Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Dicembre 2008

Elena Maggio
Pratica filosofica e filosofia come discorso
La scuola come comunità e gli esercizi spirituali nelle filosofie elleniste
La filosofia come modo di vivere e come pratica discorsiva nella Grecia classica
[Vedi Epicuro, Stoicismo, Identità della filosofia, Pratiche filosofiche]

1. La scuola come comunità
1.1. L’età ellenistica
Quando si parla di età ellenistica tradizionalmente ci si riferisce a quel periodo della storia che coincide con l’espansione della cultura e della civiltà greca dall’Italia fino all’Oriente, cioè a quel periodo che va dalle straordinarie imprese di Alessandro il Grande fino al dominio romano, quindi dalla fine del IV secolo a.C. sino alla fine del I secolo a.C. È proprio con Alessandro, infatti, che il mondo greco incontra culture e civiltà lontane - quella egiziana, siriaca, persiana -: le tradizioni, le idee, le religioni si fondono in un processo unificante che segnerà tutta la cultura occidentale.
Con la morte di Alessandro nel 323 a.C. l’immenso impero da lui conquistato si suddivise, dopo una serie di lotte tra i suoi generali, in tre grandi regni: la Macedonia con capitale Pella, l’Egitto con capitale Alessandria ed infine la Siria con capitale Antiochia. Questo processo vide la mescolanza non solo dei diversi elementi caratterizzanti le civiltà in esso coinvolte, e quindi la nascita di una lingua comune - la koiné - formatasi attraverso la fusione dei dialetti greci con le lingue orientali e lo sviluppo delle arti figurative e letterarie che unirono tradizione greca ed orientale, ma soprattutto vide la costituzione di grandi apparati statali al cui interno crescevano le città: queste, però, non mantennero lo stesso ruolo guida che avevano svolto nella grande Grecia. La Grecia delle poleis cambia volto: la nuova realtà politica è ora gestita da sovrani potenti che governano attraverso la loro corte ed il loro apparato burocratico degli individui che assomigliano sempre più a dei governati, a dei sudditi piuttosto che a dei liberi cittadini. La vivace vita politica e culturale che aveva caratterizzato la polis ed il suo cittadino scompare: non nel senso che la civiltà greca abbia assistito, nel contatto con il mondo orientale, alla sua decadenza (anzi, in questo periodo vi fu una straordinaria attività filosofica e scientifica), ma nel senso che venne meno quel legame tra il cittadino e la polis quale punto di riferimento di tutto il sistema di valori a cui gli individui guardavano per orientarsi nel mondo. L’uomo non era più prevalentemente il membro attivo di una comunità in cui trovava il codice morale da seguire, le pratiche religiose da compiere, i valori a cui riferirsi e la stessa percezione della sua identità in quanto cittadino: "la città esisteva ancora, ma le sue mura erano crollate e la sicurezza e la forma definita che, insieme ad alcune restrizioni, ne derivavano, erano svanite".
Viene così meno la convinzione secondo la quale è la città a misurare il buon cittadino a partire dal suo retto vivere all’interno di essa, e la filosofia, che fino ad allora si era mossa su questo terreno, vede cadere i suoi presupposti. In realtà, questa lettura che porta ad affermare che la filosofia, di fronte all’incapacità di operare nella città, si trovò quasi obbligata a volgersi all’interiorità, in qualche modo semplifica le cose. Filosofi come Platone ed Aristotele erano sì interessati alla vita nella città, avevano sì approfondito rigorosamente il loro pensiero politico, ma di fronte all’impotenza di guarire la città dalla corruzione, entrambi credevano si dovesse ricorrere alla pratica della filosofia, alla vita secondo lo spirito. E d’altronde molti filosofi dell’età ellenistica parteciparono attivamente all’attività politica, in qualità di consiglieri di principi o di ambasciatori di città, come testimoniano molte iscrizioni con funzione onorifica loro dedicate: "… i filosofi non hanno mai rinunciato alla speranza di cambiare la società, per lo meno proponendo l’esempio delle loro vite."
L’avventura di Alessandro non sembra, quindi, essere stata causa di trasformazioni che resero la filosofia irriconoscibile. Lo spirito socratico è ancora vivo ed emerge soprattutto nella incessante ricerca di una regola capace di guidare l’individuo nella vita e nella conoscenza, al fine di raggiungere quella sicurezza e tranquillità d’animo necessarie per far fronte all’instabilità e all’incertezza delle cose umane, alla miseria e all’ignoranza in cui gli individui si trovano immersi.
Con ciò non si vuole affermare che le diverse filosofie presenti nell’età ellenistica siano un semplice prolungamento del ricco pensiero che le ha precedute: proprio il crollo del ruolo guida che era appartenuto alla polis inaugura un’epoca in cui è principalmente alla filosofia che si chiedono quelle risposte indispensabili all’uomo per vivere. È alla filosofia ora che ci si rivolge per trovare quella visione unitaria del mondo in grado di indirizzare la vita che la polis non è più in grado di fornire.

1.2. Le scuole ellenistiche
Verso la fine del IV secolo l’attività filosofica si concentra ad Atene intorno a quattro scuole: l’Accademia fondata da Platone, il Peripato (Liceo) fondato da Aristotele, il Giardino di Epicuro e la Stoa di Zenone. Accanto a queste scuole esistono altri due "movimenti spirituali", due correnti filosofiche che non si organizzarono in scuola, il pirronismo, - che sarà poi chiamato scetticismo - dal suo fondatore Pirrone ed il cinismo, dal suo fondatore Diogene Cinico. Furono queste delle istituzioni permanenti, che rimasero in vita anche oltre la morte dei loro fondatori e che proseguirono la loro attività nelle scuole private e nelle cattedre ufficiali che sorsero in tutto l’Impero per oltre sei secoli.
L’attività di queste scuole si svolgeva all’interno dei "ginnasi", strutture dove ci si riuniva per discutere o ascoltare conferenze e che hanno dato il nome alle scuole stesse. Nel periodo ellenistico, quindi, la scuola è contemporaneamente tendenza dottrinale, luogo di insegnamento e istituzione organizzata da un fondatore che rappresenta il modo di vita praticato e la tendenza dottrinale corrispondente. Le scuole sono aperte al pubblico e i filosofi insegnano senza essere pagati, fatto che li distingueva dai sofisti e che veniva considerato un punto d’onore. I frequentanti della scuola si dividevano in uditori e veri discepoli, a loro volta suddivisi in giovani e anziani, chiamati «familiari», «amici» o «compagni», i quali spesso vivevano nella casa del maestro o vicino a lui, fatto che permetteva loro di passare la maggior parte del tempo insieme. Sappiamo ad esempio che nell’Accademia, nel Liceo e nel Giardino i discepoli si riunivano regolarmente insieme al maestro, per pranzare in sua compagnia.
Abbiamo parlato poi delle altre due correnti filosofiche, il pirronismo ed il cinismo, entrambe prive di organizzazione scolastica e di dogmi, ma rappresentative di due particolari modi di vita e atteggiamenti di pensiero. Gli scettici partono dall’idea che sia necessario sospendere il proprio giudizio sulle cose, in quanto è impossibile sapere se le cose siano di per sé buone o cattive («una cosa vale l’altra» potrebbe essere il loro motto); non aderire a nessun dogma per raggiungere così la tranquillità dell’anima ed il perfetto equilibrio. I cinici, invece, senza sviluppare alcun tipo di dottrina, perseguivano la vita secondo natura, ossia una vita in cui tutte le necessità erano ridotte al minimo, affinché l’uomo fosse in grado di resistere ai cambiamenti e ai casi della Fortuna. Il loro simbolo divenne la figura del mendico che andava ramingo, scalzo, con un unico e semplice indumento, il bordone e la bisaccia, e come cibo lenticchie e acqua. Si può allora parlare di scuola nel loro caso? Come scriverà lo scettico Sesto Empirico: "Se si dice che una scuola è un’adesione a numerosi dogmi coerenti gli uni con gli altri… noi diremo che lo scetticismo non ha scuola. In compenso, se si dice che ad essere scuola è un modo di vita che segue un certo principio razionale, in conformità a ciò che vediamo, allora… diciamo che una scuola c’è."

1.3. La filosofia come terapia
Abbiamo tracciato un breve quadro della situazione in cui si sono sviluppate le diverse scuole filosofiche nell’età ellenistica. Cercheremo ora di scoprire, all’interno delle diversità dottrinali che li contraddistinguono, quali sono i tratti comuni del filosofare e del filosofo ellenistico.
Ogni scuola filosofica si contraddistingue per la scelta di uno specifico modo di vita, per una precisa opzione esistenziale. Il punto di partenza comune a tutte queste dottrine è comunque il riconoscimento della situazione di ignoranza e di angoscia in cui l’uomo normalmente si trova. Ma il male che i filosofi vedono nel mondo, non appartiene tanto alle cose, quanto piuttosto ai giudizi di valore che gli uomini attribuiscono alle cose stesse. Sono gli uomini che decidono se le cose sono buone o cattive, dando ascolto a volte alle convenzioni sociali, a volte al loro interesse personale ed egoistico, altre ancora alle semplici circostanze. Le cose in se stesse non sono cariche di tutti questi significati e conseguenze. Si tratta allora, e questo secondo tutte le scuole di cui ci stiamo occupando, di curare gli uomini e di curarli proprio intervenendo su questi giudizi di valore. Ma per modificare i giudizi di valore è necessario che l’uomo compia una scelta che vada a coinvolgere tutto il suo modo di pensare ed il suo modo di essere. Questa scelta radicale è la filosofia stessa, la quale permette all’uomo di raggiungere la pace interiore, l’equilibrio, la tranquillità dell’anima. Possiamo così affermare che la filosofia svolge in questo periodo una funzione terapeutica: essa cura l’anima, la sottrae alle false opinioni, la salva quasi fosse un medico che cura il suo paziente dalle malattie che lo minacciano quotidianamente: dalle convenzioni e costrizioni del vivere sociale per i cinici, dalle superstizioni, dai falsi timori e dai falsi piaceri per gli epicurei, dalla ricerca di piacere ed interesse egoistico per gli stoici, dalle dottrine e credenze ingannevoli per gli scettici.
Ma se il cambiamento deve essere radicale, deve cioè interessare e coinvolgere la persona umana nella sua totalità, non si tratterà semplicemente di acquisire delle informazioni, di imparare delle teorie: bisognerà, invece, vivere pienamente questa trasformazione, assimilarla modificando le proprie abitudini, i propri pensieri, la propria visione del mondo e della vita. Si spiega in questo senso l’organizzazione delle scuole filosofiche che si presentano ai nostri occhi come una sorta di comunità in cui quotidianamente i discepoli stavano a contatto con il maestro, per poter discutere e vivere insieme a lui e così imparare, praticando, un preciso stile di vita. La filosofia è dunque modo di vita, ma non inteso come semplice condotta morale, ma come maniera di esistere nel mondo: essa è progresso spirituale della volontà, del pensiero, di tutto l’essere insomma, verso uno stato, la sapienza, che peraltro era ritenuto inaccessibile all’uomo. "Maniera di vivere, la filosofia lo era dunque nel suo sforzo, nel suo esercizio, per raggiungere la sapienza, ma lo era anche nel suo scopo, la stessa σοφία. Poiché la sapienza non fa solo conoscere, fa «essere» diversamente."

 

2. Esercizi spirituali
Ma in che modo la filosofia voleva attuare questa trasformazione integrale dell’uomo? Potremmo dire che l’individuo doveva "allenarsi" attraverso precisi esercizi, ossia delle pratiche volontarie e personali tese a realizzare questa nuova condizione esistenziale. Potremmo pensare ad essi come agli esercizi eseguiti dal ginnasta al fine di fortificare il proprio corpo: allo stesso modo il filosofo attraverso gli esercizi dell’anima, gli esercizi spirituali, fortifica e rende libera ed indipendente la sua anima.
Utilizziamo l’espressione "esercizi spirituali" in quanto era tutto l’uomo che veniva coinvolto in essi e non solamente il suo pensiero: anche la sensibilità e l’immaginazione dovevano partecipare a questa trasformazione. Vediamo quindi concretamente che cosa fossero questi esercizi e come a partire da essi sia possibile comprendere più a fondo i tratti della filosofia antica.
Gli esercizi tendevano essenzialmente a far sì che il discepolo imparasse a vivere, a dialogare, a morire e a leggere.

2.1. Imparare a vivere
L’atto filosofico non appartiene solo all’ambito della teoria astratta, all’ambito della conoscenza, ma è un progresso, una sorta di conversione che sconvolge la vita intera dell’individuo, facendogli raggiungere una nuova coscienza di sé, portatrice di pace e libertà interiore, ed una corretta visione del mondo. Sono le passioni incontrollate, i timori non dominati che impediscono di vivere con serenità e autenticità. Secondo gli stoici l’errore commesso dagli uomini è quello di rincorrere beni irraggiungibili e di voler evitare mali inevitabili. La filosofia si assume perciò il compito di educare l’uomo a ricercare solo il bene che può effettivamente ottenere e ad evitare solo il male che può effettivamente evitare. Il bene ed il male su cui l’uomo ha una qualche presa sono quelli che dipendono dalla sua libertà: sono, cioè, il bene morale ed il male morale. Il resto non dipende da noi, ma è solo il frutto delle concatenazioni necessarie di cause ed effetti che sfuggono al nostro controllo. Tutto questo ci deve essere "indifferente", non nel senso di un’assenza di interesse, ma nel senso della mancanza di differenza, di un uguale amore che dobbiamo riservare a tutte le cose in quanto volute dal destino. "Si tratta dunque di un totale rovesciamento della maniera abituale di vedere le cose. Si passa da una visione «umana» della realtà, visione per cui i valori dipendono dalle passioni, a una visione «naturale» delle cose che colloca ogni evento nella prospettiva della natura universale."
Quali esercizi possono concretamente aiutarci in questo difficile compito? Gli stoici conferiscono particolare valore all’esercizio dell’attenzione e della meditazione. Il primo consiste in una continua vigilanza e presenza di spirito, grazie alle quali il filosofo sa e vuole pienamente ciò che in ogni istante fa. È precisamente questa concentrazione sul momento presente che ci permette di agire e pensare sempre "a proposito", ossia ricordandoci di quella distinzione fondamentale tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. In questa concentrazione risiede una parte del segreto degli esercizi, nel senso che essa ci rende capaci di liberarci della preoccupazione del passato e del futuro (è solo il momento presente ciò che possiamo davvero controllare) attraverso una tensione costante che rende sempre presenti i principi guida della vita. Le regole della vita devono essere memorizzate, interiorizzate a tal punto da poter essere applicate in qualsiasi circostanza. La memorizzazione, che contempla particolari esercizi come la lettura, l’ascolto, l’esame approfondito dei testi, ci permetterà di avere sempre di fronte a noi, quasi sottomano, i principi a cui dobbiamo guardare e di leggere gli eventi della vita proprio a partire da essi. È qui che interviene l’esercizio della meditazione. Essa permette di rappresentarci anticipatamente le difficili situazioni in cui potremo trovarci e di applicare ad esse le soluzioni che sappiamo essere giuste: ci permette, quindi, di accettare tutti gli eventi come appartenenti al corso della natura. L’esercizio della meditazione vuole padroneggiare il discorso interiore a partire da quel fondamentale principio che è la distinzione tra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi. È così attraverso il dialogo, con se stessi e con gli altri, che riusciremo a modificare la nostra visione interiore e con essa il nostro comportamento.
La filosofia per gli stoici si legava indissolubilmente a questi esercizi, proprio perché era pensata come maniera di vivere coscientemente e liberamente, ossia nel riconoscimento della nostra appartenenza ad un cosmo animato dalla ragione e nella consapevolezza di dover condurre una vita secondo ragione, cioè conforme alla distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che ci sfugge.
Anche l’epicureismo assegnava un posto centrale agli esercizi, in quanto secondo Epicuro la filosofia consisteva in una sorta di terapia che mirava alla guarigione dell’anima, ossia alla liberazione dalle preoccupazioni e alla consapevolezza della semplice gioia di esistere. La vita degli uomini è consumata da paure e timori inconsistenti e da desideri non necessari o irrealizzabili. È proprio questo che impedisce di godere del semplice piacere di esistere, unico piacere veramente autentico. Tutta la filosofia di Epicuro tenderà allora a liberare l’uomo da questa situazione: la fisica dimostrando che gli dei non intervengono nelle cose umane e che la morte non è da temere; l’etica individuando i desideri naturali e necessari, gli unici ad assicurare il benessere e la tranquillità dell’anima.
Anche per gli epicurei gli esercizi spirituali svolgono il compito di aiutare l’individuo a percorrere questo cammino di meditazione e cambiamento: esemplare è il famoso tetrafarmacon, il «quadruplice farmaco», una sorta di riassunto dei principi fondamentali da avere sempre sottomano:

1. Gli dei non sono da temere in quanto non si occupano delle faccende umane.
2. Non bisogna temere la morte, perché con essa si dissolve anche l’anima che perciò non può averne esperienza.
3. Il bene è facile da raggiungere, dove il bene coincide con il raggiungimento del piacere.
4. Il male è facile da sopportare.

Abbiamo sottolineato all’inizio come vi sia una certa unitarietà della filosofia ellenistica nella definizione dei suoi scopi, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento di una vita consapevole e libera da falsi timori e false credenze. Vi sono però delle profonde differenze tra le varie correnti di pensiero che emergono anche dall’esame degli esercizi utilizzati. Se per gli stoici era necessario tendersi, ossia mobilitare tutta l’energia per aderire al destino, per gli epicurei è appropriato, invece, parlare di distensione, ossia di distacco dalla visione delle cose dolorose e di concentrazione sui piaceri: non più allora la vigilanza costante al fine di realizzare in ogni momento la libertà morale, "ma la scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione e della serenità, e una gratitudine profonda verso la natura e la vita che, se sappiamo trovarli, ci offrono incessantemente il piacere e la gioia."
L’importanza conferita dagli stoici e dagli epicurei al momento presente scaturisce dunque da differenti orientamenti del pensiero: se per i primi esso coincide con l’attenzione della coscienza morale, per i secondi esso è la serenità causata dal semplice fatto di esistere, dalla pura contemplazione della natura, dal pensiero del piacere passato e presente.

2.2. Imparare a dialogare
L’importanza della riflessione interiore, del dialogo con se stessi e con gli altri risale sicuramente al modello del dialogo socratico. Socrate con le sue domande insistenti spingeva i suoi interlocutori innanzitutto ad accettare il momento del dialogo come confronto e quindi in un secondo tempo a mettere in dubbio quanto ritenevano certo, a guardare nella propria coscienza per riconoscersi come non sapienti in cammino verso la sapienza. Ma Socrate offriva anche un ottimo esempio di dialogo con se stessi: nel Simposio Platone lo presenta dotato di una formidabile capacità di concentrazione, tant’è che durante la battaglia di Potidea lo si ricorda aver passato in piedi un intero giorno e la notte successiva a speculare.
Potremmo attribuire anche agli esercizi spirituali questa caratteristica dialogica, nel senso che ogni esercizio si basa sulla capacità di essere presenti in modo autentico di fronte a se stessi e agli altri. Come ogni dialogo con un interlocutore implica una sorta di lotta con il suo punto di vista, non riducendosi infatti alla semplice esposizione di una dottrina, così anche l’esercizio spirituale non si riduce ad una semplice ripetizione di un discorso esteriore, ma costituisce un lungo e faticoso percorso in cui ne va della stessa vita dell’individuo, delle sue convinzioni e visioni del mondo.

2.3. Imparare a morire
Socrate morì per amore della virtù, per non abdicare alle esigenze della coscienza e al valore del Bene. Nel Fedone Socrate afferma che coloro che filosofano si esercitano a morire, nel senso che separano l’anima dalla vita corporea al fine di raggiungere quell’indipendenza dal punto di vista parziale delle passioni necessaria al pensiero. Solo così il pensiero può elevarsi al livello dell’oggettività e dell’universalità, abbandonando la prospettiva della piccolezza delle cose umane, della loro individualità.
Per gli epicurei la consapevolezza della morte rende prezioso ogni istante, ricordandoci da un lato la finitezza della nostra esistenza e dall’altro la gioia che deve accompagnare in ogni momento la nostra vita, coscienti che la morte non potrà sminuire la pienezza del piacere di essere. Per gli stoici è il pensiero della morte che permette di conferire un valore assoluto alla nostra esistenza e alla nostra intenzione morale, e in definitiva alla nostra libertà da cui dipende l’intenzione morale. Non c’è più nulla da desiderare, in quanto in ogni momento abbiamo già realizzato la nostra vita: come dirà Seneca, la pace dell’anima è posseduta quando ogni giorno la nostra vita è stata intera.
Questo esercizio della morte si lega spesso alla consapevolezza della pochezza delle cose umane che ci spinge a guardare, invece, verso l’immensità dell’universo liberandoci della stretta prospettiva individuale.
Secondo Hadot, meditazione della morte e meditazione della vita sono quindi strettamente connesse, in quanto si presentano entrambe come fondamentali per la presa di coscienza di sé, per la realizzazione della possibilità di pensare se stessi "nell’atemporalità dello spirito o nell’atemporalità dell’essere."

2.4. Imparare a leggere
La filosofia antica si presenta come esercizio spirituale. Questo implica che tutte le teorie proposte non vadano esclusivamente lette nell’ottica dell’elaborazione di un pensiero astratto, ma debbano essere considerate momento integrante e fondamentale di quella conversione che doveva impegnare tutto l’individuo. È necessario allora, leggendo le opere dei filosofi, tenere costantemente presente l’atteggiamento esistenziale, la scelta di vita che stava alla base di una determinata dottrina.
L’opera scritta assolveva, infatti, precise funzioni metodologiche e pedagogiche, nel senso che era lo strumento per dialogare con i discepoli ed aiutarli nel loro percorso di trasformazione e consapevolezza. Per questo motivo esse appaiono talvolta rinchiudersi in aporie e contraddizioni, in quanto non aspiravano a quella completezza propria di un pensiero che vuole essere sistematico: esse dovevano, infatti, tener conto del livello dell’interlocutore e della situazione concreta nella quale questi viveva. Non si presentavano gli stessi testi ai principianti, ai progredienti e ai perfetti e questo perché ogni insegnamento filosofico si basava sull’effettivo grado raggiunto dal progresso spirituale. È questa un’ulteriore conferma del fatto che la filosofia fosse non solo costruzione teorica, ma metodo, terapia tesa a formare una nuova maniera di vivere e di vedere il mondo.
Leggere allora significava saper ascoltare se stessi e gli altri, meditare e lasciar parlare i testi stessi: un esercizio spirituale dei più difficili.

2.5. Esercizi spirituali: la concentrazione dell'io
Gli esercizi, come parte indispensabile della filosofia, anche se cambiavano da scuola a scuola, erano tutti tesi alla trasformazione integrale dell’individuo che abbiamo descritto. Potremmo tentare ora di rintracciare quei tratti veramente comuni che ne costituiscono le fondamenta e che ci permetteranno poi di introdurre la figura centrale del saggio.
In ultima analisi tutti gli esercizi sono riconducibili a due movimenti in parte opposti ed in parte complementari: uno di concentrazione e uno di dilatazione dell’io.
Quando gli antichi parlavano di "ascesi" (askesis), si riferivano proprio all’esercizio del dominio di sé, che era sotto varie forme previsto da tutte le scuole: per Platone essa consisteva nella rinuncia ai piaceri dei sensi e del corpo per meglio vivere la vita dello spirito; per i cinici nella sopportazione di tutte le difficoltà - anche fisiche - al fine di raggiungere l’indipendenza; per Pirrone nell’indifferenza a tutto; per gli epicurei nella limitazione dei desideri al fine di conquistare il piacere puro; per gli stoici nell’eliminazione della ricerca e dell’attaccamento verso le cose indifferenti (ossia verso tutto ciò che non dipende da noi). Per poter attuare questo tipo di esercizio è necessario che l’io si concentri su stesso, in una sorta di sdoppiamento in cui si allontana dai propri desideri, dagli oggetti che lo circondano per poter passare da una prospettiva parziale ad una universale.
La base degli esercizi è costituita da ciò che abbiamo definito concentrazione dell’io: l’io si concentra su se stesso e in questo movimento scopre che egli non è ciò che aveva creduto di essere in mezzo agli oggetti che da sempre lo circondano e a cui è attaccato. È attraverso questo esercizio che l’io compie su se stesso, separandosi da tutto ciò che può inquietarlo e distrarlo (e abbiamo citato l’esempio platonico del dio marino Glauco e quello plotiniano della statua), che è possibile conferire un valore differente alla concezione del presente: questo si separa dal passato come da ciò che è già stato vissuto e che ormai non dipende più da noi e dal futuro come da qualcosa di incerto che ancora non dipende da noi. Solo il presente è il vero luogo dell’azione e della decisione, mentre passato e futuro non sono altro che origine di pene e piaceri immaginari. Non che gli antichi, e in particolare gli stoici, rifiutassero il pensiero del passato e del futuro, ma allontanavano le passioni legate ad essi: è rispetto alla coscienza che viene affermato il primato del momento presente, in quanto solo conferendo attenzione a ciò che si pensa e si fa nel presente posso orientare la mia intenzione morale verso l’azione che sto compiendo.
Allo stesso modo era per gli epicurei, secondo i quali, eliminando le vane ed eccessive passioni e concentrandosi sulla coscienza dell’io nel presente, era possibile raggiungere il vero piacere: il presente basta alla felicità perché permette di soddisfare i desideri più semplici e necessari, quelli appunto che procurano un piacere stabile. Scrive Orazio: "Che l’anima felice nel presente rifiuti di inquietarsi per ciò che avverrà in seguito. / Il presente, pensa a ben disporlo con spirito sereno. Tutto il resto viene portato via come un fiume."
La stessa direzione ha anche l’esercizio della morte, teso a sottolineare l’importanza da conferire ad ogni momento vissuto dall’io, momento in cui in modo perfetto può realizzarsi la vita intera, senza dover così più temere l’imminenza della morte. Anzi è proprio la prospettiva della morte a conferire all’esistenza il suo pieno splendore, splendore che appare indipendentemente dalla sua durata, ossia dalla durata della vita.
Vediamo così come virtù stoica e piacere epicureo siano pensati come perfetti e compiuti in ogni istante.
La concentrazione dell’io richiedeva inoltre la pratica dell’esame di coscienza. Questa si ritrova fin dagli inizi della filosofia, legata alla consapevolezza dello stato di ignoranza e miseria dell’uomo e della corrispondente necessità di superare tale situazione riconoscendo i propri errori ed insieme i propri progressi. Gli stoici ritenevano che anche l’esame dei propri sogni, e la mancanza in essi di sensazioni di vergogna o di atti ingiusti o malvagi, potesse condurre alla consapevolezza dei progressi compiuti dall’anima. Seneca sosteneva che bisognasse ogni giorno sottoporre l’anima ad una sorta di resa dei conti, di tribunale interiore, esaminando le azioni fatte e le parole proferite. Non che l’esame di coscienza consistesse solamente in un bilancio: anzi, è attraverso esso che l’uomo ha la possibilità di raggiungere la consapevolezza di se stesso, approfondendo quella pratica dell’attenzione a sé unita all’uso della ragione. Riportiamo un passo di Epitteto che rende chiaro come l’esame di coscienza facesse parte della più ampia pratica della meditazione:
"Anche noi dobbiamo conversare con noi stessi, saper fare a meno degli altri, non trovarci nell’imbarazzo circa il modo di occupare la nostra vita; dobbiamo riflettere sul governo divino, sui nostri rapporti con il resto del mondo, considerare qual è stato finora il nostro atteggiamento riguardo agli eventi, quale esso è adesso, quali sono le cose che ci affliggono, e come anche potremmo porvi rimedio, come potremmo estirparle."

2.6. Esercizi spirituali: la dilatazione dell'io
Abbiamo detto che opposto e complementare al movimento di concentrazione vi è quello di dilatazione dell’io, ossia di espansione, attraverso il quale l’io si apre e si inserisce nella prospettiva del Tutto a cui appartiene, si relaziona con il resto del mondo e con gli altri uomini.
Questo esercizio consiste nella presa di coscienza della propria appartenenza al Tutto, "come un minuscolo punto di debole durata, ma capace di dilatarsi nel campo immenso dello spazio infinito e di afferrare, in un’unica intuizione, la totalità della realtà." Attraverso questa apertura al Tutto, l’io cerca di abbracciare l’immensità del mondo e dell’universo, superando quelle che sono le piccolezze della vita terrena.
Per gli epicurei la contemplazione della natura era finalizzata a questa espansione, nel senso che l’io si tuffava nell’infinito che supera il mondo che noi abitiamo, che è solamente uno degli innumerevoli mondi possibili. Così pure è per gli stoici, che prevedono una sorta di "volo" dell’anima che può così abbracciare la natura, gli astri, la totalità della realtà, superando la limitatezza della condizione umana.
È un esercizio di distacco, di allontanamento che vuole aiutare a raggiungere una visione imparziale ed obiettiva della realtà: solo in questa prospettiva le cose potranno essere viste come realmente sono e ricollocate nell’immensità dell’universo, nella totalità della natura. È in un certo senso uno sguardo dall’alto quello che consente di riportare alla giusta dimensione le preoccupazioni della vita quotidiana, eliminando l’illusoria importanza che viene loro attribuita dalle nostre passioni.
Abbiamo parlato di apertura all’immensità del mondo e dell’universo, di visione cosmica: è ciò a cui tendeva la fisica antica. Questa, infatti, non voleva essere solamente un sistema rigoroso della natura, non voleva offrire delle teorie definitive sui fenomeni fisici, ma proporre delle spiegazioni ragionevoli che in ultima istanza possedevano un altro fine, ossia quello di avvicinarsi alla natura e di imparare da essa dei principi fondamentali per la vita. Sappiamo, ad esempio, che lo studio della fisica per Epicuro insegnava a liberarsi dal timore degli dei e dalla paura della morte. Per gli stoici, mettere in pratica ciò che si scopriva grazie agli studi fisici significava arrivare a riconoscere la propria appartenenza al Tutto e alla totalità del cosmo. In ogni momento io devo essere capace di entrare in contatto con tutto l’universo e di accogliere tutto ciò che il destino mi manda. Questo atteggiamento non è altro che la fisica vissuta come accordo tra la ragione individuale e la Ragione universale, e grazie a questo movimento io mi immergo, sino quasi a scomparire, in quanto singolo uomo, nel Tutto.

2.7. La teoria filosofica al servizio della vita
Abbiamo visto, quindi, come i due momenti di concentrazione ed espansione dell’io siano sì opposti, ma allo stesso tempo complementari in quanto entrambi tesi a liberare l’uomo da tutto ciò che di superfluo, evanescente e falso rende illusoria la vita. Potremmo affermare che questi due movimenti, insieme agli esercizi che li caratterizzano, siano il fulcro della filosofia antica intesa come direzione spirituale.
Già dal dialogo socratico-platonico la filosofia è esercizio spirituale in quanto volta alla trasformazione integrale dell’uomo, non solo dei suoi comportamenti appartenenti all’ambito della moralità, ma di tutto l’essere umano, della sua stessa maniera di vivere e vedere il mondo.
Gli stessi rapporti interni alla filosofia tra la sua parte teorica e pratica possono essere considerati a partire da questa prospettiva. La teoria, infatti, non è mai fine a se stessa, ma sempre al servizio della pratica, ossia sempre intrecciata al suo risvolto esistenziale. Per gli epicurei, ad esempio, lo studio della natura - la fisica - ha come scopo quello di procurare la serenità dell’anima; per gli scettici, l’attività teorica consiste principalmente in un’attività critica che interessa tutto il campo dell’esistenza umana; per gli stoici lo studio della fisica è funzionale alla scelta esistenziale della scuola e al riconoscimento della Ragione universale che tutto pervade e a cui appartiene anche la ragione umana.
Ecco perché possiamo sicuramente affermare che la filosofia antica non presentava semplicemente due parti, una teorica e una pratica, tra loro separate ed indipendenti: al contrario queste due parti erano intrecciate ed interdipendenti, da sperimentare in prima persona se si intendeva vivere concretamente da filosofi. Ad esempio, la logica per gli stoici non era semplicemente la teoria astratta del ragionamento, ma consisteva nella padronanza del discorso interiore: farsi sopraffare dalle passioni era, infatti, un errore originato da un cattivo ragionamento. Era necessario, allora, controllare il proprio discorso interiore, dando la caccia agli errori del giudizio, delle definizioni. E così pure la fisica non era semplice discorso teorico sulla natura: essa veniva vissuta nel momento in cui ci si sforzava di vedere tutte le cose dal punto di vista della Ragione universale, quasi dall’alto, nella consapevolezza di far parte della coscienza cosmica.
Afferma Epicuro: "Vuoto è il discorso del filosofo se non contribuisce a guarire la malattia dell’anima". Cosa significa questa affermazione? Significa che nel pensiero ellenistico filosofare è un atto continuo, che penetra nella vita e che è necessario rinnovare ad ogni istante; significa che il pensiero non è qualcosa di separato dalla vita, ma qualcosa di vivo che sconvolge la vita stessa - e ricordiamoci della concezione della filosofia come di una terapia - facendo accedere ad una consapevolezza totalmente distinta da quella "disattenta" che caratterizza la nostra quotidianità. Le teorie filosofiche sono al servizio della vita filosofica, anzi si identificano con la vita stessa: negli stoici, esse vogliono raggiungere la purezza dell’intenzione, la conformità della volontà umana con la Ragione universale; negli epicurei, esse tendono al piacere puro che è, come già sappiamo, il puro piacere di essere.
Se la filosofia costituiva un unico blocco, notiamo peraltro che al suo interno essa si distingueva in parti: abbiamo una teoria fisica, una logica, un’etica. È un punto importante questo, che serve anche ad approfondire la concezione ellenistica di filosofia ed a precisare quanto stiamo dicendo della filosofia intesa come modo di vivere ed esercizio spirituale.
Le parti in cui si suddivideva la filosofia erano funzionali al "discorso filosofico", ossia all’insegnamento della filosofia stessa: era necessario organizzare il pensiero in parti distinte per poterlo insegnare, per renderlo accessibile a coloro che volevano imparare a partire dalle teorie esposte da ciascuna scuola. La filosofia ha bisogno del discorso filosofico attraverso il quale espone i suoi punti fondamentali: innanzitutto il discorso giustifica, argomentandola teoricamente, la scelta di vita propria di ciascuna corrente di pensiero; in secondo luogo, essendo la filosofia scelta esistenziale, e svolgendo una funzione formativa e terapeutica, è necessaria un’azione su se stessi e sugli altri che viene assolta, appunto, dal discorso filosofico; e infine il discorso si presenta come una delle forme di esercizio del modo di vita in quanto assume la forma del dialogo con se stessi o con gli altri.
Se il discorso giustifica razionalmente la scelta di vita, esso deve evidenziarne i presupposti, le conseguenze: ecco allora che sarà necessario, come appare evidente tanto nello stoicismo che nell’epicureismo, a partire dalla propria posizione dottrinale, spiegare la visione del cosmo e la collocazione dell’uomo al suo interno, elaborando così una fisica; individuare i rapporti esistenti tra gli uomini e dell’uomo con se stesso, elaborando così un’etica; definire le regole del ragionamento, elaborando una logica.
Filosofia e discorso filosofico si presentano, allora, inseparabili ed incommensurabili. Inseparabili perché non può esistere filosofia, e quindi scelta di vita, senza un discorso che la giustifichi e che operi un cambiamento radicale dell’essere (e questo a partire dalla specifica idea di filosofia che avevano gli antichi) e perché, specularmente, un discorso filosofico che non si trasformi in filosofia vissuta e praticata, in esperienza autentica, si rivela essere nient’altro che vana parola pronunciata da uomini che non si distinguono in nulla da tutti gli altri. Incommensurabili perché innanzitutto non si è filosofi grazie al proprio discorso, ma in funzione della propria scelta esistenziale: il discorso è filosofico solo se è capace di trasformarsi in modo di vita, altrimenti rimane esclusivamente discorso. Incommensurabili, inoltre, perché essi sono eterogenei: la vita filosofica, il raggiungimento di determinati stati sfugge al discorso filosofico, all’espressione. Vi è una sorta di eccedenza della vita filosofica rispetto al discorso: pensiamo alla difficoltà di esprimere l’esperienza dell’amore in Platone, del piacere puro in Epicuro, dell’armonia con la Ragione universale negli stoici.
Possiamo sicuramente affermare, quindi, che la vita filosofica, la filosofia costituiscono un atto unico, e che la partizione appartiene invece al discorso filosofico e alle sue esigenze pedagogiche: "Allora non si fa più la teoria della logica, ossia del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene, non si fa più la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo, non si fa più la teoria dell’azione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta".

2.8. I diversi generi letterari
È perciò evidente la ragione per cui tutte le scuole hanno sviluppato, nel loro intento pedagogico e formativo, delle teorie filosofiche che sono state espresse scegliendo di volta in volta le forme più diverse, ma sempre al servizio della vita filosofica. Spesso le opere presentano un nucleo teorico molto concentrato, per poter raggiungere una forte efficacia persuasiva; altre si presentano come un insieme di sentenze che riassumono i dogmi fondamentali da avere sempre sottomano. Vediamo quale fosse, allora, il legame tra le finalità della filosofia ed il genere letterario prescelto.
Epicuro utilizzò spesso il modello della lettera scritta ad un amico: ognuna presenta un solo tema, esposto in modo chiaro e insieme rigoroso, specificando i termini utilizzati, attraverso una tecnica argomentativa semplice in quanto lo scopo è formativo. I destinatari non sono infatti filosofi specialisti, per cui l’obiettivo è quello di esporre le proprie dottrine riportandole alla concretezza dell’esperienza individuale.
Altro genere letterario utilizzato tanto dalla scuola epicurea che da quella stoica è l’aforisma o la sentenza. Questa forma ha una finalità pratica, nel senso che nelle massime venivano esposti, in modo chiaro e breve, i principi-guida che dovevano orientare la vita: era necessario, quindi, che questi fossero facilmente memorizzabili e sempre presenti alla mente. La loro funzione è indubbiamente quella di aiutare il discepolo nelle pratiche individuali di ricerca della felicità e della verità, richiamando alla mente quelle idee ritenute fondamentali per affrontare quotidianamente le diverse situazioni della vita.
Ci sono poi i trattati, anche se per la maggior parte sono andati perduti. Erano comunque destinati ad un pubblico di specialisti , a coloro che volevano approfondire i diversi aspetti della dottrina, poter così discutere con gli altri filosofi e formare i discepoli appartenenti alla scuola.
Appare chiara adesso la funzione fortemente didattica degli scritti ellenistici: essi non erano semplice discorso teorico, ma vita filosofica e insegnamento, esercizio. Essi provano come sia possibile coniugare rigorosità del pensiero e tensione pedagogica, argomentazione teorica e vita. E anche laddove, con Pirrone, si sostenne la necessità del silenzio, ci fu comunque l’eloquenza dell’esempio, la filosofia vissuta.

2.9. La figura del saggio
Abbiamo visto come la filosofia ellenistica si fece chiaramente portatrice di una missione educativa, soprattutto per quanto riguarda la formazione etica dei cittadini - il cui fondamento fu ricercato nella struttura dell’universo, nella natura delle cose - in sostituzione del ruolo che era appartenuto fino a poco tempo prima alla città. Essa si proponeva come educazione individuale, tesa a far raggiungere al discepolo la coscienza di sé e a fornire quei principi-guida necessari per orientarsi nella vita quotidiana, per poter prendere delle decisioni almeno ragionevoli rispetto a tutto ciò che non dipende da noi e dalla nostra intenzione morale. Questa è la ragione per cui la filosofia era intesa come terapia: curare le malattie dell’anima comportava una trasformazione integrale dell’individuo. Ma guarire non significava convincere e tanto meno imporre con violenza dei comportamenti, ma dialogare, ascoltare, esortare, proporre degli esempi.
Lo scopo della filosofia era quello di raggiungere la saggezza, ossia non solo di un discorso fatto sulla saggezza, ma di una vita tutta vissuta eccellentemente. È la figura del saggio la norma trascendente a cui si guarda per definire il modo di vita da realizzare.
Innanzitutto il saggio è colui che riesce ad essere felice, ossia a raggiungere un perfetto equilibrio dell’anima prescindendo dalle circostanze in cui si trova (esempi sono Socrate e Pirrone); il saggio, cercando la felicità in se stesso, è anche indipendente (il saggio basta a se stesso: il cinico riducendo al massimo i suoi bisogni, l’epicureo dominando i propri desideri, lo stoico realizzando la sua virtù rispetto alle cose che può controllare e rimanendo indifferente a tutte le altre, ossia accettandole tutte con uguale amore in quanto espressione della Natura universale). La tranquillità della sua anima è determinata quindi da questa indifferenza, imperturbabilità, assenza del bisogno.
Lo stesso duplice movimento che abbiamo descritto a proposito degli esercizi - concentrazione ed espansione dell’io - lo si ritrova nell’esame della figura del saggio: da un lato egli si concentra su se stesso e trova la propria libertà ed indipendenza nei confronti di tutte le cose; dall’altro supera la limitatezza e chiusura della sua esistenza collocandosi, e quindi inserendo la sua stessa libertà, nella prospettiva della natura e della Ragione cosmica.
Anche la figura del saggio e la sua contemplazione invitano alla trasformazione radicale della propria percezione e visione del mondo. Seneca accosterà contemplazione della saggezza e del mondo, come due esercizi fondamentali per realizzare quella particolare maniera di essere uomini a cui si aspirava, quel vivere secondo ragione nel cosmo e con gli altri uomini: "Da parte mia, ho l’abitudine di dedicare molto tempo alla contemplazione della saggezza; la osservo con la medesima stupefazione con la quale, in altri momenti, guardo il mondo, quel mondo che tanto spesso mi capita di guardare come se lo vedessi per la prima volta". Contemplare il mondo e la saggezza significa allora filosofare, perché questo movimento richiede una conversione interiore che interessa tanto la nuova visione del mondo a cui si accede quanto la nuova norma incarnata dal saggio: significa saper riconoscere insieme lo splendore del mondo e del saggio.
Rapporto con Sé, con gli altri uomini, con il cosmo: la filosofia antica ci insegna che non si tratta di comunicare un sapere definitivo e già pronto, "ma di formare, vale a dire di insegnare un saper fare, di sviluppare un habitus, una capacità nuova di giudicare e di criticare, e di trasformare, ossia di cambiare il modo di vivere e vedere il mondo". Per questa ragione il rapporto tra l’opera ed il suo destinatario, come pure la funzione della scuola come "laboratorio di sperimentazione", hanno un ruolo centrale: al di là delle differenze, le singole filosofie incarnano lo sforzo verso la presa di coscienza di se stessi, verso un nuovo modo di essere al mondo e con gli altri. È in questa prospettiva che abbiamo letto anche il legame profondo tra filosofia e discorso filosofico: quest’ultimo non può bastare a se stesso, ma deve senz’altro penetrare nella vita filosofica, pena la sua stessa vanificazione, e questa deve giustificarsi attraverso un discorso filosofico razionale e motivato, pena la sua stessa inconsistenza.
La filosofia ellenistica non fu solo, allora, quello che ad uno sguardo superficiale può apparire, ossia ripiegamento nell’interiorità, evasione: essa fu, invece, filosofia praticata collettivamente, comunità di ricerca, sforzo e direzione spirituale. Rappresenta il tentativo consapevole di trasformare se stessi nella ricerca della saggezza e della felicità, una sfida sicuramente difficile. Ma la filosofia ci insegna a non rassegnarci, a continuare nel nostro sforzo nonostante ciò che si raggiunge possa apparire, spesso, non sostanziale. Scrive Marco Aurelio nei suoi Ricordi: "Non sperare nella repubblica di Platone, ma contentati d’ogni minimo miglioramento e pensa che riuscire a ottenere un risultato, pur così piccolo, non è cosa da poco."

2.10. Plotino, l’ultimo degli antichi
A partire dal III-IV secolo della nostra era si assiste ad un profondo cambiamento della fisionomia delle diverse scuole. Innanzitutto stoicismo, epicureismo e scetticismo scompaiono quasi del tutto lasciando il posto al neoplatonismo, una fusione tra platonismo e aristotelismo. L’insegnamento non avviene più all’interno delle scuole che avevano mantenuto una continuità con il loro fondatore; sorgono infatti diverse istituzioni che insegnano che cosa erano stati il platonismo, l’aristotelismo, lo stoicismo, l’epicureismo. Questo processo, definito da Hadot "la burocratizzazione dell’insegnamento della filosofia", era già iniziato nel II secolo a.C. ad Atene ed aveva visto il suo culmine con Marco Aurelio che aveva fondato quattro cattedre imperiali per l’insegnamento delle quattro dottrine tradizionali. Questo fenomeno, se da un lato portò ad una sorta di democratizzazione dell’insegnamento, dall’altro la continuità con le vecchie istituzioni viene persa. L’insegnamento d’ora in poi consisterà soprattutto nello spiegare e commentare i testi delle "autorità"; la libertà di discussione sarà meno ampia e questo perché, da una parte i filosofi dedicavano sempre maggior tempo all’analisi e alla critica delle idee dei maestri, e dall’altra perché con il passare del tempo i testi erano divenuti difficile da comprendere per gli studenti. Fu questa la ragione per cui l’attenzione era posta più sulla conoscenza delle dottrine che sulla scelta di vita che la filosofia presupponeva. L’essenziale, quindi, diventa il testo, le questioni che esso pone, la sua esegesi. Certo, continueranno ad esserci professori di filosofia che apriranno scuole, come Plotino a Roma e Giamblico in Siria. E forse proprio in queste scuole si cercherà di mantenere quel "vivere secondo lo spirito" che aveva animato le scuole dell’antichità. Porfirio, discepolo di Plotino, affermerà, secondo la tradizione aristotelica, che non è sufficiente acquisire conoscenze, ma che queste devono diventare natura e vita in noi: "se la felicità si ottenesse recependo discorsi, sarebbe possibile conseguirla senza avere la preoccupazione di scegliere il proprio cibo, o di compiere determinate azioni. Ma poiché è necessario cambiare la nostra vita attuale con un’altra vita, purificandoci allo stesso tempo con i discorsi e con le azioni, esaminiamo quali discorsi e quali azioni ci predispongono a quest’altra vita". Questa trasformazione coincide con il ritorno al nostro vero io, che non è altro poi che il divino che è in noi.
Questa vita lontana dalla sensazione, dalle passioni, dagli affanni della vita materiale non è altro che la vita contemplativa, ascetica, l’unica che permetteva di trovare il proprio autentico io. Secondo Plotino, queste esperienze unitive con lo Spirito, con il Principio primo erano estremamente rare - si dice che Plotino vi riuscì solo quattro volte - e per tale motivo il discorso filosofico faceva difficoltà ad esprimere un’esperienza che superava qualsiasi forma di espressione, risolvendosi in un sentimento di gioia e di presenza. Anche il discorso di Plotino non consiste perciò nell’esposizione di un sistema, ma cerca di condurre il discepolo all’ascesi che rappresenta la vera conoscenza. Solo quindi innalzandosi al livello della vera realtà, divenendo spiritualmente simili a ciò che si vuole conoscere, si potrà cogliere la verità. E’ l’autentico spirito del platonismo: solo nell’unione di sapere e virtù vi è progresso esistenziale e conoscitivo. La distinzione tra anima razionale e irrazionale, ad esempio, non è esposta per dimostrare che esiste un’anima razionale, quanto per vivere se stessi come anima razionale. Ma nel percorrere l’itinerario che conduce a vivere secondo lo Spirito, ad unirsi al Tutto, all’Unità assoluta, il discorso filosofico incontra i suoi limiti: se unirsi all’Uno è allontanarsi dalle determinazioni, dalle differenze, allora parlarne sarà impossibile, perché parlare è connettere soggetti e predicati e l’Uno non può avere complementi e predicati, essendo uno in modo assoluto. Ciò che diremo dell’Uno sarà, allora, solo ciò che noi siamo in rapporto ad esso. Il discorso ci fornirà un insegnamento riguardo al Bene e all’Uno, ma ciò che ci condurrà ad esso sarà solo l’esperienza unitiva, e quindi la virtù, la purificazione dell’anima: "Quando si dice Dio senza praticare veramente la virtù, «Dio» non è che una parola". Senza l’esperienza morale e mistica, ancora una volta, il discorso filosofico rimane inevitabilmente vuoto.