Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Ottobre 2001

Cristian Fuschetto
La verità in Heidegger
[Vedi anche le voci: Heidegger, Verità]

 

La questione della verità è per Heidegger un questione essenziale; qui il termine essenziale va inteso, riprendendo il linguaggio heideggeriano, in senso verbale, ossia come ciò che nomina l’essere stesso.

La possibilità di sovrapporre la questione della verità a quella dell’essere si evince chiaramente dal fatto che la comprensione di ciò che si intende per verità è conseguente alla comprensione di ciò che si intende per essere. A tal proposito Heidegger mostra, praticamente in tutti i suoi scritti, come il pensiero occidentale nell’arco di tutta la sua storia abbia progressivamente obliato quella che lui chiama la "differenza ontologica". Per differenza ontologica si deve intendere la differenza che passa tra l’ente in quanto tale e l’essere dell’ente; per cui " è ontica ogni considerazione, teorica o pratica, dell’ente che si ferma ai caratteri dell’ente come tale, senza mettere in questione il suo essere; ontologica è invece ogni considerazione dell’ente che mira all’essere dell’ente." [IH, pag.13] La conseguenza di questo oblio è che la metafisica nominando l’essere pensa solo l’ente nella sua totalità, cioè pensa l’essere semplicemente come il carattere comune di tutti gli enti, quindi come un concetto generalissimo e astrattissimo, in sostanza vuoto. Sulla base di queste premesse la metafisica, e sulla sua scia il senso comune, non può che risolvere il problema della verità nel senso della verità dell’ente. "La metafisica è la storia di questa verità". [PCM, pag. 258] Pertanto in essa è possibile pensare la verità solo nella forma derivata della conformità della conoscenza all’ente.

"E’ nella conoscenza che si decide del vero e del non vero. E a seconda di come viene definita l’essenza della conoscenza, si determina il concetto essenziale della verità. Conoscere è sempre, in quanto conoscere qualcosa, una adeguazione alla cosa da conoscere, è un commisurarsi con…" [N, pag. 154]

Pensando l’essere semplicemente come ente, il pensiero occidentale non può in alcun modo giungere all’essenza della verità; tale questione infatti "scaturisce dalla questione della verità dell’essenza" [DEV, pag. 155], ossia dell’essere.

" […] la metafisica non porta l’essere stesso al linguaggio, perché non pensa l’essere nella sua verità e la verità non come svelatezza, e la svelatezza non nella sua essenza. Nella metafisica, l’essenza della verità compare sempre e solo nella forma già derivata della verità della conoscenza e della asserzione. Eppure la svelatezza potrebbe essere qualcosa di più iniziale della verità nel senso della veritas. Aletheia potrebbe essere la parola che dà un'indicazione non ancora esperita sull'essenza impensata dell'esse. E se le cose stanno così, allora è chiaro che il pensiero della metafisica, che procede per rappresentazioni, non potrà mai raggiungere questa essenza della verità,[…]; si tratta di porre attenzione all’avvento dell’essenza ancora non detta della svelatezza in cui l’essere si è annunciato. Nel frattempo, alla metafisica, durante tutta la sua storia da Anassimandro a Nietzsche, resta nascosta la verità dell’essere. Perché la metafisica non ci pensa?" [ICM, pag. 321]

Per dare una risposta a questo interrogativo tracciamo ora una breve storia della metafisica, in cui si e dato un certo significato al termine verità, e in seguito chiariremo il senso della verità, intesa in maniera non metafisica, come Aletheia.

Per una corretta cognizione di questa storia appare necessario tener presente che Heidegger intende la storia della metafisica come la stessa storia dell’essere e quindi come la nostra storia. Nostra non nel senso che è frutto di nostre decisioni, ma nel senso che è il nostro stato, ciò che ci costituisce per quello che noi siamo. [Su questo punto cfr. in particolare La metafisica come storia dell’essere, saggio del 1941, pubblicato in N, pp. 863-910.]

 

La verità nella tradizione metafisica – Tracciare la storia della metafisica assumendo come punto di riferimento il concetto di verità non è semplicemente una ipotesi di lavoro, ma è l’ipotesi di lavoro di cui lo stesso Heidegger si serve, più o meno esplicitamente, lungo tutto l’arco della sua speculazione filosofica. Fare la storia della verità non significa solo indicare i diversi significati che nel corso della storia tale concetto ha assunto, ma significa ripensare la stessa storia dell’essere, e quindi dell’uomo, che in quanto esser-ci , è già da sempre in un determinato rapporto storico con l’essere degli enti. Infatti il termine verità viene considerato da Heidegger un termine "fondamentale", insieme ad altri come: essere, conoscenza, bellezza. La stessa esistenza umana "è espressamente rimandata ai riferimenti nominati in tali parole fondamentali, ed è legata a tale riferimento" [N, pag. 147].

La parola verità allora, in quanto fondamentale, è storica; ciò non significa semplicemente che essa assume significati diversi da epoca a epoca, ma soprattutto che essa è fondatrice di storia a seconda dell’interpretazione che nelle varie epoche diviene dominante.

Fatto questo necessario chiarimento vediamo ora come questo concetto ( e abbiamo capito che non si tratta di un "semplice" concetto) si sia evoluto nella tradizione metafisica.

Nel mondo greco la parola Aletheia, che traduciamo con il termine verità, vuol dire non-ascosità; di qui la verità come svelamento (Unverborgenheit); ciò implica che all’origine del pensiero greco emergeva ancora una intrinseca connessione tra ascosità e non-ascosità o, in altri termini, tra verità e una non-verità più originaria. Per i Greci, dunque, la verità è il manifestarsi dell’essere che si sottrae al nascondimento, e che quindi si fa presente. "Verità significa inizialmente ciò che è strappato ad un velatezza" [DPV, pag. 178]. Però già da subito lo stesso pensiero greco perde di vista la stretta connessione tra questi due concetti.

In Platone, infatti, il vero è identificato nell’idea, cioè nell’ente in quanto percepibile all’intelletto (la stessa etimologia del termine idea indica chiaramente il suo rapporto con il percepire, il vedere: la radice del termine idea è id-, che è la stessa del verbo orào che significa, appunto, vedere). E’ chiaro allora che ciò che conta qui nella verità è ormai l’apparire; l’ascosità da cui esso viene è dimenticata. Questo capovolgimento dell’essenza della verità sarà decisivo per la storia dell’Occidente, che in questo senso può essere significativamente definito: terra dell’occaso. Se il vero consiste nell’idea, la verità consisterà nel vedere correttamente, nella orthòtes.

"Tutto dipende dalla orthòtes, dalla correttezza dello sguardo. In virtù di questa correttezza, il vedere e il conoscere diventano retti, cosicché alla fine si rivolgono direttamente all’idea suprema e si fissano in questa" direzione". Così dirigendosi l’apprensione si conforma a ciò che deve essere veduto. Questa è l’ "e-videnza" dell’ente. Per effetto di questo adeguarsi dell’apprensione in quanto idein all’idea, si costituisce una omoiosis, una concordanza del conoscere con la cosa stessa. In questo modo dal primato dell’idea e dell’idein sull’aletheia nasce un mutamento dell’essenza della verità." [DEV, pag. 185]

Lo sviluppo del pensiero in questo senso trova conferma nella Metafisica di Aristotele, dove egli concepisce l’essere in due sensi: come eidos, cioè come essenza, e come ousìa, cioè come esistenza effettiva. Quest’ultima viene da lui definita anche come energheia e cioè essere in atto; ed è proprio ad essa che Aristotele riconduce in senso primario l’essere e non all’eidos. Per questo motivo la concezione aristotelica dell’essere altro non è se non un ulteriore passo verso la sempre più completa identificazione dell’essere con la semplice-presenza.

Da qui ha inizio quella che Heidegger definisce "onto-teo-logia", cioè la dottrina dell’essere che concepisce come suo tratto essenziale la presenza effettiva. Questa dottrina trova la sua massima espressione nella filosofia medievale, in particolare nella Scolastica, la quale identifica l’essere in un ente supremo – Dio – che oltre al carattere della presenza effettiva, ha anche i caratteri della causalità e della fondazione.

Le concezioni dell’essere come idea e come energheia raggiungono il loro completo sviluppo con Cartesio. Infatti se è vero, e quindi indubitabile, solo quel che ci si presenta come idea chiara e distinta allora l’essere vero acquista come suo carattere fondamentale quello della certezza.

"[…] tutte le volte che nei giudizi che si devono portare io trattengo la volontà in modo che essa si estenda soltanto a quelle cose che le sono esibite chiaramente e distintamente dall’intelletto non può affatto accadere che io erri, perché ogni percezione chiara e distinta è senza dubbio qualcosa, e di conseguenza non può provenire dal nulla, ma ha necessariamente Dio per autore, quel Dio, dico, sommamente perfetto, cui ripugna di essere fallace; e quindi è senza dubbio vera. […] la perseguirò certamente [la verità], se baderò con sufficiente attenzione soltanto a tutte quelle cose che intendo perfettamente, e le distinguerò da tutte le altre, che apprendo con maggiore confusione e con maggiore oscurità." [MM]

Con Cartesio, precursore della scienza moderna, l’uomo si afferma come soggetto. La verità diventa sinonimo di certezza, e l’essere assume la forma di oggetto, di ciò che sta di fronte. Dal primato della soggettività deriva la concezione della realtà come mera oggettività o, come la chiamerà Heidegger nell’Oltrepassamento della metafisica, mera "oggettità" (Gegenstand).

L’oggetto (gegenstand) nel senso di ob-ietto si dà solo quando l’uomo diventa soggetto, quando il soggetto diventa io e l’io diventa ego cogito, solo quando questo cogitare viene concepito nella sua essenza come "unità originariamente sintetica dell’appercezione trascendentale", solo quando il punto supremo della "logica" è raggiunto (nella verità come certezza dell’ "io penso"). Solo qui si svela l’essenza dell’oggetto nella sua oggettità. Solo qui diventa in seguito possibile e inevitabile concepire l’oggettità stessa come il "nuovo oggetto vero" e di pensarlo fino all’incondizionatezza. [OM, pag 55]

Tutto ciò significa ridurre la realtà al soggetto. Infatti ciò che in questa prospettiva costituisce la realtà della cosa, il suo essere, è la certezza di essa di fronte al soggetto. Di particolare importanza è la storia di questo termine, secondo il filosofo estremamente significativa. Il termine soggetto traduce il latino subjectum; questo traduce a sua volta il greco ypokeimenon, che significa fondamento, ciò che regge i caratteri accidentali dell’ente. A partire da Cartesio soggetto non significa però semplicemente sostanza riferibile ad un ente qualunque, ma sta ad indicare esclusivamente l’io dell’uomo: l’io diviene il fondamento della realtà. Questa è una presa di possesso: si riconduce l’essere come semplice-presenza all’io, e dunque alla volontà del soggetto.

La riduzione dell’essere e della sua verità alla volontà dell’io è espressa chiaramente nell’Idealismo tedesco, caratterizzato da quella che Nietzsche chiama "volontà di sistema". In effetti il sistema altro non è se non una riduzione del reale ad un unico principio; cosa concepibile solo in un epoca animata dalla volontà dell’io a ridurre il reale a se stesso.

L’originaria connessione tra verità e non-verità, velatezza e dis-velatezza, ascosità e non-ascosità, è ormai completamente dimenticata, obliata.

In estrema sintesi è questa la storia che sta alla base della concezione nietzschiana dell’essere come volontà di potenza o, per usare l’espressione di Heidegger: volontà di volontà, secondo lui più opportuna per esprimere la totale infondatezza di tale volontà.

Nietzsche viene considerato da Heidegger come il pensatore in cui si attua il compimento della metafisica. Nietzsche, infatti, eliminando la distinzione platonico-metafisica tra "mondo vero" e "mondo apparente", priva la verità dell’essere di qualunque fondamento, ponendola, in sostanza, solo su stessa. Ora, l’essere pensato come volontà di potenza, o volontà di volontà, rappresenta la radicalizzazione del soggettivismo, che come abbiamo visto, è la caratteristica essenziale del pensiero metafisico. Con la dottrina della volontà di potenza non vi è più spazio per la verità dell’essere; qui l’unico criterio della verità è l’esattezza, la quale fa riferimento solo al volere della volontà di volontà.

"L’esattezza della volontà di volontà è l’incondizionata e completa assicurazione di se stessa. Ciò che è conforme al suo volere è esatto e in ordine, poiché la volontà di volontà rimane essa stessa l’unico ordine. In questa sicurezza di sé della volontà di volontà l’essenza principale della verità è perduta. L’esattezza della volontà di volontà è il non vero puro e semplice. […] L’esattezza comanda sul vero e mette da parte la verità." [OM, pag. 57]

La verità dell’essere nel suo significato originario di svelatezza, di non-ascosità, è completamente rimossa. Con Nietzsche siamo di fronte all’oblio dell’essere che viene portato a compimento. Questo oblio fa sì che dell’essere non ne sia più nulla; ma ciò è l’essenza del nichilismo, di cui Nietzsche stesso si fa primo vero interprete e profeta. Dunque è con Nietzsche che la metafisica si compie, e non può non essere altrimenti. Infatti, fino a che la metafisica ricerca l’essere dell’ente la dimenticanza della differenza ontologica viene mascherata da quella ricerca; con Nietzsche però (e più esplicitamente ancora con l’organizzazione tecnica del mondo) si ha la completa riduzione dell’essere alla volontà del soggetto, diretta esclusivamente alla organizzazione e alla trasformazione degli enti. In questo modo viene alla luce l’oblio dell’essere, e perciò stesso si è in una posizione che, sia pure da un punto di vista embrionale, in tale oblio non è più.

" L’adombramento dell’essere ad opera dell’ente, proviene dall’essere stesso nel senso del rifiutarsi della verità dell’essere. Eppure scorgendo questa ombra come ombra, noi stiamo già in un’altra luce, senza trovare il fuoco da cui emana il suo rilucere." [N, pag. 539]

Dopo Nietzsche, quindi, e con l’avvento dell’epoca della tecnica siamo in grado di ripensare la verità dell’essere, cioè la verità nel suo significato originario di aletheia.

 

La verità come aletheia - Come è stato già accennato, l’oblio dell’essere, che costituisce l’essenza stessa della metafisica, non è il frutto di determinate opinioni dei filosofi o lo sviluppo di certe opinioni comuni; esso è la storia stessa dell’essere al quale appartiene un "velarsi diradante", per cui mentre si svela allo stesso tempo si cela. Ed è per questo motivo che la metafisica viene considerata come storia dell’essere, di cui peraltro l’uomo, in quanto esserci, non è semplice spettatore. Heidegger affronta questo tema nella Lettera sull’umanismo, laddove afferma che:

" Il pensiero è il pensiero dell’essere. Il genitivo significa qui due cose. Il pensiero è pensiero dell’essere in quanto, come istituito dall’essere, appartiene all’essere. Il pensiero è ugualmente pensiero dell’essere nella misura in cui, appartenendo all’essere, gli presta orecchio." [LU, pag.270]

Da queste parole appare chiara la necessità di superare le categorie metafisiche di soggetto e oggetto [necessità che non appartiene solo al pensiero, ma anche all’essere stesso] , in base alle quali l’essere è stato pensato come semplice-presenza, e quindi obliato nella sua essenza. Questo diventa possibile nell’epoca del compimento della metafisica, nell’epoca dell’estrema povertà del pensiero, dove l’essere non si dà più nella forma dell’ente e dell’oblio, ma in quella di evento ( Ereignis) [Per un necessario approfondimento di questo tema si vedano in particolare i saggi Tempo ed Essere, Identità e Differenza.]

In tale prospettiva diventa possibile pensare l’essenza dell’essere, e quindi superare la verità dell’ente in direzione della verità dell’essere, in direzione della verità come aletheia.

Heidegger affronta esplicitamente questo problema in una conferenza del 1930 dal titolo Dell’essenza della verità, pubblicata solo tredici anni più tardi. Qui Heidegger si chiede:" che cosa in generale caratterizza "ogni" verità in quanto verità?" [DEV, pag. 133] Per rispondere a questa domanda il filosofo parte dalla nozione, ereditata dalla tradizione metafisica, della verità come conformità tra la proposizione e la cosa. Ora, questa conformità tra la proposizione e la cosa, ovviamente, non è di tipo reale (la proposizione, a differenza della cosa, non è nulla di materiale) ma è di tipo rappresentativo. L’asserzione, per essere vera, rappresenta, in ciò che dice, la cosa rappresentata così come è. Ma rappresentare cosa significa? Rappresentare significa: " il far stare di fronte a noi la cosa come oggetto". [DEV, pag.140] Questo stare di fronte si attua necessariamente entro un aperto la cui apertura non è originata dal rappresentare; in altri termini: il rappresentare che rende possibile l’asserzione conforme alla cosa, cioè vera., presuppone già aperto un ambito entro cui l’esserci può rapportarsi all’ente. Questo ambito è quello che Heidegger chiama il "comportarsi", ossia la costante apertura dell’esserci agli enti. In questa apertura, l’ente, come ciò che è manifesto , viene assunto come norma del nostro dire perché si è "liberi per ciò che in un apertura è manifesto" [DEV, pag 141, corsivo mio].

Ciò significa che aprirsi alla cosa per come è, assumendola come norma del nostro giudicare, è un atto libero. In sintesi:

" L’essenza della verità, come conformità dell’asserzione, è la libertà" [DEV, pag 142]

La libertà, qui, non va intesa come l’arbitrio dell’uomo; se così fosse si seppellirebbe la verità, riducendola a qualcosa di estremamente soggettivo. La libertà va pensata in maniera più originaria: la libertà come possibilità di scelta tra gli enti – libertà comunemente intesa - , presuppone in effetti l’accessibilità preliminare degli enti stessi. Quest’ultima non dipende dall’uomo, il quale in quanto esserci è già da sempre aperto all’ente; è essere-nel-mondo. Quindi possiamo dire che il rapporto tra l’uomo e la libertà si inverte.

"Non l’uomo "possiede" la libertà come sua proprietà, bensì è vero proprio il contrario; la libertà, l’esser-ci ex-sistente e svelante possiede l’uomo, e ciò così originariamente che solo essa permette a un’umanità di entrare in quel rapporto con un ente come tale nella sua totalità, su cui si fonda e disegna ogni storia. Solo l’uomo e-sistente è storico. La "natura" non ha storia". [DEV, pag. 146]

La libertà, dunque, costituisce l’essenza della verità come conformità, poiché consente la disponibilità degli enti all’esserci, senza di cui sarebbe impensabile qualsiasi conformità tra l’asserzione e la cosa. Anzi, come si evince dal passo citato, senza la libertà intesa in modo così essenziale, non sarebbe possibile alcun rapporto con gli enti, e quindi alcuna storia. Il fatto che è la libertà a disporre dell’esserci significa che l’uomo si trova già sempre in un certo rapporto originario con gli enti (che non dipende da lui); questo rapporto originario è sempre e comunque storico, ed è costituito da un insieme storicamente dato di criteri e di pregiudizi, in base ai quali ogni ente si fa accessibile all’esserci. Pertanto la conformità all’ente – verità – è possibile solo nell’apertura nella quale l’esserci già sempre si trova, e che consiste nella precomprensione storicamente determinata che l’uomo non sceglie, ma che lo costituisce in quanto esserci.

Chiarito che la verità si fonda sulla libertà nel senso di lasciar essere l’ente, è bene notare che anche la non-verità come non lasciar essere l’ente per quello che è e per come esso è, si fonda su di essa. Anche la non-verità, come contraffazione e occultamento dell’ente, si fonda sulla libertà. Quest’ultima, come per la verità, non va intesa soltanto e anzitutto nel senso di una proprietà dell’uomo. Affinché sia possibile l’errore, nelle sue diverse forme, è necessario che tale possibilità faccia parte della struttura originaria dell’apertura storica in cui l’uomo già sempre si trova.

"Ma poiché, come essenza della verità, la libertà e-sistente non è una proprietà dell’uomo, ma l’uomo e-siste e diventa così capace di storia, solo se è posseduto da questa libertà, anche la non essenza della verità non può sorgere successivamente dalla semplice incapacità o negligenza dell’uomo. La non-verità deve piuttosto venire dall’essenza della verità." [DEV, pag. 146]

Nella chiusa di questo passo risulta evidente il superamento della concezione della verità come conformità. Infatti, secondo quest’ultima la non verità in quanto discordanza tra l’asserzione e la cosa cade fuori dall’essenza della verità, consistente invece in un accordo tra di esse.

Ma ora ci chiediamo: come è possibile che la non-verità appartenga all’essenza stessa della verità?

Lo si può capire soltanto facendo riferimento alla parola greca aletheia.

" Se traduciamo aletheia, invece che con "verità", con "svelatezza", allora questa traduzione non è solo "più letterale", ma contiene anche l’indicazione che induce a pensare e a ripensare il concetto abituale di verità, come conformità dell’asserzione, in quell’orizzonte non ancora capito della svelatezza e dello svelamento dell’ente." [DEV, pag. 144]

In effetti, la connessione originaria di verità e non-verità si evince dal fatto che noi non conosciamo, né possiamo conoscere, mai l’ente nella sua totalità, ma sempre e soltanto un ente singolo o un gruppo di enti. Ed è proprio l’impossibilità di conoscere la totalità dell’ente, o in altri termini "la velatezza dell’ente nella sua totalità" [DEV, pag. 149], che consente l’evidenza di questo o quell’altro ente.

" La velatezza dell’ente nella sua totalità, l’autentica non-verità, è più antica di ogni evidenza di questo o quell’ente." [DEV, pag. 149]

Pertanto possiamo dire che il nascondersi dell’ente nella sua totalità – la non verità – non è semplicemente una conseguenza della parzialità del nostro conoscere, ma, per così dire, lo precede; anzi è in virtù di questo nascondersi originario che gli enti possono venire in primo piano nella loro verità. L’originaria connessione tra velamento e svelatezza, tra verità e non-verità, ha come possibilità derivata quella dell’errore. Sulla base di queste premesse è possibile comprendere ciò che Heidegger intende quando afferma che lo stato dell’uomo è quello dell’erranza.

" L’uomo erra. Non è che l’uomo cada nell’erranza, ma si muove già sempre nell’erranza, perché e-sistendo in-siste, e quindi sta già nell’erranza. […] Lo svelamento dell’ente come tale è in sé ad un tempo il velamento dell’ente nella sua totalità. Nella contemporaneità dello svelamento e del velamento domina l’erranza." [DEV, pag. 151]

Queste parole ci danno il senso della situazione deietta dell’uomo, che vive anzitutto nell’esistenza inautentica: la deiezione dell’uomo ha le sue radici nell’essenza stessa della verità, che implica in sé la non-verità. A sua volta, è bene ribadirlo, l’essenza della verità è l’essenza stessa dell’essere.

"Verità significa quel velarsi diradante che è il tratto fondamentale dell’essere. La questione dell’essenza della verità trova la sua risposta nella affermazione che l’essenza della verità è la verità dell’essenza." [DEV, pag. 156]

 

 

Glossario dei termini fondamentali

Aletheia: Heidegger, richiamandosi al termine greco, vuole sottolineare il carattere di scoprimento o di svelatezza insito nella verità; infatti il termine aletheia, con cui i Greci chiamavano la verità, è composto dal termine lethe, che significa oblio, dimenticanza, preceduto da un’a privativa; per cui in senso letterale aletheia significa non-oblio, non-dimenticanza, non-velamento, quindi dis-velamento. In questo modo il filosofo evidenzia come il luogo della verità non sia, come sostenuto dalla tradizione metafisica, l’asserzione o il giudizio, ma bensì l’essere stesso delle cose che si scopre relazionandosi storicamente con l’essere scoprente dell’esserci, cioè dell’uomo. E’importante tenere presente che lo svelarsi dell’essere all’esserci è sempre parziale, pertanto implica necessariamente sempre un nuovo velamento.

Deiezione: In generale è la condizione dell’esserci tout court, che esistendo, è già da sempre in un determinato rapporto storico e ambientale con gli enti, tale da impedirne una comprensione complessiva. In particolare è lo stato dell’esserci inautentico, che vive una esistenza caratterizzata dalla chiacchiera, dai luoghi comuni, dal si dice.

Ente: In senso molto generale questo termine indica tutto ciò intorno a cui parliamo, compresa la nostra stessa condizione. A rigore, però, ente è tutto ciò con cui l’uomo, come esserci, si rapporta; attraverso questo rapportarsi dell’esserci agli enti, essi vengono fatti rientrare nel suo progetto, assumendo così significato. Infatti, per Heidegger, gli enti non si danno innanzitutto nella loro semplice presenza (questo è un modo derivato del loro darsi), ma si presentano originariamente come strumenti. La strumentalità degli enti precede, per così dire, la oggettività della loro semplice presenza. In quanto strumenti essi non sono mai "in-sé", ma innanzitutto "per", e precisamente per-me, che in quanto esserci li assorbo nel mio progettare, significandoli.

Esistenza: Molto chiaramente Heidegger, nella Lettera sull’umanismo, dice che: "Ciò che l’uomo è, ovvero, nel linguaggio tradizionale della metafisica, l’essenza dell’uomo, riposa nella sua esistenza."; ciò significa che l’esistenza è un carattere essenziale ed esclusivo dell’esserci. Infatti, mentre gli enti sono semplicemente presenti, l’uomo esiste (e-siste), nel senso dello star fuori, del trascendere dalla particolare situazione in cui si trova, in direzione di un nuovo oggetto, di una nuova possibilità da realizzare; l’esserci, in quanto e-siste, è un poter-essere, ossia un progetto. Esistere, allora, significa oltrepassare, attraverso il progetto che noi stessi siamo, una data situazione in direzione di una nuova possibilità, che, come la realtà di partenza, è sempre concretamente situata.

Esserci: Questo termine nomina in maniera esclusiva l’uomo, che a differenza di tutte le altre realtà – gli enti – non si dà nella forma della semplice presenza, ma in quella della esistenza [vedi sopra]. In particolare, Heidegger, adoperando il termine Dasein, che vuol dire esistenza, alla lettera esser-ci, intende evidenziare come l’uomo si trovi sempre in una data situazione, storicamente definita, che costituisce l’orizzonte interpretativo del suo progettare. L’uomo, in quanto esser-ci, è essere-nel-mondo, cioè è quell’ente che esistendo si rapporta a tutti gli altri enti assumendoli come possibilità del proprio progettare.

Essere: Heidegger nella sua opera capitale, Essere e Tempo, definisce l’essere come: "il transcendens puro e semplice"; questo carattere di alterità vale sia nei confronti dell’ente che dell’esserci.
Rispetto all’ente questa espressione mette in evidenza come, secondo il filosofo, l’essere non sia riducibile in alcun modo all’ente o, in altri termini, a ciò che è semplicemente presente. Prendendo le distanze dalla tradizione del pensiero metafisico, Heidegger critica la nozione secondo cui l’essere nomina il carattere comune di tutti gli enti, facendone così un concetto vuoto ed astratto, e insiste sulla sua radicale alterità rispetto ad essi, per cui l’essere "non si lascia rappresentare e produrre come oggetto". L’essere è l’assolutamente altro rispetto all’ente, è il non-ente, è il niente dell’ente che, come tale, dispiega la sua essenza in quanto essere [cfr. CM].
Rispetto all’esserci l’alterità dell’essere sta in questo: se è vero che l’esserci, come progettante, è l’apertura entro cui gli enti appaiono, d’altra parte è anche vero che questa apertura denota sempre un certo modo, storicamente determinato, di rapportarsi agli enti; tale carattere del rapportarsi, ossia dell’apertura, non dipende semplicemente da una decisione dell’esserci, né tantomeno dagli enti, ma dall’essere stesso. Esso è l’apertura entro cui l’esserci si trova ad essere gettato ed entro cui egli stesso apre ed istituisce un mondo.

Metafisica: Nel lessico heideggeriano questo termine sta ad indicare tutta quella tradizione del pensiero occidentale che, nonostante si proponga di andare al di là degli enti per indagarne l’essere, si arresta all’ente medesimo. E’ importante tener presente che questo errore della metafisica non è una semplice conseguenza di un modo di pensare dell’uomo, ma riguarda la stessa natura dell’essere, che come la verità è di carattere occultante e svelante assieme. La metafisica, come oblio dell’essere è, pertanto, un modo di destinarsi dell’essere stesso all’esserci, che quest’ultimo non può non assumere; anzi, "la metafisica è l’accadimento fondamentale nell’esserci" [CM, pag. 77].

Ontico: Con questo termine il filosofo indica il carattere di ogni considerazione dell’ente che si arresta all’ente medesimo, ai suoi caratteri esistentivi, alla sua semplice presenza.

Ontologico: Con questo termine Heidegger indica il carattere di quella considerazione dell’ente che ne mette in questione il suo essere, mirando a coglierne le caratteristiche esistenziali.

 

Indice delle abbreviazioni

Opere di Heidegger:

CM = Che cos’è la metafisica?, in Segnavia, trad. it. a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1994.

DEV = Dell'essenza della verità, in Segnavia, op. cit.

DPV = La dottrina platonica della verità, in Segnavia, op. cit.

ICM = Introduzione a: "Che cos'è la metafisica?", in Segnavia, op. cit.

PCM = Poscritto a: "Che cos'è la metafisica?", in Segnavia, op. cit.

OM = Oltrepassamento della metafisica, in Saggi e Discorsi, trad. it. a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976.

EIM = L'epoca dell'immagine del mondo, in Sentieri interrotti, trad. it. A cura di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1968.

LU = Lettera sull'umanismo, in Segnavia, op. cit.

N = Nietzsche, trad. it. a cura di F. Volpi, Milano 2000.

 

Altre opere:

MM = Cartesio, Meditazioni metafisiche, trad. it. a cura di A. Deregibus, Brescia 1996.

IH = Gianni Vattimo, Introduzione ad Heidegger, Laterza, Roma-Bari 1998.