CONVERGENZE E DIVERGENZE
Le seguenti osservazioni vogliono essere solo delle ipotesi di lavoro (si spera feconde!) per una ulteriore e più approfondita analisi critica sia di chi scrive sia del lettore.
Si sono considerati alcuni punti sui quali i due filosofi sembrano convergere sul tema della verità, anche se , ovviamente, vanno inquadrati nelle rispettive e diverse cornici di pensiero.
Verità come manifestazione Come abbiamo potuto vedere sia Nietzsche che Heidegger considerano la verità come manifestazione. Il senso di ciò che si intende per verità può essere esplicato, infatti, per entrambi i filosofi, dal concetto di manifestazione.
In Nietzsche la verità può essere considerata come manifestazione nel senso che essa altro non è se non "una parola per dire volontà di potenza " [VP, pag. 304]. Questo significa che essa esprime, manifesta , appunto, un impulso biologico diretto alla conservazione e al potenziamento dellindividuo che la pone, e più in generale, della comunità che la riconosce come valida. La verità è il risultato inconsapevole di un processo di valutazione; in ogni valutazione "si manifestano condizioni di conservazione e di crescita. [ ] Che debba esistere una massa di credenze; che sia concesso di giudicare; che manchi il dubbio riguardo a tutti i valori essenziali: ecco le premesse di ogni vivente e della sua vita. Quindi è necessario che qualcosa debba essere tenuto per vero ma non che qualcosa sia vero." [VP, pag. 280]
Per Heidegger la verità è manifestazione nel senso che alla sua stessa essenza appartiene una svelatezza la quale, essa sola, consente alluomo storico, cioè allesserci, di rapportarsi allente, di domandare che cosa esso sia, e quindi di concepire lessenza derivata della verità come conformità. Ovviamente è sempre necessario ricordare che a questa svelatezza è essenzialmente connessa un velamento più originario, che costituisce la base di tutto ciò che luomo qualifica come errore.
Verità come adaequatio La critica al concetto tradizionale di verità, intesa come conformità tra la proposizione e la cosa, è serrata sia in Nietzsche che in Heidegger.
Nietzsche critica la definizione tradizionale dellessenza della verità facendo leva sulla eteronomia che cè tra il mondo logico e quello ontologico, che non può che rimanere una "enigmatica x".
Heidegger, dal canto suo, non rifiuta semplicemente la verità come conformità, ma lassume come il modo immediato di darsi dellesperienza della verità, dal quale è necessario partire per dimostrarne linfondatezza e la derivatezza.
Verità e non-verità - La strettissima connessione tra la verità e la non-verità è evidenziata da entrambi i filosofi.
Nietzsche mette in luce questa connessione già nello scritto inedito del 1873, Su verità e menzogna in senso extramorale, dove viene posto come centrale il tema della incoscienza e delloblio del carattere metaforico della verità. E solo attraverso questo oblio che luomo giunge a ritenere di poter formulare un giudizio vero sulle cose; è solo attraverso di esso che la verità giunge ad essere ritenuta di per sé buona, quindi, in termini morali un valore. La verità è una non-verità (metafora) di cui si è dimenticato che è tale.
In Heidegger la comprensione della connessione tra verità e non-verità è una tappa obbligata per accedere a tutta la sua speculazione filosofica. Secondo il filosofo la non-verità appartiene allessenza stessa della verità, la quale in quanto tale è rimasta impensata dalla tradizione metafisica. La verità, nel senso derivato di certezza, è possibile solo perché alluomo gli si fanno accessibili degli enti con cui può rapportarsi; questa accessibilità poggia su una velatezza più originaria dellente nella sua totalità; questa velatezza (non-verità autentica) è ciò che consente che i singoli enti possano apparire nella loro verità.
Verità e storicità Il rapporto tra verità e storicità sottende alla riflessione filosofica sia di Heidegger che di Nietzsche. A proposito del pensiero di entrambi, infatti, si è data (non senza dissensi) una lettura che trova collocazione nella "ontologia ermeneutica". Una delle caratteristiche essenziali della ontologia ermeneutica, o semplicemente ermeneutica, è quella di pervenire ad esiti ontologici attraverso la critica della cultura o la riflessione "moralistica", come avviene in Nietzsche, oppure attraverso linterrogazione che mira ad estorcere una confessione filosofica al linguaggio, anche e soprattutto, direi, al linguaggio comune, come avviene in Heidegger. In entrambi i filosofi vi è, mutatis mutandis, uno strettissimo legame tra il pensiero riferito alla storicità dellesistenza e quello riferito al problema della verità e dellessere.
Nietzsche, come abbiamo visto, considera come unico "vero" mondo quello dellapparire prospettico: la realtà è ciò che appare nellorizzonte interpretativo di ogni essere vivente, che è in quanto tale un essere interpretante. Il vivente è interpretazione; ciò è vero per ogni essere organico. Sulla base di queste premesse possiamo affermare che ciò che distingue luomo dallanimale è il fatto che nelluomo lattività interpretativa che non è solo gnoseologica ma ontologica avviene a livello riflesso. Questo significa che luomo è consapevole della diacronia del suo rapporto con la vita e quindi con linterpretare. Lanimale, invece, ha un rapporto sincronico con la realtà che lo circonda, per cui le sue risposte-interpretazioni a tale realtà sono "generiche" nel senso che sono proprie del genere cui lanimale appartiene. Un lupo, ad esempio, caccia, riposa, si rifugia, si accoppia, in generale: vive, eseguendo le prescrizioni contenute nel suo patrimonio genetico; prescrizioni, necessarie alla vita propria e della sua specie, che ripetute inconsapevolmente fanno del lupo un animale sicuro nel proprio ambiente. Il lupo, come ogni altro animale, gode di una sicurezza innata. Di questa sicurezza innata luomo non gode più: egli, allora, la riproduce nella certezza oggettiva che prende il nome di verità. Linsicurezza innata delluomo viene tradotta dalluomo nellambito del linguaggio, dei simboli, dei concetti, della cultura; luomo, così acquista sicurezza abbandonando la "naturalità" dellambiente, in cui non cè verità, per la necessaria- artificialità del mondo, in cui ogni verità viene posta. [Su questo punto si tengano presenti le considerazioni avanzate da A. Gehlen, il quale individua la specificità delluomo proprio nel non possedere ambiente (Umwelt), nel senso di uno spazio in cui siano presenti un insieme di condizioni necessarie e necessitanti ad esso adatte, ma mondo (Welt) inteso nel senso di dimensione cui inerisce e si dispiega la sua apertura esistenziale.]
In Heidegger il rapporto verità-storicità viene sviluppato in modo diretto ed inequivoco già nello scritto sulla verità (1930). Qui il filosofo sottolinea come la verità comunemente intesa, quella dellasserzione, sia possibile solo in quanto luomo, come esserci, è già da sempre in una apertura storicamente determinata che gli fornisce una certa precomprensione dellessere dellente in base a cui questultimo gli si fa accessibile, rendendo così possibile ogni conformità, quindi ogni verità. La precomprensione dellessere dellente non è scelta dallesserci ma lo costituisce in quanto tale. Questa precomprensione è la verità ontologica (verità come aletheia), a partire da cui è possibile ogni verità ontica (verità come veritas) e soprattutto ogni storia. Infatti "ogni atteggiamento delluomo storico, se ne accorga o no, è dominato da questo accordo" [DEV, pag. 148], e per accordo si intende lapertura dellesserci allente, la precomprensione che lo costituisce e che precede qualunque decisione "storica".