Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Ottobre 2001

Cristian Fuschetto
La verità in Nietzsche
[Vedi anche le voci: Nietzsche, Verità]

 

La questione della verità rappresenta uno snodo essenziale nella speculazione filosofica di Nietzsche.

La domanda "cosa è la verità?" è frequentemente ed esplicitamente posta nei suoi scritti, ed è proprio attraverso le molteplici riflessioni attraverso cui si articola la risposta del filosofo a tale domanda che diviene effettivamente possibile collegare e, quindi, comprendere i cardini del suo pensiero: il nichilismo, il prospettivismo e la dottrina della volontà di potenza.

Questi temi sono tutti presenti, sebbene in nuce, già nello scritto inedito del 1873, Su Verità e Menzogna in senso extramorale, in cui Nietzsche affronta per la prima volta in maniera esplicita la questione della verità. Si tratta di uno scritto che segna un tappa fondamentale della sua ricerca, che da filologica comincia ad essere sempre più compiutamente filosofica. Ed è proprio sulla base dei nuclei teorici che in questo scritto vengono delineati, che Nietzsche (più di dieci anni dopo quello scritto) può affermare che la verità, al di fuori del senso morale, si giustifica solo come mezzo di conservazione e di potenziamento della specie-uomo:

"Il senso della verità", se respingiamo la moralità del "non mentire", deve legittimarsi davanti ad un altro tribunale - cioè in quanto mezzo della conservazione dell'uomo, come volontà di potenza. [VP, pag. 277]

Nello scritto sulla verità Nietzsche opera una vera e propria disintegrazione del concetto di verità oggettiva, dimostrando l'impossibilità di ogni comunicabilità tra la realtà e il linguaggio, ove necessariamente si pone ogni giudizio conoscitivo. La verità come corrispondenza della conoscenza alla cosa è una chimera: affinché una qualsiasi proposizione possa avere un carattere veritativo riferibile alla realtà sarebbe necessario che la parola parlasse direttamente la cosa, la realtà. Ma ciò è impossibile:

"[...] mi sembra che la corretta percezione - che significherebbe l'espressione adeguata di un oggetto nel soggetto - sia una sciocchezza degna di contraddizione, perché tra le due sfere assolutamente diverse, quali soggetto e oggetto, non c'è alcuna causalità, alcuna esattezza, alcuna espressione, ma al massimo un rapporto estetico, intendo una trasposizione allusiva, una traduzione ridondante, in una lingua del tutto straniera." [SVM, pag. 58-59]

Assunta l'impossibilità di un giudizio vero sulle cose - quindi l'impossibilità della verità sul piano gnoseologico - occorre indagare la "verità" da un'altra prospettiva, occorre porsi, cioè, tale questione in termini funzionali.

La domanda gnoseologica: "cosa è la verità?"subisce una trasposizione e diventa così domanda genealogica:" da dove viene la verità?".

"[…]è tempo, infine, di sostituire la domanda kantiana,"come sono possibili giudizi sintetici a priori?", con un'altra domanda: Perché è necessaria la fede in siffatti giudizi?". [ABM, pag. 17]

Approfondiamo ora la riflessione nietzschiana sulla verità dapprima sul piano gnoseologico e poi su quello genealogico.

 

Piano gnoseologico - "Che cosa è allora la verità? un esercito in movimento di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve, una somma di relazioni umane, che sono state poeticamente e retoricamente ingigantite, trasposte, ingioiellite ,e che, per essere state usate a lungo, appaiono ad un popolo salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticato che sono tali;" [SVM, pag. 45]

Rappresentando la verità come un esercito di metafore Nietzsche vuole evidenziarne il carattere derivato, arbitrario e sostanzialmente falso. Infatti le cose e le designazioni delle cose non coincidono affatto. Per comprenderlo basta rispondere alla domanda: cosa è una parola? :

"la raffigurazione in suono di uno stimolo nervoso". [SVM, pag. 35] La parola, quindi, è una metafora e finanche derivata , dal momento che un primo passaggio metaforico si è avuto con la trasposizione dello stimolo nervoso, dovuto alla percezione con la cosa, in immagine.

"Noi crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse quando parliamo degli alberi, dei colori, della neve e dei fiori e tuttavia non possediamo niente altro che metafore delle cose, che non corrispondono affatto all'essenze originarie." [SVM, pag. 39] Solo dimenticando questa sua attività metaforica, creatrice, l'uomo può arrivare a credere di possedere la verità come adeguata espressione della realtà, così come viene insegnato dalla tradizione metafisica (veritas est adaequatio intellectus ad rem ) e recepito dal senso comune. La realtà che incontriamo, e che pensiamo di conoscere attraverso giudizi "veri" sulle cose, si presenta allora come una "enigmatica x" che viene trasposta arbitrariamente in stimolo nervoso (percezione), in immagine (rappresentazione) ed infine in suono (parola).

E' importante sottolineare come questa enigmatica x costituisca "l'orizzonte cosale in riferimento a cui si struttura la certezza soggettiva" [NS, pag. 53] , cioè la base da cui necessariamente parte l'attività metaforica dell'uomo. Senza quella x non c'è percezione; senza percezione non c'è attività poietica sui dati percettivi, indispensabile per la costruzione dei giudizi veri quindi della certezza soggettiva.

L'attività metaforica dell'uomo non si ferma però alla impressione intuitiva del singolo, cioè alla metafora intuitiva originaria che ogni individuo rapportandosi alla realtà produce. Anzi, ciò che lo caratterizza in quanto tale è la capacità di oltrepassare lo stato delle impressioni individuali risolvendolo in un ordine gerarchico di concetti astratti. L'uomo a differenza dell'animale crea il concetto.

"Tutto ciò che distingue l'uomo dall'animale, dipende da questa facoltà di dissolvere le metafore intuitive in uno schema, quindi di risolvere un'immagine in un concetto; nel dominio di quegli schemi è infatti possibile qualcosa, che non potrebbe riuscire mai sotto le prime impressioni intuitive: elevare un mondo piramidale di caste e gradi, creando un nuovo mondo di leggi, di privilegi, di subordinazioni, di delimitazioni, che entra in contrasto con il diverso mondo intuitivo delle prime impressioni, come ciò che è più saldo, più universale, più conosciuto, più umano e quindi come ciò che è regolativo e imperativo. Mentre ogni metafora intuitiva è individuale e senza eguali, e per questo sa sempre sfuggire ad ogni rubricazione[…]". [SVM, pag. 49]

Attraverso la metafora della metafora ( questo è il concetto!) l'uomo riesce a stabilizzare gli originari e del tutto individuali dati percettivi, che attestano solo un flusso di sensazioni nel quale non c'è nulla di stabile. La parola divenendo concetto riesce ad "adattarsi a innumerevoli casi, più o meno simili, vale a dire mai rigorosamente simili, quindi dissimili." [SVM, pag. 41] Così ad esempio il concetto di foglia si forma trascurando "arbitrariamente" le innumerevoli differenze individuali che i sensi ci attestano, ossia tralasciando "l'effettivamente reale", e individuando un complesso di note essenziali sufficienti a definire tale concetto. Pertanto quando affermiamo una verità del tipo "questa è una foglia" (riferendoci ad una foglia, ovviamente!) non facciamo altro che riconoscere ciò che precedentemente abbiamo stabilito essere tale.

" Se qualcuno nasconde una cosa dietro un cespuglio, e poi la va a cercare proprio là e la trova pure, non c'è da vantarsi molto di questa ricerca e del ritrovamento: eppure così stanno le cose con la ricerca e il ritrovamento della "verità" dentro la circoscrizione della ragione." [SVM, pag. 53]

Risulta chiarissimo, allora, che la verità logica non ha alcun carattere veritativo nei confronti della realtà; essa è tutta interna al mondo simbolico in cui l'uomo risiede, mondo fatto di metafore, e che non corrisponde affatto al mondo reale. In effetti, anche se questa corrispondenza vi fosse, essa non potrebbe essere verificata:

"Bisognerebbe sapere che cosa sia essere per poter decidere se questa o quella cosa sia reale[…] e così pure che cosa sia certezza, che cosa conoscenza, e simili. Ma poiché non lo sappiamo, una critica della facoltà conoscitiva è assurda: come potrebbe lo strumento criticare se stesso, mentre per farlo non può usare che se stesso? Non può nemmeno definirsi da sé! " [VP, pag. 273]

La conoscenza ha un carattere tautologico, conosce solo ciò che essa pone, semplificando, interpretando e, in senso extramorale, falsificando il mondo attraverso un'opera estetico-artistica.

La verità è il risultato di un processo di semplificazione per cui diviene possibile dedurre un universo concettuale da un multiverso reale.

" […] Siamo stati noi a creare "la cosa" ,la "cosa identica", il soggetto, il predicato, l'azione, l'oggetto, la sostanza, la forma , dopo esserci per lunghissimo tempo esercitati a rendere uguali, a rendere grossolane e semplici le cose. Il mondo ci appare logico perché noi prima lo abbiamo logicizzato." [VP, pag. 287]

Nietzsche mette bene in evidenza questa opera di semplificazione- falsificazione del mondo nel Crepuscolo degli idoli (1888), laddove a proposito delle "idiosincrasie" dei filosofi ne indica due in particolare: [cfr. CI, pp. 40-43]

  1. Il rifiuto della testimonianza dei sensi e la sua falsificazione mediante lo strumento della ragione; i sensi ci mostrano il divenire, mentre la ragione ci dice che ciò non è vero: "quel che è non diviene; quel che diviene non è" .
  2. L’altra idiosincrasia "consiste nello scambiare l'ultima cosa con la prima."

I filosofi considerano il concetto, che è il risultato di un proceso di astrazione dalla realtà, come il suo fondamento. Tra i concetti quelli sommi, quali l'essere, il bene, il vero, sono i più generali e per questo i più vuoti; ciononostante vengono pensati come causa sui [cfr. ABM, pag. 25] mentre non sono altro che derivati.

Assegnare a tali concetti il carattere di fondamenti della realtà significa opporre al mondo che conosciamo coi sensi, qualificato come "apparente", un mondo conosciuto attraverso l'intelletto - che, come abbiamo visto, non è in grado di produrre alcuna verità ontologica - qualificato come "vero". Ma le caratteristiche di quest'ultimo,

"sono le caratteristiche del non- essere, del nulla - si è costruito il "mondo vero" sulla base della sua contraddizione col mondo reale: è infatti un mondo apparente, in quanto è una mera illusione d' ottica morale." [CI, pag. 45]

Da queste ultime parole emerge un altro problema centrale nel pensiero del filosofo, problema che per certi versi costituisce il risvolto della sua indagine sulla verità; mi riferisco al problema che prende il nome di nichilismo.

Il nichilismo si affaccia all’uomo quando questi assume la consapevolezza che la verità è inattingibile; nichilistica è la condizione dell’uomo che scopre il mondo "vero" come "apparente"; che lo smaschera come illusione.

Di fronte all’impossibilità di una conoscenza "vera"; di fronte all’illusorietà di una verità con i suoi caratteri di assolutezza e incondizionatezza; di fronte alla condizione nichilistica a cui l’uomo va incontro assumendo la consapevolezza di quella impossibilità e illusorietà; di fronte a tutti questi problemi è giunto il momento di compiere una trasposizione genealogica della questione della verità, e chiedersi, insieme a Nietzsche, : perché è necessaria la fede nei giudizi sintetici a priori?; o più direttamente: perché è necessaria la verità?

 

Piano genealogico – La risposta di Nietzsche alla domanda: perché è necessaria la verità? forma, per così dire, il sostrato di tutta la sua attività speculativa, dallo scritto del 1873 agli ultimi appunti precedenti la follia.

Verità e menzogna mostra la necessità della verità indicandone la sua funzione emancipativa per l’uomo, il quale allo stato di natura utilizza intelletto – "che è uno strumento di conservazione dell’individuo" [SVM, pag. 27] così come lo sono le "corna e i morsi aguzzi" per alcuni animali – solo per la finzione diretta all’autoconservazione [ qui la finzione avviene a livello cosciente] ; "ma poiché l’uomo, allo stesso tempo per necessità e per noia vuole esistere in società e come in gregge, ha bisogno di un trattato di pace che miri alla scomparsa dal suo mondo almeno del più grossolano bellum omnium contra omnes. [SVM, pag. 31] Questo trattato di pace consiste nel fissare "ciò che in seguito dovrà essere la verità; vale a dire, viene inventata una designazione delle cose uniformemente valida e vincolante". [SVM, pag. 33] E’, quindi, la necessità per l’uomo di vivere in una cornice sociale a determinare il superamento delle iniziali metafore private degli individui in un sistema di metafore uguali per tutti. Ed è così che si compie il primo passo verso la nascita dell’"impulso alla verità". Solo dopo che un certo sistema di metafore si è imposto come l’unico modo socialmente valido di descrivere il mondo, è possibile distinguere tra l’uomo leale, che dice la verità, e il mentitore, che la nasconde:

" il mentitore si serve delle designazioni valide, si serve delle parole, per fare apparire reale ciò che non è reale; egli dice, per esempio, io sono ricco, mentre la corretta designazione per questa condizione sarebbe esattamente "povero". Egli abusa delle convenzioni stabilite scambiando a piacere, o direttamente invertendo, i nomi. Se egli lo fa in modo egoistico, e finanche in modo da recare danno, la società non gli accorda più fiducia e lo esclude. Gli uomini poi non fuggono tanto l’essere ingannati, quanto l’essere danneggiati dall’inganno." [SVM, pag. 33]

Vero, in termini pre-morali, è solo ciò che risponde all’esigenza dell’organismo sociale di evitare le conseguenze dannose dell’inganno; a tal riguardo è bene notare che vi è l’esigenza di evitare la dannosità di certi generi di inganni, non degli inganni in quanto tali; ciò infatti non è possibile: sia il linguaggio canonizzato della verità, sia l’impulso metaforico originario non hanno alcuna aderenza al reale, ma ne realizzano entrambi una falsificazione. La menzogna, in senso extramorale, è ineludibile.

Evitare certi generi di inganni è utile alla conservazione della società; ciò che è utile alla conservazione della società è utile alla conservazione dell’individuo. In sintesi:

"La verità è quel genere di errore senza di cui un determinato genere di esseri viventi non potrebbe vivere. Alla fine, decide il valore per la vita." [VP, pag. 276]

Il criterio della verità è il valore per la vita, non la sua aderenza alla realtà. La connotazione morale del vero e del falso è una costruzione derivata, dovuta all’utilità vitale, fisiologica, di cui è espressione. Noi ci sentiamo moralmente obbligati a dire la verità, ossia a "mentire secondo una convenzione stabilita" [SVM, pag. 47], al modo del "branco", perché ciò è funzionale alla esistenza della società e più in generale della specie. "L’uomo naturalmente dimentica che per lui le cose stanno così" [SVM, pag. 47] e solo così può giungere al sentimento della verità, in virtù del quale gli appare incondizionata, oggettiva, buona. [Sull’importanza del dimenticare nel sentimento morale, cfr. Aforisma 40 de Il viandante e la sua ombra]

La dimenticanza e l’incoscienza del processo per cui la certezza soggettiva diviene verità oggettiva, nel quadro di un comune "successo vitale", sono fondamentali: "incoscienza e oblio concorrono cioè a costituire non solo diacronicamente, bensì anche sincronicamente la validità della verità – l’oblio non solo la costituisce, ma la fa funzionare." [SVM, pag. 53]

La necessaria dimenticanza della funzionalità originaria delle verità "morali" ha come conseguenza quella di tenere ferme verità non più funzionali alla vita; verità entrate in conflitto con la loro stessa ragion d’essere. Questo fenomeno viene scandagliato dal Nietzsche "illuminista" di Umano troppo umano, Aurora (che ha il significativo sottotitolo "pensieri sui pregiudizi morali"), e La Gaia Scienza. L’attenzione di Nietzsche è qui tutta incentrata sulla morale, intesa però in senso ampio, come l’assoggettamento della vita a valori pretesi trascendenti – quale quello della verità, dell’essere, del bene in sé - , ma che hanno la loro radice nella vita stessa. La morale intesa in questo modo comprende anche gli errori della metafisica e della religione. La lettura morale di problemi metafisici e religiosi trova, quindi, la sua giustificazione nel fatto che essi nascono sempre e comunque da un determinato rapporto dell’uomo con il mondo e con la vita. [Su questo punto cfr. VP, pag. 152; cfr. ABM, pag.83]

L’esito del lavoro di decostruzione "chimica" della morale è riassumibile nel fatto che tutto ciò che chiamiamo valore, e consideriamo tanto più venerabile quanto più alto, non è altro che il prodotto di fattori "umani troppo umani", ossia di "errori". Questi errori, come abbiamo visto, sono necessari ed inevitabili [Su questo punto cfr. VP, pag. 152] , e anzi sono ciò che danno senso all’esistenza. Il problema nasce quando questi errori vengono avvertiti come tali. In questo caso il rapporto tra valori, verità e vita smette di essere funzionale e diventa patologico. Infatti le verità e il valore ad esse riconosciuto, finché funzionano sono indiscusse perché indiscutibili; inavvertite nella loro funzionalità. Lo stesso accade per i valori biologico vitali; ad esempio fino a che la pressione arteriosa si mantiene entro una determinata banda di valori minimi e massimi essa rimane inavvertita perché funzionante. Quando essa scende sotto valori minimi o supera i valori massimi viene, invece, avvertita: non funziona più! O almeno non più correttamente. La sua avvertibilità è conseguente alla sua non più corretta funzionalità.

E’ alla luce di questo trofismo verità – vita che si comprende la serrata critica di Nietzsche al platonismo e alla sua variante per il popolo, il cristianesimo. Si fraintende Nietzsche se si considera il suo "immoralismo" come una critica della morale in sé; essa non è altro che "un sistema di valutazioni che aderisce alle condizioni di vita di una creatura". [VP, pag. 149] Il suo disprezzo è rivolto ad una morale, quella giudaico – cristiana, che ha operato un rovesciamento dei valori per cui la vita si pone contro se stessa. Essa è una "morale contro natura", che condanna le passioni perché funeste.

"Ma attaccare le passioni alla radice significa attaccare alla radice la vita: la prassi della Chiesa è ostile alla vita …" [CI, pag. 49]; e ancora "la vita finisce là dove ha inizio il "regno di Dio" …" [CI, pag. 52]

Fino a che i valori e le verità santificate da questa morale, erede della filosofia socratico-platonica, hanno funzionato, nulla quaestio. Ma ora, sia per le mutate condizioni di vita, sia per la stessa logica interna alla morale [Su questo punto cfr. la prefazione del CI, in particolare pp.6-7], la menzogna e la fallacia della morale metafisico-cristiana si palesa, e l’insistere su di essa non significa semplicemente rifiutare una verità di fatto – che non esiste – ma è sintomo di una degenerazione fisiologica. Gli unici criteri cui Nietzsche si appella sono quelli della salute e della forza. La verità dell’uomo è sempre e comunque verità della vita. Ogni verità stabilita dall’uomo è verità stabilita dalla vita per suo tramite; il problema è allora capire che genere di vita.

" anche quella contronatura della morale la quale concepisce Dio come concetto antitetico e condanna della vita, è soltanto un giudizio di valore espresso dalla vita – da quale vita? da quale sorta di vita? Ma ho già risposto: dalla vita declinante, infiacchita, stanca, condannata. La morale come è stata intesa fino a oggi […] è l’istinto della décadence stesso che si converte in un imperativo: essa dice:" Perisci!", essa è il giudizio di un condannato…" [CI, pag. 53]

Lo smascheramento di questa realtà, "che è insieme un dato storico e un’istanza intenzionale di chi promuove un esperimento con la verità" [NS, pag. 97], è il senso recondito dell’annuncio dell’uomo folle:" Dio è morto!". [Si veda su questo punto il fondamentale Aforisma 125 de GS, pag. 206]

La presa d’atto che non ci sono più verità, nemmeno quelle di più alto valore, apre la strada al nichilismo.

" […] che non esista alcuna verità; che non esista una natura assoluta delle cose, la "cosa in sé". Ciò stesso è nichilismo, e il nichilismo estremo. E pone il valore delle cose precisamente in questo: che a tale valore non corrisponda, né mai sia corrisposta, alcuna realtà, ma solo un sintomo della forza di coloro che pongono il valore, una semplificazione ai fini della vita." [VP, pag.14]

Il nichilismo, il "sacrificio di Dio per il nulla" [Su questo punto cfr. ABM, pag.61], non va evitato, mascherato in qualche modo: esso va reso ancora più spedito, ancora più manifesto. Solo così è possibile una trasvalutazione di tutti i valori e un dire sì alla vita per quello che è. La vita deve essere capace di autovalorizzarsi, ponendo valori da se stessa in se stessa. Bisogna rimanere fedeli alla terra, così come Nietzsche si esprime nella prefazione del suo testo più controverso: Così parlò Zarathustra.

 

 

Glossario dei termini fondamentali

Decostruzione
Con questo termine si intende il particolare lavoro svolto da Nietzsche nei confronti della tradizione morale-metafisica occidentale; tale lavoro, infatti, consiste non semplicemente in una impostazione di tipo critico, ma bensì di tipo genealogico, il cui risultato peculiare è quello di dissolvere questa tradizione nei suoi elementi senza distruggerla.

Morale
Nell’aforisma 255 della "Volontà di Potenza" Nietzsche si esprime molto chiaramente a proposito del significato di questo termine, affermando che "per morale [si deve intendere] un sistema di valutazioni che aderisce alle condizioni di vita di una creatura". In particolare, Nietzsche concepisce la morale a partire dal nuovo principio essenziale della volontà di potenza; in questa prospettiva è possibile stabilire una nuova tavola dei valori, fondata sull’entusiastica e trasparente accettazione della vita, con tutto ciò che essa comporta; ed è proprio sulla base di questa nuova tavola di valori che Nietzsche critica la morale corrente e tutta la tradizione che la sottende.

Nichilismo
Per nichilismo Nietzsche intende la specifica situazione dell’uomo moderno, il quale, smarrite le fondamenta metafisico-morali su cui poggiava le sue necessarie condizioni di conservazione e di crescita, rimane sgomento di fronte al nulla; questo nulla va letto come un nulla di valore, ossia come la mancanza di senso. Nel I Libro de "La Volontà di Potenza", "Il Nichilismo Europeo", il filosofo specifica che esso è una conseguenza di una determinata interpretazione della vita, quella cristiano-morale, in virtù della quale si è valorizzato il mondo attraverso categorie (scopo, senso, unità) presunte trascendenti ed assolute; nel momento in cui queste categorie svelano la loro condizionatezza e contingenza, non sono più in grado di valorizzare il mondo; esso perde di senso e di significato, si svaluta, e l’uomo, che vive questa mancanza di senso, sprofonda nel nichilismo.

Potenza
Nel lessico nietzchiano questo termine assume prevalentemente il significato di dominio o predominio, con particolare riferimento alla belligerante dinamica vitale che vede ogni organismo vivente (e quelli ad esso affini), lottare contro tutti gli altri viventi al fine di imporre i propri parametri di conservazione e di crescita.

Prospettivismo
Nietzsche con questo termine intende la condizione per la quale non soltanto l’uomo, ma "ogni centro di forza", ossia ogni essere organico, costituisce un orizzonte fisiologicamente funzionale al proprio interesse vitale.

Volontà
La determinazione essenziale di ogni essere vivente è, secondo il filosofo, riducibile proprio alla volontà; essa, però, va intesa non semplicemente nel senso della concupiscenza o dell’appetito – riferibili a questo come piuttosto a quell’oggetto – ma nel senso della risolutezza e della signoria; in questi termini, il vivente, vivendo, non può che volere la sua stessa volontà, e così facendo, imporre la sua prospettiva, ossia l’orizzonte interpretativo in grado di consentirgli il potenziamento e la crescita; con l’espressione "volontà di potenza" Nietzsche vuole significare proprio questo carattere interpretativo di ogni vivente, come chiarisce lo stesso filosofo in un frammento dell’autunno del 1885: "La volontà di potenza interpreta […] essa limita, determina gradi, diversità di potenza. […]".

 

 

Indice delle abbreviazioni

Opere di Nietzsche:

SVM = Su verità e menzogna in senso extramorale, trad. it. a cura di G. Ferraro, Filema, Napoli 1998.

A = Aurora, trad.it. a cura di F. Masini, Adelphi, Milano 2000.

GS = La Gaia Scienza, trad.it. a cura di S. Giametta, Rizzoli, Milano 2000.

Z = Così parlò Zarathustra, trad. it. a cura di F. Masini, Adelphi, Milano 2000.

ABM = Al di là del bene e del male, trad. it. a cura di F. Masini, Adelphi, Milano 2000.

CI = Il crepuscolo degli idoli, trad. it. a cura di F. Masini, Adelphi, Milano 2000.

VP = La volontà di potenza, trad.it. a cura di M. Ferraris e P. Kobau, Bompiani, Milano 2000.

 

Altre opere:

NS = Eugenio Mazzarella, Nietzsche e la storia, Guida, Napoli 2000.

IN = Gianni Vattimo, Introduzione a Nietzsche, Laterza, Roma-Bari 1999.