Il Giardino dei Pensieri - Studi di Storia della Filosofia

Mario Trombino
Introduzione alla Storia della Filosofia Occidentale
Che cos'è la Filosofia? Chi sono i Filosofi? Quali Generi Letterari utilizzano? Quali Forme dell'Oralità e della Scrittura?
[Indice delle Lezioni I-XII]

Lezione IV
La Filosofia Greca: l'età ellenistica
[Vedi anche le voci: Epicuro, Identità della Filosofia, Generi LetterariMetodologia Filosofica, Oralità e scrittura in filosofia, Stoicismo]


Se si guarda all’ellenismo sotto il profilo della conservazione dei documenti filosofici scritti, si osserva subito che quasi tutto è andato perduto: le scuole filosofiche attive in quel periodo (l’Accademia, il Liceo, Epicuro e le comunità epicuree, i primi filosofi stoici) hanno prodotto moltissimo, ma non è rimasto che molto poco.

Se però si guarda all’ellenismo sotto il profilo del rapporto tra il genere letterario prescelto e le finalità che la filosofia vuole raggiungere, e dunque la sua identità, si osserva subito che questo rapporto è leggibile anche dal poco che ci è rimasto.

Partiamo nella nostra indagine da Epicuro. Andiamo subito al cuore del problema e descriviamo uno ad uno i caratteri formali dei generi letterari utilizzati.

 

La lettera dottrinale

Il genere compare con Epicuro. Ha avuto un successo notevole nell’ellenismo e ha fatto da modello alle "Epistole" della tradizione cristiana (Paolo e gli altri Apostoli). Presuppone l’esistenza di comunità lontane che seguono un modello di vita filosofica e quindi è strettamente connesso con una idea di filosofia che ormai con piena consapevolezza connette ricerca filosofica e stile di vita.

Le lettere di Epicuro che ci sono pervenute sono di varia ampiezza, ma brevi o lunghe che siano hanno alcune caratteristiche formali che le rendono ben riconoscibili. Proviamo ad elencarle:

 

- ciascuna ha un solo tema, per ampio e articolato che sia, e la materia è trattata con ordine espositivo chiaro, con uno sforzo di sintesi unito alla maggiore chiarezza possibile: in tutta evidenza, i destinatari non sono filosofi, ma persone che leggono o ascoltano di filosofia senza essere interessati alla ricerca e ai suoi aspetti tecnici;

- ciascuna fa uso di una terminologia rigorosa, che ha un significato tecnico preciso nell’economia complessiva delle dottrine filosofiche della scuola; i termini sono chiaramente definiti, privi di ambiguità; chi legge, deve impadronirsi a fondo del linguaggio tecnico, anche se non è interessato ai dettagli;

- il rapporto tra esposizione della dottrina e argomentazione è assai particolare: vengono saltati tutti i dettagli e le tesi sono esposte una ad una concatenate in un ordine rigoroso; le argomentazioni sono poche, immediatamente efficaci, facili da capire e da memorizzare; vi è dunque un misto di tecnica argomentativa (semplificata ma proprio per questo di grande forza quando è presente) e di tecnica espositiva – qualcosa di molto lontano dalla raccolta di opinioni (1) per due motivi: in primo luogo perché non si tratta di opinioni isolate, di tesi non concatenate, ma di posizioni filosofiche connesse a formare un tutto ordinato; in secondo luogo perché le argomentazioni sono presentate in forma rigorosa, senza che la essenzialità del discorso sacrifichi nulla alla precisione;

- mancano le metafore e il linguaggio per immagini della tradizione platonica (ma largamente utilizzato anche dai presocratici); la figura retorica che a volte viene utilizzata è la similitudine (come… così…) , la più adatta a rendere con chiarezza un concetto, permettendo il legame tra astrazione del pensiero e concretezza dell’esperienza sensibile;

 

 

Le sentenze e gli aforismi

Il genere è in sé una variante dell’aforisma e della forma gnomica di derivazione poetica (legata comunque alla tradizione orale) di cui tutta la tradizione filosofica precedente ci fornisce degli esempi. Proprio il confronto con la tradizione mostra con chiarezza che la struttura formale ha un significato filosofico preciso: le varianti in Epicuro sono tutte orientate ad una diversa identità della filosofia. Infatti in Epicuro, e nella tradizione che da lui deriva, sentenze ed aforismi

- sono prive di ambiguità (distanziandosi quindi in modo certo consapevole dalla tradizione eraclitea, ma anche oracolare, sapienziale, e simili);

- hanno tutte un orientamento pratico, richiamano i punti della teoria per indicare una via all’azione;

- sono prive di formule che richiamano il pensiero per immagini, espongono in modo piano e semplice le regole della scuola, apprese altrove, non attraverso di esse;

- le figure retoriche sono, come nelle lettere dottrinali, per lo più similitudini, cioè figure che hanno come obiettivo la chiarezza: non servono a colpire, a interessare, a stupire; la loro funzione è diversa, sicché non vi si trova spesso quel tratto caratteristico del "pensiero aforistico" che condensa in una frase o in una parola o in uno scontro di parole un mondo di pensieri.

Degli elementi formali della tradizione rimangono due cose: la estrema brevità in un contesto formale legato all’oralità che apparenta questi testi alla poesia (e ne facilita quindi la memorizzazione); la radicalità delle tesi che vengono sostenute, con stile a volte piano, a volte tagliente, a volte ostile.

Qual è dunque la funzione di questi testi? E in quale rapporto stanno con le lettere dottrinali e con i trattati, cioè con gli altri generi che Epicuro stesso ha utilizzato?

La pratica di vita degli epicurei è fondata su un preciso criterio-guida: la costante applicazione dei princìpi dottrinali (in sé teorici) alle scelte individuali (del seguace della scuola) e collettive (delle comunità epicuree). Perché questo possa accadere, questi princìpi dottrinali devono essere sempre presenti alla mente, indipendentemente dalle ragioni filosofiche che ne determinano la validità, ed indipendentemente dalla ricerca filosofica in quanto tale. Certo, al momento opportuno l’epicureo studierà la dottrina; a seconda dei suoi interessi la approfondirà fino al punto da potere discutere i dettagli tecnici con i seguaci di altre scuole; farà ricerca all’interno della cornice della dottrina (anche se questo è un punto che gli epicurei hanno coltivato poco, a differenza degli stoici). Ma tutto questo a monte della pratica di vita. Per quella serve molto meno: serve avere sempre presente il "quadrifarmaco", serve potere richiamare la frase giusta al momento giusto, a seconda delle situazioni nelle quali ci si trova a vivere, in modo da essere sempre pronti ad affrontare l’esistenza con le chiavi interpretative giuste per vivere una vita felice.

La funzione di queste massime e sentenze è legata allora alle pratiche individuali di ricerca della felicità, così come le lettere dottrinali sono legate alle pratiche collettive, proprie della scuola; ma mentre le lettere hanno una funzione formativa, non solo pratica (perché servono a dare ai seguaci della scuola le corrette chiavi di lettura della realtà, utili poi nella pratica), massime e sentenze non hanno un funzione formativa, ma di rapido richiamo. Da qui la loro struttura formale.

Vediamo adesso i trattati, per completare il panorama dei generi letterari utilizzati da Epicuro.

 

Il trattato

Epicuo ne ha scritti molti, ma per noi sono testi ormai perduti. Rimangono solo frammenti che, per quanto significativi e importanti siano, non ci restituiscono la trama e il senso delle opere, alcune delle quali di vaste proporzioni (così vuole la tradizione). Non è quindi possibile studiarne le regole formali. Sappiamo però che si trattava di testi in prosa non destinati al grande pubblico, ma al pubblico colto, a quelli che potremmo chiamare gli specialisti: i filosofi che devono approfondire la dottrina per continuare la ricerca e soprattutto per dialogare con gli altri filosofi e formare quel tessuto di idee della scuola a cui i seguaci (persone comuni, non filosofi) sono interessati per dirigere in modo corretto la propria vita sulla via della felicità. Sappiamo quindi che il linguaggio non era per iniziati, ma che egualmente non si trattava di testi semplici: erano pensati e scritti per degli specialisti.

 

Riprendiamo dunque il discorso a proposito del rapporto con le sentenze e le lettere. E’ chiaro che ci troviamo in presenza di terzo livello. In schema:

- ad un primo livelle, le massime, le sentenze e gli aforismi hanno una funzione di memorizzazione e di rapido richiamo di fronte alle situazioni dell’esistenza; sono utili a tutti, perché tutti – i filosofi come gli altri – affrontano le tempeste dell’esistenza;

- ad un secondo livello, le lettere dottrinali hanno la funzione di formazione degli individui e delle comunità, presentando in modo assai rigoroso ed esatto la dottrina, senza semplificazioni, ma eliminando quel livello della ricerca e delle argomentazioni filosofiche che sono indispensabili agli specialisti, ma non utili a coloro che vivono secondo le regole dell’epicureismo; anch’esse sono utili a tutti, perché se è vero che non hanno un funzione di immediato richiamo di fronte alle situazioni dell’esistenza, è tuttavia anche vero che la dottrina in esse esposta costituisce quel bagaglio di conoscenze del seguace della scuola che gli permette di padroneggiare con sicurezza quelle regole in estrema sintesi esposte nelle massime;

- ad un terzo livello, i trattati hanno la funzione di preparare gli specialisti, i filosofi, alla ricerca, al dialogo con i filosofi che aderiscono alle altre scuole, alla formazione degli aderenti alle comunità epicuree. Essi sono dunque utili soltanto ai pochi che hanno interesse ad accostarsi ad esse.

 

Questo non vuol affatto dire che vi sia una gerarchia nel mondo epicureo. Sarebbe contrario allo spirito della scuola e alla dottrina stessa. Infatti, di fronte alla felicità o al dolore tutti gli uomini sono uguali, senza gerarchie. La pienezza dell’essere, che garantisce la felicità agli dèi epicurei, la garantisce anche agli uomini indipendentemente dal loro livello di cultura e di sapere, dal loro mestiere, dalle differenze di condizione sociale e di genere, e così via.

Ma allora, chi è il filosofo? E che cosa identifica la filosofia come tale?

 

Con Epicuro si è ad una svolta nella storia della filosofia, da questi punti di vista, perché le gerarchie platoniche tra gli uomini – giustificate nella Repubblica dalla tripartizione dell’anima parallela alla tripartizione della società e nel Simposio dalla dottrina dell’Eros – vengono respinte; e con esse viene respinta la concezione elitaria della filosofia e il suo legame con la ricerca, considerata come perenne condizione che identifica chi accetta di divenire filosofo(2).

Il punto è che, per Epicuro, filosofo non è chi fa ricerca, ma chi vive una vita secondo i princìpi filosofici. Certo, è indispensabile il livello della ricerca, ma una volta acquisita la verità – e persino solo escluse certe ipotesi – tutto ciò che serve al filosofo c’è già.

Si prenda la dottrina, centrale per il metodo epicureo, delle spiegazioni molteplici. Epicuro non sa quale sia la causa esatta del fulmine e del tuono. Sa però che è possibile costruire una serie di ipotesi – tutte plausibili, perché fondate sulla attenta osservazione dei fenomeni, perché in accordo con essi e con i princìpi generali della fisica –, ipotesi che non ricorrono all’intervento di dèi e simili, ma solo alla struttura fisica del mondo (in definitiva al vuoto, agli atomi e ai loro vari tipi di movimento). Questo non è sufficiente al ricercatore, che dovrà proseguire la sua indagine per conoscere la verità del fenomeno, ma è del tutto sufficiente a chi vive una vita secondo i princìpi della filosofia epicurea perché gli permette di escludere l’intervento di dèi – arcane e misteriose potenze da temere – e di ricondurre il fenomeno di cui non si conoscono bene le cause ad altri fenomeni noti e alle leggi della natura di cui invece si è certi.

 

Il poema filosofico

C'è allora una giustificazione filosofica - che ve ne sia una poetica è evidente - alla base della scelta di Lucrezio di scrivere il suo poema? L'epicureismo aveva già, al suo tempo, una ampia dotazione di strumenti dal forte impatto comunicativo, perché Epicuro stesso era stato maestro nell'elaborare nuove forme di comunicazione filosofica. Se didattica è la disciplina che studia le forme in cui un sapere può essere comunicato per essere appreso, Epicuro e la sua scuola sono stati dei grandi didatti: con il Quadrifarmaco e la Lettera a Meneceo hanno mostrato come la filosofia potesse mantenere il suo rigore e allo stesso tempo essere appresa da chi desiderasse vivere una vita filosofica.

Solo che tutto questo non è altro che qualcosa di scritto, non vive in sé: non si traduce in pratica di vita, in apprendimento. Occorre che il mondo dell'oralità se ne impadronisca, che le sentenze siano memorizzate, le lettere lette e studiate all'interno delle comunità. Serve una pratica filosofica. Si tratta di strumenti che parlano soprattutto a chi aderisce alla scuola, all'epicureo.

Qualunque sia stata l'ispirazione poetica che ha spinto Lucrezio alla stesura del De rerum natura - e non è questa la sede per una indagine di questo tipo -, certo Lucrezio non parla soltanto agli aderenti della scuola. Parla a tutti coloro che accedono al mondo della poesia.

La sua scelta amplia il già ricco panorama dei generi letterari utilizzati dall'epicureismo nel suo tentativo di proporre una via di salvezza per l'uomo. Ma, come è noto, la scelta non è originale. La forma del poema filosofico l'abbiamo già incontrata: se ne era servito Empedocle (3). Ora, il tratto caratteristico di questa forma poetica, dal punto di vista che ci interessa (4), è la possibilità che essa offre di coniugare filosofia teoretica, studio della fisica e dell'uomo, fino ai più sottili dettagli della dottrina, con una concezione unitaria della natura: in Lucrezio la materia non è contrapposta alla vita, gli atomi e il loro incessante movimento non sono contrapposti alla attività dello spirito, ma un unico scenario unisce uomini e cose. Il messaggio epicureo - che è messaggio di salvezza per gli uomini: si vedano i diversi inni ad Epicuro - si propone attraverso il poema con toni non lontani dallo spirito epico. Dunque: poesia autentica, non prestito forzato, al servizio di un fine filosofico. Che non è la descrizione delle dottrine epicuree, ma liberare l'uomo dalla paura e dal dolore e indicargli una via realistica ed efficace per condurre, razionalmente, una vita felice.

 

Se, dopo avere esaminato brevemente i generi letterari dell'epicureismo, si pone mente alle questioni strettamente connesse della metodologia di ricerca e dei fondamenti epistemologici, si osserva che in questa scuola filosofica le metodologie di ricerca e le metodologie di comunicazione filosofica si collocano su due piani diversi. Così sarà anche per lo stoicismo.

Infatti, in entrambe le scuole il filosofo non è soltanto o tanto il ricercatore, ma l'uomo che vive filosoficamente, e dunque

- il piano della ricerca scientifica (che permette la definizione dei princìpi generali della scuola)

- il piano della pratica di vita, etica e teoretica (perché l'uomo non è tutto azione ma riflette, nella sua vita, su se stesso e sul mondo)

semplicemente non coincidono.

Che poi la questione dei fondamenti epistemologici sia strettamente connessa con la questione della metodologia di ricerca, dipende dal fatto che l'epicureismo - e in forme diverse farà lo stoicismo - abbandona la via di ricerca socratico-platonica, che mira ad una conoscenza interiore mediante la dialettica. Gli strumenti della ricerca filosofica sono derivati da Democrito, da Aristotele, da un proseguimento in una direzione diversa della tradizione di osservazione e ragionamento propria dei presocratici. Laddove la chiave per intendere tutto è la connessione tra osservazione e ragionamento.

Si prenda il caso degli atomi. Che cosa permette di formulare la teoria? Una applicazione del principio parmenideo (attinente dunque ad una forma pura di razionalità) alla osservazione della divisibilità dei corpi, ed alla loro mescolanza. Si veda l'inizio della Lettera a Erodoto, su questo punto (5).

Dunque la ricerca in fisica si lega strettamente con la ricerca dei princìpi che governano il pensiero e le parole, l'indagine sulla natura delle cose si coniuga con la teoria dell'errore. I due piani, quello del metodo di ricerca e quello dei fondamenti epistemologici, appaiono i due volti della stessa medaglia (6).

 

Il silenzio di Pirrone

Prima di passare ad una breve trattazione delle nostre tematiche per la scuola stoica, vale la pena soffermarsi un momento a riflettere sul silenzio di Pirrone. Un libro mai scritto, delle parole mai pronunciate. Può la filosofia fare a meno di parole?

Certo non può fare a meno di esempi "esemplari". Certo non può fare a meno di un linguaggio. E l'esempio lo è. Ci sono figure della filosofia che pur avendo utilizzato parole comunicano soprattutto attraverso una immagine di sé, come Diogene e la botte. Ci sono messaggi filosofici che vivono di estrema essenzialità, assolutamente non discorsiva, come se si concentrassero in un punto soltanto. Come il confutare Zenone mettendosi a camminare.

La filosofia non si lascia irretire in una forma privilegiata di linguaggio e di razionalità. Percorre tutte le vie.

 

A quale genere letterario appartengono i Pensieri di Marco Aurelio?

L'abbandono della via di ricerca socratico-platonica, come abbiamo visto in Epicuro, si coniuga con la ripresa di tematiche e di metodi che risalgono ai presocratici, come abbiamo visto a proposito di Parmenide e Democrito nel caso di Epicuro. Lo stesso accade con gli stoici, che riprendono l'antica nozione di Logos dalla tradizione di Eraclito e la coniugano con una indagine filosofica che fa tesoro di tutte le acquisizioni di Platone e di Aristotele.

Insieme con l'epicureismo, la scuola stoica si propone un intento nuovo, che non era (almeno in questa forma) nelle grandi filosofie del IV secolo, ma era già - in embrione - nei presocratici: descrivere il mondo secondo un principio unitario, costruire una filosofia sistematica. Il tratto caratteristico delle filosofie ellenistiche è l'abbandono della distinzione platonica tra il mondo sensibile e il mondo intelligibile e la ricerca dell'unità della natura - e per conseguenza dell'unità della vita nell'uomo, corpo e anima. Poiché la via socratico-platonica non poteva essere efficacemente utilizzata per l'indagine sulla natura, anche gli stoici utilizzano metodi legati alla osservazione e alla riflessione razionale. Anzi, più interessati degli epicurei alla natura nelle sue dinamiche, affrontano indagini empiriche così come aveva fatto Aristotele.

Ma di questo nei manuali. Qui importa soltanto sottolineare alcune cose su questo tema. In primo luogo il fatto che Socrate sia divenuto per gli stoici una sorta di icona della filosofia - l'esempio perfetto dell'uomo saggio - non per le sue idee o per il metodo filosofico, che essi non utilizzano, ma per il suo stile di vita e l'atteggiamento di fronte alle prove della vita e alla morte. Vale per lo stoicismo quanto detto per l'epicureismo: filosofo non è tanto il ricercatore, quanto l'uomo che vive filosoficamente.

Da questo punto di vista assume grande rilievo la pratica stoica della meditazione. La presenteremo utilizzando un testo di ambiente romano, la raccolta dei Pensieri di Marco Aurelio (realisticamente possiamo dire poco sugli scritti dei primi stoici, dei quali ci rimangono per lo più frammenti). In Marco Aurelio la situazione è invece piuttosto chiara. Non solo la sua opera ci rimane, ma la sua figura, come imperatore romano, ci è ben nota.

Questi "pensieri" da un punto di vista formale richiamano alcuni caratteri dell'aforisma, ma sono diversi sia da quelli della tradizione arcaica e classica, sia dalle massime e dalle sentenze epicuree. Infatti:

- hanno un carattere soggettivo e non richiamano la pratica della memorizzazione ai fini dell'utilizzo di fronte alle situazioni della vita, perché sono sempre diversi, ritornano in mille forme sugli stessi temi e sui legano essi stessi alle esperienze della vita;

- fanno largo uso di figure retoriche, anzi coniugano nella stessa immagine emozioni e pensieri, o teorie filosofiche, apparentandosi così agli aforismi dei presocratici, ma senza la loro forza; anzi, utilizzano tutte le arti della riflessione pacata;

- danno per acquisite le teorie stoiche e il linguaggio della scuola e non ne sono una sintesi, ma una sorta di ricamo, una applicazione riflessiva.

Di che cosa si tratta dunque? Non di una forma letteraria che possa essere intesa alla luce delle esigenze di comunicazione filosofica che abbiamo visto in opera negli epicurei. Non si tratta neppure di una forma di ricerca filosofica, perché i dati teorici sono dati per acquisiti.

La loro natura è diversa. Si tratta di testi legati alla pratica di vita filosofica stoica, alla meditazione filosofica.

 

Il termine "meditazione" può essere applicato a moltissimi testi antichi, per esempio al Fedone di Platone. E nella vita filosofica effettivamente praticata nel mondo antico la meditazione è pratica collettiva, o anche individuale, ma sempre connessa ad una sorta di dialogicità implicita (ne vediamo traccia in certi testi di Seneca sulla felicità, sulla vecchiaia o sulla morte) (7). Essa assume molti volti, a seconda delle scuole, ma ha una caratteristica comune: non è un percorso di ricerca, ma di applicazione della ricerca alla vita (8).

Il filosofo in meditazione raccoglie tutto il suo spirito (non solo la mente e non solo le facoltà intellettive) in un tempo dedicato, in luoghi opportuni, in situazioni adatte, sicché tutta la persona ne risulta coinvolta. In questo raccoglimento - che assume i toni della sospensione del flusso normale della vita quotidiana, con il suo carico di esigenze, tensioni, problemi - il filosofo rivede la propria vita applicando a questa sua riflessione i princìpi della scuola filosofica a cui appartiene (9).

I "pensieri" di Marco Aurelio sono dunque davvero l'espressione di un mondo di pensieri filosofici: richiamano i princìpi della scuola e sono il frutto di una meditazione su di essi operata mediante il legame con l'esperienza vissuta, interiore ed esteriore (presente nei testi a volte con un riferimento, a volte con una metafora, a volte con una allusione velata). Il fatto che vi sia un forte ricorso alle forme di pensiero per immagini indica forse soltanto che non sono formalizzati e quindi depurati dalle varie forme di immaginazione e di vita emotiva di cui sono abitualmente intessuti i nostri pensieri. Filosofia e vita vengono accostate, non banalizzando la prima, ma elevando la seconda attraverso la meditazione alle sue radici cosmiche, al tutto. Come uno stoico non può non fare, se intende il proprio logos come frammento del logos universale, se la propria vita è espressione del soffio vitale universale.

 

Due sottolineature, per concludere. La prima riguarda la finalità della filosofia. Nell'ellenismo la finalità prima della filosofia è di natura etica. E' tuttavia un fatto che la scienza ellenistica ha prodotto risultati di enorme rilievo, e che la cultura europea avrebbe fatto di meglio in questo campo soltanto dal XVII secolo in poi. L'interesse per la natura e per la mente (all'interno delle discipline che allora si chiamavano "Fisica" e "Logica") era fortemente alimentato dalla convinzione che il fondamento dell'etica andasse ricercato nella struttura dell'universo e che questioni come la felicità e la libertà non potessero essere correttamente impostate e risolte se non nel contesto dell'indagine su quella che Lucrezio chiamerà, richiamando i presocratici, la "natura delle cose". Così fecero gli epicurei, così gli stoici. Dunque la finalità etica della filosofia non contrasta con gli interessi naturalistici e logici. E certo a questo non dovette essere estraneo il fatto che i filosofi ellenisti potevano contare sulle vive tradizioni dei presocratici (si pensi alla piena adesione degli stoici e degli epicurei al principio parmenideo che nessuna cosa possa nascere dal nulla o condurre al nulla, o all'importanza dell'atomismo per Epicuro e di Eraclito per gli Stoici), ma anche sulle ricerche filosofiche e scientifiche di Platone, di Aristotele e degli altri filosofi e scienziati del Quarto secolo.

La seconda sottolineatura riguarda il lavoro di raccolta e di sistemazione dei prodotti dei secoli precedenti portato avanti dagli studiosi ellenisti (si pensi all'attività del Museo di Alessandria, con la sua celebre biblioteca). Questo corrisponde in qualche modo allo spirito sistematico dell'epoca, anzi, per meglio dire, allo spirito di classificazione e di sistemazione ordinata che caratterizzò l'ellenismo in tutti i campi, anche lontani dalla filosofia. Nelle loro grandi Biblioteche, come ad Alessandria, gli studiosi ellenisti curarono edizioni delle opere dei secoli precedenti, procedettero a raccolte sistematiche e a revisioni ordinate del sapere in tutti i campi. Scrissero opere fondamentali in campo astronomico e matematico, ordinando e unificando il sapere accumulato per secoli. Si pensi agli Elementi di Euclide nel III secolo a.C. per la matematica, o all'opera di Tolomeo per le conoscenze astronomiche.

Quest'ultimo punto impone una breve riflessione, a proposito del rapporto tra genere letterario e metodo. In che cosa gli Elementi di Euclide costituiscono una novità rispetto al passato? Si tratta certo di una delle opere fondamentali della cultura antica, di uno di quei fondamenti che la Grecia ha lasciato in eredità all'Occidente e per le quali ci riteniamo loro debitori. Ma pochissime delle singole conoscenze matematiche sono originali: il lavoro che compì Euclide e al quale deve la sua fama è un altro. Euclide raccolse l'enorme materiale che la tradizione greca gli offriva (avendo assorbito in sé le conoscenze dei popoli orientali ed avendole portate ad un livello elevatissimo in età classica) ma soprattutto compì quest'opera di raccolta attraverso un metodo capace di dare unità all'insieme. Ed è questo metodo a far parlare di "geometria euclidea", più che ciascuna delle conoscenze raccolte. Il trattato si presta benissimo a questo genere di sintesi unitaria, perché offre la possibilità di strutturare la materia sulla base di principi sistematici.

Se le grandi scuole ellenistiche utilizzarono molti generi letterari, pur avendo già a disposizione il trattato come forma compiuta, è per la diversa finalità del mezzo: il trattato parla agli specialisti, le altre forme hanno ciascuna una finalità diversa.

E' oggettivamente una grave perdita che della trattatistica filosofica sia rimasto così poco. Forse la nostra immagine della filosofia ellenistica sarebbe diversa se possedessimo ancora quegli antichi scritti.

 

Note

(1) Nel periodo ellenistico e poi nella tarda antichità la raccolta di opinioni è un genere molto coltivato, ma ha una funzione del tutto diversa.

(2)Aristotele non accoglie del tutto questa idea, perché ritiene che l’uomo possa acquisire il pieno possesso di alcune verità (anche se limitate al piano teoretico, non potendosi dedurre da princìpi le conoscenze relative alle scienze pratiche e poietiche). Ma che l’identità del filosofo sia determinata dalla ricerca, questo è accolto.

(3)Si veda la Lezione I.

(4)Per ovvie ragioni tralasciamo qui ogni indagine di tipo letterario.

(5)"Prima di tutto nulla nasce dal nulla; perché qualsiasi cosa nascerebbe da qualsiasi cosa, senza alcun bisogno di semi generatori; e se ciò che scompare avesse fine nel nulla tutto sarebbe già distrutto, non esistendo più ciò in cui si è dissolto. Inoltre il tutto sempre fu come è ora, e sempre sarà, poiché nulla esiste che possa tramutarsi, né oltre il tutto il nulla che penetrandovi possa produrre mutazione. (…) E inoltre il tutto è costituito di corpi e vuoto. (…) Che i corpi esistano infatti lo attesta di per sé in ogni occasione la sensazione, in base alla quale bisogna, con la ragione, giudicare di ciò che sotto i sensi non cade, come abbiamo detto prima; se poi non esistesse ciò che noi chiamiamo vuoto o luogo o natura intattile, i corpi non avrebbero né dove stare né dove muoversi, come vediamo che si muovono. Oltre a queste due realtà, né in base all'esperienza, né in analogia ai dati di essa si può arrivare a concepire alcuna altra cosa che possa essere intesa come "essenza integrale", mentre diverso è il caso di ciò che di queste nature chiamiamo qualità accidentali o essenziali." (Epicuro, Lettera a Erodoto)

(6)Per tutta questa parte rimando ai manuali di storia della filosofia.

(7)In Seneca questi testi, in sé non dialogici, portano il nome di Dialoghi. In effetti, l'elemento dialogico che è proprio della tradizione greca - non necessariamente nella forma della dialettica socratico-platonica: ben difficilmente i filosofi greci fanno filosofia da soli - permane in essi perché Seneca dialoga sempre con qualcuno, nel senso che scrive per qualcuno, gli si rivolge continuamente, presuppone un preciso pubblico. Fin nelle formule retoriche, come prevederne le reazioni, anticiparne le domande, le critiche, e così via.

(8)Come vedremo nella Lezione sul Seicento, la meditazione cartesiana, che riprende alcuni tratti della meditazione antica, è invece una via di ricerca.

(9)Nell'ellenismo, in particolare, la vita filosofica è diretta in una direzione o nell'altra a seconda delle scuole cui ci si accosta. Vi sono dunque diversi stili di vita filosofica e accostarsi alla filosofia significa di regola accostarsi ad uno di essi. Nella interpretazione più pragmatica data dai romani, questa identità delle scuole tende a cedere il posto a varie forme di eclettismo, o alla ripresa di elementi filosofici in un contesto di per sé non filosofico.