Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia

Andrea Inzerillo
Il problema della eternità del mondo
visto da Tommaso d'Aquino
(1)
[Vedi anche le voci: Tommaso d'Aquino - Metafisica - Scolastica - Tempo]

Il secolo XIII, detto da alcuni il "secolo d’oro" della scolastica, è caratterizzato dall’influenza dell’intero Corpus Aristotelicum, che agli inizi del secolo comincia ad essere conosciuto in traduzione latina, in seguito ad una serie di viaggi per gran parte del mondo (2). Gli scritti di Aristotele cominciano a circolare nelle universitates, e dal marzo 1255 il loro studio nella facoltà di Arti liberali di Parigi diventa obbligatorio: ogni magister artium deve ormai confrontarsi con testi come la Fisica, il De caelo, il De generatione et corruptione, la Metafisica, testi cioè nei quali vengono tra l’altro sostenute l’eternità del movimento e del tempo, dei corpi celesti, ecc. Ed anche nel campo della teologia, dove spesso viene utilizzato il Liber sententiarum di Pietro Lombardo, si incontrano dottrine come quella della eternità del mondo. Moltissimi teologi e filosofi, durante tutto il secolo, si occupano di questo problema; gli anni ’60 in particolare sono un periodo di grandi discussioni e dibattiti (a volte estremamente violenti) tra le maggiori personalità del tempo. Anche anteriormente alla prima condanna del vescovo di Parigi, Stefano Tempier, ma soprattutto tra il 1270 e il 1277 (data della seconda e più famosa condanna), prolificano testi che, direttamente o indirettamente, trattano dell’eternità del mondo; Bonaventura, Boezio di Dacia, Sigieri di Brabante, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino sono solo i nomi più importanti.

Il testo di cui si parlerà, il De aeternitate mundi di Tommaso, che gli storici (Mandonnet, Perrier, Torrell) datano tra il 1270 e il 1271, è particolarmente interessante. Tommaso aveva studiato i testi di Aristotele, del quale apprezza molto il metodo scientifico. Ciò che intende fare è mostrare come si possa utilizzare Aristotele senza rinunciare alla fede cattolica: al contrario, vuole mostrare proprio come esso si possa utilizzare a favore della risoluzione di problemi teologici: non esattamente una philosophia ancilla theologiae, bensì due scienze che si aiutano a vicenda. È chiaro che, in un’atmosfera tanto tesa come quella del suo tempo, se egli dovesse scegliere tra Aristotele e la fede non avrebbe alcun dubbio a scegliere la seconda (come si può vedere dai toni che utilizza in questo trattato); ma questo è un tentativo di salvare entrambe, almeno fin dove si può. E Tommaso crede che in questo problema specifico ciò sia possibile. Ma andiamo direttamente al testo, per renderci conto meglio di ciò che qui stiamo solamente anticipando.

All’inizio del trattato viene posto un problema, come nella struttura di ogni quaestio (anche se qui si tratta di una quaestio sui generis, che non ne ha la forma classica) (3):

"Supposito secundum fidem catholicam quod mundus initium durationis habuit, dubitatio mota est utrum potuerit semper fuisse"(4).

Siamo tutti d’accordo sul fatto che, come dice la fede cattolica, il mondo ha iniziato ad esistere dal nulla mediante un atto di creazione, dice l’Aquinate; ma alcuni (gli avversari) hanno fatto sorgere un dubbio: potrebbe essere esistito da sempre? Dobbiamo analizzare il problema, sentire le ragioni di coloro che sostengono questa tesi, e trovare una soluzione. Innanzitutto bisogna centrare esattamente il problema: inizia da qui una serie di divisioni, un albero che permetterà a Tommaso di arrivare al nodo della questione.

La prima divisione è questa: se il mondo fosse esistito da sempre, è possibile che esso sia esistito creato da Dio o non creato da Lui. Ma pensare che sia eterno e non creato da Dio

"error abhominabilis est, non solum in fide, sed etiam apud philosophos" (5)

perchè viene universalmente ammesso (anche i filosofi lo ammettono) che tutto ciò che esiste deve essere causato da ciò che esiste in grado massimo e più vero.

Rifiutata la prima ipotesi, non resta che vedere se sia possibile la seconda, un mondo eterno e creato da Dio. Se qualcuno dicesse che questo è impossibile, lo direbbe per due ragioni: o perché Dio non poté fare qualcosa che fosse esistito da sempre, o perché ciò non poté essere fatto, anche se Dio avrebbe potuto farlo. È facile rifiutare la prima di queste due ipotesi, perché cozza con il principio dell’onnipotenza divina. Rimane la seconda: e se si dicesse che non si può dare una realtà creata ed insieme eterna, questa impossibilità può essere intesa in due maniere:

"Vel propter remotionem potentiae passivae, vel propter repugnantiam intellectuum" (6).

Nel primo caso, cioè per mancanza di una potenza passiva, l’argomentazione è la seguente: dell’angelo, alla cui esistenza non precede alcuna potenza passiva, si può dire che non può essere fatto, prima che sia fatto; e però Dio poteva fare gli angeli, poiché li fece. Allora, non si può dire che ciò che è causato sia esistito da sempre (prima della creazione divina), perché in questo modo si ammetterebbe un’esistenza eterna della potenza passiva, e ciò è eretico. E tuttavia, aggiunge Tommaso, ciò non prova che Dio non possa fare qualcosa che sia da sempre.

Nel secondo caso l’impossibilità deriverebbe da una contraddittorietà concettuale (anche se, nota Tommaso, alcuni teologi hanno affermato che Dio può produrre anche realtà contraddittorie). Bisogna dunque esaminare dunque se ci sia effettiva incompatibilità tra queste due affermazioni: che qualcosa sia stata creata da Dio e ciononostante sia esistita da sempre.

"In hoc ergo tota consistit quaestio, utrum esse creatum a Deo secundum totam substantiam et non habere durationis principium, repugnent ad invicem, vel non" (7).

Questa è la domanda che introduce la vera quaestio, il problema fondamentale del trattato: se c’è incompatibilità concettuale tra l’essere creato e l’essere esistito da sempre.

Comincia qui la seconda parte del trattato, o meglio il trattato in senso forte; risolvere questo problema permetterà a Tommaso di rispondere alla domanda iniziale, se il mondo abbia potuto esistere da sempre (senza che ciò crei incompatibilità concettuale con l’atto di creazione). E la soluzione ci viene data subito:

"Quod autem non repugnent ad invicem, sic ostenditur" (8).

Non c’è incompatibilità concettuale, dice Tommaso. Se ci fosse, ciò non potrebbe essere che per uno di questi due motivi, o per entrambi:

1) "Aut quia oportet ut causa agens praecedat duratione (effectum suum)",

2) "Aut quia oportet quod non esse praecedat duratione (esse) propter hoc quod dicitur creatum a Deo ex nihilo fieri" (9).

Vediamo come Tommaso analizza queste argomentazioni.

In primo luogo, ci dice l’Aquinate, non è necessario che la causa agente preceda il suo effetto nella durata. Nessuna causa che produce il suo effetto istantaneamente lo precede necessariamente nel tempo; e Dio produce il suo effetto istantaneamente, e non attraverso un movimento. Ciò è evidente nel caso del sole e della illuminazione; ma si può anche argomentare razionalmente, nella seguente maniera. Quando si dice che una cosa esiste, si dice anche che il suo principio di azione esiste (quando comincia ad esistere, il fuoco, riscalda); ma nelle operazioni istantanee il principio e la fine dell’operazione coincidono temporalmente. Allora in ogni istante in cui si dice che un agente sta producendo il suo effetto, si può affermare la fine della sua azione. E se la fine dell’azione è simultanea al prodotto, allora non crea una contraddizione affermare che la causa che produce istantaneamente il suo effetto non precede nella durata il suo causato. Crea invece contraddizione affermare ciò nelle cause che producono effetti mediante movimento, dove è necessario che il principio del movimento preceda la sua fine.

Altri quattro argomenti sono portati a mostrare la non necessità che una causa preceda il suo effetto nel tempo:

a) nemmeno può dirsi necessario che la volontà preceda nella durata il suo effetto, a meno che non agisca per deliberazione (cosa che non può dirsi di Dio);

b) dato che la causa che produce la totalità della sostanza ha più potere della causa che produce la forma (perché non produce traendo dalla potenza della materia), e un agente che produce solamente la forma può fare in modo che ciò che ha prodotto esista fintantoché lui sia presente (come nel caso del sole e della luce), è chiaro allora che Dio, che è eterno e che produce la totalità della sostanza della cosa può fare in modo che ciò che è causato da lui esista dall’eternità;

c) se ponendo in un istante una causa non può essere posto nello stesso istante il suo effetto, questo dipende dal fatto che alla causa manca qualcosa per essere completa; a Dio non manca niente per essere completo, e dunque ciò che è causato da lui può essere posto sin dal momento in cui Egli esiste, e non deve precedere nella durata;

d) come la volontà di colui che vuole non diminuisce in nulla il suo potere (specialmente in Dio), anche presupponendo un agente volontario, questi se eterno potrebbe fare in modo che ciò che è causato da lui non iniziasse mai ad esistere.

Rimane da esaminare la seconda alternativa, se cioè sia contraddittorio che qualcosa di creato esista da sempre, dato che è necessario che il suo non essere preceda nella durata l’essere, dal momento che è scritto che fu fatto dal nulla. Per rispondere a questo secondo corno della questione, Tommaso comincia con l’appoggiarsi ad una auctoritas, Anselmo d’Aosta: nel Monologion (capitolo 8) egli sostiene che produrre dal nulla equivale a dire produrre senza alcun presupposto, come di un uomo, triste senza una motivazione, si dice che è triste di niente. Quindi, che Dio abbia creato le cose dal nulla significa che le ha create non a partire da qualcosa.

Se anche si volesse ammettere che "creazione dal nulla" vuole significare una creazione post nihil, continua Tommaso, quel post significa senza dubbio che esiste un ordine nella creazione: ma quest’ordine potrebbe essere una ordo durationis o una ordo naturae. Nel caso delle creature, quel post non indica necessariamente un ordine temporale (non vuole significare che prima c’era un nulla, e dopo di questo si fecero le cose), bensì un ordine naturale: vuol dire che, dal momento che la creatura riceve il suo essere ab alio, se non lo ricevesse, sarebbe nihil. È la famosa argomentazione, già presente in alcuni trattati precedenti, che rifiuta l’equazione ex nihilo = post nihil. Il nulla precede ontologicamente le creature, e non temporalmente: questa è l’opinione di Tommaso (10).

"Esse autem non habet creatura nisi ab alio, sibi autem relicta in se considerata nihil est: unde prius naturaliter est sibi nihilum quam esse" (11).

Non c’è contraddizione tra l’essere creato e l’essere eterno: è questa la conclusione a cui arriva Tommaso, dopo aver replicato a tutte le possibili obiezioni. Adesso, per rafforzare questa conclusione, utilizza alcune auctoritates. È strano, dice , che molti filosofi illustri non abbiano riscontrato questa incompatibilità, se è vero che esiste. Agostino, per esempio, non ne ha mai parlato; anzi parlando dei platonici, nel capitolo 31 del libro decimo del De civitate dei ci spiega in che maniera sia possibile che esista qualcosa di creato e ciononostante eterno. "Se un piede, dicono essi, sempre dall’eternità fosse stato nella polvere, sempre sotto di esso vi sarebbe l’orma, e non si può mettere in dubbio che l’orma è stata prodotta da chi ha calpestato la polvere; eppure l’uno non sarebbe prima dell’altro, sebbene uno sia stato prodotto dall’altro". Allo stesso modo il mondo, creato da Dio, sarebbe potuto esistere dall’eternità.

Tommaso cita anche alcune auctoritates che sembrano appoggiare (anche se si tratta di un debile fulcimentum) la tesi opposta: Giovanni Damasceno, e Ugo di San Vittore, i quali sostengono che ciò che è creato non può essere coeterno con ciò che crea. Solo l’onnipotenza divina è eterna, e nient’altro. Per rispondere a queste argomentazioni è indispensabile a Tommaso l’aiuto di Severino Boezio, il quale dice nell’ultimo capitolo del suo De consolatione philosophiae che alcuni hanno interpretato male l’idea di Platone che il mondo non ha avuto un inizio di durata nel tempo, e hanno pensato che con questo Platone volesse dire che il mondo è coeterno al creatore. Ma

"aliud ... est per interminabilem vitam duci, quod mundo Plato tribuit, aliud interminabilis vitae totam pariter complexam esse praesentiam, quod divinae mentis esse proprium manifestum est "(12).

Nulla può essere coeterno a Dio, perchè Dio è eternità immutabile, e nulla di ciò che è creato, e che perciò sta nel tempo, può essere coeterno al creatore, che sta fuori dal tempo. Ma il mondo, come già spiegato nel testo di Agostino citato sopra, se non può essere coeterno a Dio, avrebbe potuto essere perpetuo: cioè, esistere dall’eternità, ma non come Dio ("aliud est per interminabilem vitam duci ... aliud interminabilis vitae totam pariter complexam esse praesentiam"), perchè, essendo creato da lui, esiste da sempre nel tempo, mentre Dio è fuori dal tempo.

Padri della Chiesa, filosofi importanti lo appoggiano: si può definitivamente affermare che non c’è incompatibilità concettuale tra quei concetti. Coloro che così sottilmente ve la ritrovano, allora, sono solo uomini, e con essi nasce la sapienza conclude con ironia il santo, parafrasando un testo biblico (13).

Ci sono anche altre argomentazioni, che Tommaso non vuole trattare analiticamente, come quella che riguarda l’infinità delle anime (se il mondo è esistito da sempre, devono dunque esistere attualmente infinite anime). Ad ogni modo, abbozza solamente Tommaso, Dio avrebbe potuto creare dall’eternità un mondo senza uomini, e produrre in seguito l’uomo. In questo modo non ne sarebbe derivata necessariamente l’esistenza in atto di un numero infinito di anime.

 

Note

1) Questo testo è stato pensato e redatto per un corso di Ontología fundamental tenuto dal prof. Rogelio Rovira presso la Universidad Complutense de Madrid nell’A.A. 2002/2003. Il testo di riferimento, senza il quale nulla di ciò che segue avrebbe potuto essere scritto, è L’errore di Aristotele di Luca Bianchi, La Nuova Italia, Firenze 1984. L’autore desidera ringraziare per la sua pazienza e disponibilità il prof. Gianfranco Fioravanti dell’Università di Pisa.

2) Ultima l’influenza greco-araba. La storia degli scritti di Aristotele, della loro evoluzione, delle loro traduzioni e delle scuole peripatetiche meriterebbe però uno studio a parte.

3) Cioè: posizione del problema, rationes contra, rationes pro, respondeo, confutazione delle rationes contra.

4) "Dato per presupposto – come dice la fede cattolica – che il mondo ha avuto un inizio di durata, è sorto il dubbio se avrebbe potuto esistere da sempre" (la traduzione, ove non diversamente indicato, s’intende sempre mia).

5) "E’ un errore abominevole, non solo per quanto riguarda la fede, ma anche per i filosofi".

6) "O per mancanza di una potenza passiva, o per contraddizione concettuale".

7) "In ciò consiste dunque l’intera questione, se l’essere stato creato da Dio per quanto riguarda la sostanza nella sua totalità e non avere un inizio di durata crei contraddizione concettuale, oppure no".

8) "Che ciò non crea contraddizione, si mostra così".

9) "O perché è necessario che la causa agente preceda (il suo effetto) nel tempo, o perché è necessario che il non essere preceda (l’essere) per il fatto che si dice che ciò che è creato da Dio è fatto dal nulla".

10) Opinione che gli permette di rispondere a Bonaventura, al quale sembra assurda la nozione di "creatura eterna" perchè in essa ci sarebbe una simultaneità di essere e non essere. No, dice Tommaso: il non essere della creatura eterna consiste solamente nel fatto che essa, sibi relicta, nihil est.

11) "Ma ciò che è creato non riceve l’essere se non da altro, in sé considerato, da solo, è nulla: per cui naturalmente per esso viene prima il nulla che l’essere".

12) "Altro è, infatti, estendersi per una vita interminabile – ed è questo, appunto, il carattere che Platone attribuisce al mondo – altro è abbracciare per intero e simultaneamente la presenza divina di una vita interminabile, cosa, questa, che, chiaramente, è una proprietà della mente divina" (trad. di Ovidio Dallera, in Anicio Manlio Severino Boezio, La consolazione della filosofia, Bur, Milano 1977, p. 379).

13) «Ergo vos estis soli homines, et vobiscum morietur sapientia» (Iob., XII, 2)