Dicembre 2008

Elena Maggio
Pratica filosofica e filosofia come discorso
La filosofia come modo di vivere e come pratica discorsiva nella Grecia classica
La scuola come comunità e gli esercizi spirituali  nelle filosofie elleniste
[Vedi Socrate, Platone, Aristotele, Identità della filosofia, Pratiche filosofiche]

"La maggior parte delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall’alto di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che tuttavia sfugge, a persone del genere, è la filosofia ininterrotta che ogni giorno si vede esercitata in modo perfettamente uguale a se stessa… Socrate non faceva disporre sedili per gli uditori, non si sedeva in una cattedra professorale; non aveva un orario fisso per discutere o passeggiare con i suoi discepoli. Ma scherzando con loro, bevendo o andando alla guerra o all’agora, e alla fine andando in prigione e bevendo il veleno, egli ha filosofato. E’ stato il primo a dimostrare che, con ogni tempo e in ogni luogo, in tutto ciò che ci accade e in tutto ciò che facciamo, la vita quotidiana dà la possibilità di filosofare."
(Plutarco)

1. La filosofia come modo di vivere: la figura di Socrate
1.1. Una scelta di vita
Se oggi parliamo di «filosofia» è perché i Greci per primi hanno utilizzato questa parola che significa "amore per la saggezza" e perché la tradizione della filosofia greca si è trasmessa al medioevo e quindi alla modernità. Solitamente si studia la filosofia come un susseguirsi di teorie atte a spiegare l’universo e il significato della vita dell’uomo e si considera la scelta di vita fatta dal filosofo come qualcosa sì di conseguente a tali teorie, ma come aspetto non fondamentale. Questa visione non è però applicabile alla filosofia antica, non perché tali teorizzazioni non siano in essa presenti, ma perché da Socrate in poi discorso filosofico e scelta di vita appaiono profondamente legati, quasi indissolubili. La scelta di vita non è la mera conseguenza di sistemi di pensiero, ma si colloca addirittura all’inizio di questi processi. Il discorso filosofico prende forma proprio a partire da una scelta di vita, all’interno di un orizzonte che comprende la critica ad altre posizioni esistenziali, la visione del mondo e di un certo modo di vivere, la decisione volontaria di aderire ad un preciso modello. Ecco anche spiegato il fatto che i filosofi antichi si collocano sempre all’interno di un gruppo o di una scuola, le quali esigono dall’individuo una scelta esistenziale che impegna tutta la sua persona. Il discorso filosofico è quindi l’elaborazione e la giustificazione razionale di una scelta di vita; esso è insieme mezzo ed espressione di questa opzione esistenziale. Discorso e scelta di vita non si devono contrapporre come aspetto teoretico e pratico della filosofia perché a sua volta il discorso ha anche un aspetto pratico, producendo effetti sull’interlocutore o lettore, e la scelta di vita un aspetto teoretico perché aiuta a percorrere la strada del puro sapere e della contemplazione. Basti pensare a Socrate: è possibile scindere il discorso del filosofo dalla sua scelta di vita e di morte?

1.2. Il dialogo socratico
La figura di Socrate ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione del filosofo e della filosofia date da Platone. Anche se ricostruire con oggettività storica la sua persona è impossibile, giacché tutto ciò che sappiamo ci è pervenuto unicamente dalle testimonianze di coloro che lo conobbero e ne furono discepoli, Platone in primo luogo, possiamo sicuramente sostenere che con Socrate si afferma l’idea stessa di filosofia intesa come discorso, pensiero legato ad un certo modo di vivere e come modo di vivere legato ad un certo discorso. La stessa forma dialogica in cui Socrate svolge quasi sempre il ruolo di colui che interroga non fu un’invenzione platonica, ma apparteneva ad un genere particolare, quello del "dialogo socratico", la cui forza non risiedeva esclusivamente nel susseguirsi di domande e risposte, quanto piuttosto nel ruolo centrale svolto da Socrate.
Nell’Apologia, Platone ricostruisce il discorso di Socrate pronunciato durante il processo che lo condannò a morte e narra della risposta data dall’oracolo di Delfi alla domanda di Cherefone, amico di Socrate, che aveva chiesto se esistesse uomo più sapiente di Socrate. La risposta, «degli uomini tutti Socrate è il più sapiente», segnò tutta l’esistenza del filosofo e ne indirizzò il cammino intellettuale. Le domande rivolte da Socrate agli uomini considerati tra i più sapienti - uomini di stato, poeti, artigiani - rivelavano che essi credevano di sapere, ma che in realtà nulla sapevano. Se Socrate è allora considerato il più sapiente di tutti gli uomini, è perché egli non pretende di sapere ciò che non sa. Ciò significa che tutte le conoscenze e regole che il filosofo vede intorno a sé, una volta esaminate, appaiono non giustificate o addirittura contraddittorie. "So di non sapere": è questa la differenza tra Socrate e gli altri uomini, perché solo lui è cosciente del suo non sapere, ossia è cosciente di quella verità di cui egli rivela l’assenza nel mondo e nelle persone che lo circondano.
Di qui il compito che Socrate si propone, ovvero rendere consapevoli i suoi interlocutori della loro non-sapienza attraverso l’arma ben nota dell’ironia. Con domande precise, Socrate mirava a mettere in difficoltà l’avversario, mostrando come la verità di questi non fosse incontrovertibile, ma al contrario fondata su abitudini, false credenze. Questo atteggiamento non si fermava però alla presa in giro dell’interlocutore, alla sua sconfitta; se anche Socrate non ci fornisce una soluzione alle questioni affrontate, presentando in questo modo una visione della verità "povera", consistente appunto nel "sapere di non sapere", in realtà questa verità è anche "ricca", nel senso che coincide con il percorso da intraprendere per trovare quel vero sapere che ora si sa di non possedere. Sapere di non sapere, quindi, è per Socrate già essere, in qualche modo, nella verità. E’ una vera e propria rivoluzione questa del tradizionale concetto di sapere. Non solo perché viene messo in crisi il sapere convenzionale e fondato sui pregiudizi della maggior parte degli uomini, ma perché vengono criticati allo stesso tempo anche coloro che sono convinti di possedere il vero sapere. Fino a Socrate coloro che avevano affermato di essere sulla via della verità erano stati o gli antichi maestri di saggezza come Parmenide, Empedocle ed Eraclito, che opponevano il loro pensiero all’ignoranza della folla, oppure i sofisti che sostenevano di poter insegnare e vendere il loro sapere a tutti gli uomini. Ecco la rivoluzione: per Socrate il sapere non consiste in un insieme di teorie o di proposizioni che si possono insegnare ed apprendere già confezionate. Esso è invece qualcosa che si genera all’interno di ogni singolo individuo; ecco perché Socrate fa la parte della levatrice e perché non pretende di insegnare nulla. La verità si trova nell’anima di ciascuno e potrà essere scoperta solo dopo aver raggiunto la consapevolezza che il sapere fino ad allora posseduto era in realtà un falso sapere, un sapere vuoto.
E’ per questo che Socrate viene paragonato ad un tafano che "infastidisce", che non dà tregua ai suoi interlocutori, costringendoli a mettersi in discussione, a ripensare a tutto ciò che si considera vero e stabile, a prendersi cura di se stessi in modo nuovo. "Per Platone, è un fatto, la scienza vera, degna di questo nome, non si apprende dai libri e non si impone dall’esterno all’anima, la quale, invece, in se stessa e col proprio travaglio interiore l’attinge, la scopre, la crea. Le domande che Socrate - cioè colui che sa - pone, risvegliano, fecondano, indirizzano l’anima (in ciò consiste la celebre maieutica), ma è questa tuttavia che, sola, deve dar loro risposta."
Diventa allora centrale non solo mettere in dubbio il sapere che crediamo vero e stabile, ma soprattutto mettere in questione noi stessi e i valori che guidano la nostra vita. L’effetto che produce il discorso di Socrate è infatti proprio questo: dopo aver parlato con lui, l’interlocutore non sa più quali siano i motivi secondo cui egli agisce e diventa cosciente delle contraddizioni in cui si imbatte quando tenta di giustificare la sua condotta e le sue idee. Di qui il dubbio, la crisi interiore che richiede una nuova interrogazione su se stessi, una rinnovata ricerca su ciò che ci fa muovere.
Il problema allora è duplice: sapere che cos’è la cosa di cui si sta parlando, ovvero trovare la definizione dell’universale che è l’idea o la regola secondo cui il particolare si realizza, e insieme scegliere di essere in un determinato modo: "Non mi preoccupo affatto per le cose di cui si preoccupa la maggior parte della gente: affari, denaro, amministrazione di beni, cariche di stratega, successi oratori in pubblico, magistrature, coalizioni, fazioni politiche. Non ho intrapreso questa via … ma quella grazie alla quale, a ciascuno di voi in particolare, potrò arrecare il maggiore dei benefici tentando di persuaderlo a preoccuparsi meno per quello che possiede che per quello che è lui stesso, al fine di diventare il più possibile eccellente e ragionevole."

1.3. Saper vivere
La definizione del filosofo che fornisce Platone nel Simposio è quella dell’uomo desideroso di saggezza, di colui che morde con i suoi discorsi il cuore degli interlocutori come una vipera, dice Alcibiade, attraverso l’emozione e l’amore che suscita, attraverso lo stesso esempio dato dalla sua condotta. Ma c’è un sapere o una dottrina verso cui Socrate indirizza o ciò che prima abbiamo detto essere l’aspetto ricco della verità è solo un contenitore vuoto che ognuno poi deve riempire guardando dentro se stesso? In realtà il sapere di Socrate non fornisce tanto concetti, quanto piuttosto quei valori che presiedono all’intenzione e all’azione morale. Il sapere in questa prospettiva non è, come si è sottolineato, un insieme di teorie, ma piuttosto un saper vivere secondo ciò che è giusto, ciò che è moralmente giusto. E secondo Socrate è nell’interiorità di ciascuno che è presente questo innato desiderio del bene e suo compito è proprio quello di aiutare a scoprire quale sia questo vero bene e come realizzarlo. Il contenuto del sapere socratico risiede fondamentalmente nel "valore assoluto dell’intenzione morale e nella certezza che scaturisce dalla scelta di tale valore". Nulla può accadere di male ad un uomo che vive secondo il bene, unico male essendo proprio la colpa morale. A partire da ciò si capisce perché Socrate ritenesse imprescindibile l’esame della propria vita, delle proprie intenzioni e scelte: "una vita che non metta se stessa alla prova, non è degna di essere vissuta".
Socrate ci appare così un filosofo coinvolto in modo profondo con il mondo e allo stesso tempo da esso separato. Che cosa significa, infatti, criticare e sradicare tutte le abitudini, i pregiudizi, i modi di vita usuali, se non allontanarsi da quella che è la vita quotidiana, normale che ripete se stessa senza interrogarsi sui suoi fondamenti? Ma non ci si confonda. Ciò non equivale a sottrarsi alla cura della città e degli altri, ma anzi significa occuparsene in modo ancora più autentico. Non si spiegherebbe altrimenti il rifiuto di Socrate di sottrarsi alla condanna delle leggi ateniesi, leggi che, seppure ingiuste, non possono venire trasgredite, pena un non riconoscimento della città di Atene e del consesso sociale, unico luogo in cui l’individuo, insieme agli altri, può essere giusto.
Richiamiamo a questo punto la citazione di Plutarco che ci è servita da incipit: Socrate ha certo trasceso uomini e cose, trascesi nella loro inconsapevolezza, nella ricerca di quella verità coincidente con la virtù che sola rende la vita degna, ma trascesi all’interno del mondo, perché non può esserci vera filosofia se non nel quotidiano.

 

2. La filosofia come pratica discorsiva: l’Accademia e il Liceo
Platone ha quindi presentato Socrate quale figura emblematica del filosofo, come colui che cerca attraverso il proprio discorso filosofico e la propria scelta di vita di raggiungere quello stato ontologico che è la saggezza.
Nel Simposio, Socrate ed Eros sono fortemente intrecciati, in quanto desiderio di ciò che è saggio e bello e insieme desiderio di fecondità. L’amore è infatti creatore e fecondo, tanto nel corpo - come capacità di generare - quanto nell’anima - come creazione di opere di ingegno -. E’ infatti l’amore ciò che permette di elevarci dalla contemplazione della bellezza dei corpi sensibili fino alla bellezza in sé ed è questa tensione che anima il filosofo, questa volontà di raggiungere ciò che non possiede, la saggezza, che appartiene in modo completo solo agli dèi.

2.1. L’educazione filosofica
Tuttavia per Platone la forma più alta di intelligenza consiste nella realizzazione di una condotta giusta che riguarda tanto la propria persona quanto il governo della città e delle sue istituzioni. E così si può anche spiegare l’esigenza sentita dal filosofo di fondare una scuola, luogo privilegiato per svolgere il compito di educatore e per realizzare quella comunione di vita tra maestri e discepoli così feconda per la crescita spirituale. "Si potrebbe dire anche di più: l’opera platonica è interamente sollecitata da preoccupazioni politiche e i problemi da noi studiati … - il dialogo, l’insegnamento filosofico, i criteri e i mezzi della formazione di una classe scelta - non sono che problemi fondamentalmente politici." E fondamentale fu il peso politico della condanna e della morte di Socrate. La volontà dell’educazione filosofica degli uomini influenti della città era quindi il primo passo da compiere per portare giustizia nella vita pubblica e privata e l’Accademia platonica, attraverso la ricerca di un sapere razionalmente fondato unito all’amore per il bene, mirava proprio alla formazione di uomini nuovi. In attesa della fondazione della città perfetta, Platone tentava di creare per i suoi discepoli quelle condizioni ottimali di vita affinché essi potessero esercitare il governo di sé secondo le norme di questa città ideale. Lo stesso percorso che segnerà anche l’esperienza della maggior parte delle scuole filosofiche dell’antichità.
Nell’Accademia si insegnavano geometria e altre scienze matematiche, materie il cui insegnamento possedeva anche uno scopo etico: esse servivano infatti a purificare lo spirito dalle sbiadite rappresentazioni dei sensi. Fondamentale era poi il ruolo della dialettica, tecnica di discussione che prevedeva regole precise. Veniva proposta una tesi sotto forma di proposizione interrogativa (ad esempio: può essere insegnata la virtù?) che veniva difesa e attaccata rispettivamente da due interlocutori. Non era questa una semplice esercitazione di logica, cosa pericolosa perché poteva indurre i più giovani a credere che qualsiasi tesi potesse essere indifferentemente difesa o attaccata, ma un vero e proprio esercizio spirituale perché spingeva gli studenti a cercare insieme, attraverso lo strumento del discorso razionale, un accordo. Nulla a che vedere quindi con l’eristica, ossia con quella degenerazione della sofistica quale arte che riteneva di saper confutare qualsiasi cosa si dicesse, vera o falsa che fosse. La verità veniva scoperta da un lato a partire dalla comune volontà degli interlocutori di trovarla, dall’altro perché essi erano consapevoli che solo con il superamento della parzialità di ciascun punto di vista era possibile cogliere quel logos universale che ci apriva alla conoscenza della vera realtà.

2.2. Il dialogo, strumento di trasformazione
Dialogare significava così per gli interlocutori porsi sì come soggetti, ma insieme trascendersi alla ricerca di quel logos superiore ad ogni limitata individualità. Il dialogo quindi non era solo un esercizio tra gli altri, ma era il mezzo della trasformazione del singolo, ciò attraverso cui si imparava a vivere in maniera filosofica "nella volontà comune di portare avanti una ricerca disinteressata coscientemente in opposizione con il mercantilismo sofista". Il sapere non era dunque per Platone, come già per Socrate, una conoscenza puramente astratta, ma qualcosa che coinvolgeva tutta l’anima, tutta la vita morale dell’individuo. Così con l’affermazione che la virtù è scienza non si intendeva una conoscenza solo teorica, ma piuttosto una conoscenza capace di volere e scegliere il bene, in cui cioè pensiero, volontà e desiderio convergessero, grazie ad una profonda educazione dell’uomo che mirasse ad una vita buona, ovvero alla salvezza di tutta l’anima.
Salvare l’anima significava vivere, quindi, secondo la virtù e non il piacere, comportava il diventare padroni di se stessi seguendo la propria parte più elevata, ovvero l’anima, e separandola dal corpo al fine di purificarsi dalle passioni, dai fastidi e dalle limitazioni che questo impone, per accedere alla purezza dell’intelligenza. L’io in questo senso trascende se stesso, ovvero la sua parte sensibile e mortale, identificandosi con il logos, condizione della pura contemplazione del vero. Questo non equivale, lo sottolineiamo, a porre una distinzione tra vita contemplativa e vita attiva, ma tra la vita condotta dai filosofi, che consiste nel seguire la via della giustizia trovata dall’intelligenza, e quella dei non filosofi, che si fanno guidare da false apparenze e da pregiudizi. In questo senso, allora, la filosofia è esperienza vissuta che impegna tutta l’anima e la verità stessa presenta un carattere pratico, sia perché deve guidare la vita dell’uomo, sia perché lo scopo supremo della vita è produrre nell’uomo la contemplazione della verità.
Si spiega così l’importanza della fondazione di uno "stato etico", ossia di uno stato che mira alla realizzazione del Bene. E se la filosofia deve guidare la vita dell’uomo, essa dovrà necessariamente guidare anche gli stati: "Non è possibile per gli Stati la cessazione dei mali e neppure per il genere umano, se i filosofi non regnano negli Stati, o quelli che ora chiamiamo re e principi non praticano genuina e buona filosofia e se non si congiungono insieme potere politico e filosofia, e se non si estromettono con la forza tutti coloro che tendono solamente all’una o solamente all’altra."

2.3. La filosofia come modo di vita teoretico
La rappresentazione che abitualmente si ha della filosofia aristotelica è che essa si distanzi da ciò che abbiamo visto caratterizzare quella platonica, ossia questa intima unione tra teoria e pratica; la filosofia di Aristotele, affermando la necessità che il sapere debba venire cercato per se stesso, sembra volerci dire la sua separazione dal mondo della vita.
Se anche Aristotele fu per vent’anni membro dell’Accademia di Platone e se nella scuola da lui poi fondata, il Liceo, si viveva più o meno seguendo le stesse regole dell’Accademia, ciò nonostante vi era una netta differenza tra le due scuole. L’Accademia platonica aveva una finalità essenzialmente politica, secondo l’idea presentata di intreccio tra filosofia e politica. La scuola di Aristotele, invece, formava alla sola vita filosofica, in quanto l’insegnamento politico era destinato ad un pubblico più ampio e questo perché Aristotele riteneva che i due campi, filosofico e politico, fossero comunque distinti. La felicità che all’uomo viene dalla pratica della virtù nella città è secondaria rispetto a quella che viene dalla completa dedizione alla vita dello spirito, la parte più sublime dell’uomo, e che esige una totale indipendenza nei confronti delle cose materiali e degli affanni conseguenti alla vita attiva. La vita secondo lo spirito è dunque cercata e amata per se stessa e conduce alla forma più elevata di felicità, una felicità quasi sovrumana se è vero che l’intelletto, che è la parte essenziale dell’uomo, è insieme qualcosa di divino che spinge l’individuo ad essere quasi al di sopra di se stesso. Come per Platone, anche per Aristotele la scelta di vita filosofica conduce l’uomo a ricercare un io superiore che sappia accedere ad un punto di vista universale e trascendente.
Come per Platone la saggezza appartiene solo agli dei ed il filosofo è colui che, desiderandola, tende ad essa senza peraltro mai raggiungerla, così pure per Aristotele la vita secondo lo spirito è qualcosa che l’uomo riesce a realizzare pienamente solo in rari momenti, e questo per l’infinita distanza che separa l’uomo da Dio, e quindi il filosofo dalla saggezza. Il resto del tempo il filosofo prosegue nella sua ricerca spirituale ed è in questa attività che egli può trovare la felicità.
Per Aristotele la filosofia è dunque un modo di vita teoretico. E’ necessaria una piccola digressione sul significato del termine "teoretico" per non confonderlo con "teorico". "Teorico" è un termine che, se anche non utilizzato dal nostro filosofo, significava "ciò che si riferisce ai procedimenti". Ora "teorico" si oppone a "pratico" in quanto astratto, speculativo. Aristotele, invece, utilizza solo il termine "teoretico", intendendo da un lato quel modo di conoscenza che ha come scopo il puro sapere e dall’altro quel modo di vita che si pone come finalità questo modo di conoscenza. In questa accezione, dunque, teoretico e pratico non si oppongono perché il termine "teoretico" può venire usato per definire una filosofia praticata e dedita alla ricerca della verità e quindi apportatrice di felicità. Scrive Aristotele: "La vita pratica non è necessariamente volta agli altri, come pensano alcuni, e non sono soltanto quei pensieri che mirano a un risultato, prodotto dall’agire, ad essere «pratici»; infatti sono molto più «pratiche» le attività dello spirito e le riflessioni che trovano il loro fine in se stesse e vengono sviluppate in funzione di se stesse".
La filosofia teoretica diventa così allo stesso tempo etica nel senso che, come la vita deve scegliere quale valore-guida solo ciò che sia veramente virtuoso, quindi farsi illuminare dall’idea del bene, "allo stesso modo la praxis teoretica - è Aristotele stesso che ci porta ad arrischiare questa formula apparentemente paradossale - consiste nel non scegliere altro fine che la conoscenza, a volere la conoscenza di per se stessa, senza perseguire altro interesse particolare ed egoistico… Si tratta di un’etica del disinteressamento e dell’obiettività".

2.4. Il piacere della contemplazione
Ma come era organizzata esattamente all’interno della scuola questa vita secondo lo spirito? Sappiamo infatti che Aristotele abbracciò i più svariati settori della ricerca: storica, sociologica, psicologica, scientifica. Si classificavano i fatti, se ne rintracciavano le cause, si stabilivano analogie a partire dall’osservazione e dalla riflessione che concernevano sia l’orizzonte delle cose generate che ingenerate. Il piacere, la gioia che risultava dalla conoscenza di entrambi gli ambiti dipendeva dal fatto che in essi si ritrovavano le tracce di quella realtà da cui dipendono tutte le cose, di quel principio primo che muove tutte le cose come l’oggetto dell’amore muove l’amante. Come per Platone, anche per Aristotele allora la conoscenza si lega all’amore e al desiderio. Il piacere che deriva dalla contemplazione degli esseri è simile a quello conseguente alla contemplazione dell’essere amato: ogni cosa contemplata è infatti bella per il filosofo perché egli è capace di guardarla nella prospettiva del disegno generale della natura e della sua organizzazione, secondo quel principio primo che rappresenta il supremo desiderabile. E infatti "il supremo desiderabile e il supremo intelligibile si confondono". Ancora una volta troviamo quel connubio tra vita contemplativa e dimensione etica che si realizza nella vita filosofica, unica che permette quel distacco dagli affanni delle cose materiali e da se stessi grazie al quale l’uomo può innalzarsi al livello dello spirito, dell’intelletto che costituisce il suo vero io. Questa perfezione non appartiene però all’intelletto umano; l’uomo può comunque sforzarsi di costruire le condizioni che lo potranno avvicinare a questo stato secondo un programma ideale di ricerca che rappresenta un invito ad elevarsi verso questa beatitudine che è la saggezza.
Le opere di Aristotele non rappresentano quindi l’esposizione esauriente di una dottrina, non costituiscono le differenti parti di un sistema che spiega la realtà nella sua interezza. I testi che conosciamo rappresentano i materiali di preparazione dei corsi tenuti nella sua scuola; sono quindi testi che non avevano lo scopo di informare, ossia di insegnare un sistema di pensiero chiuso in se stesso e completo, ma di formare, cioè di trasformare gli individui facendo loro vivere e sperimentare il modo di procedere della ragione e la norma del bene. Questa era dunque la vita teoretica, una vita di discussione, di ricerca condotta insieme, perché nulla poteva il discorso da solo se non c’era il coinvolgimento dell’uditore: "…quelli che hanno appena incominciato ad apprendere una scienza ne intrecciano le frasi, ma ancora non ‘sanno’: bisogna, infatti, compenetrarsi negli argomenti, e questo richiede tempo…". Per Platone ed Aristotele, quindi, non è sufficiente ascoltare chi insegna, ma bisogna frequentare a lungo i concetti, fare esperienza, osservare, familiarizzare con i processi dell’intelletto per realizzare un autentico sapere. Lo stesso vale per l’ambito pratico: non basta fare discorsi filosofici sulla virtù per essere virtuosi, è necessario invece esercitarsi a metterla in pratica.
Abbiamo quindi visto come tanto per Platone che per Aristotele fosse centrale, attraverso il discorso filosofico, contribuire alla crescita e alla perfezione dell’individuo. Se per Platone questo compito doveva essere assolto dai filosofi che nel contempo erano anche, quindi, uomini politici, facendo di loro degli individui dediti tanto alla contemplazione quanto all’azione, per Aristotele l’attività del filosofo si limitava a formare gli uomini politici, il cui compito era quello di garantire le condizioni affinché i cittadini potessero vivere secondo virtù. Il filosofo era invece colui che si dedicava interamente alla ricerca disinteressata, allo studio e alla contemplazione. Seppure con questa differenza, per entrambi la filosofia risultava essere compenetrazione di discorso e modo di vita ed il filosofo colui che conduceva una vita filosofica e che formava e trasformava gli individui, attraverso il suo insegnamento ed esempio.