Il Giardino dei Pensieri - Studi di Storia della Filosofia
Novembre 2001

Mario Trombino
La Tigre e il Dragone
Libertà, leggerezza, precisione
[Vedi anche le voci:  Cinema e filosofia, Pensiero per Immagini]

 

1. Se Aristotele ha ragione…

Se Aristotele ha ragione, la poesia, non la storia, si avvicina alla filosofia [1], perché la poesia tende a rappresentare l’universale, la storia il particolare: "La vera differenza è questa, che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualche cosa di più filosofico e di più elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare. Dell’universale possiamo dare l’idea in questo modo: a un individuo di tale o tale natura accade di dire o fare cose di tale o tale natura in corrispondenza alle leggi della verosimiglianza o della necessità; e a ciò appunto mira la poesia, sebbene ai suoi personaggi dia nomi propri". [Aristotele, Poetica].

Sicché al giovane Siddharta, nel libro di Hermann Hesse, accade di dire e di fare cose di natura tale da potere richiamare un tratto universale dell’adolescenza. Dunque tale da permetterci, se la nostra mente è serena, di comprendere meglio gli adolescenti reali verso cui in aula, ogni mattina, ci rivolgiamo come barcaioli su un battello che può accadere sia scricchiolante, per contribuire, con molti altri adulti, a far sì che possano continuare il loro viaggio in un paese nuovo, poco conosciuto, le cui mappe non sono sempre tracciate o aggiornate: "Assumendo una metafora fornita da Siddharta, il libro di Hermann Hesse che, a torto o a ragione, è considerato da molti un resoconto prototipico delle vicende adolescenziali, l’età adolescenziale può essere vista come la traversata di un grande fiume impetuoso. C’è, ad un estremo, chi […] può traversarlo in un giorno di quiete, guidato da un barcaiolo saggio […]. C’è, all’altro estremo, chi […] deve imbarcarsi nella traversata in un giorno di tempesta, su un battello scricchiolante guidato da un barcaiolo ubriaco[…]. In realtà anche chi traversa le tempeste adolescenziali senza troppe ambasce non è alla fine del viaggio ma lo deve continuare in un paese nuovo, poco conosciuto, le cui mappe non sono sempre tracciate o aggiornate". [Augusto Palmonari, Psicologia dell’adolescenza] .

L’adolescenza è l’età cui il lavoro al Liceo costringe i professori a guardare, ma quali siano i suoi confini è difficile dire: in un mondo come il nostro l’adolescenza si prolunga molto in avanti, ma anche molto indietro, tanto da dare l’impressione di una dilatazione temporale estrema. Forse, più che pensare all’adolescenza come un breve periodo della giovinezza, ci è utile pensarla come un tratto di un movimento continuo, i cui caratteri possono persistere a lungo.

Scrivo queste parole sotto l’influenza della lettura di Siddharta, ed anche di alcuni film, che non ho potuto fare a meno di intendere – influenzato dal libro – se non come romanzi di formazione. Uno di questi, Sogni, di Kurosawa, è oggetto di attenta lettura da parte di Dionisio Altamura mediante un ipertesto [2]. Un altro, La tigre e il dragone, di Ang Lee, costringe a riflettere sui temi della libertà e della leggerezza, in un mondo che di libero e leggero ha molto poco, e richiama un film di Antonioni, Zabriskie Point, in gran parte ambientato in un deserto, in cui gli stessi temi si intrecciano per i giovani di una generazione fa. Un terzo, Matrix, di Andy e Larry Wachowski, è così scopertamente interessante per chi si occupa di filosofia da essere stato oggetto in più occasioni di letture pubbliche e private conversazioni.

Dietro queste riflessioni, restano alcune figure di adolescenti che per i filosofi hanno il sapore di archetipi, come Eloisa.

C’è nella adolescenza qualcosa che richiama in modo così forte la purezza di alcuni temi filosofici – l’identità del sé, la libertà, il senso della vita e del mistero delle cose, la ricerca dell’assoluto – che lo sguardo di scrittori, registi, uomini d’arte, posandosi su di essa ne sa trarre così profonde riflessioni da spingere davvero a chiedersi se Aristotele non abbia ragione.

  

2. …nella poesia qualcosa lega il particolare e l'universale…

Anche in filosofia vi sono romanzi di formazione. O almeno luoghi celebri che richiamano questa forma: la Prima Meditazione di Cartesio, l’incipit del De Intellectus Emendatione, la vicenda di Gesù nel giovane Hegel, e la sua incomparabile Maddalena, alcune figure della Fenomenologia. E i giovani, tantissimi, dei dialoghi platonici, e perfino lo stesso Socrate in almeno due luoghi centrali, come il Simposio e il Parmenide. Sandro Studer ha di recente richiamato l’attenzione sugli aspetti "cinematografici" della caverna platonica [3], e non è manifestamente infondato il sospetto che, a voler essere oggi filosofi platonici, si possa legittimamente ricorrere al cinema così come lui – 24 secoli fa – è ricorso all’invenzione del suo tempo, la scrittura, per narrare l’oralità.

Non si tratta in questo contesto di discutere la nozione di concetto-immagine nello specifico del cinema così come è stata di recente proposta da Julio Cabrera [4] o di riprendere da Ejzenstejn la nozione di obraz, come suggerisce Studer [5]. In questo contesto si tratta per noi piuttosto di utilizzare, per i fini propri della ricerca di un insegnante di Liceo, la connessione che lega l'universale e il particolare nella mente: è dalla tesi di Aristotele che trae giustificazione questa riflessione sull'adolescenza. La poesia dà nomi propri ai suoi personaggi, e lo fa mirando alle leggi della necessità, le stesse leggi cui mira l'analisi filosofica. Che si tratti di tragedia o di commedia, come nel discorso di Aristotele, o di altre forme di poesia, come il romanzo, il racconto o il cinema, non si vedono ragioni per modificare la tesi. Se la accettiamo, dovremo accettarla per ogni forma di poesia, nel senso aristotelico del termine. Quindi anche per il cinema.

 

3. …e per questa via possiamo forse tentare di comprendere la complessità e unità della vita…

Il presupposto dal quale muoviamo è quindi la possibilità di mirare all'universale passando attraverso un certo tipo di particolare, proprio della poesia. Quale vantaggio speriamo di trarne? Essenzialmente uno, il rispetto della complessità e unità della vita che l'astrazione filosofica e scientifica è accusata di smarrire quando mira alla sfera pura, essenziale, del pensiero.

Vi sono due modi che la tradizione filosofica e scientifica ci mette dinnanzi per fare discorso - e dunque intendere con la ragione - della complessità e unità della vita. Richiamando Bergson, possiamo esemplificarli in questo modo:
- scomporre il reale in piani, tagli prospettici rigorosamente definiti da angolazioni, punti di vista, metodi: studiare scientificamente e filosoficamente la vita distinguendo i suoi piani, il più possibile seguendo l'indicazione platonica di rispettare le distinzioni reali (ma quest'ultima nozione è ovviamente problematica); poi ricomporre l'unità dell'oggetto attraverso un atto di sintesi; è il movimento cartesiano del secondo e terzo principio del metodo;
- oppure intuitivamente far sì che il nostro pensiero parta dall'indistinto e confuso fluire della vita, mediante un atto di intuizione intellettuale. Un’intuizione per la quale, ancora una volta, non è vano il richiamo a Cartesio.

Invece il richiamo a Bergson non può essere portato oltre: il presupposto da cui partiamo non è la tesi bergsoniana che la seconda via sia migliore perché salvaguarderebbe la vera comprensione della realtà della vita che, scomposta e ricomposta, smarrisce ciò che ha di più proprio, la continuità nella durata che tiene insieme identità e differenza. Come insegnanti di Liceo, infatti, non siamo a caccia della via migliore per intendere la vita e la realtà, ma solo a caccia del modo migliore per formare noi stessi, come professori di filosofia, e i nostri giovani come allievi di un corso di filosofia: dunque le vie che la filosofia ci mette a disposizione vanno tutte bene se raggiungono lo scopo. Al modo in cui, durante una gita in barca in un pomeriggio d'estate, per sapere che ore sono e dove siamo, utilizzeremo quel che abbiamo, e considereremo ad occhio la Terra ferma e il Sole in movimento, oppure il contrario, a seconda degli strumenti più o meno sofisticati che la tecnologia ci mette a disposizione.

In altra sede, dunque, il dibattito sulla legittimità teorica del pensiero per immagini in filosofia [6]. In didattica, tutto ciò che è consacrato da lungo tempo dalla tradizione filosofica può essere utilizzato senza che di noi professori si possa parlare come di eclettici. Infatti non miriamo ad una sintesi di posizioni diverse, ma al platonico "esplorare tutte le vie in ogni direzione" [7], perché è un guadagno in termini di formazione ciò cui miriamo.

La nostra tesi è che alcuni temi filosofici sono molto ben esemplificati - nel senso di Aristotele nel passo della Poetica prima richiamato - dal modo in cui accade che un adolescente, o più in generale un giovane, guardi alla vita. La purezza del suo sguardo, la essenzialità della sua azione, il suo disincanto e allo stesso tempo la sua disponibilità all'incanto, all'apertura all'ignoto, libera i problemi filosofici fino a ridurli alla loro purezza, come accade nelle pagine dei grandi filosofi. Ma in modo intuitivo. Da qui, da questa riduzione all’essenziale, il richiamo a Calvino e alle sue nozioni, correlate, di leggerezza e di precisione: "La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città". "La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso". [Calvino, Lezioni americane].

Accade ai giovani di chiedersi se al possesso non convenga anteporre la leggerezza, al dominio ed alla stessa bellezza la libertà, scrivendo ad un amico lontano.
La domanda su ciò che vale evoca una risposta antica: ciò che vale non è il possesso, neppure della bellezza, neppure dell’amore. Ciò che vale va cercato lontano dal possesso. In questione, per un adolescente, è l’identità di sé. Se abbiamo del potere – poiché abbiamo del potere – la domanda è dove dirigere i nostri passi nel viaggio della vita, territorio le cui mappe o non sono tracciate o non sono sempre aggiornate. E’ l’attimo in cui non si può dire "io sono…", ma soltanto "io scelgo di essere…". L’adolescente, allora, è figura archetipa della domanda centrale della filosofia.

 

4. …lasciandoci guidare dalla dialettica di Eloisa…

Si prendano le figure di Abelardo ed Eloisa. Maestro di dialettica è Abelardo, e le armi della ragione gli sono note come a pochi, e come pochi sa davvero usarle nella contesa. Per quello che sono: armi. Ma è Eloisa, non Abelardo, a fare discorso, con implacabile forza dialettica, della questione filosofica di Dio e del problema agostiniano del male. Dunque di chi siamo di fronte alla vita, come essa è.

Nella metafora richiamata da Palmonari su Siddharta, l'adolescente è guidato da un barcaiolo che, ai suoi estremi, è saggio o ubriaco, in un momento in cui il fiume è calmo o in un giorno di tempesta [8]: paletti estremi, confini che segnano un arco di possibilità in cui la grande maggioranza delle situazioni si collocherà verso il centro. Ma nel caso di Eloisa è il grande, grandissimo Abelardo - davvero un maestro nella dialettica, uno dei maggiori se non il maggiore del suo secolo - a dovere riconoscere l'impossibilità di comprendere. Si darà un senso a quanto è accaduto, ma non si dirà che Dio è comprensibile. E qui Dio è ciò a cui la loro mente pensa per intendere ciò che è accaduto: la forza semplice e implacabile dell'Eros, elementare e complessa, la catena degli eventi, l'accadere oggettivo degli eventi. Il dolore e l’incanto senza tempo della loro storia. La radicalità e l'assolutezza della scelta di Eloisa - esemplificata dall'uso essenziale dei nomi nella celebre chiusa: "Ad Abelardo Eloisa" [9] - è il contraltare dell'impossibilità di comprendere Dio e gli eventi. Enrico Guarneri vi vede, con molte ragioni, una scommessa di Pascal al contrario… [10]

 

5. …o dalla leggerezza del volo di Jan…

L'adolescenza ha queste assolutezze. E se poi, crescendo, si stemperano in vario modo, perché la saggezza del vivere - il fatto, banale, che la vita continua - costringe l'assolutezza a fare i conti con la frammentarietà dell'esistere, non è meno vero che proprio questo contrasto tra relatività degli eventi e assolutezza delle scelte ci ricorda che l'apertura verso l'assoluto non è follia contro razionalità. Il mistero della vita e del reale non lo hanno inventato i filosofi né è frutto dell'incerta mente di un'età di passaggio. Davvero non ne sappiamo nulla del senso dell'accadere, non è cosa da crisi adolescenziale. La forza della vita che si esprime nell’Eros non è cosa di un’età, ma appartiene – senza tempo – alla vita stessa. E’ anche ad essa, o contro essa, che l’adolescente chiede: "Chi devo essere…?"

Nei giovani questa assolutezza e semplicità di sguardo, esemplificata dal deserto nei due film di Antonioni e di Ang Lee, si accentra sul dilemma tra ordine sociale ed Eros, in un mondo in cui la via verso Dio, verso l'assoluto, sembra preclusa da un baratro incolmabile, o forse semplicemente da una assenza, peraltro non meno facile da comprendere. La giovanissima Jen è così continuamente posta di fronte alla scelta e sceglie: nel deserto, quando rischia la vita per recuperare un piccolo oggetto, quando il predone che ama le ricorda che, se i suoi genitori la cercano, anche loro due farebbero lo stesso se avessero una figlia; nella casa del padre, quando il giovane che ama la visita; durante il matrimonio, quando lui sfida la morte per negare il suo matrimonio; nella scena finale, quando la sfida assume il valore metafisico del mito, richiamando deserto e volo, dai tratti mistici. Se il film fosse occidentale, penseremmo: Dio, se ci sei, risolvi tu la contraddizione. Ma in Oriente tutto è diverso.

Nella vicenda di Jen la contraddizione ha termini chiari: libertà e ordine sociale, Eros e matrimonio, relativo ed assoluto. Come vedremo meglio più avanti, la libertà di cui si fa discorso sembra quella kantiana, lo scontro tra felicità e libertà sembra una esemplificazione della impossibilità della felicità nei celebri passi della Ragion pura. In una vicenda descritta con implacabile semplicità.

Per gli adolescenti di una generazione fa, meno intrisi di misticismo ma egualmente stretti tra libertà e ordine sociale, erano le sabbie del deserto californiano a permettere ad Antonioni di narrare la concretissima e lucida scelta di libertà. Come in una delle tragedie su cui si è fermato a riflettere il giovane Hegel, il ragazzo va incontro al destino da lui stesso evocato suscitando pietà e terrore, per il venir meno di una bella essenza [11]. Forse è un segno dei tempi che Antonioni faccia recitare ad un ragazzo la parte dell'eroe tragico, mentre Ang Lee la fa recitare ad una ragazza. Ma entrambi, comunque, nella leggerezza del volo.

 

 6. …ricordandoci che per intendere il mondo delle immagini è sempre possibile utilizzare più chiavi di lettura, come per la vita...

Come sempre nella lettura delle immagini, diversi schemi filosofici possono essere utilizzati come chiavi di lettura. E' questa una delle caratteristiche della trasposizione, in una direzione o nell'altra, tra concetto e immagine. I concetti non possiedono la concretezza unitaria della vita, somigliano al disegno per linee rispetto ad una fotografia. Consentono quindi di isolare un elemento del reale, processo la cui utilità pratica è sotto gli occhi di tutti. Le immagini, al contrario, riflettono per necessità l'unità del reale e sono quindi, per loro natura, policentriche. I concetti sono selezioni per piani, anche molto complessi, anche per molti piani, poi incrociati fino a restituire l'unità del reale; ma restano in ogni caso selezioni che nulla dicono di ciò che resta fuori dalla selezione, perché mirano all'universale.

Se con Aristotele la logica stringente della deduzione sillogistica porta a sostenere che Socrate è mortale, tramite la nozione di uomo come termine medio, questo nulla dice sull'età di Socrate, sulla sua figura, sui suoi vestiti, sulla curva delle sue mani e del suo volto. Se trasponiamo in immagini il sillogismo - e non si vede come non sia utile farlo, essendo la realtà per noi anche immagine - Socrate avrà un'età, una figura, un profilo. Questo non significa che l'unità del reale che chiamiamo Socrate sia colta nella sua pienezza - sappiamo che non è così -, significa solo che una indefinita serie di immagini virtuali sono compresenti all'unica reale, perché nell'immagine virtualmente è presente l'uomo, mentre nel concetto solo il suo tratto universale, ciò che Socrate ha in comune con tutti gli altri uomini, non ciò che è propriamente suo, la sua singolarità.

Il tema dell'immagine in filosofia è legato quindi al passaggio tra la singolarità e il tutto, tra la vita individuale e l'universale. E dunque nella lettura delle immagini – meglio che per la via dei concetti - è possibile seguire molte vie contemporaneamente presenti, sentieri che non si escludono a vicenda, perché in essi è in mostra, nella singolarità, il Tutto.

 

7. …e forse lo schema kantiano del rapporto tra libertà e felicità è utile per i nostri esempi…

Dunque molti schemi filosofici, e non soltanto uno, possono essere utilmente proposti come chiave di lettura delle immagini. Ciascuno seguirà una delle vie virtuali che legano la singolarità al Tutto. Gli schemi filosofici, infatti, anche quando sono proposti per via non concettuale, sono in sé concetti - disegni del reale, non fotografie. E le immagini non si lasciano catturare da un solo disegno, ma hanno in sé infinite (cioè non determinate, perché non reali) virtualità.

Le diverse storie che abbiamo accostato in queste note - Abelardo ed Eloisa, i film di Antonioni e di Ang Lee - sono caratterizzate dalla presenza di figure che compiono scelte radicali, imprimono brusche e molto determinate svolte nell'ordine del mondo. Sono figure disposte a seguire sono in fondo l'opposizione con il reale che la loro scelta determina. La loro libertà può essere intesa al modo di Kant e del giovane Hegel senza, certo, che questo escluda l’uso di altri schemi.

Infatti in tutte le loro vicende, poiché le scelte determinano realtà, non è in gioco uno scontro tra un mondo ideale e il mondo reale, ma tra due realtà del mondo: l'Eros e la fuga dalla logica della regola sociale incarna la realtà che i protagonisti vivono come propria scelta (Abelardo e il rifiuto della logica del matrimonio per Eloisa; la ragazza e il volo nel deserto per il giovane di Zabriskie Point; il predone e la leggerezza potente delle arti marziali e del volo sugli alberi, e in ultimo dal monastero, per Jen). Contro questo reale si erge un altro reale. In un caso questo reale è evocato dallo stesso protagonista (nel film di Antonioni), il che fa sì che la trama del film segua fin nel dettaglio lo schema del destino dell'anima bella studiato dal giovane Hegel; negli altri casi il reale è dato, è l'oggettivo corso del mondo, l'accadere nel cui contesto ci si trova a vivere.

Queste immagini, se è corretta la tesi di Aristotele nella Poetica, ci parlano di un universale, prova ne sia che ciascuno di noi potrebbe forse, o potrà in futuro, narrare una storia che incarna uno di questi modelli. Benché sia possibile utilizzarne altri, per le ragioni prima richiamate, uno schema corretto per intendere queste immagini è quello kantiano: tutte le figure infatti (Eloisa, Jan, il predone, i due giovani nel deserto californiano) agiscono come un io indipendente dalla necessità del mondo, perseguendo un fine universale - l'amore, la bellezza, il rifiuto del possesso: un loro diritto - ma la loro felicità è resa impossibile secondo la celebre definizione kantiana: "Felicità è la condizione di un essere razionale nel mondo, a cui, nell'intera sua esistenza, tutto va secondo il suo desiderio e volere. Essa, dunque, consiste nell'accordo della natura con lo scopo totale di quell'essere, nonché con il motivo determinante essenziale della sua volontà" [12]. La ragione di questa impossibilità è con estrema lucidità descritta da Kant in questi termini, che possono costituire una chiave di lettura delle storie di tutti i giovani di cui abbiamo fin qui parlato: "Che la virtù (cioè il meritare di esser felici) sia la condizione suprema di tutto ciò che comunque può apparire desiderabile - quindi anche di ogni nostra ricerca di felicità - e, quindi, che sia il bene supremo, è stato dimostrato (…). Ma con questo essa non è ancora il bene totale e completo, come oggetto della facoltà di desiderare di esseri razionali finiti; perché, per esser questo, dovrebbe aggiungervisi ancora la felicità: non solo agli occhi interessati dell'individuo, che fa di sé il proprio scopo, ma anche nel giudizio di una ragione imparziale, che considera la felicità in genere, nel mondo, come uno scopo in sé. Infatti, aver bisogno della felicità, ed esserne oltretutto degni, ma non esserne partecipi, non è cosa compatibile con il volere perfetto di un essere razionale, che avesse, al tempo stesso, potere su ogni cosa. Virtù e felicità insieme costituiscono, in una persona, il possesso del sommo bene. (…) Lo stoico affermava che la virtù è l'intero sommo bene, e che la felicità è semplicemente la coscienza del suo possesso, in quanto appartenente allo stato del soggetto. L'epicureo affermava che la felicità è l'intero sommo bene, e la virtù solo la forma della massima per procurarsela: cioè, consiste in un uso razionale dei mezzi per ottenerla. (Dal nostro esame), però, risulta chiaro che le massime della virtù e quelle della propria felicità sono, in rapporto al loro supremo principio pratico, di natura del tutto eterogenea, e, lungi dal concordare, pur rientrando in un unico sommo bene per renderlo possibile, si limitano fortemente in uno stesso soggetto, e si danneggiano. Dunque, la questione: com'è praticamente possibile il sommo bene?, rimane, nonostante tutti i tentativi eclettici fatti fin qui, un problema insoluto"[13].

  

8. …esempi che parlano dello stesso mondo di pura bellezza di cui parlano i filosofi, un mondo cui si giunge attraverso la concretissima esperienza del dolore e dell'incanto…

Un problema insoluto. Non per i giovani, ma per tutti. Con le loro scelte e la leggerezza che cercano – con essenzialità e precisione -, questi giovani ricordano a noi adulti, che la leggerezza tendiamo a dimenticare, che non vi è solido fondamento nel rifiuto dell'apertura alla ricerca del senso dell'accadere e del vivere, che vivere significa sempre scegliere – almeno secondo lo schema kantiano - e che il corso del mondo come realtà immutabile è un dato e allo stesso tempo una scusa, perché noi contribuiamo a dare corso al mondo. Ci ricordano che le radicali scelte dei giovani, spesso distruttive, che noi adulti abbiamo il dovere di contrastare, hanno ragioni profonde e non sono solo disagi dell'età, ragioni cui nessuno è in grado di dar soddisfazione. La giovanissima Jan che rifiuta la corte dell'adulto Mu-bai che la insegue tra le cime degli alberi per costringerla a divenire sua allieva ci ricorda che i giovani che rifiutano di divenire allievi hanno dalla loro ragioni profonde, e che il volo dal monte Wudang, come l’ultimo volo del giovane nel film di Antonioni, sono buone ragioni per consigliare prudenza ai giovani, ma non buone ragioni per dimenticare che neppure noi sappiamo comprendere il perché del corso del mondo. Neppure noi sappiamo.

Il lettore non intenda queste parole come irresponsabile fuga nell'irrealtà. Anche se non sappiamo, portiamo egualmente la responsabilità. Siamo educatori. Ma non per questo possiamo ridurre il mondo ad un gigantesco giudizio analitico, perché sembra avere molte ragioni Adorno a scrivere contro Hegel ricordando gli argomenti a favore di una dialettica negativa [14]; né possiamo insegnare ai nostri giovani che il principio di prestazione [15] è l'unica chiave per intendere il mondo, solo perché è - e senza dubbio lo è, ma solo per chi ottiene buone prestazioni - un ottimo modo per inserirsi nel mondo, adattarsi e vivere felici.

Anche l'Eros può essere letto in base al principio di prestazione. Ma la leggerezza del volo, metafora dell'immaterialità della vita, ci ricorda che l'Eros è nel mondo, è parte del suo corso, non è un'invenzione di adolescenti che non sanno governare i loro sentimenti, e può rifiutare il principio di prestazione, può non essere minimamente interessato ad esso e vivere delle sabbie del deserto. Può seguire la bellezza non nel mondo del sogno, ma nella concretissima esperienza del dolore e dell'incanto, nel sublime sentire l'altro come altro, nella leggerezza di un conflitto che non ha termine con un vincitore e un vinto, ma con un ricordo e un atto d’amore dietro ogni parola, per comune che sia. Qualcosa che ti ha insegnato che esiste, reale, un mondo di cui nulla sappiamo, se non che è così bello che solo il volo di Jan, le parole di Eloisa, il moltiplicarsi magico dei giovani sulla sabbia del deserto, sanno esprimerlo.

Che il corso del mondo abbia le sue ragioni, e che si debba ricordarlo ogni giorno ai nostri adolescenti, non è una buona ragione per dimenticare che non solo i poeti, ma anche i filosofi – da Platone ai classici del XX secolo - ci hanno parlato di questo mondo di pura bellezza. Che per alcuni ha il volto di Jan, o di una donna la cui libertà le somiglia, o di Eloisa, per altri il volto di Abelardo, per tutti l'impossibilità di far proprio qualsiasi volto e di "scorgere i tuoi pensieri". E’ di quel mondo il desiderio non di possedere, ma di contemplare e divenire, con esso, cittadini di una dimensione dell’essere dai tratti della bellezza pura. Certo, una dimensione. Accanto ad altre.

 

9. …e in questo gioco di assoluta purezza possiamo forse intendere meglio la leggerezza, la rapidità, la precisione, di cui ci parla Calvino, che intende la letteratura come ricerca di conoscenza

In alcune delle figure di giovani che ci hanno accompagnato in questa analisi è determinante il conflitto, il combattimento ritualizzato. In altri termini il gioco, nei termini di Huizinga. Fa poca differenza che si combatta con le armi della dialettica o con le arti marziali. Con il gioco è lo spirito dell’uomo ad essere in questione, la più intima radice dell'io, la sua radice kantiana. Sempre "riguardo a un mondo di immagini come determinato da un mero rapporto di forze, il gioco sarebbe una sovrabbondanza nel senso proprio della parola. Solo per l’influenza dello spirito, che abolisce l’assoluta determinatezza, l’esistenza del gioco diventa possibile, immaginabile, comprensibile. L’esistenza del gioco conferma senza tregua, e in senso superiore, il carattere sopralogico della nostra situazione nel cosmo" [14].

In questo gioco ciascuno tenta di vincere prima se stesso che gli altri, perché leggerezza, rapidità e precisione devono legarsi insieme per vincere, e tutte implicano il controllo di sé e un duro combattere con la materia di cui siamo fatti. Sono già in sé un tentativo di elevarsi rispetto alla necessità della natura e di vivere in un mondo indipendente. Librarsi sugli alberi, scrivere schermaglie dialettiche nelle intestazioni delle lettere, parlare per brevi racconti, o per segni da interpretare, sono leggeri, precisi, rapidi momenti di un serissimo gioco, un conflitto ritualizzato in cui è lo spirito dell’uomo a mostrarsi.

 

Leggerezza, rapidità e precisione sono i titoli delle prime tre Lezioni americane di Calvino, che dichiara di avere sempre inteso la letteratura come ricerca di conoscenza [17]. Ed è Calvino a ricordare l'episodio narrato dal Boccaccio in cui il poeta Cavalcanti viene deriso dai suoi amici sulle grandi arche di marmo intorno a San Giovanni e risponde loro: "Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace", e Boccaccio conclude: "E posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò". Calvino è affascinato da questa leggerezza e scrive: "Ciò che qui ci interessa non è tanto la battuta attribuita a Cavalcanti, (che si può interpretare considerando che il presunto "epicureismo" del poeta era in realtà averroismo, per cui l’anima individuale fa parte dell’intelletto universale: le tombe sono casa vostra e non mia in quanto la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto). Ciò che colpisce è l’immagine visuale che Boccaccio evoca: Cavalcanti che si libera d’un salto "sì come colui che leggerissimo era". Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili [18]"

Il nuovo millennio si è adesso affacciato. Ed è forse un segno dei tempi che noi si possa prendere a nostra volta come simbolo augurale il volo di una giovane donna realizzato con la computer grafica. Perché la via è sempre la stessa, e ricorda che la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale nel mondo della bellezza pura, che non ha il volto del sogno, ma quello del dolore e dell’incanto. E nulla come l’intensità di Eloisa, di Jan, di un predone nel deserto, di ragazzi che fanno l’amore sulla sabbia del deserto, o nella notte sotto le stelle, e di tutti i loro fratelli e sorelle, può aiutare così bene ad innalzarsi alla contemplazione universale. Nel mondo dei giovani che si affacciano alla vita da adulti può esistere una leggerezza di assoluta purezza. Ad essa l’adulto può guardare come ad una via che gli ricorda una dimensione dell’essere, una virtuale realtà, che teme di smarrire, e forse solo da vecchio tornerà attuale. E’ difficile dire se troppo tardi. C’è un tempo per ogni cosa. Un breve attimo che subito svanisce. Un attimo che richiede attenzione, perché altrimenti o è già passato, o non ancora venuto. Libertà, leggerezza, precisione.

 

 

Note

[1] La tradizione italiana va in altra direzione. Probabilmente varrebbe la pena tornare a Croce e a Gentile e studiare le loro ragioni.

[2] D. Altamura, L’incubo della civiltà e il sogno della natura nel film "Sogni" di Kurosawa, in Comunicazione Filosofica n. 8, nel sito della Società Filosofica Italiana: www.sfi.it

[3] S. Studer, Il mito platonico della Caverna tra cinema e psicoanalisi

[4] In J. Cabrera, Da Aristotele a Spielberg, Bruno Mondadori, Milano 2000.

[5] Studer ricorda che Ejzenstejn usava la parola russa obraz (che è intraducibile in italiano perché significa al tempo stesso immagine, volto, concetto) per indicare la capacità filosofica e concettuale delle immagini prodotte dalla vera arte. Il saggio di Studer è ancora inedito.

[6] Rimando su questo punto agli studi sul pensiero per immagini in www.ilgiardinodeipensieri.com.

[7] Platone, Parmenide, 135e

[8] Vale la pena leggere il testo completo. "Assumendo una metafora fornita da Siddharta, il libro di Hermann Hesse che, a torto o a ragione, è considerato da molti un resoconto prototipico delle vicende adolescenziali, l’età adolescenziale può essere vista come la traversata di un grande fiume impetuoso. C’è, ad un estremo, chi, già sperimentato nella navigazione, può traversarlo in un giorno di quiete, guidato da un barcaiolo saggio che chiede la collaborazione attiva del passeggero, ne apprezza le qualità e trae dalle vicende dell’attraversamento occasione per aiutarlo a scoprire aspetti della vita minuti ma carichi di significato.
C’è, all’altro estremo, chi, assolutamente privo di esperienza, deve imbarcarsi nella traversata in un giorno di tempesta, su un battello scricchiolante guidato da un barcaiolo ubriaco, insicuro di sé, disorientato. Non è detto che l’impegno profuso dal passeggero, anche se durissimo e carico di buone intenzioni, possa contribuire a portare a buon fine la traversata.
Fra i due estremi, poi, ci sono gli innumerevoli tipi di passaggi che toccano alla gran massa dei viaggiatori: alcuni molto difficili, altri impegnativi ma sicuri, altri relativamente facili seppur faticosi.
Le metafore hanno sempre un valore limitato: in realtà anche chi traversa le tempeste adolescenziali senza troppe ambasce non è alla fine del viaggio ma lo deve continuare in un paese nuovo, poco conosciuto, le cui mappe non sono sempre tracciate o aggiornate. Quella da noi scelta, tuttavia, permette di sottolineare due cose.
a) In tutte le adolescenze il protagonista deve affrontare una gran mole di problemi: capita ad alcuni che essi siano distribuiti lungo il percorso e possano essere affrontati uno dopo l’altro sì che l’impresa può avere una buona riuscita; capita a molti altri invece che essi si presentino complessi, più o meno aggrovigliati in modo assurdo, tali da rendere assai difficile, a volte quasi impossibile, la risoluzione di essi. Non c’è adolescenza senza problemi anche se nella maggior parte dei casi tali problemi possono essere, con un costo più o meno rilevante, risolti. I problemi, d’altronde, non sono entità fatali e incomprensibili che capitano a caso. Sono sempre in rapporto con il contesto culturale e sociale in cui l’adolescente vive, con le relazioni che egli ha con il suo ambiente più prossimo, con la sua storia personale.
b) Nel percorso adolescenziale il protagonista non è mai del tutto solo: egli è sempre in compagnia di altri (genitori, insegnanti, coetanei, altre persone significative) che possono offrirgli una guida sicura e comprensiva, oppure richieste incomprensibili tali da svalorizzare il senso del suo impegno, o al limite dargli indicazioni frammentarie e contraddittorie che aggiungono confusione alla mancanza di esperienza. Questo non vuol dire che in molte occasioni l’adolescente non si senta veramente solo e distante da tutti: in quei momenti egli avverte di non potersi fidare di nessuno, di dover dirigere da solo il proprio cammino. Tutti fanno, in momenti più o meno lunghi, questa esperienza: è augurabile che essa non sia quella più importante o, all’estremo, quella che contrassegna tutta l’adolescenza." [Psicologia dell’adolescenza, a cura di Augusto Palmonari, Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 45-48.] Su questa solitudine degli adolescenti è il caso di riflettere, per tutte le figure che saranno richiamate in queste pagine, ed anche per una cui non faremo cenno, se non adesso, il figlio di Siddharta nel romanzo di Hesse.

[9] Un esempio, probabilmente, della essenzialità che Calvino esalta come leggerezza nelle Lezioni americane, su cui torneremo più avanti.

[10] Per questa parte su Abelardo ed Eloisa si veda E. Guarnieri, Di un amore senza fine, Sellerio, Palermo 2001.

[11] "… poiché questi sentimenti nascono solo dal destino del necessario venir meno di una bella essenza", scrive Hegel nello Spirito del Cristianesimo.

[12] Kant, Critica della Ragion Pratica, Rusconi, Milano, p. 253

[13] Kant, Critica della Ragion Pratica, cit. p. 231

[14] "Poiché [le filosofie tradizionali] interpretavano perfino l'eterogeneo come se stesse, e in fondo come spirito, gli ridiventava uguale, un identico, in cui si ripetevano come in un gigantesco giudizio analitico, senza spazio per il qualitativamente nuovo" (T.W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino 1970 p. 139).

[15] H. Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino 1967, pp. 80 ss.

[16] J. Huizinga, Homo Ludens, Einaudi, Torino 1973, p. 6.

[17] I. Calvino, Lezioni americane, Garzanti, Milano 1988, p. 28: "Abituato come sono a considerare la letteratura come ricerca di conoscenza…"

[18] Ib., p. 13.