Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Elena Maggio
Pratica
filosofica e filosofia come discorso
La scuola come
comunità e gli esercizi spirituali nelle filosofie elleniste
La
filosofia come modo di vivere e come pratica discorsiva nella Grecia classica
[Vedi Epicuro,
Stoicismo, Identità
della filosofia, Pratiche
filosofiche]
1. La scuola come
comunità
1.1. L’età ellenistica
Quando si parla di età
ellenistica tradizionalmente ci si riferisce a quel periodo della storia che
coincide con l’espansione della cultura e della civiltà greca dall’Italia
fino all’Oriente, cioè a quel periodo che va dalle straordinarie imprese di
Alessandro il Grande fino al dominio romano, quindi dalla fine del IV secolo
a.C. sino alla fine del I secolo a.C. È proprio con Alessandro, infatti, che il
mondo greco incontra culture e civiltà lontane - quella egiziana, siriaca,
persiana -: le tradizioni, le idee, le religioni si fondono in un processo
unificante che segnerà tutta la cultura occidentale.
Con la morte di Alessandro
nel 323 a.C. l’immenso impero da lui conquistato si suddivise, dopo una serie
di lotte tra i suoi generali, in tre grandi regni: la Macedonia con capitale
Pella, l’Egitto con capitale Alessandria ed infine la Siria con capitale
Antiochia. Questo processo vide la mescolanza non solo dei diversi elementi
caratterizzanti le civiltà in esso coinvolte, e quindi la nascita di una lingua
comune - la koiné - formatasi attraverso la fusione dei dialetti greci
con le lingue orientali e lo sviluppo delle arti figurative e letterarie che
unirono tradizione greca ed orientale, ma soprattutto vide la costituzione di
grandi apparati statali al cui interno crescevano le città: queste, però, non
mantennero lo stesso ruolo guida che avevano svolto nella grande Grecia. La
Grecia delle poleis cambia volto: la nuova realtà politica è ora
gestita da sovrani potenti che governano attraverso la loro corte ed il loro
apparato burocratico degli individui che assomigliano sempre più a dei
governati, a dei sudditi piuttosto che a dei liberi cittadini. La vivace vita
politica e culturale che aveva caratterizzato la polis ed il suo
cittadino scompare: non nel senso che la civiltà greca abbia assistito, nel
contatto con il mondo orientale, alla sua decadenza (anzi, in questo periodo vi
fu una straordinaria attività filosofica e scientifica), ma nel senso che venne
meno quel legame tra il cittadino e la polis quale punto di riferimento
di tutto il sistema di valori a cui gli individui guardavano per orientarsi nel
mondo. L’uomo non era più prevalentemente il membro attivo di una comunità
in cui trovava il codice morale da seguire, le pratiche religiose da
compiere, i valori a cui riferirsi e la stessa percezione della sua identità in
quanto cittadino: "la città esisteva ancora, ma le sue mura erano crollate
e la sicurezza e la forma definita che, insieme ad alcune restrizioni, ne
derivavano, erano svanite".
Viene così meno la
convinzione secondo la quale è la città a misurare il buon cittadino a partire
dal suo retto vivere all’interno di essa, e la filosofia, che fino ad allora
si era mossa su questo terreno, vede cadere i suoi presupposti. In realtà,
questa lettura che porta ad affermare che la filosofia, di fronte all’incapacità
di operare nella città, si trovò quasi obbligata a volgersi all’interiorità,
in qualche modo semplifica le cose. Filosofi come Platone ed Aristotele erano
sì interessati alla vita nella città, avevano sì approfondito rigorosamente
il loro pensiero politico, ma di fronte all’impotenza di guarire la città
dalla corruzione, entrambi credevano si dovesse ricorrere alla pratica della
filosofia, alla vita secondo lo spirito. E d’altronde molti filosofi dell’età
ellenistica parteciparono attivamente all’attività politica, in qualità di
consiglieri di principi o di ambasciatori di città, come testimoniano molte
iscrizioni con funzione onorifica loro dedicate: "… i filosofi non hanno
mai rinunciato alla speranza di cambiare la società, per lo meno proponendo l’esempio
delle loro vite."
L’avventura di
Alessandro non sembra, quindi, essere stata causa di trasformazioni che resero
la filosofia irriconoscibile. Lo spirito socratico è ancora vivo ed emerge
soprattutto nella incessante ricerca di una regola capace di guidare l’individuo
nella vita e nella conoscenza, al fine di raggiungere quella sicurezza e
tranquillità d’animo necessarie per far fronte all’instabilità e all’incertezza
delle cose umane, alla miseria e all’ignoranza in cui gli individui si trovano
immersi.
Con ciò non si vuole
affermare che le diverse filosofie presenti nell’età ellenistica siano un
semplice prolungamento del ricco pensiero che le ha precedute: proprio il crollo
del ruolo guida che era appartenuto alla polis inaugura un’epoca in cui
è principalmente alla filosofia che si chiedono quelle risposte indispensabili
all’uomo per vivere. È alla filosofia ora che ci si rivolge per trovare
quella visione unitaria del mondo in grado di indirizzare la vita che la polis
non è più in grado di fornire.
1.2.
Le scuole ellenistiche1.3. La filosofia come terapia
Abbiamo tracciato un breve
quadro della situazione in cui si sono sviluppate le diverse scuole filosofiche
nell’età ellenistica. Cercheremo ora di scoprire, all’interno delle
diversità dottrinali che li contraddistinguono, quali sono i tratti comuni del
filosofare e del filosofo ellenistico.
Ogni scuola filosofica si
contraddistingue per la scelta di uno specifico modo di vita, per una precisa
opzione esistenziale. Il punto di partenza comune a tutte queste dottrine è
comunque il riconoscimento della situazione di ignoranza e di angoscia in cui l’uomo
normalmente si trova. Ma il male che i filosofi vedono nel mondo, non appartiene
tanto alle cose, quanto piuttosto ai giudizi di valore che gli uomini
attribuiscono alle cose stesse. Sono gli uomini che decidono se le cose sono
buone o cattive, dando ascolto a volte alle convenzioni sociali, a volte al loro
interesse personale ed egoistico, altre ancora alle semplici circostanze. Le
cose in se stesse non sono cariche di tutti questi significati e conseguenze. Si
tratta allora, e questo secondo tutte le scuole di cui ci stiamo occupando, di
curare gli uomini e di curarli proprio intervenendo su questi giudizi di valore.
Ma per modificare i giudizi di valore è necessario che l’uomo compia una
scelta che vada a coinvolgere tutto il suo modo di pensare ed il suo modo di
essere. Questa scelta radicale è la filosofia stessa, la quale permette all’uomo
di raggiungere la pace interiore, l’equilibrio, la tranquillità dell’anima.
Possiamo così affermare che la filosofia svolge in questo periodo una funzione
terapeutica: essa cura l’anima, la sottrae alle false opinioni, la salva quasi
fosse un medico che cura il suo paziente dalle malattie che lo minacciano
quotidianamente: dalle convenzioni e costrizioni del vivere sociale per i
cinici, dalle superstizioni, dai falsi timori e dai falsi piaceri per gli
epicurei, dalla ricerca di piacere ed interesse egoistico per gli stoici, dalle
dottrine e credenze ingannevoli per gli scettici.
Ma se il cambiamento deve
essere radicale, deve cioè interessare e coinvolgere la persona umana nella sua
totalità, non si tratterà semplicemente di acquisire delle informazioni, di
imparare delle teorie: bisognerà, invece, vivere pienamente questa
trasformazione, assimilarla modificando le proprie abitudini, i propri pensieri,
la propria visione del mondo e della vita. Si spiega in questo senso l’organizzazione
delle scuole filosofiche che si presentano ai nostri occhi come una sorta di
comunità in cui quotidianamente i discepoli stavano a contatto con il maestro,
per poter discutere e vivere insieme a lui e così imparare, praticando, un
preciso stile di vita. La filosofia è dunque modo di vita, ma non inteso come
semplice condotta morale, ma come maniera di esistere nel mondo: essa è
progresso spirituale della volontà, del pensiero, di tutto l’essere insomma,
verso uno stato, la sapienza, che peraltro era ritenuto inaccessibile all’uomo.
"Maniera di vivere, la filosofia lo era dunque nel suo sforzo, nel suo
esercizio, per raggiungere la sapienza, ma lo era anche nel suo scopo, la stessa
σοφία. Poiché la sapienza non fa solo conoscere, fa
«essere» diversamente."
2. Esercizi spirituali
Ma in che modo la
filosofia voleva attuare questa trasformazione integrale dell’uomo? Potremmo
dire che l’individuo doveva "allenarsi" attraverso precisi esercizi,
ossia delle pratiche volontarie e personali tese a realizzare questa nuova
condizione esistenziale. Potremmo pensare ad essi come agli esercizi eseguiti
dal ginnasta al fine di fortificare il proprio corpo: allo stesso modo il
filosofo attraverso gli esercizi dell’anima, gli esercizi spirituali,
fortifica e rende libera ed indipendente la sua anima.
Utilizziamo l’espressione
"esercizi spirituali" in quanto era tutto l’uomo che veniva
coinvolto in essi e non solamente il suo pensiero: anche la sensibilità e l’immaginazione
dovevano partecipare a questa trasformazione. Vediamo quindi concretamente che
cosa fossero questi esercizi e come a partire da essi sia possibile comprendere
più a fondo i tratti della filosofia antica.
Gli esercizi tendevano
essenzialmente a far sì che il discepolo imparasse a vivere, a dialogare, a
morire e a leggere.
2.1. Imparare a vivere
L’atto filosofico non
appartiene solo all’ambito della teoria astratta, all’ambito della
conoscenza, ma è un progresso, una sorta di conversione che sconvolge la vita
intera dell’individuo, facendogli raggiungere una nuova coscienza di sé,
portatrice di pace e libertà interiore, ed una corretta visione del mondo. Sono
le passioni incontrollate, i timori non dominati che impediscono di vivere con
serenità e autenticità. Secondo gli stoici l’errore commesso dagli uomini è
quello di rincorrere beni irraggiungibili e di voler evitare mali inevitabili.
La filosofia si assume perciò il compito di educare l’uomo a ricercare solo
il bene che può effettivamente ottenere e ad evitare solo il male che può
effettivamente evitare. Il bene ed il male su cui l’uomo ha una qualche presa
sono quelli che dipendono dalla sua libertà: sono, cioè, il bene morale ed il
male morale. Il resto non dipende da noi, ma è solo il frutto delle
concatenazioni necessarie di cause ed effetti che sfuggono al nostro controllo.
Tutto questo ci deve essere "indifferente", non nel senso di un’assenza
di interesse, ma nel senso della mancanza di differenza, di un uguale amore che
dobbiamo riservare a tutte le cose in quanto volute dal destino. "Si tratta
dunque di un totale rovesciamento della maniera abituale di vedere le cose. Si
passa da una visione «umana» della realtà, visione per cui i valori dipendono
dalle passioni, a una visione «naturale» delle cose che colloca ogni evento
nella prospettiva della natura universale."
Quali esercizi possono
concretamente aiutarci in questo difficile compito? Gli stoici conferiscono
particolare valore all’esercizio dell’attenzione e della meditazione. Il
primo consiste in una continua vigilanza e presenza di spirito, grazie alle
quali il filosofo sa e vuole pienamente ciò che in ogni istante fa. È
precisamente questa concentrazione sul momento presente che ci permette di agire
e pensare sempre "a proposito", ossia ricordandoci di quella
distinzione fondamentale tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da
noi. In questa concentrazione risiede una parte del segreto degli esercizi, nel
senso che essa ci rende capaci di liberarci della preoccupazione del passato e
del futuro (è solo il momento presente ciò che possiamo davvero controllare)
attraverso una tensione costante che rende sempre presenti i principi guida
della vita. Le regole della vita devono essere memorizzate, interiorizzate a tal
punto da poter essere applicate in qualsiasi circostanza. La memorizzazione, che
contempla particolari esercizi come la lettura, l’ascolto, l’esame
approfondito dei testi, ci permetterà di avere sempre di fronte a noi, quasi
sottomano, i principi a cui dobbiamo guardare e di leggere gli eventi della vita
proprio a partire da essi. È qui che interviene l’esercizio della
meditazione. Essa permette di rappresentarci anticipatamente le difficili
situazioni in cui potremo trovarci e di applicare ad esse le soluzioni che
sappiamo essere giuste: ci permette, quindi, di accettare tutti gli eventi come
appartenenti al corso della natura. L’esercizio della meditazione vuole
padroneggiare il discorso interiore a partire da quel fondamentale principio che
è la distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi. È così
attraverso il dialogo, con se stessi e con gli altri, che riusciremo a
modificare la nostra visione interiore e con essa il nostro comportamento.
La filosofia per gli
stoici si legava indissolubilmente a questi esercizi, proprio perché era
pensata come maniera di vivere coscientemente e liberamente, ossia nel
riconoscimento della nostra appartenenza ad un cosmo animato dalla ragione e
nella consapevolezza di dover condurre una vita secondo ragione, cioè conforme
alla distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che ci sfugge.
Anche l’epicureismo
assegnava un posto centrale agli esercizi, in quanto secondo Epicuro la
filosofia consisteva in una sorta di terapia che mirava alla guarigione dell’anima,
ossia alla liberazione dalle preoccupazioni e alla consapevolezza della semplice
gioia di esistere. La vita degli uomini è consumata da paure e timori
inconsistenti e da desideri non necessari o irrealizzabili. È proprio questo
che impedisce di godere del semplice piacere di esistere, unico piacere
veramente autentico. Tutta la filosofia di Epicuro tenderà allora a liberare l’uomo
da questa situazione: la fisica dimostrando che gli dei non intervengono nelle
cose umane e che la morte non è da temere; l’etica individuando i desideri
naturali e necessari, gli unici ad assicurare il benessere e la tranquillità
dell’anima.
Anche per gli epicurei gli
esercizi spirituali svolgono il compito di aiutare l’individuo a percorrere
questo cammino di meditazione e cambiamento: esemplare è il famoso tetrafarmacon,
il «quadruplice farmaco», una sorta di riassunto dei principi fondamentali da
avere sempre sottomano:
1. Gli dei non sono da
temere in quanto non si occupano delle faccende umane.
2. Non bisogna temere la
morte, perché con essa si dissolve anche l’anima che perciò non può averne
esperienza.
3. Il bene è facile da
raggiungere, dove il bene coincide con il raggiungimento del piacere.
4. Il male è facile da
sopportare.
Abbiamo sottolineato all’inizio
come vi sia una certa unitarietà della filosofia ellenistica nella definizione
dei suoi scopi, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento di una vita
consapevole e libera da falsi timori e false credenze. Vi sono però delle
profonde differenze tra le varie correnti di pensiero che emergono anche dall’esame
degli esercizi utilizzati. Se per gli stoici era necessario tendersi, ossia
mobilitare tutta l’energia per aderire al destino, per gli epicurei è
appropriato, invece, parlare di distensione, ossia di distacco dalla visione
delle cose dolorose e di concentrazione sui piaceri: non più allora la
vigilanza costante al fine di realizzare in ogni momento la libertà morale,
"ma la scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione e della
serenità, e una gratitudine profonda verso la natura e la vita che, se sappiamo
trovarli, ci offrono incessantemente il piacere e la gioia."
L’importanza conferita
dagli stoici e dagli epicurei al momento presente scaturisce dunque da
differenti orientamenti del pensiero: se per i primi esso coincide con l’attenzione
della coscienza morale, per i secondi esso è la serenità causata dal semplice
fatto di esistere, dalla pura contemplazione della natura, dal pensiero del
piacere passato e presente.
2.2. Imparare a dialogare
L’importanza della
riflessione interiore, del dialogo con se stessi e con gli altri risale
sicuramente al modello del dialogo socratico. Socrate con le sue domande
insistenti spingeva i suoi interlocutori innanzitutto ad accettare il momento
del dialogo come confronto e quindi in un secondo tempo a mettere in dubbio
quanto ritenevano certo, a guardare nella propria coscienza per riconoscersi
come non sapienti in cammino verso la sapienza. Ma Socrate offriva anche un
ottimo esempio di dialogo con se stessi: nel Simposio Platone lo presenta
dotato di una formidabile capacità di concentrazione, tant’è che durante la
battaglia di Potidea lo si ricorda aver passato in piedi un intero giorno e la
notte successiva a speculare.
Potremmo attribuire anche
agli esercizi spirituali questa caratteristica dialogica, nel senso che ogni
esercizio si basa sulla capacità di essere presenti in modo autentico di fronte
a se stessi e agli altri. Come ogni dialogo con un interlocutore implica una
sorta di lotta con il suo punto di vista, non riducendosi infatti alla semplice
esposizione di una dottrina, così anche l’esercizio spirituale non si riduce
ad una semplice ripetizione di un discorso esteriore, ma costituisce un lungo e
faticoso percorso in cui ne va della stessa vita dell’individuo, delle sue
convinzioni e visioni del mondo.
2.3. Imparare a morire
Socrate morì per amore
della virtù, per non abdicare alle esigenze della coscienza e al valore del
Bene. Nel Fedone Socrate afferma che coloro che filosofano si esercitano
a morire, nel senso che separano l’anima dalla vita corporea al fine di
raggiungere quell’indipendenza dal punto di vista parziale delle passioni
necessaria al pensiero. Solo così il pensiero può elevarsi al livello dell’oggettività
e dell’universalità, abbandonando la prospettiva della piccolezza delle cose
umane, della loro individualità.
Per gli epicurei la
consapevolezza della morte rende prezioso ogni istante, ricordandoci da un lato
la finitezza della nostra esistenza e dall’altro la gioia che deve
accompagnare in ogni momento la nostra vita, coscienti che la morte non potrà
sminuire la pienezza del piacere di essere. Per gli stoici è il pensiero della
morte che permette di conferire un valore assoluto alla nostra esistenza e alla
nostra intenzione morale, e in definitiva alla nostra libertà da cui dipende l’intenzione
morale. Non c’è più nulla da desiderare, in quanto in ogni momento abbiamo
già realizzato la nostra vita: come dirà Seneca, la pace dell’anima è
posseduta quando ogni giorno la nostra vita è stata intera.
Questo esercizio della
morte si lega spesso alla consapevolezza della pochezza delle cose umane che ci
spinge a guardare, invece, verso l’immensità dell’universo liberandoci
della stretta prospettiva individuale.
Secondo Hadot, meditazione
della morte e meditazione della vita sono quindi strettamente connesse, in
quanto si presentano entrambe come fondamentali per la presa di coscienza di
sé, per la realizzazione della possibilità di pensare se stessi "nell’atemporalità
dello spirito o nell’atemporalità dell’essere."
2.4.
Imparare a leggere
La filosofia antica si
presenta come esercizio spirituale. Questo implica che tutte le teorie proposte
non vadano esclusivamente lette nell’ottica dell’elaborazione di un pensiero
astratto, ma debbano essere considerate momento integrante e fondamentale di
quella conversione che doveva impegnare tutto l’individuo. È necessario
allora, leggendo le opere dei filosofi, tenere costantemente presente l’atteggiamento
esistenziale, la scelta di vita che stava alla base di una determinata dottrina.
L’opera scritta
assolveva, infatti, precise funzioni metodologiche e pedagogiche, nel senso che
era lo strumento per dialogare con i discepoli ed aiutarli nel loro percorso di
trasformazione e consapevolezza. Per questo motivo esse appaiono talvolta
rinchiudersi in aporie e contraddizioni, in quanto non aspiravano a quella
completezza propria di un pensiero che vuole essere sistematico: esse dovevano,
infatti, tener conto del livello dell’interlocutore e della situazione
concreta nella quale questi viveva. Non si presentavano gli stessi testi ai
principianti, ai progredienti e ai perfetti e questo perché ogni insegnamento
filosofico si basava sull’effettivo grado raggiunto dal progresso spirituale.
È questa un’ulteriore conferma del fatto che la filosofia fosse non solo
costruzione teorica, ma metodo, terapia tesa a formare una nuova maniera di
vivere e di vedere il mondo.
Leggere allora significava
saper ascoltare se stessi e gli altri, meditare e lasciar parlare i testi
stessi: un esercizio spirituale dei più difficili.
2.5. Esercizi spirituali: la concentrazione dell'io
Gli esercizi, come parte
indispensabile della filosofia, anche se cambiavano da scuola a scuola, erano
tutti tesi alla trasformazione integrale dell’individuo che abbiamo descritto.
Potremmo tentare ora di rintracciare quei tratti veramente comuni che ne
costituiscono le fondamenta e che ci permetteranno poi di introdurre la figura
centrale del saggio.
In ultima analisi tutti
gli esercizi sono riconducibili a due movimenti in parte opposti ed in parte
complementari: uno di concentrazione e uno di dilatazione dell’io. Quando gli antichi
parlavano di "ascesi" (askesis), si riferivano proprio all’esercizio
del dominio di sé, che era sotto varie forme previsto da tutte le scuole: per
Platone essa consisteva nella rinuncia ai piaceri dei sensi e del corpo per
meglio vivere la vita dello spirito; per i cinici nella sopportazione di tutte
le difficoltà - anche fisiche - al fine di raggiungere l’indipendenza; per
Pirrone nell’indifferenza a tutto; per gli epicurei nella limitazione dei
desideri al fine di conquistare il piacere puro; per gli stoici nell’eliminazione
della ricerca e dell’attaccamento verso le cose indifferenti (ossia verso
tutto ciò che non dipende da noi). Per poter attuare questo tipo di esercizio
è necessario che l’io si concentri su stesso, in una sorta di sdoppiamento in
cui si allontana dai propri desideri, dagli oggetti che lo circondano per poter
passare da una prospettiva parziale ad una universale.
La base degli esercizi è
costituita da ciò che abbiamo definito concentrazione dell’io: l’io si
concentra su se stesso e in questo movimento scopre che egli non è ciò che
aveva creduto di essere in mezzo agli oggetti che da sempre lo circondano e a
cui è attaccato. È attraverso questo esercizio che l’io compie su se stesso,
separandosi da tutto ciò che può inquietarlo e distrarlo (e abbiamo citato l’esempio
platonico del dio marino Glauco e quello plotiniano della statua), che è
possibile conferire un valore differente alla concezione del presente: questo si
separa dal passato come da ciò che è già stato vissuto e che ormai non
dipende più da noi e dal futuro come da qualcosa di incerto che ancora non
dipende da noi. Solo il presente è il vero luogo dell’azione e della
decisione, mentre passato e futuro non sono altro che origine di pene e piaceri
immaginari. Non che gli antichi, e in particolare gli stoici, rifiutassero il
pensiero del passato e del futuro, ma allontanavano le passioni legate ad essi:
è rispetto alla coscienza che viene affermato il primato del momento presente,
in quanto solo conferendo attenzione a ciò che si pensa e si fa nel presente
posso orientare la mia intenzione morale verso l’azione che sto compiendo.
Allo stesso modo era per
gli epicurei, secondo i quali, eliminando le vane ed eccessive passioni e
concentrandosi sulla coscienza dell’io nel presente, era possibile raggiungere
il vero piacere: il presente basta alla felicità perché permette di soddisfare
i desideri più semplici e necessari, quelli appunto che procurano un piacere
stabile. Scrive Orazio: "Che l’anima felice nel presente rifiuti di
inquietarsi per ciò che avverrà in seguito. / Il presente, pensa a ben
disporlo con spirito sereno. Tutto il resto viene portato via come un
fiume."
La stessa direzione ha
anche l’esercizio della morte, teso a sottolineare l’importanza da conferire
ad ogni momento vissuto dall’io, momento in cui in modo perfetto può
realizzarsi la vita intera, senza dover così più temere l’imminenza della
morte. Anzi è proprio la prospettiva della morte a conferire all’esistenza il
suo pieno splendore, splendore che appare indipendentemente dalla sua durata,
ossia dalla durata della vita.
Vediamo così come virtù
stoica e piacere epicureo siano pensati come perfetti e compiuti in ogni
istante.
La concentrazione dell’io
richiedeva inoltre la pratica dell’esame di coscienza. Questa si ritrova fin
dagli inizi della filosofia, legata alla consapevolezza dello stato di ignoranza
e miseria dell’uomo e della corrispondente necessità di superare tale
situazione riconoscendo i propri errori ed insieme i propri progressi. Gli
stoici ritenevano che anche l’esame dei propri sogni, e la mancanza in essi di
sensazioni di vergogna o di atti ingiusti o malvagi, potesse condurre alla
consapevolezza dei progressi compiuti dall’anima. Seneca sosteneva che
bisognasse ogni giorno sottoporre l’anima ad una sorta di resa dei conti, di
tribunale interiore, esaminando le azioni fatte e le parole proferite. Non che l’esame
di coscienza consistesse solamente in un bilancio: anzi, è attraverso esso che
l’uomo ha la possibilità di raggiungere la consapevolezza di se stesso,
approfondendo quella pratica dell’attenzione a sé unita all’uso della
ragione. Riportiamo un passo di Epitteto che rende chiaro come l’esame di
coscienza facesse parte della più ampia pratica della meditazione:
"Anche noi dobbiamo
conversare con noi stessi, saper fare a meno degli altri, non trovarci nell’imbarazzo
circa il modo di occupare la nostra vita; dobbiamo riflettere sul governo
divino, sui nostri rapporti con il resto del mondo, considerare qual è stato
finora il nostro atteggiamento riguardo agli eventi, quale esso è adesso, quali
sono le cose che ci affliggono, e come anche potremmo porvi rimedio, come
potremmo estirparle."
2.
6. Esercizi spirituali: la dilatazione dell'io2.7. La teoria filosofica al
servizio della vita
Abbiamo visto, quindi,
come i due momenti di concentrazione ed espansione dell’io siano sì opposti,
ma allo stesso tempo complementari in quanto entrambi tesi a liberare l’uomo
da tutto ciò che di superfluo, evanescente e falso rende illusoria la vita.
Potremmo affermare che questi due movimenti, insieme agli esercizi che li
caratterizzano, siano il fulcro della filosofia antica intesa come direzione
spirituale.
Già dal dialogo
socratico-platonico la filosofia è esercizio spirituale in quanto volta alla
trasformazione integrale dell’uomo, non solo dei suoi comportamenti
appartenenti all’ambito della moralità, ma di tutto l’essere umano, della
sua stessa maniera di vivere e vedere il mondo.
Gli stessi rapporti
interni alla filosofia tra la sua parte teorica e pratica possono essere
considerati a partire da questa prospettiva. La teoria, infatti, non è mai fine
a se stessa, ma sempre al servizio della pratica, ossia sempre intrecciata al
suo risvolto esistenziale. Per gli epicurei, ad esempio, lo studio della natura
- la fisica - ha come scopo quello di procurare la serenità dell’anima; per
gli scettici, l’attività teorica consiste principalmente in un’attività
critica che interessa tutto il campo dell’esistenza umana; per gli stoici lo
studio della fisica è funzionale alla scelta esistenziale della scuola e al
riconoscimento della Ragione universale che tutto pervade e a cui appartiene
anche la ragione umana.
Ecco perché possiamo
sicuramente affermare che la filosofia antica non presentava semplicemente due
parti, una teorica e una pratica, tra loro separate ed indipendenti: al
contrario queste due parti erano intrecciate ed interdipendenti, da sperimentare
in prima persona se si intendeva vivere concretamente da filosofi. Ad esempio,
la logica per gli stoici non era semplicemente la teoria astratta del
ragionamento, ma consisteva nella padronanza del discorso interiore: farsi
sopraffare dalle passioni era, infatti, un errore originato da un cattivo
ragionamento. Era necessario, allora, controllare il proprio discorso interiore,
dando la caccia agli errori del giudizio, delle definizioni. E così pure la
fisica non era semplice discorso teorico sulla natura: essa veniva vissuta nel
momento in cui ci si sforzava di vedere tutte le cose dal punto di vista della
Ragione universale, quasi dall’alto, nella consapevolezza di far parte della
coscienza cosmica.
Afferma Epicuro:
"Vuoto è il discorso del filosofo se non contribuisce a guarire la
malattia dell’anima". Cosa significa questa affermazione? Significa che
nel pensiero ellenistico filosofare è un atto continuo, che penetra nella vita
e che è necessario rinnovare ad ogni istante; significa che il pensiero non è
qualcosa di separato dalla vita, ma qualcosa di vivo che sconvolge la vita
stessa - e ricordiamoci della concezione della filosofia come di una terapia -
facendo accedere ad una consapevolezza totalmente distinta da quella
"disattenta" che caratterizza la nostra quotidianità. Le teorie
filosofiche sono al servizio della vita filosofica, anzi si identificano con la
vita stessa: negli stoici, esse vogliono raggiungere la purezza dell’intenzione,
la conformità della volontà umana con la Ragione universale; negli epicurei,
esse tendono al piacere puro che è, come già sappiamo, il puro piacere di
essere.
Se la filosofia costituiva
un unico blocco, notiamo peraltro che al suo interno essa si distingueva in
parti: abbiamo una teoria fisica, una logica, un’etica. È un punto importante
questo, che serve anche ad approfondire la concezione ellenistica di filosofia
ed a precisare quanto stiamo dicendo della filosofia intesa come modo di vivere
ed esercizio spirituale.
Le parti in cui si
suddivideva la filosofia erano funzionali al "discorso filosofico",
ossia all’insegnamento della filosofia stessa: era necessario organizzare il
pensiero in parti distinte per poterlo insegnare, per renderlo accessibile a
coloro che volevano imparare a partire dalle teorie esposte da ciascuna scuola.
La filosofia ha bisogno del discorso filosofico attraverso il quale espone i
suoi punti fondamentali: innanzitutto il discorso giustifica, argomentandola
teoricamente, la scelta di vita propria di ciascuna corrente di pensiero; in
secondo luogo, essendo la filosofia scelta esistenziale, e svolgendo una
funzione formativa e terapeutica, è necessaria un’azione su se stessi e sugli
altri che viene assolta, appunto, dal discorso filosofico; e infine il discorso
si presenta come una delle forme di esercizio del modo di vita in quanto assume
la forma del dialogo con se stessi o con gli altri.
Se il discorso giustifica
razionalmente la scelta di vita, esso deve evidenziarne i presupposti, le
conseguenze: ecco allora che sarà necessario, come appare evidente tanto nello
stoicismo che nell’epicureismo, a partire dalla propria posizione dottrinale,
spiegare la visione del cosmo e la collocazione dell’uomo al suo interno,
elaborando così una fisica; individuare i rapporti esistenti tra gli uomini e
dell’uomo con se stesso, elaborando così un’etica; definire le regole del
ragionamento, elaborando una logica.
Filosofia e discorso
filosofico si presentano, allora, inseparabili ed incommensurabili. Inseparabili
perché non può esistere filosofia, e quindi scelta di vita, senza un discorso
che la giustifichi e che operi un cambiamento radicale dell’essere (e questo a
partire dalla specifica idea di filosofia che avevano gli antichi) e perché,
specularmente, un discorso filosofico che non si trasformi in filosofia vissuta
e praticata, in esperienza autentica, si rivela essere nient’altro che vana
parola pronunciata da uomini che non si distinguono in nulla da tutti gli altri.
Incommensurabili perché innanzitutto non si è filosofi grazie al proprio
discorso, ma in funzione della propria scelta esistenziale: il discorso è
filosofico solo se è capace di trasformarsi in modo di vita, altrimenti rimane
esclusivamente discorso. Incommensurabili, inoltre, perché essi sono
eterogenei: la vita filosofica, il raggiungimento di determinati stati sfugge al
discorso filosofico, all’espressione. Vi è una sorta di eccedenza della vita
filosofica rispetto al discorso: pensiamo alla difficoltà di esprimere l’esperienza
dell’amore in Platone, del piacere puro in Epicuro, dell’armonia con la
Ragione universale negli stoici.
Possiamo sicuramente
affermare, quindi, che la vita filosofica, la filosofia costituiscono un atto
unico, e che la partizione appartiene invece al discorso filosofico e alle sue
esigenze pedagogiche: "Allora non si fa più la teoria della logica, ossia
del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene, non si fa più
la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo, non si fa più la teoria
dell’azione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta".
2.8. I diversi generi letterari
È perciò evidente la
ragione per cui tutte le scuole hanno sviluppato, nel loro intento pedagogico e
formativo, delle teorie filosofiche che sono state espresse scegliendo di volta
in volta le forme più diverse, ma sempre al servizio della vita filosofica.
Spesso le opere presentano un nucleo teorico molto concentrato, per poter
raggiungere una forte efficacia persuasiva; altre si presentano come un insieme
di sentenze che riassumono i dogmi fondamentali da avere sempre sottomano.
Vediamo quale fosse, allora, il legame tra le finalità della filosofia ed il
genere letterario prescelto.
Epicuro utilizzò spesso
il modello della lettera scritta ad un amico: ognuna presenta un solo tema,
esposto in modo chiaro e insieme rigoroso, specificando i termini utilizzati,
attraverso una tecnica argomentativa semplice in quanto lo scopo è formativo. I
destinatari non sono infatti filosofi specialisti, per cui l’obiettivo è
quello di esporre le proprie dottrine riportandole alla concretezza dell’esperienza
individuale.
Altro genere letterario
utilizzato tanto dalla scuola epicurea che da quella stoica è l’aforisma o la
sentenza. Questa forma ha una finalità pratica, nel senso che nelle massime
venivano esposti, in modo chiaro e breve, i principi-guida che dovevano
orientare la vita: era necessario, quindi, che questi fossero facilmente
memorizzabili e sempre presenti alla mente. La loro funzione è indubbiamente
quella di aiutare il discepolo nelle pratiche individuali di ricerca della
felicità e della verità, richiamando alla mente quelle idee ritenute
fondamentali per affrontare quotidianamente le diverse situazioni della vita.
Ci sono poi i trattati,
anche se per la maggior parte sono andati perduti. Erano comunque destinati ad
un pubblico di specialisti , a coloro che volevano approfondire i diversi
aspetti della dottrina, poter così discutere con gli altri filosofi e formare i
discepoli appartenenti alla scuola.
Appare chiara adesso la
funzione fortemente didattica degli scritti ellenistici: essi non erano semplice
discorso teorico, ma vita filosofica e insegnamento, esercizio. Essi provano
come sia possibile coniugare rigorosità del pensiero e tensione pedagogica,
argomentazione teorica e vita. E anche laddove, con Pirrone, si sostenne la
necessità del silenzio, ci fu comunque l’eloquenza dell’esempio, la
filosofia vissuta.
2.9. La figura del saggio
Abbiamo visto come la
filosofia ellenistica si fece chiaramente portatrice di una missione educativa,
soprattutto per quanto riguarda la formazione etica dei cittadini - il cui
fondamento fu ricercato nella struttura dell’universo, nella natura delle cose
- in sostituzione del ruolo che era appartenuto fino a poco tempo prima alla
città. Essa si proponeva come educazione individuale, tesa a far raggiungere al
discepolo la coscienza di sé e a fornire quei principi-guida necessari per
orientarsi nella vita quotidiana, per poter prendere delle decisioni almeno
ragionevoli rispetto a tutto ciò che non dipende da noi e dalla nostra
intenzione morale. Questa è la ragione per cui la filosofia era intesa come
terapia: curare le malattie dell’anima comportava una trasformazione integrale
dell’individuo. Ma guarire non significava convincere e tanto meno imporre con
violenza dei comportamenti, ma dialogare, ascoltare, esortare, proporre degli
esempi.
Lo scopo della filosofia
era quello di raggiungere la saggezza, ossia non solo di un discorso fatto sulla
saggezza, ma di una vita tutta vissuta eccellentemente. È la figura del saggio
la norma trascendente a cui si guarda per definire il modo di vita da
realizzare.
Innanzitutto il saggio è
colui che riesce ad essere felice, ossia a raggiungere un perfetto equilibrio
dell’anima prescindendo dalle circostanze in cui si trova (esempi sono Socrate
e Pirrone); il saggio, cercando la felicità in se stesso, è anche indipendente
(il saggio basta a se stesso: il cinico riducendo al massimo i suoi bisogni, l’epicureo
dominando i propri desideri, lo stoico realizzando la sua virtù rispetto alle
cose che può controllare e rimanendo indifferente a tutte le altre, ossia
accettandole tutte con uguale amore in quanto espressione della Natura
universale). La tranquillità della sua anima è determinata quindi da questa
indifferenza, imperturbabilità, assenza del bisogno.
Lo stesso duplice
movimento che abbiamo descritto a proposito degli esercizi - concentrazione ed
espansione dell’io - lo si ritrova nell’esame della figura del saggio: da un
lato egli si concentra su se stesso e trova la propria libertà ed indipendenza
nei confronti di tutte le cose; dall’altro supera la limitatezza e chiusura
della sua esistenza collocandosi, e quindi inserendo la sua stessa libertà,
nella prospettiva della natura e della Ragione cosmica.
Anche la figura del saggio
e la sua contemplazione invitano alla trasformazione radicale della propria
percezione e visione del mondo. Seneca accosterà contemplazione della saggezza
e del mondo, come due esercizi fondamentali per realizzare quella particolare
maniera di essere uomini a cui si aspirava, quel vivere secondo ragione nel
cosmo e con gli altri uomini: "Da parte mia, ho l’abitudine di dedicare
molto tempo alla contemplazione della saggezza; la osservo con la medesima
stupefazione con la quale, in altri momenti, guardo il mondo, quel mondo che
tanto spesso mi capita di guardare come se lo vedessi per la prima volta".
Contemplare il mondo e la saggezza significa allora filosofare, perché questo
movimento richiede una conversione interiore che interessa tanto la nuova
visione del mondo a cui si accede quanto la nuova norma incarnata dal saggio:
significa saper riconoscere insieme lo splendore del mondo e del saggio.
Rapporto con Sé, con gli
altri uomini, con il cosmo: la filosofia antica ci insegna che non si tratta di
comunicare un sapere definitivo e già pronto, "ma di formare, vale
a dire di insegnare un saper fare, di sviluppare un habitus, una
capacità nuova di giudicare e di criticare, e di trasformare, ossia di
cambiare il modo di vivere e vedere il mondo". Per questa ragione il
rapporto tra l’opera ed il suo destinatario, come pure la funzione della
scuola come "laboratorio di sperimentazione", hanno un ruolo centrale:
al di là delle differenze, le singole filosofie incarnano lo sforzo verso la
presa di coscienza di se stessi, verso un nuovo modo di essere al mondo e con
gli altri. È in questa prospettiva che abbiamo letto anche il legame profondo
tra filosofia e discorso filosofico: quest’ultimo non può bastare a se
stesso, ma deve senz’altro penetrare nella vita filosofica, pena la sua stessa
vanificazione, e questa deve giustificarsi attraverso un discorso filosofico
razionale e motivato, pena la sua stessa inconsistenza.
La filosofia ellenistica
non fu solo, allora, quello che ad uno sguardo superficiale può apparire, ossia
ripiegamento nell’interiorità, evasione: essa fu, invece, filosofia praticata
collettivamente, comunità di ricerca, sforzo e direzione spirituale.
Rappresenta il tentativo consapevole di trasformare se stessi nella ricerca
della saggezza e della felicità, una sfida sicuramente difficile. Ma la
filosofia ci insegna a non rassegnarci, a continuare nel nostro sforzo
nonostante ciò che si raggiunge possa apparire, spesso, non sostanziale. Scrive
Marco Aurelio nei suoi Ricordi: "Non sperare nella repubblica di
Platone, ma contentati d’ogni minimo miglioramento e pensa che riuscire a
ottenere un risultato, pur così piccolo, non è cosa da poco."
2.10. Plotino, l’ultimo degli
antichi
A partire dal III-IV
secolo della nostra era si assiste ad un profondo cambiamento della fisionomia
delle diverse scuole. Innanzitutto stoicismo, epicureismo e scetticismo
scompaiono quasi del tutto lasciando il posto al neoplatonismo, una fusione tra
platonismo e aristotelismo. L’insegnamento non avviene più all’interno
delle scuole che avevano mantenuto una continuità con il loro fondatore;
sorgono infatti diverse istituzioni che insegnano che cosa erano stati il
platonismo, l’aristotelismo, lo stoicismo, l’epicureismo. Questo processo,
definito da Hadot "la burocratizzazione dell’insegnamento della
filosofia", era già iniziato nel II secolo a.C. ad Atene ed aveva visto il
suo culmine con Marco Aurelio che aveva fondato quattro cattedre imperiali per l’insegnamento
delle quattro dottrine tradizionali. Questo fenomeno, se da un lato portò ad
una sorta di democratizzazione dell’insegnamento, dall’altro la continuità
con le vecchie istituzioni viene persa. L’insegnamento d’ora in poi
consisterà soprattutto nello spiegare e commentare i testi delle
"autorità"; la libertà di discussione sarà meno ampia e questo
perché, da una parte i filosofi dedicavano sempre maggior tempo all’analisi e
alla critica delle idee dei maestri, e dall’altra perché con il passare del
tempo i testi erano divenuti difficile da comprendere per gli studenti. Fu
questa la ragione per cui l’attenzione era posta più sulla conoscenza delle
dottrine che sulla scelta di vita che la filosofia presupponeva. L’essenziale,
quindi, diventa il testo, le questioni che esso pone, la sua esegesi. Certo,
continueranno ad esserci professori di filosofia che apriranno scuole, come
Plotino a Roma e Giamblico in Siria. E forse proprio in queste scuole si
cercherà di mantenere quel "vivere secondo lo spirito" che aveva
animato le scuole dell’antichità. Porfirio, discepolo di Plotino, affermerà,
secondo la tradizione aristotelica, che non è sufficiente acquisire conoscenze,
ma che queste devono diventare natura e vita in noi: "se la felicità si
ottenesse recependo discorsi, sarebbe possibile conseguirla senza avere la
preoccupazione di scegliere il proprio cibo, o di compiere determinate azioni.
Ma poiché è necessario cambiare la nostra vita attuale con un’altra vita,
purificandoci allo stesso tempo con i discorsi e con le azioni, esaminiamo quali
discorsi e quali azioni ci predispongono a quest’altra vita". Questa
trasformazione coincide con il ritorno al nostro vero io, che non è altro poi
che il divino che è in noi.
Questa vita lontana dalla
sensazione, dalle passioni, dagli affanni della vita materiale non è altro che
la vita contemplativa, ascetica, l’unica che permetteva di trovare il proprio
autentico io. Secondo Plotino, queste esperienze unitive con lo Spirito, con il
Principio primo erano estremamente rare - si dice che Plotino vi riuscì solo
quattro volte - e per tale motivo il discorso filosofico faceva difficoltà ad
esprimere un’esperienza che superava qualsiasi forma di espressione,
risolvendosi in un sentimento di gioia e di presenza. Anche il discorso di
Plotino non consiste perciò nell’esposizione di un sistema, ma cerca di
condurre il discepolo all’ascesi che rappresenta la vera conoscenza. Solo
quindi innalzandosi al livello della vera realtà, divenendo spiritualmente
simili a ciò che si vuole conoscere, si potrà cogliere la verità. E’ l’autentico
spirito del platonismo: solo nell’unione di sapere e virtù vi è progresso
esistenziale e conoscitivo. La distinzione tra anima razionale e irrazionale, ad
esempio, non è esposta per dimostrare che esiste un’anima razionale, quanto
per vivere se stessi come anima razionale. Ma nel percorrere l’itinerario che
conduce a vivere secondo lo Spirito, ad unirsi al Tutto, all’Unità assoluta,
il discorso filosofico incontra i suoi limiti: se unirsi all’Uno è
allontanarsi dalle determinazioni, dalle differenze, allora parlarne sarà
impossibile, perché parlare è connettere soggetti e predicati e l’Uno non
può avere complementi e predicati, essendo uno in modo assoluto. Ciò che
diremo dell’Uno sarà, allora, solo ciò che noi siamo in rapporto ad esso. Il
discorso ci fornirà un insegnamento riguardo al Bene e all’Uno, ma ciò che
ci condurrà ad esso sarà solo l’esperienza unitiva, e quindi la virtù, la
purificazione dell’anima: "Quando si dice Dio senza praticare veramente
la virtù, «Dio» non è che una parola". Senza l’esperienza morale e
mistica, ancora una volta, il discorso filosofico rimane inevitabilmente vuoto.