Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
1. Platone
Il maestro di Platone, Socrate, rappresentò per lui non solo un esempio di sapienza e di ricerca teorica della verità, attraverso il continuo dialogare, ma anche un esempio morale e politico di comportamento nei confronti della comunità, della polis e del potere.
Fin dallinizio della sua ricerca teorica, Platone si avvicina alla filosofia intesa socraticamente come scienza non solo teoretica - ricerca della verità - ma anche pratica e morale - come scienza del bene e del male - ; il piano puramente teorico del pensiero, del ragionamento, della discussione intorno alla verità delle cose viene tenuto insieme a quello del comportamento morale, del rapporto politico fra il cittadino e la polis, fra lindividuo e la comunità. La ricerca della verità è, per Socrate, consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male; ricerca che avviene in un contesto di rapporti umani, politici e sociali, quale era quello della polis (Atene) nel corso del V secolo a. C.
La vicenda umana e filosofica di Socrate si conclude tragicamente, come si sa, nel 399 a.C. con la condanna a morte del filosofo, il quale, fedele ai propri princìpi, pur non riconoscendosi colpevole di fronte ai giudici - colpevole di tradire la religione olimpica e di deviare i giovani dalla tradizione - accetta e porta di persona a termine la propria condanna bevendo la cicuta.
Lesempio socratico costituisce per Platone un punto di partenza per il suo successivo percorso filosofico che si distaccherà, a un certo punto, dalla concezione della dialettica che aveva Socrate approdando a quella "dottrina delle idee" che, invece di eliminare lesigenza filosofica di interrogarsi sulla verità, accentuerà la necessità, da parte di chi ricerca il vero, di percorrere un cammino di conoscenza verso quelle forme o idee delle cose (éidos o idéa in greco) che, non sconosciute allanimo umano, debbono però essere faticosamente riportate alla memoria.
Socrate costituisce un fondamentale punto di partenza anche per la riflessione e lattività politica di Platone, il quale, dopo la morte del maestro, si recherà in Sicilia a Siracusa, presso la corte del tiranno Dionigi il Vecchio, con il fine di realizzare, fuori dAtene (la città che aveva condannato il più sapiente fra gli uomini), uno stato in cui potere politico e filosofia fossero organicamente uniti.
La forte delusione, per altro ripetuta in altri due successivi viaggi, che seguì allincontro e al tentativo di collaborazione col tiranno, spinse Platone, tornato ad Atene, da una parte a fondare nel 387 a.C. lAccademia, alla quale si dedicò per circa 20 anni, e dallaltra ad occuparsi in modo prevalentemente teorico dei problemi e delle questioni politiche.
Nei primi dialoghi (Gorgia, Menone) del secondo periodo platonico (periodo della maturità che segna il distacco da Socrate), vengono fatti accenni per lo più negativi alla politica, considerata in modo assai pessimistico, data la vicenda socratica alle spalle. La politica però viene definita eticamente, e cioè proprio come la pratica consapevole del bene da parte di chi vuole estendere la virtù a tutta quanta la città, a tutti i cittadini e al loro comportamento complessivo; cosa a cui finora si sono sottratti tutti i (falsi) politici, e della quale solo Socrate si è seriamente occupato.
La teoria politica di Platone si fa più complessa e articolata nella Repubblica dove il filosofo viene descritto come il perfetto politico, e cioè come colui che sa cosè la giustizia e la applica consapevolmente. Il dialogo comincia con la domanda che cosa sia veramente giustizia, approdando a una feconda analogia fra la giustizia nelluomo e la giustizia nello Stato. Da questo punto in poi viene ricercata la genesi dello Stato, la sua origine di carattere economico, fondata cioè sulla necessità di soddisfare i bisogni naturali delluomo e della comunità. Daltra parte lo Stato si fa "gonfio di lusso" e cioè aumentando la popolazione, aumentano e si complicano quei bisogni che si distaccano dalla iniziale naturalità e necessitano di un allargamento, che provoca guerre, ma soprattutto disequilibri interni.
La giustizia viene allora identificata proprio con lequilibrio, con la capacità di ciascuno - e di ciascuna classe presente nello Stato - di svolgere bene il proprio compito. Ma per fare questo è necessaria la massima consapevolezza dellidentità fra linteresse proprio e linteresse dello Stato. Gli unici a possederla, secondo Platone, sono i filosofi, ai quali viene affidato il comando supremo. In questo senso si può parlare in Platone di uno Stato e di rapporti politici fra le classi (filosofi-governanti, guerrieri-soldati e artigiani-agricoltori) in cui viga la noocrazia, e cioè legemonia e il potere di chi sa. Come si vede, qui dove non ce lo aspettavamo, si impone il concetto e il termine nous, mente, conoscenza e consapevolezza filosofica, la quale solamente può identificarsi senzaltro con il potere politico. La perfezione politica dello stato, in altri termini, presuppone la perfezione filosofico-etica di esso, incarnata dalla classe dei filosofi al potere.
Si è a lungo parlato e discusso del valore storico e filosofico dello Stato platonico; se esso sia solo unutopia (unidea perfetta ma difficilmente realizzabile), oppure abbia un carattere normativo nei confronti della realtà, e cioè sia un modello a cui gli Stati reali devono, per quanto è possibile, rifarsi. Hegel ha sostenuto in vario modo che lo Stato platonico fosse una utopia reale, e cioè certamente un prodotto di pensiero, ma non un ideale vuoto, piuttosto quel concetto di Stato che meglio di tutti coglieva la natura stessa delleticità greca. Daltra parte la Repubblica di Platone ha riscontri oggettivi nellesperienza da lui vissuta con la vicenda di Socrate, dalla quale risultò lesigenza di una profonda riforma politica che riportasse lequilibrio allinterno della democrazia e comunque prospettasse la concreta possibilità di fondare lo Stato non su interessi particolari e privati ma universali e generali.
La riflessione politica di Platone, dopo la Repubblica, si sviluppò ulteriormente nel Politico e nelle Leggi, oltreché nel Timeo (dove lanalogia fra la struttura dellindividuo e quella dello Stato è estesa a tutto luniverso), tutte opere della vecchiaia, nelle quali il forte dualismo fra mondo delle idee e mondo della realtà concreta viene in un certo senso attenuato, e daltra parte lidea di Stato come attuazione consapevole ed equilibrata della giustizia viene affiancata dalla necessità di osservare le leggi. Nel Politico viene considerata la forma di costituzione democratica come la meno pericolosa - anche se la costituzione regia rimane pur sempre lideale, ma ahimè perduto per sempre - perché la divisione dei poteri presente in essa limita quelle tendenze nocive provenienti dal mancato rispetto delle leggi e dal prevalere di forze particolari sullinteresse comune. In questo dialogo si prende a tema la necessità, da parte dello Stato che intende perfezionarsi, di darsi una costituzione, un insieme di leggi, il più possibile misurata e bilanciata. Nelle Leggi verrà inoltre stesa da Platone una vera e propria legislazione positiva, cioè un codice di leggi riguardante tutti i campi del diritto, da quello costituzionale, al pubblico, a quello privato.
Questo maggiore senso del concreto che lultimo Platone sembra manifestare nella sua ricerca in campo politico, individua nello Stato spartano la forma costituzionale migliore, poiché essenzialmente mista: lunità del principio monarchico è nella figura del Re, di quello aristocratico nel Consiglio degli anziani e di quello democratico nellEforato. La predilezione platonica per la politica spartana, rispetto a quella ateniese, risale in realtà al tempo della giovinezza, ma qui viene espressa con riferimenti precisi al campo del diritto che precedentemente non erano mai stati presi in considerazione.
In conclusione si può dire che lultimo Platone si sia evoluto in senso pessimistico per quanto riguarda la politica, nella misura in cui prende atto della sempre maggiore difficoltà di fondare uno stato veramente giusto ed equilibrato (si vedano anche le negative esperienze politiche vissute in Sicilia); daltra parte però non abbandona la sua convinzione profonda della necessità di tenere organicamente unite la vita politica con la vita filosofica, la conoscenza delluomo con quella dello Stato, quella dello Stato con quella delluniverso. In questo senso - e qui vi accenniamo soltanto - il Timeo risulta paradigmatico, anche perché istituisce un nesso etico universale; si potrebbe dire che letica stessa, in questo dialogo, riceva una fondazione cosmica. Come il mitico Demiurgo è lartefice del mondo e delluomo, così luomo deve dar vita a uno stato basato su equilibri che ricordino quelli dellarmonia universale.
1.1. Lorigine dello Stato platonico: il Libro II della Repubblica
Nel Libro I Socrate e Glaucone avevano iniziato con Polemarco, Cefalo, Trasimaco, Adimanto e altri concittadini a parlare di giustizia. Che cosè giustizia? La restituzione del debito, fare del bene agli amici e male ai nemici, la competenza nel gestire i propri affari, e così via? Nel dialogo serrato fra Socrate e Polemarco interviene violentemente Trasimaco (il sofista) proponendo una netta definizione di giustizia: essa è lutile del più forte. Ma il più forte, in una comunità, nella polis, è certamente chi governa. Allora delle due luna: o chi governa persegue il proprio utile o lutile dei suoi sudditi. Per Trasimaco - Socrate è convinto del suo immoralismo di fondo - la giustizia è certamente uno strumento; chi detiene il potere lo usa per i propri fini, per rafforzarsi, non per favorire il bene della collettività. Dunque ciò che è giusto per il più forte è ingiusto per il più debole e non coincide necessariamente con linteresse di tutti. La giustizia, così intesa, si rovescia piuttosto nel suo contrario, nellingiustizia.
Ma lingiustizia come tale - incalza Socrate - sebbene considerata superiore alla giustizia, può essere il collante di un insieme sociale, di una comunità, di unalleanza fra uomini? La convinzione socratica è chiara al proposito: entro una comunità (piccola o grande che sia) non può vigere lingiustizia e cioè il perseguimento da parte dei suoi membri del proprio esclusivo interesse, pena la rottura dellunità stessa. Lingiustizia, dice Socrate, è ciò che rompe e interrompe quellunità che si voleva realizzare (1).
La discussione intorno a che cosa sia giustizia prosegue poi senza però arrivare ad una definizione certa.
Nel Libro II i dialoganti intendono ricercare che cosa sia la giustizia in se stessa e quali effetti abbia, mettendola a confronto con lingiustizia. Ma Socrate allarga e complica il piano della discussione, facendo diretto riferimento alla necessità che gli uomini hanno di unirsi in comunità per realizzare il proprio bene e soddisfare i propri bisogni. Il suo diretto interlocutore è al momento Adimanto.
"Ti dirò. Noi chiamiamo giustizia sia quella di un singolo uomo che anche quella
di unintera città? O forse no?"
"Sì, è così."
"E non è più grande una città di un singolo uomo?"
"Certo, è più grande."
"Forse dunque in ciò che è più grande potrebbe esserci una giustizia più grande e
più facile da esaminare. Se volete perciò cercheremo innanzitutto nella città che cosa
mai sia la giustizia; e poi in questo modo la osserveremo anche in ciascuno preso
singolarmente, considerando la somiglianza di ciò che è più grande nellidea di
ciò che è più piccolo."
[Repubblica, II, 368e-369a]. (2)
Socrate istituisce qui unanalogia apparentemente di poca importanza, funzionale alla ricerca del significato di giustizia, in realtà però, a ben vedere, di grande impatto etico. La sua proposta è quella di spostare il punto di vista della ricerca dallindividuo singolo (che cosa sia giustizia per ciascuno) alla polis (che cosa sia giustizia per "una città intera"). Il piano individuale della moralità, senza che gli interlocutori di Socrate possano immediatamente accorgersene, viene adattato al piano etico-politico. La distinzione fra i due è inizialmente presentata come una differenza quantitativa; quello che è giusto per il singolo uomo, nella città si presenta in grande (quindi in una prospettiva più adatta allosservazione), ma - aggiunge Socrate - la ricerca deve stabilire una similitudine fra luna e laltra giustizia, deve trovare "la somiglianza di ciò che è più grande, nellidea di ciò che è più piccolo". E cioè deve partire dalla giustizia nella polis per poi adeguarvi quella dellindividuo: deve trasferire, per similitudine, ciò che è giusto nella e per la città (ciò che è giusto politicamente) nella considerazione della giustizia individuale.
Il metodo così esposto e proposto da Socrate è giustificato teoreticamente. Il vedere è il discrimine della ricerca. Ciò che si vede meglio, perché è più grande, deve avere la precedenza su ciò che si vede meno bene, perché è più piccolo (3).
Il dialogo poi continua con la domanda che Socrate rivolge ad Adimanto sullorigine della polis.
"Io, dissi, credo che la città nasca perché ciascuno di noi non può certo
bastare a se stesso, ma ha bisogno di molti altri. O credi che ci potrebbe essere qualche
altra causa originaria per la fondazione di una città?"
"Nessunaltra."
"Ebbene, allora luno ricorre allaltro per bisogno di una cosa e a un
altro ancora per unaltra; avendo bisogno di molte cose, molti compagni e persone che
si aiutano a vicenda si raccolgono in un solo luogo, e a questa convivenza noi diamo il
nome di città. Non è così ?"
"Certamente."
"E uno mettendo insieme le sue cose con un altro non lo fa perché ritiene che ciò
sia a sé stesso più vantaggioso?"
"E' così."
"Allora su, dissio, facciamo come dal principio una città servendoci del
logos. La creerà, così sembra, il nostro bisogno"
"Come no?"
"Ma il primo e il più grande dei bisogni è quello di procurarsi del cibo per
esistere e vivere."
[Repubblica, II, 369b-d]
Lorigine dello Stato (cioè della polis) nel mondo greco viene fatta risalire da Socrate-Platone al bisogno e alla necessità imprescindibile per luomo di soddisfare i propri bisogni. Non è pensabile il soddisfacimento anche dei bisogni primari e più materiali (come il trovare e preparare il cibo) in una condizione di asocialità e di isolamento. Lindividuo singolo non basta a sé stesso, non riesce a conservarsi, a riprodursi come tale. La riproduzione del singolo uomo non può che avvenire in un contesto comunitario; la compartecipazione dei singoli alla cosa comune è dettata dalla consapevolezza del vantaggio che ne deriva. Il vantaggio di "esistere e di vivere" cioè di riprodursi.
Sebbene lincipit socratico sullorigine dello Stato appaia quasi scontato e di semplice formulazione, in realtà nasconde una complessità data dallintreccio che viene da subito istituito fra la materialità della riproduzione delluomo e la politicità che immediatamente vi si accompagna. La conservazione del singolo (il suo essere in vita) può realizzarsi solo in un contesto di rapporti con altri uomini; una stabile relazione fra individualità che, a stretto rigore, non sono più tali. Lindividuo da solo non può né essere né vivere.
Lorigine della polis perciò, sebbene sia dettata da esigenze materialistiche, al contempo però è essenzialmente caratterizzata da elementi che vanno già al di là della semplice riproduzione materiale delluomo singolo. La relazione fra uomini e il modo in cui questi si riproducono vicendevolmente, nella consapevolezza del loro rapporto politico, è ciò che si impone fin da subito nel ragionamento socratico di ricostruzione ab initio della forma statale.
Daltra parte bisogna notare anche come Platone faccia nascere la polis certamente da rapporti economico-materialistici che superano lorizzonte limitato dellindividuo e che fondano gli stessi rapporti politici fra gli uomini.
La naturale moltiplicazione dei bisogni (il cibo, la casa, il vestito, etc.) determina la necessità di dividere socialmente il lavoro. Si prospetta perciò una città-stato composita e complessa nelle sue relazioni economiche e politiche. A questo proposito, Socrate continua dicendo:
"Forza dunque, dissi, in che modo la città riuscirà a procurarsi tutte queste
cose? Luno sarà agricoltore, laltro architetto, laltro ancora
tessitore? o nello stesso luogo aggiungeremo anche un calzolaio e un medico del
corpo?"
"Certamente."
"Sarebbe allora al massimo una città di quattro o cinque uomini."
"Così pare"
[Repubblica, II, 369d-e]
Il dialogo di Socrate con Adimanto si concentra poi sulla specializzazione e differenziazione del lavoro sociale diviso fra ciascun membro della polis. E più conveniente per la comunità e per la disposizione naturale del singolo che ciascuno si specializzi in unarte particolare piuttosto che doverle intraprendere tutte per soddisfare i propri svariati bisogni. Ma i bisogni di ciascuno, a ben vedere, sono infiniti; dunque una città di quattro o cinque persone è assolutamente limitata e insufficiente. I falegnami e i fabbri costruiranno i mezzi di lavoro per lagricoltore, i pastori accudiranno il gregge, e così via. La città si farà perciò sempre più composita e articolata. La sua grandezza aumenterà a vista docchio.
"Non sarebbe , dissi, una piccola città, avendo tutte queste cose."
"Daltronde, continuai, fondare una tale città in un qualche luogo in cui non
sia necessario importare merci, è cosa quasi impossibile."
"Impossibile, infatti."
[Repubblica, II, 369e]
Segue una carrellata di nuove e particolari figure sociali che entrano in relazione politica fra loro allinterno della città. I rapporti economici discendono direttamente dai bisogni naturali espressi dagli uomini riuniti in comunità, ma fin da subito le relazioni e distinzioni economiche che si vengono spontaneamente a creare ne creano a loro volta delle altre
"E poi dunque? nella stessa città in che modo reciprocamente si prenderà parte
di quelle cose che ciascuno produce? Quelle cose grazie alle quali, avendo formato una
comunità, abbiamo fondato una città."
"Chiaramente, disse quello, vendendo e comprando."
"Di conseguenza avremo quindi un mercato e una moneta come simbolo convenzionale in
ragione dello scambio."
"Certo."
[Repubblica, II, 371b]
La riproduzione strettamente economica della polis (lo scambio dei prodotti fra i cittadini distinti ormai per competenze legate alla divisione del lavoro messo in comune) si impone su quella immediatamente naturale e fondata sui bisogni primari. Il cittadino così raffigurato riceve allinterno della comunità politica una peculiare determinazione di carattere sociale ed economico: non è solo un individuo, non si occupa solo della propria riproduzione e nemmeno della riproduzione comune in modo aspecifico, viceversa riproduce se stesso solo in quanto si dedica a unarte lavorativa particolare inserita organicamente dentro unampia articolazione sociale del lavoro, dalla quale quella dipende necessariamente.
Lo scambio dei prodotti nellagorà fa sorgere nuove figure sociali, quali i rivenditori al minuto, gli inservienti, e così via. Cosicché la città si popola ulteriormente e aumenta la sua consistenza.
"Forse dunque, Adimanto, è ormai cresciuta la nostra città, cosi da essere
perfetta?"
"Forse"
"Ma allora dove sono in essa la giustizia e dove lingiustizia? E in quale di
quelle cose che abbiamo esaminato è nata?"
"Io, disse, non saprei, o Socrate, se non forse nelluso reciproco di quelle
stesse cose."
"Ma forse, dissi io, parli bene; quindi bisogna esaminare e non ritrarsi
[
]."
[Repubblica, II, 371e-372a]
La giustizia allora, in una città del genere, consisterebbe nel modo in cui reciprocamente si intrecciano e si soddisfano i bisogni di ciascuno. Lingiustizia nella mancata soddisfazione delluno o dellaltro bisogno, nellinterruzione dellutile intreccio delle attività lavorative, volte alla riproduzione dellinsieme sociale.
Ma una città del genere - si fa avanti Glaucone - è pur sempre una piccola e semplice città. Nella realtà invece la polis si presenta "opulenta", cioè "gonfia di lusso" e molto più complessa di quella finora descritta. La semplicità originaria e spartana dei costumi viene sostituita da modi di vita più esigenti e lontani dalla pura e semplice necessità di sopravvivere.
Le figure sociali che mano a mano verranno create si moltiplicano a vista docchio (il cacciatore, lartista, il poeta, la balia, etc.), la popolazione aumenta e aumenta con essa il bisogno di ulteriori risorse, non comprese e prodotte dalla città stessa. La conquista di altre terre e di altre città, quindi la guerra, sarà la diretta conseguenza dellespansione oltre misura dei bisogni e del lusso.
Larte della guerra non potrà essere esercitata dagli stessi cittadini intenti a svolgere altre attività. Sarà necessario allora istituire una particolare classe di uomini, i guardiani, i quali si occuperanno esclusivamente dellarte guerriera.
La divisione in tre differenti classi (guardiani-filosofi, guardiani-guerrieri, artigiani-commercianti) strutturerà e organizzerà la vita stessa della polis, la quale potrà dirsi perfettamente costituita (Politéia) quando regnerà in essa il giusto equilibrio fra le competenze di ciascuna categoria.
La visione platonica dello Stato, e più precisamente della sua origine, da dove e come nasce la polis, ossia una comunità politica di uomini in cui vigano rapporti di reciproco scambio e assistenza, nella massima consapevolezza del bene comune e dellinteresse generale, potrebbe essere facilmente confusa con una spiegazione contrattualistica, tale che laccordo di ciascun individuo con tutti gli altri permette la riproduzione della comunità nella sua interezza.
A ben vedere però, il ruolo dellindividuo nella polis viene subordinato logicamente e storicamente a quello della stessa città: prima viene la configurazione politica in cui i cittadini vivono e si riproducono, poi viene la possibilità, per lindividuo, di "esistere e vivere" come tale. Il singolo uomo, isolato politicamente, non è nemmeno pensabile.
Solo dopo che il logos (cioè il ragionamento) abbia fatto luce sulla struttura sociale ed economica della città-stato, si può rivolgere il pensiero al ruolo politico e etico dellindividuo, cioè al suo modo di vita nella città.
Lorigine dello Stato certamente affonda le sue radici nel bisogno materiale delluomo, ma, così sembra intendere Platone per bocca di Socrate, non delluomo singolo, piuttosto delluomo in senso lato e generico. La comunità (koinonìa) è la forma più immediata di sussistenza reciproca messa in atto dagli uomini, la polis è un passo più in avanti, poiché in essa si divide ciò che si è messo in comune secondo criteri di giustizia e di equilibrio, ossia criteri etici, che hanno in se stessi e non nella semplice riproduzione materiale il loro fine e la loro ragion dessere.
Lorigine economica della polis (la città che riproduce, attraverso la divisione del lavoro, gli uomini uniti in comunità) non può che presentarsi anche come profondamente etica, nella misura in cui, secondo Platone, ciò che va riprodotto è innanzitutto il bene comune, ossia lethos reciproco a cui i singoli devono riferirsi sia quando necessitano di qualcosa sia quando la producono utilmente. Nellutilità comune, nel bisogno reciproco, nellequilibrio fra le diverse competenze, dice a un certo punto Adimanto, potrebbe trovarsi la giustizia, e, prosegue Socrate, forse la strada per capire che cosa essa sia è proprio questa.
2. Aristotele
La vita etica delluomo, secondo Aristotele, si realizza in quella politica, cioè nella polis, innanzitutto come vita associata, come realizzazione della natura più profonda delluomo, cioè quella di essere essenzialmente un politicón zóon, un "animale politico" (o socievole), destinato cioè a vivere nella polis. Dunque la politica, nel pensiero di Aristotele, va studiata nel suo legame con letica.
Il problema socratico del Bene, o meglio del "vero" Bene, che non è tale solo in sé ma anche per noi, in quanto ci attrae fortemente, è impostato da Aristotele in modo tale da criticare il dualismo platonico fra ragione e volontà, fra ragione e passione, fra la parte razionale dellanima e quella morale. Aristotele non intende seguire lintellettualismo socratico, ossia limmediata coincidenza fra scienza del bene e virtù, fra conoscenza di ciò che è veramente bene e conseguente pratica di esso. NellEthica Eudemea e in quella Nicomachea viene distinta anzi la virtù come "saggezza pratica" dalla "sapienza contemplativa"; il piano pratico della vita delluomo, il suo agire sensato e consapevole è distinto dal piano puramente teoretico (In questo senso, il filosofo è altra cosa dalluomo politico del quale può fare solo il consigliere, ma non può sostituirlo nelle sue specifiche funzioni di governo e comando). La conoscenza del bene non assicura la sua realizzazione, poiché il livello dellintelletto non è immediatamente unito a quello della volontà. Aristotele cerca perciò di individuare un termine medio che unisca lelemento razionale della "deliberazione" (la consapevolezza di perseguire ciò che è bene) a quello irrazionale dell"appetizione" (la spinta a farlo). Il "proponimento" è ciò che unisce i due piani apparentemente separati. La virtù, la realizzazione compiuta del Bene, dunque lessenza etica delluomo, si identifica, secondo Aristotele, proprio con il proponimento del giusto mezzo, con la ricerca cioè della mediazione costante fra elementi razionali e elementi irrazionali, fra intelletto e volontà, conoscenza e azione. Labitudine alla virtù garantisce la continuità del bene come pratica consapevole.
La vita etica, la vita attiva, si realizza nella politica, poiché la vita associata, per luomo, è unesigenza naturale. Il barbaro, che non conosce la polis, è servo per natura, il greco invece è per natura un "animale politico", un animale cioè etico che realizza politicamente il bene comune.
La formazione dello Stato non deriva da un accordo o da una convenzione stipulata dai singoli; essi, al contrario, sussistono solo allinterno della polis, la quale si configura come la struttura sociale a cui tendono tutte le altre forme di convivenza (la famiglia, il villaggio).
La Politica di Aristotele si presenta divisa in 8 libri scritti in epoche diverse.
Come per la Metafisica e la Fisica, anche qui le questioni si susseguono in modo non sempre omogeneo, presentandosi perciò con una certa autonomia luna dallaltra.
Il primo libro, che qui verrà preso in considerazione, tratta esplicitamente dellorigine della polis, cioè dello Stato.
Loikos (casa, famiglia) è la comunità originaria, nella quale luomo greco, libero "per natura", si riproduce e conserva nel rapporto di genere maschio-femmina e nel rapporto di dominio padrone-schiavo.
La physis, cioè il fondamento naturale di questi rapporti originari, è lessenza etica, umana e già politica che fonda la costituzione della polis. Linsieme di più famiglie è il villaggio (kome) e più villaggi sono la "cosiddetta polis". Lautosufficienza e la capacità autonoma di riprodursi dellinsieme sociale (sia esso familiare o politico) è il fine etico verso cui la natura umana è spinta immediatamente, è la realizzazione stessa della felicità. Leconomia familiare e la gestione familiare delle ricchezze è la base materiale da cui prende le mosse tutto il resto.
2.1. Lorigine economico-familiare della polis aristotelica
"Poiché vediamo che ogni città [o Stato] è una sorta di comunità e che ogni
comunità si costituisce in vista di un certo bene (infatti grazie a ciò che sembra bene
tutti fanno tutto), è chiaro che tutte prendano di mira un certo bene, ma soprattutto è
chiaro che la più importante fra tutte tenda al sommo dei beni e che ricomprenda tutte le
altre; questa è la cosiddetta pólis o anche la comunità politica.
Allora dunque, quanti credono che luomo politico e il re e lamministratore e
il despota siano lo stesso, non dicono bene; infatti nel più e nel meno di ciascuno di
questi individuano le differenze, non invece nella specie [eídei] [
]: ma sarà
chiaro ciò che sto dicendo a chi esamina la questione secondo metodo.
Come infatti negli altri campi della scienza è necessario dividere il composto
[syntheton] fino agli elementi semplici (cioè alle parti più piccole del tutto), in
questo modo, esaminando di quali elementi si compone, vedremo meglio la città e anche
riguardo a questi, ossia in che cosa differiscono tra loro e se è possibile accogliere
una nozione scientifica di ciascuno di cui si è detto.
Se dunque si riguardassero le cose svolgersi dallorigine, come in altri campi, anche
in questi se ne avrebbe così una perfetta visione. E necessario innanzitutto che si
uniscano in coppia coloro che non possono stare luno senza laltro, quali la
femmina e il maschio in vista della riproduzione [ghenéseos] [
], e chi per natura
comanda e chi è comandato per la conservazione. [
] Perciò da queste due comunità
[maschio-femmina/padrone-schiavo] scaturisce in primo luogo la famiglia [oikía] [
]
Mentre la prima comunità formata da più famiglie in vista di bisogni non quotidiani è
il villaggio [kome]. [
] La comunità che risulta da più villaggi è la città
perfetta che, mantenendosi ormai, per così dire, al limite della completa autosufficienza
[autarkeías] , si è formata per rendere possibile la vita, ma in realtà esiste per
rendere possibile un buon vivere. Perciò ogni città esiste per natura, se anche per
natura esistono le prime comunità; infatti essa è il loro fine [telos], e la natura è
il fine [
]. Inoltre la causa e il fine di una cosa è il meglio; e
lautosufficienza è il fine e il meglio. Da queste cose risulta evidente che la
polis è per natura e che luomo per natura è un animale politico, e chi è apolide
per natura e non per avventura è certamente un inetto o un essere superiore
alluomo. [
] Infatti, come diciamo, la natura non fa niente invano; e solo
luomo fra gli animali possiede la parola [logon]; la voce [phonè] certo è segno di
dolore e di piacere, perciò la si trova anche tra gli altri animali [
], ma la
parola [logos] è fatta per esprimere ciò che è utile e ciò che è dannoso, così anche
il giusto e lingiusto; questo infatti è proprio delluomo rispetto agli altri
animali, di avere solo lui la percezione del buono e del cattivo, del giusto e
dellingiusto e del resto; ora, il possesso comune [koinonía] di queste cose fa la
famiglia e la città. E per natura la città è anteriore alla famiglia e a ciascuno di
noi; perché è necessario che il tutto sia anteriore alle parti [
].
Che la città esiste per natura e prima di ciascuno, è dunque evidente: infatti se
ciascuno isolatamente non è autosufficiente, sarà nella medesima condizione delle parti
rispetto al tutto, quindi chi non può vivere in comunità o non ha bisogno di nulla,
bastando a se stesso, non è parte della città, di conseguenza o è una bestia o un dio.
[
]
Ora, la giustizia come pratica virtuosa [dikaiosyne] è un elemento politico; infatti il
diritto [dike] è lordinamento di una comunità politica: e la giustizia [dike] è
scelta di ciò che è giusto.
[Politica, I, 1252a-1253a]
Lorigine etica della polis viene messa subito in chiaro da Aristotele: il "bene" è lessenza intorno a cui si viene a costituire una comunità di uomini. La città, però, non è una comunità singola che tende a un bene qualsiasi, poiché tende al bene sommo e comune a più comunità fra loro collegate sotto la sua guida. La comunità politica perciò è innanzitutto una connessione etica di comunità, un intero etico ordinato e articolato, è sia parte (una città) che tutto (ricomprende le altre città); è lordinamento politico in quanto tale, che si costituisce secondo distinzioni gerarchiche fra le sue diverse componenti.
Come e da chi viene governata la polis ? E una domanda legittima, tuttavia mal posta se le differenze tra le varie forme di governo venissero indagate a caso, senza metodo, rispondendo con una spiegazione quantitativa (cè chi governa su poche persone, chi invece su molte, etc.), non invece specifica. Le diverse funzioni di comando e di amministrazione politica hanno una loro ragion dessere che risponde a criteri logicamente interni alla conformazione stessa della polis, allarticolazione dellintero sistema etico-politico. La forma specifica con la quale la polis si presenta agli occhi di colui che filosoficamente ne ricerca unadeguata definizione, corrisponde esattamente alla sua forma costitutiva; il principio di determinazione della realtà indagata è la sua stessa natura essenziale.
Questa corrispondenza teoretica fra lindagine e loggetto indagato ci è garantita dal metodo che, secondo Aristotele, accomuna la scienza politica a tutte le altre.
La polis, come si è visto, è un "composto", un insieme di comunità, un tutto che va, secondo il metodo scientifico, analizzato nelle sue singole parti, senza che di esso vada persa la connessione dinsieme. Si ricerca una nozione scientifica che distingua la specificità di ciascuna forma di governo, mantenendola allinterno della definizione generica di polis. La comunità politica è ununità, tuttavia, essendo un composto articolato, si distingue a seconda della diversa forma di connessione che tiene insieme le sue singole parti; dunque di polis non ce nè una sola, ma ce ne possono essere di diverse specie.
Aristotele ricerca lorigine della polis. La formazione della comunità politica è un processo che va osservato nel suo completo svolgimento, con un suo punto di partenza e una sua fine compiuta.
La ragione prima per la quale si forma una comunità di uomini è quella della riproduzione. La riproduzione del genere però non è garantita solo dallaccoppiamento maschio-femmina, ma dalla conservazione della sua possibilità allinterno di un contesto familiare e domestico in cui sia presente il rapporto altrettanto naturale fra il padrone e lo schiavo. La riproduzione della famiglia (comunità di genere) e la sua conservazione (comunità di dominio domestico), la loro unità indissolubile e naturale, costituiscono loriginaria configurazione sociale entro cui luomo singolo è necessariamente ricompreso. Il villaggio si presenta piuttosto come derivato familiare: lunione di più famiglie.
La città è il composto ultimo nel quale convergono più unità familiari riunite in villaggi. Ma la città compiuta (perfetta) è quella che si mostra autosufficiente e autonoma, che si riproduce da sé e permette alle parti semplici di cui si compone (le comunità, ossia la famiglia e il villaggio) di vivere in correlazione luna con laltra al suo interno. Lorigine della polis dunque è totalmente naturale, nella misura in cui, dice Aristotele, essa si è formata per permettere "il vivere" delle sue interne articolazioni; la sua essenza naturale (che corrisponde cioè al processo vitale in quanto tale) coincide con lessenza etica del "bene". Vivere politicamente vuol dire perciò vivere bene. Il bene a cui tende il "composto" (la polis) coincide con la piena autosufficienza riproduttiva, che è perciò sia scopo finale dellevoluzione (dalla famiglia, al villaggio, alla città), sia naturale risultato a cui non può non pervenire il processo di formazione politico. La famiglia di per sé non basta a se stessa, così il singolo villaggio, da cui, in vista del "meglio", cioè della piena autarchia, si forma necessariamente la città. Il composto politico, cioè la polis, è natura, fine e meglio per la famiglia e il villaggio, oltre che la causa essenziale della loro stessa evoluzione politica.
Luomo è perciò per natura un animale politico, destinato a vivere nella città, in cui solamente è dato vivere e vivere bene. Lisolamento innaturale (cioè non accidentale e contro natura) presenta caratteristiche subumane o divine.
Viceversa luomo, essendo in possesso del logos, cioè della capacità di distinguere il bene dal male, il giusto dallingiusto, il "composto" dalle sue parti più semplici, sa e vuole che la "comunità politica" sia il suo contesto naturale e etico. Sa cioè che fuori di essa non avrebbe alcuna possibilità di vivere, ma ancora di più sa che la polis precede ontologicamente e logicamente la vita stessa della famiglia e del villaggio. Questi infatti sono come le singole membra di un organismo, solo nel quale hanno la vita garantita; qualora una parte si distaccasse dal tutto, non avrebbe più vita e non sarebbe più quella che è.
Se il bene è il fine naturale e necessario a cui tende la polis, esso si realizza praticamente nella virtù della giustizia. Questa non è solo una pratica virtuosa ma corrisponde allordinamento stesso su cui si regge la città.
Come si è potuto vedere dallanalisi del testo, la deduzione aristotelica di polis ruota intorno a una serie di parole chiave, che vengono fatte interagire luna con laltra al fine di trovare una definizione scientifica (logica e ontologica) della forma politica di comunità.
Lincipit è esplicitamente etico, così come anche la conclusione. La naturale tendenza al "bene" che spinge gli uomini a fare tutto quello che fanno, si rivela come spinta naturale al possesso comune del bene e della felicità, che a loro volta si realizzano in un ambito politico ordinato giuridicamente e vissuto secondo giustizia dai suoi membri.
Luomo singolo, lindividuo, non ricoprono alcun posto essenziale nella formazione della polis e nella sua esposizione filosofica.
Vediamo allora quali sono le categorie fondamentali che permettono ad Aristotele di esporre scientificamente lo sviluppo originario della città-stato.
Innanzitutto la physis, ossia il "per natura", che è alla base di tutto lo svolgimento. La natura umana, il genere umano, è tale solo in quanto si riproduce in comunità e non isolatamente. La consapevolezza di essere questa essenza naturale (il ghénos) distingue luomo dagli altri animali. Il logos perciò si presenta innanzitutto come capacità umana di conoscere la propria specifica physis, quella cioè di essere genere umano. Ma il genere non è tale se non allinterno di rapporti sociali dati: la comunità maschio-femmina e la comunità padrone-schiavo. Loikía non è solo la stirpe-famiglia, dunque la continuità di sangue del genere, ma anche e soprattutto la sua collocazione sociale allinterno di rapporti di dominio storicamente dati, i quali inevitabilmente si presentano come una seconda natura per chi in essi si riproduce. Dunque la comunità domestica è lorigine da cui prende le mosse, secondo Aristotele, la polis.
A questo punto interviene la questione di metodo. Potrebbe sembrare una digressione estrinseca, quella posta da Aristotele per indirizzare tutta lanalisi verso la concezione dellunità politica come di un "composto". Ma, come si vedrà, è indissolubilmente legata alla sua concezione etico-politica del "vivere bene".
Il composto è infatti proprio lorganismo da cui non possono distaccarsi le singole membra, pena limpossibilità di "vivere" e "vivere bene".
Il metodo è quello proprio della filosofia e di ogni scienza che si pretende tale: considerare lultimo come il primo e il primo come ultimo. Lesposizione deve cioè partire certo dagli elementi più astratti e semplici (la famiglia e il villaggio), giungendo fino a quelli più concreti e comprensivi (la polis), tuttavia deve mantenere la consapevolezza della priorità logico-ontologica del composto organico rispetto alle sue componenti. Dunque la città-stato è certo lultimo nellesposizione, poiché è il fine (telos) e la natura essenziale dellunità familiare e del villaggio, ma è il primo in quanto è la loro unità pienamente realizzata, solo entro la quale quelle possono vivere e riprodursi. E il fine o la natura di una cosa, dice Aristotele, è anche la causa sui (to ou éneka), cioè la causa prima del proprio sviluppo. Ma la causa di uno sviluppo portato al suo pieno compimento è il "meglio", cioè è un valore etico che, secondo Aristotele, nellambito politico non può che identificarsi con il "vivere bene", cioè secondo giustizia.
La pratica virtuosa della giustizia e lordinamento giusto di una polis, garantiscono la sua piena autosufficienza riproduttiva; garantiscono la vita del composto, il quale è organico proprio in quanto si riproduce da sé.
Dunque, come si è potuto notare, tutta largomentazione aristotelica si presenta fortemente dialettica e sintetica, cioè tesa a individuare allinterno di uno sviluppo reale, quello della polis, la connessione intrinseca di quegli elementi che ne segnano le singole tappe evolutive.
Daltra parte, la concezione politica di Aristotele si presenta legata non solo al piano etico del comportamento umano, ma anche a quello logico. Luomo è tale solo in quanto possiede il logos, grazie al quale distingue e riconosce il vero bene, cioè quello politico, nel quale, come si è già detto, lindividualità, la singolarità, non viene tematizzata, proprio in forza di quel metodo esposto preliminarmente allanalisi.
3. Agostino
La patristica occidentale e latina, fino ad Agostino e a parte Tertulliano, non presenta personalità di vigore speculativo come quella orientale (Clemente Alessandrino 150-213d.C., e Origene185(6)-254d.C.). Nasce però anche questa in forte contrapposizione, oltre che al paganesimo, a quelle eresie che si erano diffuse contemporaneamente alla religione cristiana, la quale era penetrata in tutto lImpero romano già durante letà di Commodo (morto nel 193 d.C.). Sotto Diocleziano, alla persecuzione dei cristiani (303-304 d.C.) si contrappose il poderoso sforzo del Cristianesimo di precisare e fissare il contenuto ortodosso della propria fede. Il III secolo d.C. vede infatti un rapido riprodursi di differenti eresie, alle quali tutta una serie di Concili, tra il IV e V secolo, risposero con la condanna. La patristica dunque, a differenza della letteratura apologetica, si caratterizza sostanzialmente per questo suo intento difensivo dellautentica dottrina cristiana, in contrapposizione ai movimenti ereticali.
Letà di Costantino, con leditto di Milano (313 d.C.) che dichiarava cessata la persecuzione contro i cristiani, vede la nascita dellImpero romano-cristiano. Nel 325 con il concilio di Nicea viene condannata ufficialmente leresia ariana e la Chiesa acquista un carattere unitario e universale (ecclesia catholica). Dopo letà di Giuliano lApostata (331-363 d.C.), con il Concilio di Costantinopoli (381), viene sancita e completata la dottrina trinitaria.
Sebbene Teodosio (378-395) avesse riunificato lImpero - la cui capitale era stata trasferita nel 330 a Bisanzio da Costantino, determinando una netta separazione politico-culturale tra Occidente e Oriente - la vicenda che lo coinvolse nel 390, quando fu obbligato da Ambrogio, vescovo di Milano, a pentirsi pubblicamente per il massacro degli abitanti di Tessalonica, mostra come limperatore cercasse sostegno, nel tenere unito limpero, proprio nellautorità del clero latino, lunica rimasta nel progressivo disfacimento dellorganizzazione dellOccidente. Non è un caso infatti che già nel 380 lImperatore riconosca nel vescovo di Roma la massima autorità religiosa.
Nel 410 lImpero dOccidente subisce una dura e simbolica sconfitta da parte dei barbari: i Visigoti di Alarico invadono e saccheggiano Roma. Nel 455 Roma soggiacque a una nuova invasione ad opera dei Vandali. Il papa Leone I si mostrò lunica autorità presente e operante sul posto nel corso del secondo saccheggio. poi la fine dellImpero Romano dOccidente viene segnata dalla deposizione di Romolo Augustolo, nel 476, da parte di Odoacre (re degli Eruli e comandante dellesercito imperiale, vassallo dellimperatore di Costantinopoli). Ha così inizio letà dei regni romano-germanici.
Il periodo della decadenza dellImpero romano è vissuta appieno da Agostino (354-430d.C.). Nasce nellAfrica romana, e dopo un periodo di vita dissipata, la lettura dellHortensius di Cicerone lo avvicina alla filosofia. Aderisce successivamente al manicheismo, ma venendo nel 383 a Roma si avvicina al probabilismo accademico. Nel 384 è a Milano e grazie alla predicazione di Ambrogio e alla vicinanza della madre cattolica si converte al cattolicesimo.
Dal 386 in poi produrrà un numero estremamente rilevante di scritti, anche in polemica con le sue precedenti convinzioni, ma soprattutto teso alla critica delle maggiori eresie contemporanee. Nel 396 nominato Vescovo di Ippona, dove morirà nel 430 nel corso dellassedio dei Vandali di Genserico.
Il De Civitate Dei, scritto fra il 413 e il 426, è la sua maggiore opera politico-religiosa poiché risponde innanzitutto allaccusa mossa ai cristiani, successivamente al sacco di Roma, di essere la causa scatenante del declino politico imperiale. In realtà, il pensiero politico agostiniano è più complesso e non riducibile a una semplice difesa del Cristianesimo contro Roma.
Lorigine dellordine politico esistente (della città terrena) si intreccia con lordine divino (la città celeste), secondo un dualismo che trova in terra dei punti di contatto e di mescolanza, ma che è destinato a separarsi nettamente alla fine dei tempi e allavvento del regno di Dio. Tutta lopera (divisa in 22 capitoli) si presenta come un commento e uninterpretazione particolarmente approfondita delle Sacre Scritture.
3.1. Agostino: lorigine delle due città nella Città di Dio
"Due amori diversi hanno edificato le due città: lamore di sé fino al
disprezzo di Dio, la città terrena; lamore di Dio fino al disprezzo di sé, la
città celeste. Così luna si gloria in sé stessa, laltra nel Signore.
Poiché la prima chiede la sua gloria agli uomini, mentre per la seconda la gloria
maggiore è Dio, testimone della sua coscienza. La prima innalza il suo capo nella sua
propria gloria, la seconda dice al suo Dio: " Tu sei la mia gloria, tu innalzi il mio
capo". Nelluna tanto i principi quanto le nazioni sottomesse sono dominati
dalla brama del dominio, nellaltra tutti si servono a vicenda con carità
scambievole, i governanti col prendersi cura dei sudditi, i sudditi collubbidire ai
governanti. Luna nei suoi capi ama la sua propria forza, laltra dice al suo
Dio: "Amerò te, o Signore, che sei la mia forza". E perciò i sapienti della
città terrena, vivendo secondo luomo, hanno cercato il bene del corpo o
dellanima o di tutti e due; e quelli che han potuto conoscere Dio "non
lhanno onorato come Dio né gli hanno reso grazie, ma si sono persi nel niente delle
loro argomentazioni ed il loro sciocco cuore si è riempito di tenebre, proclamandosi
sapienti" e cioè esaltandosi, dominati dallorgoglio, nella loro sapienza
"sono diventati stolti ed hanno scambiato la gloria di Dio incorruttibile per
unimmagine fatta a somiglianza delluomo corruttibile, degli uccelli, dei
quadrupedi, dei serpenti", poiché nelladorare simulacri di questo genere si
sono fatti guida o seguaci dei loro popoli, "hanno offerto il culto e lomaggio
di servitù alla creatura piuttosto che al Creatore, che è benedetto nei secoli".
Nella città celeste invece non vi è nessuna sapienza umana, se non la pietà con cui
secondo rettitudine si offre il culto al vero Dio, aspettando il premio nella santa
società, non soltanto degli uomini, ma anche degli angeli "affinché Dio sia tutto
in tutto".
[Agostino, La città di Dio, a cura di D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze, 1954,
pp. 72 e segg.]
La città terrena (ossia lImpero romano e più in generale la storia degli uomini sulla terra) è tenuta separata da Agostino dalla città celeste (il regno di Dio, laldilà). La realizzazione delluna però non esclude quella dellaltra; viceversa, sebbene la loro ragion dessere sia distinta come sono distinti i "due amori" (luno rivolto solo verso luomo e le cose di questo mondo, laltro verso il Creatore e laldilà), la città celeste è presente nella storia e si manifesta come storia della Chiesa e della cristianità nel mondo.
Lorigine teologica delle due città è comune, risale cioè alla genesi stessa, ossia allorigine stessa del genere umano, così come testimoniano le Sacre Scritture.
"Quel che non si può negare è che Caino sia stato il primo di tutti a nascere
dallunione delluomo con la donna. [
] A Caino seguì Abele, che fu ucciso
dal fratello maggiore e mostrò per primo in una sorta di prefigurazione quante inique
persecuzioni la pellegrina città di Dio avrebbe dovuto sopportare da parte degli empi,
degli uomini radicati alla terra, cioè di quelli che amano la loro origine terrena
[
]. Da allora si divisero le generazioni, da una parte quelle discendenti da Caino,
dallaltra quelle discendenti da colui che Adamo generò perché prendesse la
successione di Abele [
]. Queste due serie di generazioni, luna discendente da
Seth, laltra da Caino, rappresentano le due città, di cui trattiamo, nei loro
ordini distinti, luna celeste e pellegrina sulla terra, laltra terrena che
aspira alle gioie terrene e ad esse si attacca come se fossero le sole gioie."
[Agostino, La città di Dio, cit., pp. 72 e segg.]
Dunque le due città non sono altro che la stessa generazione dualistica delluomo da parte di Dio: i discendenti di Abele (e di Seth) da una parte e i discendenti di Caino dallaltra. Nel corso della storia cè una effettiva e insuperabile mescolanza dei due "ordini"; la città celeste (la stirpe di Abele) vive come "pellegrina" in questo mondo, aspirando a separarsene definitivamente solo alla fine dei tempi e di tutte le generazioni. La storia sacra è dunque la storia del popolo dIsraele e della cristianità, la quale riceve dalla Rivelazione la certezza assoluta del proprio riscatto finale.
La Chiesa di Cristo, dice Agostino, è la città di Dio, che instaurando in questo mondo luniversalità (luniversale possibilità di salvezza), manifesta la presenza delleterno nella temporalità storica. La stessa decadenza dellImpero romano è provvidenziale, così come è provvidenziale la fine del paganesimo in quanto tale, sebbene anche in quel mondo e in quelletà siano rintracciabili valori e virtù "naturali" da conservare e rivalutare in senso cristiano.
La pace terrena (cioè politica) è augurabile proprio in quanto prepara la pace celeste; dunque il cristiano si adatterà a vivere proprio in quelle istituzioni mondane che garantiscono la pacifica convivenza tra gli uomini.
"Così anche la città terrena, che non vive di fede, desidera la pace terrena ed
indirizza la concordia dei cittadini, nel comandare e nellubbidire, al fine vi sia,
quanto agli interessi propri della vita mortale, una certa composizione delle volontà
umane. Mentre la Città celeste, o meglio quella parte di essa chè pellegrina in
questa mortalità, e vive di fede, è necessario che usi anchessa di questa pace,
finché non passi questa mortalità, a cui una pace cosiffatta è necessaria."
[Agostino, La città di Dio, cit., pp. 72 e segg.]
Siamo ancora lontani da una vera e propria concezione teocratica del potere politico, sebbene un imperatore come Teodosio venga portato come esempio di realizzazione della pace in terra. Daltra parte, dice Agostino, i soldati cristiani seppero stare al fianco di Giuliano lApostata, perché sapevano distinguere lobbedienza a Dio dallobbedienza alle autorità terrene.
Cè dunque nella storia una mescolanza inestricabile fra elementi celesti ed elementi terreni, fra Babilonia e Gerusalemme; una mescolanza di uomini e di valori, che il cristiano, grazie alla Rivelazione, sa distinguere e anche rispettare, pur vivendo come pellegrino in questo mondo.
Il dualismo fra le due città sembra dunque riguardare più la loro fine che la loro origine; il loro differente destino è la conseguenza di un libero distacco delluomo da Dio, così come la caducità della città terrena sarà la conseguenza del mancato riconoscimento della verità rivelata da parte delluomo.
Il cristiano invece, riconoscendo leterno nel tempo, la parola divina e linsegnamento di Cristo anche in questo mondo - anche e proprio nel corso della decadenza dellImpero romano - può assolvere i compiti politici con unattitudine volta al conseguimento della pace e della felicità universale. Dunque un imperatore cristiano potrebbe meglio di chiunque altro risollevare le sorti dellOccidente, in quanto avrebbe a cuore la salvezza delluomo già in questa terra.
"Ed infatti non per questo noi diciamo felici alcuni imperatori cristiani, perché
tennero molto al lungo il potere, [
] perché dominarono i nemici dello stato
[
]. Questi imperatori cristiani noi diciamo che sono felici ora nella speranza e poi
in realtà, quando sarà venuto il giorno che attendiamo."
[Agostino, La città di Dio, cit., pp. 72 e segg.]
Luniversalità della parola divina, il valore delluomo in quanto tale, la liberazione da ogni schiavitù terrena, la realizzazione della felicità spirituale, lassolutezza della fede in un aldilà rivelato, e tuttavia la sua convergenza con il mondo, sono i capisaldi della patristica agostiniana, la quale fa i conti certamente con lordine politico imperiale di Roma, con la sua decadenza, ma anche con il suo possibile riscatto, proprio grazie allopera dei cristiani nel mondo.
Agostino perciò pur criticando e condannando duramente il paganesimo, anche da un punto di vista morale, non di meno si distacca decisamente dalla tradizione ebraica, considerando il popolo eletto (discendente da Abele e Seth) mischiato e indistinto materialmente con il popolo miscredente (discendente da Caino). Così come la città celeste non è precisamente Gerusalemme, o meglio, non si identifica con nessun ordine politico materiale terreno, ma è piuttosto un ordine spirituale che la Rivelazione ha reso evidente sulla terra. La speranza del cristiano, del servo come dellimperatore, è quella di far parte, dopo la fine dei tempi e di ogni generazione di uomini, di quella città che solo allora regnerà separatamente e con un potere assoluto e universale su tutti gli uomini. La città terrena, e gli uomini che si ostineranno a credere e ad amare solo questa, avrà il medesimo destino delle forze diaboliche rispetto a quelle angeliche.
"Il genere umano labbiamo distribuito in due ordini, luno di quelli
che vivono secondo luomo, laltro di quelli che vivono secondo Dio. Queste due
società noi le chiamiamo anche col nome mistico di città, delle quali luna è
predestinata a regnare in eterno con Dio, laltra a subire leterno supplizio
col diavolo. Ma questa è la loro fine di cui parleremo dopo. Ora, invece, poiché
sè già detto abbastanza della loro origine sia fra gli angeli, il cui numero ci è
ignoto, sia nei due primi uomini, mi pare che si debba venire a parlare del loro sviluppo
dal momento in cui quei due primi progenitori incominciarono a generare fino a quando gli
uomini cesseranno di generare. Poiché lo sviluppo delle due città si distende per tutto
questo spazio di tempo o secolo in cui le generazioni degli uomini si succedono secondo
lalterna vicenda della natura e della morte."
[Agostino, La città di Dio, cit., pp. 72 e segg.]
Il rapporto terreno fra questi due "ordini", la loro origine comune, ma la loro differente predestinazione, sono i nodi centrali della teologia della storia agostiniana e della conseguente sacralizzazione della politica, vista anchessa come la faticosa costruzione delleterno nel temporale, ovvero come raggiungimento in terra di quella pace che sarà assoluta e universale solo alla fine della storia.
4. Machiavelli
Il Rinascimento in Italia si caratterizza politicamente per la formazione dei principati e delle Signorie, nellEuropa delle grandi monarchie. Il pensiero politico e giuridico del XV e del XVI secolo rifiorisce proprio in seguito e contemporaneamente alle vicende che coinvolgono la storia dei singoli Stati, in forte contrapposizione teorica alla tradizione aristotelica e alla trattatistica medievale.
In Italia poi, la mancata formazione dello Stato nazionale mentre la Francia si costituì a monarchia nazionale dopo la fine della guerra dei 100 anni, lInghilterra dopo la "guerra delle due rose" conclusasi nel 1485, la Spagna con il matrimonio di Ferdinando dAragona e Isabella di Castiglia e la cacciata nel 1492 dellultimo regno musulmano in terra spagnola - pone ai pensatori politici il concreto problema della formazione e conservazione dello Stato, oltre a quello della legittimità e fondamento della sua sovranità; daltra parte il dilagare delle lotte di religione impone di considerare da vicino e più approfonditamente i rapporti fra politica e religione, facendole entrambe risalire a unesigenza propria della natura umana.
Il periodo iniziale del Rinascimento è stato chiamato Umanesimo a causa della riscoperta e del vero e proprio culto delle humanae litterae, che caratterizza soprattutto la cultura italiana già dalla fine del XIV secolo fino alla prima metà del XV. Firenze è la città umanista per eccellenza, i cui intellettuali sono dediti alla lettura e allo studio dei classici latini e greci, dei quali si intende cogliere loriginalità e specificità rispetto alla "barbarie medievale". Il recupero del passato non è però semplice ripetizione e imitazione, ma fonte di progresso culturale e scientifico. La riconquista della storicità delluomo (figlio di tempi passati la cui verità si proietta nel presente) non caratterizza solo la filologia umanista, ma investe anche linsieme dei rapporti politici e culturali italiani, sottoponendo a revisione in particolar modo la Chiesa come istituzione e come unica depositaria della verità (ricordiamo la prova filologica fornita dal Valla sulla falsità della "Donazione di Costantino", la figura di Erasmo e poi soprattutto la Riforma protestante).
Certamente la laicizzazione della cultura è il discrimine che segna le differenze fra le Università tradizionali delletà medievale e i nuovi "studi" e le Accademie che fioriscono sotto il patrocinio di principi e signori (Medici a Firenze, Sforza a Milano, Montefeltro a Urbino, etc.). Daltra parte il Medioevo non è unetà completamente superata, nemmeno dal punto di vista culturale, visto che, per esempio, nei primi decenni del XV secolo le università europee sono ancora dominate dal contrasto tra realismo e nominalismo, cioè tra la tradizione platonico-aristotelica e quella ockamistica, così come anche è vivo il contrasto fra tesi conciliariste (sempre più diffuse) e tesi a favore della superiorità del Pontefice sul Concilio.
Al "letterato" umanista (non solo filologo ma anche scrittore di politica e morale, legato sempre più ai favori di principi e mecenati, avverso ai sistemi teorici della scienza scolastica) si affianca anche una nuova concezione più propriamente filosofica, che vede in sostanziale omogeneità la natura e luomo. Questa convinzione teorica costituirà la base della ricerca scientifica rinascimentale, volta soprattutto a sottomettere, conoscere e cogliere i segreti più nascosti del mondo naturale. La fisica, la chimica e lastronomia (accanto anche alla magia, alchimia e astrologia) saranno approfondite e coltivate con una tradizione di studi che non presenta soluzioni di continuità a partire dalla fisica ockhamistica dei secoli XIV e XV a Leonardo, Copernico e Keplero.
Laristotelismo e platonismo si caratterizzano luno come recupero antiscolastico degli scritti di Aristotele sulla politica, la poetica e la retorica, laltro come riscoperta in toto del pensiero e dellopera di Platone, di cui nel Medioevo poco si sapeva. La riscoperta del mondo antico porta anche a considerare sotto una nuova luce lo stoicismo e lepicureismo, in funzione soprattutto antiplatonica e antiaristotelica. I temi filosofici che vengono trattati sono soprattutto di carattere etico-morale e anche politico.
Possono essere distinte due fasi nella storia umanistico-rinascimentale del pensiero politico italiano: la prima vede scontrarsi due opposti ideali di Stato, quello "repubblicano" e "civile" che presentava Firenze come lerede della "libertà" dellantica Roma repubblicana, in contrapposizione a quello della "tirannide" viscontea a Milano, dalla quale sorse poi un ideale politico ispirato alla Repubblica platonica. Lideale del "perfetto principe", educato negli studia humanitatis e capace di circondarsi di unélite di collaboratori altrettanto valenti.
La seconda fase del pensiero politico italiano corrisponde alla crisi degli stati regionali e dellequilibrio mediceo rotto dalle guerre tra Francia e Spagna, che si conclusero solo nel 1559 con lasservimento dellItalia alla Spagna.
Le idealizzazioni del primo periodo vengono evidentemente sostituite da una considerazione "realistica" della figura del principe e delluomo politico, che riusciva a creare una realtà politica nuova, con spregiudicato uso di tutti i mezzi possibili a sua disposizione e con una "sapiente" conoscenza della natura umana. La situazione stessa suggeriva un atteggiamento volto alla realizzazione effettiva degli affari politici e della storia in quanto tale.
In questo complesso quadro storico e culturale si colloca la figura di Machiavelli (1469-1527), il massimo pensatore politico della prima metà del Cinquecento. La sua riflessione si concentra sulla ricerca di una logica interna che regoli le dinamiche politiche, liberandola da richiami e dipendenze di carattere morale e religioso.
Tutte le sue opere (il Principe, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, le Istorie fiorentine) ci mostrano una concezione "storicistica" e insieme "naturalistica" che dei processi politici aveva Machiavelli. Da una parte è necessario rintracciare nella storia passata quei principi che preservano dalla decadenza una comunità politica, dallaltra proprio questa osservazione rivolta al passato fa luce sulla natura umana in quanto tale.
Il ritorno alla repubblica romana, come principio e costume politico garante di stabilità, non costituisce per lautore il vagheggiamento di uno "stato ideale", essendo la sua analisi volta tutta verso la realtà quale essa "è" e non quale essa "dovrebbe essere".
La figura del "principe", come costruttore e conservatore dello Stato, si rende realisticamente necessaria in un contesto storico-politico, quale era quello dellItalia cinquecentesca che si manteneva in condizioni di anarchia e servitù, a fronte sia della formazione delle grandi monarchie europee e in considerazione del fatto che un regime repubblicano può essere utile a uno Stato già consolidato. Viceversa, per la fondazione di esso è necessario un forte principato, nel quale il principe costringa la malvagia e riottosa natura umana a rispettare le leggi, scegliendo di volta in volta se comportarsi da "volpe" o da "leone", usando spregiudicatamente i mezzi necessari a conseguire i suoi fini. Il giudizio morale e religioso sui "mezzi" e sulla politica in genere va sospeso, essa piuttosto va giudicata iuxta propria principia, cioè secondo lutile e secondo linteresse e non secondo il bene o il male.
Il principe dunque può e deve essere anche "non buono" e limitarsi nella sua crudeltà solo quando può ritorcersi contro di lui e il suo Stato. La violenza fonda uno Stato, ma, per conservarlo, essa non deve essere perpetuata; il principe deve anzi arginare la casualità degli avvenimenti ed esercitare quella "virtù" che si rifà piuttosto alla virtus pagana del buon cittadino che a quella salvifica cristiana, la quale anzi avrebbe degenerato e indebolito luomo attuale rispetto agli antichi.
Machiavelli corregge in senso pessimistico quel naturalismo tipico del Rinascimento quando propone una concezione della "natura" delluomo come sostanzialmente immobile e non migliorabile. Ciò che spinge gli uomini allazione è lavidità di guadagno e di potere. In campo morale e politico poi non vi sono dei valori stabili e determinabili in assoluto, già per il fatto che le vicende umane sono segnate da quel ritorno ciclico che trasforma la virtù in quiete, la quiete in ozio, lozio in disordine, il disordine in rovina e questa di nuovo in ordine e poi in virtù, e così via.
4.1. Machiavelli: Il Principe e la fondazione dei principati
"Tutti gli stati, tutti e dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli
uomini, sono stati e sono o republiche o principati. E principati sono, o
ereditarii, de quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o
e sono nuovi. E nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza,
o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el
regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi così acquistati, o consueti a vivere sotto
uno principe, o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi daltri o con le
proprie, o per fortuna o per virtù".
[Machiavelli, Il Principe, in Il principe e altri scritti, introduzione e
commento di G. Sasso, La Nuova Italia, Firenze, 1963., pp.7-10]
Nel 1513 Machiavelli compone il suo opuscolo de principatibus, mentre a Firenze stanno tornando i Medici, dopo diciotto anni di esilio.
Lallontanamento forzato dal suo ufficio e dalla sua vita abituale, immersa negli affari politici della città, lo porta però a mettere in ordine quella "scienza" politica che proprio con lui si appresta a nascere. Il Principe perciò non può semplicemente essere considerato come il frutto di una riflessione personale, su vicende certo politiche, ma che coinvolgono radicalmente la vita privata dellautore; piuttosto si presenta come un vero e proprio trattatello politico, denso di teoria, di studi e letture intraprese non certo a caso, sebbene scritto probabilmente di getto.
"La cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique; le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate ed esaminate, e ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla Magnificenzia Vostra." [Machiavelli, Il Principe, cit., pp.4-5]
Il Principe si compone di ventisei capitoli, ciascuno concentrato su di un tema particolare, tutti però tesi a riscattare la decadenza politica fiorentina e italiana, ricercandone le ragioni e soprattutto i rimedi pratici ed efficaci.
"Ma sendo lintento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla imaginazione di essa. [ ] Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non lusare secondo necessità." [Machiavelli, Il Principe, cit., pp.136-137]
Il tema centrale proposto dallautore - se cioè sia possibile razionalizzare il molteplice delle vicende umane e politiche dominandolo con la virtù - si intreccia con la funzione perturbatrice e irriducibile assegnata alla fortuna proprio in campo politico; lantinomia che si viene a creare fra fortuna e virtù non viene risolta compiutamente dal Machiavelli, tuttavia trova nella figura storica del principe una possibile sintesi.
"Coloro e quali solamente per fortuna diventano, di privati, principi, con
poca fatica diventano, ma con assai si mantengono; [
]. Io voglio alluno e
allaltro di questi modi detti, circa il diventare principe per virtù o per fortuna,
addurre dua esempli stati ne dì della memoria nostra: e questi sono Francesco
Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per li debiti mezzi e con una grande sua virtù, di
privato diventò duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca
fatica mantenne. Dallaltra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino,
acquistò lo stato con la fortuna del padre, e con quella lo perdé [
] e se gli
ordini suoi non li profittorono, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria ed
estrema malignità di fortuna."
[Machiavelli, Il Principe, cit., pp.63-66]
Tra la fortuna e la virtù si inserisce anche la forza, o meglio il raggiungimento a tutti i costi di un risultato utile politicamente, portato a termine da una personalità consapevole delle proprie capacità e della condizione oggettiva in cui opera. In questo senso, la vicenda di Cesare Borgia è paradigmatica poiché racchiude in sé tutti e tre i termini dellagire politico: virtù (come capacità di intervenire adeguatamente sulle cose politiche), fortuna (come ineliminabile casualità propria della natura umana), forza (come capacità di usare senza incertezze il proprio potere).
Dunque lorigine dello Stato, secondo il Machiavelli, si presenta piuttosto come fondazione di un principato per opera di una forte e virtuosa personalità politica, la quale sappia conciliare la realtà effettuale con laccidentalità delle vicende umane; e quindi sappia scegliere oculatamente i mezzi con i quali formare il principato.
Inoltre, nei Discorsi Machiavelli sembra preferire il regime repubblicano-democratico, in quanto la collegialità e lalternanza al potere possono meglio garantire quella flessibilità e adattabilità alle circostanze che al singolo è negata.
"Quinci nasce che una repubblica ha maggiore vita ed ha più lungamente buona
fortuna che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de
temporali, per la diversità de cittadini che sono in quella, che non può uno
principe."
[Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, III, 9]
Il primo capitolo del Principe ha un intento dichiarativo ed enunciativo della materia; il suo stile è in funzione proprio di questo intento. Machiavelli ha in effetti presente tutti i fondamentali motivi dellopera che sta scrivendo.
Qui vengono distinti i vari tipi di principato, ereditario o nuovo, e questultimo a sua volta o tutto nuovo o misto (cioè come membro in aggiunta a uno Stato ereditato dal principe che lo acquista). Del principato ereditario, la cui fondazione presenta minori difficoltà teoriche e pratiche, Machiavelli parlerà nel II capitolo, mentre dei principati nuovi, in cui "consistono le difficultà", parlerà a partire dal III capitolo dedicato ai principati misti. I principati nuovi pongono dunque i seguenti problemi: cè il caso di un "privato" che diventa padrone di un "dominio" (è il caso di Cesare Borgia e di Francesco Sforza), il caso di un "principe" o "re" il quale aggiunge un nuovo dominio al suo precedente regno o principato (è il caso di Ferdinando il Cattolico e il Regno di Napoli). La conquista di un dominio da parte di un privato oppure da parte di un principe o re, implica dei problemi se quel dominio non era originariamente "uso a vivere" sotto un principe ma in libertà. I mezzi per conquistare e mantenere una terra "usa" alla libertà sono differenti da quelli impiegati nei confronti di una terra abituata ad essere governata da un principe.
La conquista pone immediatamente il problema dei "mezzi politici", delle "armi proprie" o "altrui", della "virtù" e della "fortuna". Gli esempi precedentemente citati di Francesco Sforza e di Cesare Borgia, distinguono innanzitutto le capacità virtuose del principe - le quali, alla lunga, possono prevalere sulla sorte avversa e sulle oggettive difficoltà incontrate nel corso della conquista - dalle capacità meno virtuose ma favorite dalla fortuna, che, al dunque, si rivelano estremamente fragili e negative. Il tono di Machiavelli è evidentemente di consiglio nei confronti del principe, affinché mantenga nella stabilità il suo dominio; un consiglio però che si presenta altalenante e non risolutivo, nella misura in cui non risolve fino in fondo lantinomia posta fra virtù e fortuna, sebbene proponga una lettura politico-utilitaristica della fondazione e della conservazione dello Stato basato sulla forza, ovvero sul rapporto politico fra sudditi e principe personificato e controllato innanzitutto da questultimo, dalla sua capacità virtuosa di dominio, costi quel che costi.
5. Hobbes, Rousseau, Locke: lorigine contrattualistica dello Stato
Scegliamo questi tre autori per esporre antologicamente la teoria politica del contrattualismo moderno, che ha in realtà origini precedenti a Hobbes, in ambiente calvinista e particolarmente in Germania con il giurista Altusio (1557-1638). La moderna e borghese concezione dello Stato come di un corpo politico fondato su di un contratto fra popolo e re, da cui deve dipendere lautorità del sovrano, garantisce al suddito lesercizio dei suoi diritti naturali di uomo, dai quali il diritto positivo, e cioè statuale, non può discostarsi opprimendoli o cancellandoli.
Il diritto naturale costituisce loggetto proprio della teoria giuridica del giusnaturalismo (4), al quale diedero veste sistematica lolandese Grozio (1583-1645) e il tedesco Pufendorf (1632-1694). Nello stesso periodo in Francia si distinse la teoria politica di Jean Bodin (1529-1596) volta a sganciare lo Stato dai conflitti fra le diverse confessioni religiose e a dichiararne la sovranità assoluta sulla società civile.
In questo quadro si inserisce il pensiero e lopera di Hobbes (1588-1679). Il suo intervento in ambito di teoria politica viene seguito da quello propriamente illuminista di Locke (1632-1704), anchegli filosofo inglese, le cui opere principali furono pubblicate tutte dopo la Rivoluzione inglese del 1688-1689.
La figura di Rousseau (1712-1778) si inserisce invece nella Francia dei philosophes, ma il suo intervento si distaccherà polemicamente dalla concezione ottimistica di progresso sociale sostenuta dalla maggior parte degli illuministi francesi a lui contemporanei.
Sebbene i tre autori citati non siano gli unici a parlare di patto o di contratto (5) come origine dello Stato, li abbiamo scelti in quanto espongono in forma sistematica e complessa questa moderna concezione politica.
5.1. Hobbes: come e perché nasce lo Stato
La filosofia politica di Hobbes vuole avere carattere scientifico. La sua concezione filosofica della realtà può essere definita come un meccanicismo di stampo materialistico, che si basa sulla convinzione metodologica secondo la quale la scienza deve avere per oggetto corpi generati dalluomo, i quali possono perciò essere indagati e conosciuti. Il calcolo filosofico è il lavoro proprio della ragione che fornendo nomi adeguati alle cose ne conosce la causa e gli effetti reali. Gli oggetti propri della filosofia sono perciò costruzioni umane di cui va riconosciuto e ricostruito il processo genetico. Di Dio, che non è un nostro prodotto, non possiamo conoscere le cause, dunque non ne possiamo dare una corretta definizione.
La politica fa pienamente parte della filosofia. Lo Stato, il corpo politico è appieno una nostra costruzione, dunque possiamo indagarlo e definirlo scientificamente. E possibile perciò, per quanto riguarda lindagine sociale, antropologica e politica lapplicazione del metodo costruttivistico proposto da Hobbes.
Lo Stato non è, come voleva Aristotele, un ente naturale, ma decisamente artificiale (come una macchina), costruito volutamente dagli uomini sulla base di una convenzione da essi liberamente stipulata, per ragioni che riguardano innanzitutto la necessità di autoconservarsi e mantenersi in vita.
Anche la politica, come le altre scienze, deve seguire un metodo rigidamente deduttivo e procedere secondo il principio di causa-effetto.
Nel 1651 esce a Londra il Leviatano, lopera politica maggiore di Hobbes.
Lunità dello Stato e lobbligo politico di obbedire alle leggi emanate dal sovrano sono i principi fondamentali su cui si costruisce il corpo politico.
Lassolutismo dello Stato hobbesiano si presenta come moderna tendenza allunificazione e allaccentramento del potere politico di contro a quello feudale in cui convivevano numerosi organismi (corporazioni, ordini, assemblee degli ordini, etc.), che pretendevano di controllare e partecipare a pieno titolo alla sovranità.
Secondo Hobbes invece il potere sovrano e lobbligo politico di obbedienza devono direttamente scaturire dalla volontà stessa degli individui, dal consenso che viene da loro espresso idealmente in un patto che istituisce la forma politica di Stato. Non vi può essere "nessuna obbligazione per un uomo, la quale non derivi da un atto personale poiché tutti gli uomini sono egualmente liberi per natura" (Leviatano, XXI). Sebbene Hobbes sia consapevole che lorigine di uno Stato è determinata da violenza e conquista (Leviatano XX), lobbligo politico si instaura solo se tra sovrano conquistatore e popolo sopravviene un patto : "non è dunque la vittoria a conferire il diritto di dominio sul vinto, ma il patto da costui concluso." Bisogna postulare dunque un patto, qualunque sia la reale origine di uno Stato. I rapporti tra potere sovrano e popolo devono essere regolati come se il primo sia nato dal consenso dei secondi.
Lo Stato hobbesiano si presenta come unistituzione fondata essenzialmente sul consenso dei sudditi e perciò moderna, in quanto lascia cadere ogni giustificazione divina o naturale della propria origine.
Il potere sovrano affidato consensualmente dai sudditi a un terzo (un individuo o unassemblea) deve essere assoluto, cioè accentratore e irresistibile a qualsiasi opposizione o intervento esterno, poiché deve mantenere la pace fra gli uomini, i quali per natura sono tendenzialmente egoisti e incapaci di autoconservarsi in una condizione di pace stabile e duratura.
Il mondo naturale degli uomini è disgregato e in preda a costante competizione fra i singoli, i quali nel perseguimento del loro utile vengono in contrasto con quello degli altri, creando uno stato di guerra che impedisce una pacifica convivenza necessaria allautoconservazione. La filosofia morale, e cioè la capacità umana di distinguere il bene dal male, e la capacità di accordarsi su ciò che è bene, può venire in aiuto di questa condizione fortemente instabile, ma non può risolvere definitivamente la naturale disposizione delluomo alla guerra competitiva e allegoismo. Solo una costruzione artificiale, quale è lo Stato, può regolare i naturali rapporti umani. Se non ci fosse il corpo politico luomo vivrebbe in uno stato di natura in tutto simile a uno stato di continuata guerra civile, nellimpossibilità di mantenersi in vita, sebbene per natura gli uomini abbiano diritto allautoconservazione e alla realizzazione del proprio utile, e dunque siano naturalmente liberi e uguali. Queste leggi di natura, definite dalla filosofia morale, possono spingere luomo ad uscire da questa condizione naturale di guerra, ma non possono regolare i rapporti umani, poiché mancano di un consenso universalmente espresso e pattuito, solo dal quale può scaturire lautorità del comando e lobbligatorietà dellubbidienza alle leggi.
Lorigine artificiale dello Stato attraverso il patto ha ragioni antropologiche, che si fondano essenzialmente sulla modalità di vita delluomo in una condizione di naturalità, la quale però ha già caratteristiche civili e politiche, nella misura in cui produce da sé il suo stesso superamento. Lo stato di natura si presenta come una contraddizione irrisolta, nella misura in cui costringe luomo a una guerra che gli impedisce materialmente di perseguire lo scopo stesso del suo vivere naturale: il diritto ad autoconservarsi.
La nascita dello Stato viene così descritta da Hobbes nel suo Leviatano:
"La sola via per erigere un potere comune che possa essere in grado di difendere
gli uomini dallaggressione straniera e dalle ingiurie reciproche, e con ciò di
assicurarli in modo tale che con la propria industria e con i frutti della terra possano
nutrirsi e vivere soddisfatti, è quella di conferire tutti i loro poteri e tutta la loro
forza ad un uomo o ad unassemblea di uomini che possa ridurre tutte le loro
volontà, per mezzo della pluralità delle voci, ad una volontà sola; ciò è come dire
designare un uomo o unassemblea di uomini a sostenere la parte della loro persona, e
ognuno accettare e riconoscere se stesso come autore di tutto ciò che colui che sostiene
la parte della loro persona, farà o di cui egli sarà causa, in quelle cose che
concernono la pace e la sicurezza comuni, e sottomettere in ciò ogni loro volontà alla
volontà di lui, ed ogni loro giudizio al giudizio di lui. Questo è più del consenso o
della concordia; è ununità reale di tutti loro in una sola e medesima persona
fatta con il patto di ogni uomo con ogni altro, in maniera tale che, se ogni uomo dicesse
ad ogni altro, io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso, a
questuomo, o a questa assemblea di uomini a questa condizione, che tu gli ceda il
tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudine
così unita in una persona viene chiamata uno STATO, in latino CIVITAS. Questa è la
generazione di quel grande LEVIATANO, o piuttosto (per parlare con più riverenza) di quel
dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra
difesa. Infatti, per mezzo di questa autorità datagli da ogni particolare nello stato, è
tanta la potenza e tanta la forza che gli sono state conferite e di cui ha luso, che
con il terrore di esse è in grado di informare le volontà di tutti alla pace interna e
allaiuto reciproco contro i nemici esterni. In esso consiste lessenza dello
stato che (se si vuole definirlo) è una persona dei cui atti ogni membro di una grande
moltitudine, con patti reciproci, luno nei confronti dellaltro e viceversa, si
è fatto autore, affinché essa possa usare la forza e i mezzi di tutti, come penserà sia
vantaggioso per la loro pace e la comune difesa.
Chi regge la parte di questa persona viene chiamato SOVRANO e si dice che ha il potere
sovrano; ogni altro è suo SUDDITO.
Si consegue questo potere sovrano in due modi. Il primo è dato dalla forza naturale, come
quando un uomo fa sì che i suoi figli si sottomettano insieme con i loro figli al suo
governo, in quanto è in grado di distruggerli se si rifiutano o come quando sottomette
con la guerra i suoi nemici alla sua volontà, dando loro la vita a quella condizione. Si
ha laltro, quando gli uomini si accordano fra di loro per sottomettersi a qualche
uomo o a qualche assemblea di uomini, volontariamente, confidando di essere così protetti
contro tutti gli altri. Questultimo può essere chiamato uno stato politico o stato
per istituzione e il precedente uno stato per acquisizione."
[Hobbes, Leviatano, a cura di G. Micheli, La Nuova Italia, Firenze, 1976,
pp.163-168]
"Si dice che uno stato è istituito, quando una moltitudine di uomini si accorda e
pattuisce, ognuno con ogni altro, che qualunque sia luomo o lassemblea di
uomini cui sarà dato, dalla maggior parte, il diritto a rappresentare la persona di loro
tutti (vale a dire, ad essere il loro rappresentante), ognuno, tanto chi ha votato a
favore quanto chi ha votato contro, autorizzerà tutte le azioni e i giudizi di
quelluomo o di quellassemblea di uomini, alla stessa maniera che se fossero
propri, al fine di vivere in pace tra di loro e di esser protetti contro gli altri uomini.
Da questa istituzione dello stato sono derivati tutti i diritti e le facoltà di colui o
di coloro ai quali è conferito il potere sovrano dal consenso del popolo riunito in
assemblea."
[Hobbes, Leviatano, cit., p.169]
La persona dello Stato è rappresentata dal sovrano (ossia dallesercizio del potere sovrano) che può anche non essere un monarca, ma unassemblea di tutti nella democrazia e di pochi nellaristocrazia. La sovranità detiene in modo unitario e indivisibile tutti i diritti e i poteri dello Stato: diritto di fare le leggi e le norme obbligatorie per i singoli individui. Anche il diritto alla proprietà privata per il singolo, che secondo Hobbes nasce con lo Stato non essendo un diritto di natura, non esclude il potere sovrano, in quanto è la fonte primaria del suo mantenimento. La giustizia, la guerra, lamministrazione, la decisione in campo religioso, etc., sono tutti ambiti in cui deve intervenire lautorità del sovrano, al fine di evitare un ritorno allo stato di natura, ovvero una ricaduta del corpo politico nella dannosa e lacerante guerra civile. Sebbene lindividuo sia libero privatamente di coltivare le sue convinzioni, anche la sua coscienza religiosa, lo Stato decide in materia di fede e in tutto il resto per quel che concerne la vita pubblica.
Lobbligo di obbedire al sovrano è incondizionato e semplice. Semplice perché lobbedienza al potere è richiesta al momento stesso del patto, prima che la sovranità si dispieghi in leggi, norme particolari, etc. Incondizionato perché il sovrano non partecipa al patto, non è unistituzione condizionata a sua volta dal patto, non cè reciprocità di obblighi fra sudditi e sovrano. La sovranità sta solo dalla parte della persona dello Stato, questo è ciò che il patto stabilisce e che i sudditi esprimono volontariamente.
Dunque il patto di unione fra sudditi si determina piuttosto come patto di dominazione o patto a favore del sovrano. Daltra parte, lobbligo unilaterale a cui i sudditi sottostanno, è autorizzato dalla loro espressa volontà. Il potere assoluto del sovrano non è perciò arbitrario, nella misura in cui è il risultato di un atto politico (il patto) universalmente consaputo e liberamente voluto.
5.2. Locke: lo Stato antiassolutista o liberale, ovvero la comunità politica
Nel Secondo Trattato sul Governo (1690), non diversamente da Hobbes, Locke traccia la sua teoria contrattualistica del potere politico e dello Stato. Ciò che separa Locke dallassolutismo hobbesiano è lintroduzione esplicita e argomentata, nella ricostruzione della formazione moderna dello Stato, della categoria di individuo libero e uguale sia nello stato di natura che in quello di diritto. Il rapporto Stato/individuo viene modificato da Locke in senso liberale: la sovranità non appartiene unilateralmente alla persona dello Stato, ma innanzitutto a quella del suddito poiché "nulla può far diventare suddito un uomo se non lassociazione fatta in forma di un impegno positivo e di una esplicita promessa o contratto" (Secondo Trattato, §122). Al di fuori di questo meccanismo, cioè al di fuori del potere politico pattuito liberamente dai singoli individui, vi è uno stato di natura in cui essi vivono in rapporti di perfetta eguaglianza. Il rapporto politico di sudditanza o di sovranità a cui sottostanno, interviene proprio in virtù della naturale libertà con la quale i singoli decidono di unirsi a Stato. Lo stato di natura fonda così quella stessa libertà che deve permanere nello stato di diritto.
Lo stato di diritto interviene a riordinare ciò che illegittimamente è stato sovvertito, la legge di natura violata con la forza e con la guerra necessita di unulteriore ricomposizione, quella pienamente politica. La conflittualità naturale in realtà si presenta già regolata da norme giuridiche che distinguono laggressore dallaggredito e spingono il conflitto a ricomporsi pacificamente a un livello giuridico più elevato. Il problema presentato consapevolmente da Locke è "quello di non far coincidere col "vuoto" storico che, di fatto, il concetto di stato di natura produce, un "vuoto" anche di ordine, bensì proprio un ordine "originario" che esclude, ad ogni livello dei meccanismi costitutivi del potere politico, la presenza di una volontà non sottoposta alla norma." (6)
Anche il sovrano perciò, così come il popolo, è sottoposto a precise norme che regolano la sua stessa istituzione e che permettono al popolo di resistergli qualora tentasse arbitrariamente di violarle. La guerra civile si presenta perciò come conflitto di potere e non come un disordinato e agiuridico stato naturale. Luso della forza come reazione violenta ad un sopruso viene pienamente giustificato e preferito a una pace imposta come dallalto:
"Una pace fatta di violenza e rapina che si deve mantenere solo a beneficio di
briganti e oppressori [
] lantro di Polifemo è un esempio perfetto duna
pace siffatta e dun tal governo: Ulisse e i suoi compagni non dovevano far altro che
lasciarsi tranquillamente divorare, e Ulisse, uomo avveduto, doveva predicare
lobbedienza passiva ed esortare gli altri ad una serena sottomissione, illustrando
loro quanta importanza la cosa avesse per la pace dellumanità e mostrando gli
inconvenienti che avrebbero potuto prodursi, se si fossero proposti di resistere a
Polifemo, che era il loro signore"
(Locke, Secondo Trattato, §228).
Il corpo politico lockiano, nel quale si identifica il popolo, vive in costante mediazione con quel Governement, al quale viene affidato il potere sovrano attraverso il patto originario e fondante lo Stato. E proprio il potere del governo deve essere continuamente verificato, anche e soprattutto attraverso la "rivoluzione", la quale deriva da una violazione del patto da parte dei governanti e si presenta come una necessaria restaurazione di un nuovo sistema di dominio.
Governo e popolo sono i soggetti reali dello Stato lockiano, i quali interagiscono a pari titolo e diritto, derivando anzi la possibilità del conflitto e della guerra più dallarbitrio del primo che dal secondo. La comunità politica risulta quindi dal loro rapporto, anche conflittuale e problematico.
Ma vediamo come nasce e si configura lo Stato secondo Locke:
"E stato dimostrato che luomo nasce con pieno titolo a una perfetta libertà e allillimitato godimento di tutti i diritti e privilegi della legge di natura, alla pari di qualsiasi altro individuo o gruppo di individui nel mondo. Egli ha dunque per natura il potere non solo di conservare la sua proprietà - cioè la vita, la libertà e i beni - contro le offese e gli attentati degli altri uomini, ma anche di giudicare e punire le altrui infrazioni a quella legge, con la pena chegli è convinto quel reato meriti, perfino con la morte nel caso di crimini la cui efferatezza, a parer suo, lo richieda. Ma, poiché nessuna società politica può darsi o sussistere se non ha in sé il potere di salvaguardare la proprietà e, in vista di ciò, punire le infrazioni commesse da tutti coloro che a quella società appartengono, la società politica si dà lì, e solo lì, dove ogni singolo ha rinunciato a quel naturale potere e lo ha affidato alla comunità in tutti i casi in cui non sia impedito dal chiedere protezione alle leggi da essa stabilite. Così, essendo escluso ogni privato giudizio di ciascun uomo particolare, la comunità diventa arbitra, in forza di norme stabili e determinate, imparziali ed eguali per tutti; e, attraverso uomini cui abbia conferito lautorità per rendere esecutive quelle norme, la comunità decide di tutte le controversie che possano nascere tra membri di quella società in materia di diritto, e punisce le offese commesse da qualsiasi suo membro contro la società con le pene stabilite dalla legge. Da ciò è facile capire quali uomini siano, e quali no, fra loro uniti in una società politica. Coloro che son congiunti in un sol corpo e hanno una comune legge vigente e una sola magistratura cui appellarsi, dotata dellautorità di giudicare le controversie fra loro insorte e di punire i trasgressori, sono reciprocamente uniti in una società civile; ma coloro che non dispongono di questo comune appello - sulla terra, intendo - sono ancora nello stato di natura, ciascuno essendo, in mancanza daltri, di per se stesso giudice ed esecutore: il che costituisce, come ho mostrato sopra, il perfetto stato di natura." [Locke, Secondo Trattato, §87]
"Ogni qualvolta dunque un certo numero di uomini si uniscono in
unassociazione, rinunciando ciascuno al potere esecutivo della legge di natura e
devolvendolo alla comunità, ivi e ivi soltanto si dà una società civile o politica. E
questo avviene dovunque un certo numero di uomini, nello stato di natura, si associno a
costituire un solo popolo, un solo corpo politico, sotto un solo supremo governo; oppure
quando un individuo si associa e incorpora in un regime già esistente, autorizzando così
la società o, che è lo stesso, il legislativo di essa, a legiferare in suo luogo secondo
le esigenze de pubblico bene sociale; e alla esecuzione di quelle leggi egli deve
contribuire come fossero decisioni prese da lui stesso. E ciò fa uscire gli uomini dallo
stato di natura e li fa entrare in una società politica, [
]."
[Locke, Secondo Trattato, §89]
Labbandono dello stato di natura da parte degli uomini è certamente motivato dalla necessità di evitare il conflitto e la guerra civile. Listituzione di un giudice comune che dirima le controversie fra i singoli individui costituisce la Society, cioè una collettività in cui lindividuo sia volontariamente annullato a favore di una sola volontà e voce. Questa prende forma politica nel Governement.
La Political Society si legittima perciò nel passaggio da uno stato di natura (e di diritto) in cui vengano violati i diritti fondamentali dellindividuo, a uno stato pienamente politico, in cui i diritti umani di libertà e indipendenza vengano formalmente garantiti da un istituto particolare e dal suo rapporto con il corpo politico in quanto tale. Il rapporto di sottomissione-dipendenza che si instaura fra individuo e potere politico viene mediato innanzitutto dal consenso espresso da ciascuno al momento del patto, ma soprattutto dallistituto politico della rappresentanza; per cui ogni singola volontà è soggetta solo a se stessa quando si riconosce volontariamente nella totalità del corpo politico. La Community scaturisce così esclusivamente e automaticamente dal patto.
"Soprattutto due sono gli elementi da prendere in considerazione: in che consista latto del pattuire per il singolo e come la logica maggioritaria subentri automaticamente." (7)
La costituzione del corpo politico tramite patto muove dalla volontà di ciascun individuo, considerato come Free and Intelligent Agent, dunque come individuo per natura razionale e capace di superare la sfera passionale vivendo in uno stato di natura perfetto, regolato già dal diritto (alla libertà, alla proprietà, etc.).
Una volta che il patto fra individui sia concluso e la comunità abbia sostituito il potere e il volere di ciascuno, il corpo politico agisce per lui meccanicamente, cioè al suo posto, facendo le veci della sua naturale individualità. Siamo con ciò fuori dello stato di natura e allinterno di quella comunità politica che funziona secondo il meccanismo della rappresentanza e il "consenso della maggioranza".
Il corpo politico, artificio razionale a cui approda la volontà naturale delluomo-individuo, per superare le difficoltà insite in quello stato di natura in cui pure sussistono i diritti fondamentali di libertà e uguaglianza, deve presentarsi come un corpo compatto, un tuttuno che procede in ununica e certa direzione.
Lomogeneità della comunità politica le deriva dalluguaglianza naturale dei singoli, i quali stringono il patto proprio perché la stessa venga difesa e garantita da un giudice comune che dirima i conflitti e le diseguaglianze provenienti da un eventuale stato di guerra. Daltra parte bisogna anche notare che "lo stato di natura contempla [ ], per Locke, un importante fattore di diversificazione: la proprietà privata che crea fra gli individui diseguaglianza e rapporti di dipendenza sul piano della produzione." (8)
Allora, per concludere, si potrebbe dire che, sebbene lo stato di natura lockiano sia, a differenza di quello di Hobbes, già uno stato di diritto o stato di natura perfetto, anchesso però è inficiato essenzialmente dalla possibilità della rottura violenta del diritto e della legge naturale. Il pericolo del conflitto fra individualità deriva proprio dalla parità con la quale queste si affrontano, in una condizione però divergente in quanto a proprietà.
La possibilità, in altri termini, della guerra e in particolar modo della guerra civile, sebbene sia inserita in un quadro pre-politico (e in Hobbes pre-giuridico), è la molla reale che innesca il meccanismo contrattualistico e che giustifica, nella teoria lockiana, il passaggio a una condizione di stabilità socio-politica, a un ordinamento sociale e politico fuori dal quale le moderne e ormai borghesi forze produttive, e i nuovi rapporti di proprietà sganciati da vincoli feudali, non riuscirebbero autonomamente e durevolmente a riprodursi.
5.3. Rousseau: lo Stato democratico
Le esperienze cui andò incontro nella vita, la sua personalità, le difficoltà sorte al momento della pubblicazione delle sue due maggiori opere - il Contratto sociale e lEmilio, entrambe del 1762 -, la polemica con gli enciclopedisti a proposito del dispotismo legale, alcuni caratteri del suo pensiero, fanno di Rousseau un illuminista sui generis, estraneo al trionfalismo proprio dellideologia del progresso del partito filosofico allora culturalmente imperante in Francia e in Europa.
Già nel suo Discorso sulle scienze e sulle arti (1750) sottolinea la funzione negativa che le scienze e le arti ufficiali esercitavano nella società, rovesciandone i valori originari e promuovendo egoistiche passioni private.
Nel Discorso sullorigine e i fondamenti dellineguaglianza fra gli uomini (1755) analizza lineguale sviluppo della società civile: "Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare questo è mio e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile." La polemica è tutta rivolta contro lorigine della società da un atto indebito di appropriazione privata della terra. La proprietà privata - a differenza di Locke che la considerava un diritto naturale da trasformare in diritto positivo - secondo Rousseau non è un diritto di natura ma frutto di un graduale processo di acculturazione, che subisce unaccelerazione quando vengono inventate le arti metallurgiche e agricole che richiedono la divisione del lavoro. Le leggi nascono dal riconoscimento della proprietà privata, e insieme ad esse nasce il potere del governo. Dunque la società civile e politica sorge da uno snaturamento della condizione umana, poiché con essa si instaura uninnaturale e convenzionale diseguaglianza che tradisce le esigenze primarie della maggioranza degli uomini: "è contro la legge di natura [ ] che un bambino comandi a un vecchio, che un imbecille guidi un saggio, e che un pugno duomini rigurgiti di cose superflue mentre la moltitudine affamata manca del necessario".
Nel Contratto sociale, logica prosecuzione del secondo Discorso, Rousseau esordisce dicendo: "Luomo è nato libero, e dovunque è in catene."
Lanalisi condotta in questo scritto intende valutare attentamente i fondamenti del potere politico togliendo al dispotismo e allineguaglianza ogni ragione di legittimità.
La forza non può dar luogo al diritto né lobbedienza incondizionata può costituire il dovere.
"Rinunziare alla libertà vuol dire rinunziare alla propria qualità di uomo, ai
diritti dellumanità, persino ai propri [
]. Una tale rinunzia è incompatibile
con la natura delluomo: togliere ogni libertà alla sua volontà significa togliere
ogni moralità alle sue azioni. Infine, una convenzione che stabilisce, da un lato,
unautorità assoluta e, dallaltro, unobbedienza illimitata, risulta vana
e contraddittoria"
(Rousseau, Contratto sociale, I/4).
Lo Stato secondo natura, rispettoso cioè dei diritti naturali delluomo, non può fondarsi sullineguaglianza tra chi comanda e chi è comandato, non può rendere convenzionalmente valido ciò che è in realtà incompatibile con la natura umana, cioè con il diritto alla libertà. Lipocrisia della moderna società civile e del moderno Stato politico va smascherata con la critica proveniente proprio dai quei settori sociali che subiscono il rovesciamento di valori, a danno della loro stessa vita.
Il patto sociale dovrà coinvolgere allora il popolo nel suo insieme al fine di trovare una forma associativa che protegga la persona e i beni di ciascun associato in modo però da conservarlo nella sua piena libertà e uguaglianza con tutti gli altri. E la formulazione del patto sociale che risolverà questo moderno problema: con esso ciascuno aliena completamente i suoi diritti a tutta la comunità, e non al sovrano o al magistrato piuttosto che al governo. Dunque lalienazione che il singolo fa dei suoi diritti è totale, ma la controparte è la comunità intera (non un altro singolo o una parte dellassociazione); solo così, pur alienandoli, il singolo può contemporaneamente conservarli.
"Ciascuno dandosi a tutti non si dà a nessuno, e poiché su ogni associato, nessuno escluso, si acquista lo stesso diritto che gli si cede su noi stessi, si guadagna lequivalente di ciò che si perde e un aumento di forza per conservare ciò che si ha [ ]. Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi, come corpo, riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto. Istantaneamente questatto di associazione produce, al posto delle persone private dei singoli contraenti, un corpo morale e collettivo, composto di tanti membri quanti sono i voti dellassemblea, che trae dal medesimo atto la sua unità, il suoi io comune, la sua vita e la sua volontà" (Rousseau, Contratto sociale, I/6).
Come si può notare, la forma del patto proposta da Rousseau rinnova il concetto di sovranità popolare rispetto a Hobbes e Locke. Il potere sovrano non è più un terzo rispetto agli associati, non è la controparte del popolo, esso è il popolo stesso, ovvero la comunità che come ente collettivo esprime ed esercita la sua sovranità - la volontà generale - nellambito delle assemblee. I governanti sono semplici funzionari (e non rappresentanti) del popolo sovrano, il loro mandato può essere in ogni momento revocato, poiché la decisione sovrana (indivisibile e inalienabile) spetta al popolo riunito in assemblea, cioè alla comunità stessa, che opera attraverso il principio maggioritario.
Questa sovranità popolare ricompone quella diseguaglianza civile che Rousseau aveva prospettato nel suo secondo Discorso. La volontà generale realizza la volontà della comunità e del popolo nel suo insieme, dunque non può che essere una volontà, uguale e compatta in se stessa ottenuta tramite quel patto fondamentale che
"invece di distruggere luguaglianza naturale, sostituisce, al contrario, unuguaglianza morale e legittima a quel tanto di disuguaglianza fisica che la natura ha potuto mettere tra gli uomini i quali, potendo per natura trovarsi ad essere disuguali per forza o per ingegno, diventano tutti uguali per convenzione e di diritto" (Rousseau, Contratto sociale, I/9).
Ecco adesso lincipit del trattato:
"Luomo è nato libero, e dovunque è in catene. Cè chi si crede
padrone di altri, ma è più schiavo di loro. Come è avvenuto questo cambiamento ?
Lo ignoro. Che cosa può renderlo legittimo ? Ritengo di poter risolvere questo
problema.
Se non considerassi che la forza e leffetto che ne deriva, direi: "Finché un
popolo è costretto ad obbedire ed obbedisce, fa bene; non appena può scuotere il giogo e
lo scuote, fa ancor meglio: perché, ricuperando la sua libertà con lo stesso diritto con
cui gli è stata tolta, o è giusto che egli la riprenda, o non era nemmeno giusto che
altri gliela togliesse". Ma lordine sociale è un diritto sacro che serve di
base a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene dalla natura; è dunque fondato
su delle convenzioni. Si tratta di sapere quali siano. Ma prima di arrivare a ciò, devo
dimostrare quanto ho ora affermato."
[Rousseau, Il Contratto sociale, I]
Ecco il testo in cui è descritta la nascita del patto.
"Immagino ora che gli uomini siano arrivati al punto in cui gli ostacoli che
nuocciono alla loro conservazione nello stato di natura prevalgono con la loro resistenza
sulle forze di cui ciascun individuo può disporre per mantenersi in quello stato. Tale
stato primitivo non può più sussistere in questa fase e il genere umano perirebbe, se
non cambiasse le condizioni della sua esistenza.
Ora, siccome gli uomini non possono creare nuove forze, ma soltanto unire e dirigere
quelle che esistono, essi non hanno altro mezzo per conservarsi che quello di formare per
aggregazione una somma di forze che possa prevalere sulla resistenza, mettendole in moto
per mezzo di un unico impulso e facendole così agire di concerto.
Questa somma di forze non può nascere che dal concorso di più uomini; ma, essendo la
forza e la libertà di ciascun uomo i primi strumenti per la sua conservazione, come
potrà impegnarli senza danneggiarsi e senza trascurare ciò che deve a se stesso ?
Questa difficoltà, ricondotta al mio argomento, si può enunciare in questi termini:
"Trovare una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune
la persona e i beni di ciascun associato, e per la quale ciascuno, unendosi a tutti, non
obbedisca tuttavia che a se stesso, e resti libero come prima". Questo è il problema
fondamentale di cui il contratto sociale dà la soluzione.
Le clausole di questo contratto sono determinate in tal modo dalla natura dellatto
che la minima modifica le renderebbe vane e di nessun effetto; in modo che, sebbene forse
non siano mai state formalmente enunciate, esse sono dovunque le stesse, dovunque
tacitamente ammesse e riconosciute, almeno fino a quando non venga violato il patto
sociale, perché ciascuno allora rientra nei suoi originari diritti, e riprende la sua
libertà naturale, perdendo la libertà convenzionale in cambio della quale aveva
rinunciato alla prima.
Queste clausole, bene intese, si riducono tutte a una sola: cioè lalienazione
totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità. Infatti,
innanzitutto, poiché ciascuno si dà tutto intero, la condizione è uguale per tutti, ed,
essendo la condizione uguale per tutti, nessuno ha interesse a renderla onerosa per gli
altri.
Inoltre, essendo lalienazione fatta senza riserve, lunione è la più perfetta
possibile, e non resta ad alcun associato niente da rivendicare; infatti, se restasse
qualche diritto ai singoli, non essendovi nessun superiore comune che possa far da arbitro
tra loro e la collettività, ciascuno, essendo in qualche caso il proprio giudice,
pretenderebbe ben presto di esserlo sempre; lo stato di natura si perpetuerebbe, e
lassociazione diverrebbe necessariamente tirannica o vana.
Infine, chi si dà a tutti non si dà a nessuno; e siccome non vi è associato sul quale
ciascuno non acquisti un diritto pari a quello che gli cede su di sé, tutti guadagnano
lequivalente di quello che perdono, e una maggiore forza per conservare quello che
hanno.
Se dunque si esclude dal patto sociale ciò che non gli è essenziale, si troverà che
esso si riduce ai termini seguenti: Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e ogni
suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e riceviamo in quanto corpo
ciascun membro come parte indivisibile del tutto.
Al posto della persona singola di ciascun contraente, questatto di associazione
produce subito un corpo morale e collettivo composto di tanti membri quanti sono i voti
dellassemblea; da questo atto tale corpo morale riceve la sua unità, il suo io
comune, la sua vita e la sua volontà. Questa persona pubblica, che si forma così
dallunione di tutte le altre, prendeva una volta il nome di città (9),e adesso
quello di repubblica o di corpo politico, il quale a sua volta è chiamato dai suoi membri
Stato quando è passivo, corpo sovrano quando è attivo, potenza in relazione agli altri
corpi politici. Gli associati poi prendono collettivamente il nome di popolo, e
singolarmente si chiamano cittadini in quanto partecipi dellautorità sovrana, e
sudditi in quanto sottoposti alle leggi dello Stato. Ma questi termini si confondono
spesso e si prendono luno per laltro; basta saperli distinguere quando sono
impiegati in tutta la loro precisione."
[Rousseau, Il Contratto sociale, VI]
6. Hegel e Marx
Proponiamo qui un percorso antologico sullorigine dello Stato moderno che unisce insieme la visione filosofica hegeliana della politica a quella fortemente critica di Marx. Il 1821 e il 1843 sono le date che segnano luna la pubblicazione dei Lineamenti di Hegel e laltra la stesura del manoscritto marxiano di critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico. I due testi non possono non essere messi a confronto già per il fatto che quello marxiano si presenta come una dettagliata analisi di una parte importante dei Lineamenti, quella che concerne proprio il passaggio dalla società civile allo Stato politico, considerato da Hegel e anche da Marx come il nodo storico-filosofico da cui la configurazione statuale moderna ha preso necessariamente le mosse.
La filosofia del diritto è per Hegel una parte importante del suo sistema che compare allinterno dellEnciclopedia, nellambito dello Spirito oggettivo, e che si presenta come vera e propria scienza del diritto e dello Stato. E un percorso filosofico che dalle categorie più astratte (persona, contratto, volontà soggettiva) giunge a quelle più concrete e comprensive (famiglia, società civile, Stato); dalla sfera del Diritto e da quella della Moralità si arriva alla sfera dellEticità, nella quale le precedenti tappe del lungo e complesso cammino filosofico sono conservate e superate al tempo stesso.
I Lineamenti hegeliani e più in generale la Filosofia del diritto di Hegel, così come si presenta anche nellEnciclopedia, hanno lo scopo di ricostruire per la coscienza (e cioè per luomo moderno ormai capace di pensare liberamente se stesso e il suo tempo) la forma oggettiva del suo vivere sociale, la forma politica dei rapporti umani, lo Stato.
Luomo è, secondo Hegel, capace di scienza; letà moderna si caratterizza proprio per luscita definitiva delluomo da ogni condizione di minorità e di asservimento anche teorico a elementi esterni al proprio pensiero. Questa precisa condizione di libertà permette alluomo di pensare concettualmente. Lo Stato è lo "spirito che sa e vuole se stesso", è luomo (il genere umano in quanto popolo, cioè storicamente e socialmente determinato) che realizza oggettivamente, in una realtà storica universale, il pieno possesso della sua libertà.
Difronte a questa ricostruzione hegeliana dellidea di Stato, dello Stato moderno, si pone polemicamente Marx, nelle vesti di giovane hegeliano, di filosofo critico, che aspira a rovesciare (seguendo anche lumanismo feuerbachiano) il metodo speculativo hegeliano e il suo peculiare "modo di dire", cioè la sua logica e la sua tecnica argomentativa che, secondo Marx, non coglie "la logica specifica delloggetto specifico", ma rimane astratta e lontana da una realtà, quella dello Stato moderno appunto, che è fortemente contraddittoria e irrazionale.
Secondo il giovane Marx, schierato politicamente nel 1843 ancora con le posizioni democratico-radicali e a un passo dal comunismo, lo Stato moderno aliena ed estranea luomo più che realizzarlo e riprodurlo nella sua consapevolezza etica di genere. La riproduzione del genere umano, e del popolo come specificazione storica di esso, non costituisce il fine consapevole della configurazione politica dello Stato moderno. Lorigine moderna dello Stato, in altri termini, rivela chiaramente la sua profonda mancanza etica: il passaggio hegeliano dalla società civile allo Stato politico sarebbe piuttosto un mancato passaggio, un superamento etico della sfera civile in quella pubblica che lascia dietro di sé un residuo, non tesaurizzando pienamente (nel senso dellaufheben) la vita stessa del popolo (vita familiare e civile) e lasciando insoluto e aperto il problema squisitamente moderno della plebe, ossia di quel popolo massa costantemente riprodotto nella sua miseria.
Lapprodo della critica marxiana ai Lineamenti hegeliani è certamente aporetico (a detta dello stesso Marx), ma la sua concezione critica e complessa dello Stato ricomparirà esplicitamente, sotto tuttaltra forma, nella sua opera maggiore, Il capitale, e precisamente nel 24° capitolo del primo libro, dove lo Stato moderno viene fatto nascere contemporaneamente e in stretta connessione al nuovo rapporto di produzione; il capitalismo presentandosi proprio come nesso economico-politico fra la sovrastruttura statale (il potere legislativo e governativo dello Stato moderno) e il capitale complessivo nazionale gestito e conservato nella Banca centrale in forma esclusivamente monetaria.
6.1. Hegel
"b) La società civile
§ 523. La sostanza, che, in quanto spirito, si particolarizza astrattamente in molte
persone (la famiglia è una sola persona), in famiglie o individui, i quali sono per sé
in libertà indipendente e come esseri particolari, - perde il suo carattere etico;
giacchè queste persone in quanto tali non hanno nella loro coscienza e per loro scopo
lunità assoluta, ma la loro propria particolarità e il loro essere per sé: donde
nasce il sistema dellatomistica. La sostanza diventa per questa guisa
nientaltro che una connessione universale e mediatrice di estremi indipendenti e dei
loro interessi particolari; la totalità sviluppata in sé di questa connessione è lo
Stato, come società civile, o come Stato esterno."
[Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Roma-Bari, 1994, p.
494].
Ci troviamo allinterno della seconda sezione dello Spirito Oggettivo, nella sfera dellEticità. Hegel ha appena introdotto la suddivisione dellEticità nelle tre differenti sfere della famiglia della società civile e dello Stato.
La "sostanza etica" è definita e spiegata da Hegel come la consapevole e voluta riproduzione dello spirito di un popolo, il quale si dirime e si articola in individualità distinte, in particolari interessi, in persone e totalità parziali, le quali al contempo sanno e vogliono se stesse solo in quanto allinterno della sostanza, come vitali articolazioni della sostanza etica.
La famiglia costituisce il momento dellimmediatezza e della naturale riproduzione generica delluomo; riproduzione che si fa essenzialmente etica allinterno dellistituzione del matrimonio. Ma la famiglia è anche proprietà, nella quale i membri familiari si riconoscono come ununica persona. La dissoluzione dellunità familiare discende necessariamente da un lato dalleducazione della prole volta al raggiungimento della massima autonomia da parte dei figli nei confronti della famiglia originaria, dallaltra dalla necessaria connessione del patrimonio e dello spirito familiare con le altre famiglie.
Il passaggio dalla famiglia alla società civile risiede proprio nella particolarizzazione della sostanza etica in "molte persone" (famiglie o individui veri e propri) le quali sanno di essere giuridicamente ed eticamente indipendenti luna dallaltra, come "esseri particolari", liberi di perseguire il loro particolare interesse.
Lo spirito etico (ossia la stessa sostanza etica intesa da Hegel come soggetto consapevole) in questa sorta di necessaria frantumazione "perde il suo carattere etico", ossia perde la compattezza e la volontà di riprodursi come "unità assoluta". Quello che le "molte persone" sanno e vogliono è il perseguimento del loro particolare interesse; la riproduzione di sé come di una particolarità che giuridicamente è ben distinta dalle altre. Eppure, dice Hegel, latomistica a cui si riduce inevitabilmente la sostanza etica (leticità come riproduzione consapevole di una totalità organica, qui della famiglia) si presenta precisamente in forma sistematica.
E il "sistema dellatomistica" la prima definizione che Hegel dà della società civile, come sfera etica nella quale certo linteresse del particolare è ciò che subito risalta agli occhi, ciò che viene innanzitutto realizzato, ma non come qualcosa di disperso e distaccato o come qualcosa di disorganico; viceversa, la riproduzione dellinteresse particolare di ciascuno si fonda sistematicamente sulla riproduzione dellinteresse altrui. Non è daltra parte casuale che ciascuno sia connesso interessatamente allaltro, anzi è necessario che questa connessione sia stabile e duratura.
Per capire questo intervento hegeliano dobbiamo pensare alla società civile e al mondo della ricchezza smithiani o al mondo dellutile descritto da Hegel nel VI capitolo della Fenomenologia dello spirito.
"Sebbene la ricchezza sia il passivo o il nullo essa è nondimeno universale
essenza spirituale; è il risultato, che incessantemente diviene, del lavoro e del fare di
tutti, che poi si risolve a sua volta nel godimento di tutti. [
] In questo momento
ogni singolo ritiene sì di agire egoisticamente; si tratta infatti di quel momento in cui
il singolo si dà la coscienza di esser per sé, momento chegli non prende quindi
per qualcosa di spirituale; ma anche considerato soltanto dal di fuori, questo momento
appare siffatto, che nel suo godimento ciascuno dà da godere a tutti e, similmente, che
nel suo lavoro ciascuno lavora per tutti e per sé, e tutti per lui. Il suo essere-per-sé
è perciò in sé universale, e legoismo è solo un alcunchè di opinato che non
può giungere a rendere effettuale ciò chesso opina, vale a dire a far qualcosa che
non torni a vantaggio di tutti."
[Hegel, Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia, 1988, p. 52]
"Come alluomo tutto è utile, così lo è anchegli egualmente, e la
sua determinazione e destinazione è quindi di rendersi utile e universalmente
utilizzabile membro della società. Di quanto egli ha cura di sé, proprio di altrettanto
egli deve anche prodigarsi per altri; tanto si prodiga, altrettanto provvede agli affari
suoi: una mano lava laltra. Ma dovunque egli si trovi, vi si trova a proposito; è
utile agli altri e viene utilizzato."
[Hegel, Fenomenologia dello spirito, cit, p.107]
Vi è in questo mondo il consapevole perseguimento del proprio utile, vige in esso un sano egoismo, grazie al quale la società produce e riproduce se stessa anche nel suo insieme. La mano invisibile di Smith è proprio quel principio non strettamente etico, secondo Hegel, con il quale leconomia politica classica ha tuttavia spiegato in che modo e in virtù di che cosa latomistica della società civile moderna non si riduce a una mera disarticolazione di singoli interessi, a uno scontro fra unilateralità, a una guerra di tutti contro tutti, ma, al contrario, a una organizzazione sistematica di particolari egoismi.
La mano invisibile però non ci spiega il modo in cui lorganismo civile si rende consapevole di essere questunità; il meccanismo con il quale latomistica civile si sistema a totalità organica e persegue un unico interesse generale, pur diversificandosi al proprio interno in individualità, è un puro meccanismo privo di autocoscienza, di consapevolezza. La mano invisibile è un duro automatismo che manca di fluidità concettuale: prende atto cioè della conversione del particolare nelluniversale, ma non attribuisce alluniversale capacità di consapevole e voluta autoriproduzione. Insomma, luniversale interesse non è soggetto, ma prodotto di particolari soggetti distinti fra loro, i quali condividono estrinsecamente ciò che è in comune, nella misura in cui non lo sanno e non lo vogliono come scopo ultimo della loro attività. Ciò che vogliono è solo il proprio, privato interesse e la connessione con gli altri è utilizzata come strumento per meglio perseguirlo e stabilmente realizzarlo.
La durezza del mondo della ricchezza smithiano, il suo essere impermeabile nei confronti di una spiegazione concettuale (che attribuisce soggettività alloggetto spiegato), coincide con la sua mancanza etica, cioè con la sua estrinsecità, con la sua incapacità di rendersi autocosciente, cioè consapevole di essere ununità connessa di articolazioni, le quali solamente in essa possono vivere e riprodursi come tali. La consapevolezza del bene comune e la volontà di perseguirlo da parte dei singoli, può generarsi solo da una comprensione concettuale della società civile, del suo modo di riprodursi, della sua eticità.
La sostanza etica - come sistema dellatomistica - non si fa soggetto, e cioè manca di spiritualità, di consapevolezza e volontà diretta verso la propria realizzazione. Daltra parte, questa stessa sostanza, che è la società civile, è già Stato, sebbene come Stato esterno.
Quando Hegel dice che è "in sé" Stato, intende che la società civile è certamente lo Stato per chi espone la scienza del diritto (cioè per chi comprende concettualmente il cammino dello spirito etico, per il filosofo e non per leconomista politico), e cioè che questa "connessione universale e mediatrice di estremi indipendenti" è proprio lo Stato, quello Stato che ancora deve comparire nella sua piena e intrinseca eticità; ma che qui, nellesposizione filosofica del diritto, tuttavia già compare, sebbene compaia come Stato esterno, non ancora consapevole di essere tale.
Dunque, secondo Hegel, la società civile si genera dalla riproduzione e dissoluzione in essa dellunità familiare; questa particolarizzazione della sostanza etica, questo "sistema dellatomistica" si presenta in forma oggettiva e inconsapevole, tuttavia si presenta come "connessione universale", la quale, come si vedrà nel prosieguo dellesposizione - intende Hegel - , è già lo Stato. Tuttavia, a questo punto dellesposizione non è ancora lo Stato vero e proprio. Hegel lo chiama perciò Stato esterno, attribuendogli anche quellestrinsecità propria del mondo della ricchezza che, sebbene riproduca se stesso come sostanza etica (fondata sulletica del lavoro, dellutile e sulla mano invisibile), lo fa però inconsapevolmente, quasi alla cieca.
Allora lorigine dello Stato, secondo Hegel, non può che discendere dalla stessa società civile, se, così come viene spiegato nella citazione, essa è già Stato, sebbene non ancora consapevole di esserlo.
Questo arricchimento della società civile in termini di eticità e di consapevolezza non le proviene dallesterno, ma dalla sua stessa interna articolazione che (dato il passaggio alla polizia o politica economica civile) unisce le individualità e gli atomi che la compongono in totalità parziali, come Hegel chiama le corporazioni, nelle quali i singoli identificano il loro proprio interesse con linteresse comune o corporativo.
Un ulteriore passaggio dal particolare privato alluniversale pubblico è rappresentato, nellambito dello Stato hegeliano (la monarchia costituzionale), dalla mediazione politica degli ordini (il ceto rurale, il ceto cittadino-corporativo, il ceto burocratico) allinterno dellassemblea legislativa; ossia la mediazione che lelemento politico di ordine attua fra interessi propriamente civili e interessi politici.
"§ 302 I ceti come organo di mediazione tra governo e popolo,
ovvero tra monarca e popolo
Considerati come organo di mediazione, i ceti [Stände] stanno fra il governo in
generale e il popolo disseminato in individui e in sfere particolari.
La destinazione dei ceti comporta in essi il senso e la predisposizione tanto per lo Stato
e il governo, quanto per gli interessi delle cerchie particolari e dei singoli.
Al tempo stesso, questa collocazione ha il significato di una mediazione comune insieme al
potere governativo organizzato. E questo affinché il potere sovrano non appaia come
estremo isolato - e perciò non come mero potere di dominio e come arbitrio - ;
affinché non si isolino gli interessi particolari delle comunità, delle corporazioni e
degli individui, e, infine, affinché i singoli non giungano a rappresentare una
moltitudine e una turba, e non pervengano quindi a opinioni e volontà disorganiche
trasformandosi in mero potere della massa contro lo Stato organico."
[Hegel, Lineamenti della filosofia del diritto, a cura di V. Cicero, Rusconi,
Milano, 1996, p. 513]
Siamo nel cuore dello Stato hegeliano, ossia allinterno dellassemblea legislativa. La monarchia costituzionale descritta da Hegel si fonda sui tre differenti poteri della costituzione: il potere sovrano, il potere governativo e il potere legislativo.
Questultimo garantisce che le differenze interne alla costituzione possano trovare un termine di mediazione, cosicché i tre poteri siano organicamente connessi tra loro e ciascuno di loro con la società civile.
I soggetti politici che effettivamente mediano gli interessi civili (delle corporazioni, delle cerchie, degli individui e del popolo in generale) con gli interessi dello Stato, sono gli ordini o ceti (lordine universale o dei funzionari governativi, lordine sostanziale o del possesso fondiario, lordine dei bisogni particolari e del lavoro, o ordine corporativo-cittadino), i quali rappresentano una suddivisione della società civile che risponde non solo a interessi corporativi o privati, ma contemporaneamente a interessi eminentemente pubblici. I ceti sono la stessa società civile così come compare nellassemblea legislativa e nellesercizio del potere legislativo. Essi si trovano, nella loro funzione legislativa di rappresentanza e deputazione degli interessi civili, tra il potere del governo (esecutivo e giudiziario) e il popolo diviso in cerchie e singole individualità. Il loro potere è quello non solo di fare le leggi e conservare la costituzione, ma di farle per linteresse sia dello Stato che della società civile; la mediazione che da loro si esige consiste precisamente nel rendere pubblici gli interessi privati, attraverso la legiferazione. Daltra parte il loro compito è quello di non permettere che lelemento privato e disorganico si opponga senza mezzi termini allinteresse universale e organico dello Stato. Essi, dice Hegel, partecipano sia del governo (lordine universale) che dellinteresse particolare o corporativo (gli ordini privati: ceto sostanziale e ceto cittadino).
Questa loro doppia "collocazione" ha già la caratteristica di una mediazione, cioè di una connessione necessaria e organica fra Stato e società civile. La loro presenza al governo (attraverso nomina regia) fa sì che il potere del sovrano non appaia come un "estremo isolato", cioè come un opposto unilaterale, difronte al popolo. E daltra parte fa sì che il popolo non si astenga dallorganizzarsi politicamente entro ambiti costituzionali.
La loro presenza evita che lo Stato si disgreghi, smetta di riprodursi e vada incontro alla propria rovina. Evita cioè che lidentità mediata fra Stato e società civile si trasformi in unopposizione inconciliabile: da una parte larbitrio incontrollato del potere del sovrano e dallaltro il popolo come massa informe, cioè non distinta nellorganizzazione civile e politica cetuale.
Secondo Hegel dunque, possiamo dire, lo Stato e la società civile, al culmine della loro organizzazione politico-costituzionale, non solo si identificano, ma non possono non identificarsi, pena la mancata riproduzione dellintero organismo politico e civile. Certo, la loro identità non è immediatamente data e garantita, ma è piuttosto un processo di distinzione e accordo fra i diversi poteri costituzionali, fra i diversi ambiti amministrativi (civili e governativi), fra i diversi particolari interessi, fra questi e lo Stato nel suo insieme.
Proprio questopera di mediazione, attuata consapevolmente e volutamente dagli ordini entro il potere e lassemblea legislativa, rende lidentità fra la sfera civile e la sfera pubblica, unidentità fortemente organica e perciò sostanzialmente etica. Rende la società civile Stato e lo Stato società civile. Dà origine, in altri termini, allorganizzazione statuale moderna (la monarchia costituzionale), che, secondo Hegel, fonda la sua eticità sulla consapevolezza di essere un tuttuno organico e coeso.
Lorigine dello Stato moderno perciò, secondo la visione hegeliana, si presenta come un processo di mediazione costantemente in atto, che si autoriproduce, e che si mantiene in equilibrio grazie allelemento politico degli ordini, i quali fanno passare linteresse civile nellinteresse pubblico e statuale.
Lo Stato hegeliano non ha perciò certamente unorigine contrattualistica - contro la quale anzi Hegel si scaglia ripetutamente - ma a stretto rigore nemmeno unorigine solo ideale, come se lo Stato fosse il termine ultimo o un modello a cui deve rifarsi, tacendo, linteresse civile e privato. Viceversa, come appare dai passi citati, lo Stato per Hegel è la stessa società civile, nella misura in cui questa si riproduce come ununità organica e mediata di interessi particolari, consapevolmente connessi luno allaltro e portatori di ununica istanza etica sostanziale. Qualora la mediazione venisse interrotta e "[ ] lopposizione [ ] non concernesse meramente la superficie ma divenisse unopposizione sostanziale, allora lo Stato andrebbe incontro al suo declino" (Hegel, Lineamenti, cit., p. 513). Linevitabilità del declino dello Stato, qualora i suoi legami con la società civile venissero recisi, ci conferma che lorigine di esso non è da cercarsi altrimenti che nel suo rapporto con quella: data lidentità mediata dei due, è data la riproduzione dello Stato nel suo insieme. Luno e laltra sono, in altri termini, lo stesso identico organismo.
6.2. Marx
Nel manoscritto di critica a Hegel la forma politica di Stato, secondo Marx, deriva certamente dalla struttura stessa della società civile, nella quale si realizza la vita e la volontà del popolo. Questo principio etico unitario perde però la sua essenziale compattezza proprio nel "passaggio" alla forma politico-statuale. Lo Stato moderno perciò, secondo Marx, tradisce lessenza etica su cui pure poggia; il popolo non viene accolto allinterno della costituzione politica, al suo posto intervenendo la mediazione cetuale, la volontà del sovrano, il potere burocratico del governo, etc.
La vera realizzazione della volontà del genere, delluomo-popolo marxiano (il Volk-Gattung), si ha solo con la democrazia, ossia con unidentificazione politica immediata (grazie allistituto del suffragio universale attivo e passivo) fra popolo e Stato. Daltra parte, questa immediatezza dissolve lopposizione che pure sussiste nella realtà moderna, fra società civile e Stato politico, fra Stato e popolo, fra "vita del popolo" e costituzione "per ordini". La democrazia si presenta perciò come superamento pratico e teorico di ogni mediazione politica, ma anche di ogni reale opposizione fra principi etico-generici e principi politici. La forma politica della moderna società, in un quadro democratico, si presenta superflua, nella misura in cui, secondo Marx, semplicemente si dissolve insieme allopposizione stessa.
La critica che il giovane Marx rivolge allo Stato hegeliano si presenta dunque molto complessa, analitica. Può certamente essere considerata come il primo affondo filosofico che viene duramente portato contro la scienza del diritto hegeliana e soprattutto contro la connessione istituita da Hegel fra società civile e Stato.
"Lidentità, che Hegel ha costruito tra società civile e Stato, è
lidentità di due eserciti nemici, dove ogni soldato ha la "possibilità"
di divenire attraverso "diserzione" membro dellesercito
"nemico", e certamente con ciò Hegel descrive correttamente la situazione
empirica presente."
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, a cura di Finelli-Trincia, Edizioni
dellAteneo, Roma 1973, p. 115]
La critica marxiana allo Stato hegeliano e alla speculazione, nel manoscritto si presenta come una critica dettagliata ai paragrafi 261-313 dei Lineamenti di filosofia del diritto hegeliani; è una critica non solo al passaggio dalla società civile allo Stato, una critica alla forma solo politica di Stato, allo Stato moderno-hegeliano (la monarchia costituzionale e la costituzione "per ordini"), ma più precisamente al sistema statuale concepito da Hegel, allorizzonte etico e categoriale in cui viene a configurarsi lidea di Stato, lo "Spirito che si sa e si vuole", e infine al "modo [hegeliano] di dire" lo Stato, contraddittorio e paradossale, oltreché acritico e dissimulatorio nei confronti della moderna realtà.
"Negli Stati moderni, come nella Filosofia del diritto di Hegel, la consapevole,
la vera realtà dellaffare universale è solo formale o solo il formale è il reale
affare universale. Hegel non è da criticare perché descrive lessenza dello Stato
moderno, come essa è, ma perché egli presenta ciò che è, per lessenza dello
Stato. Il fatto che il razionale è reale, ha la sua prova proprio nella contraddizione
dellirrazionale realtà che in ogni luogo è lopposto di ciò che essa
asserisce ed asserisce lopposto di ciò che essa è"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, cit., p. 136]
Nello Stato hegeliano si concentra la complessità dellestraneazione della moderna società civile, nello Stato hegeliano si realizza al contempo la società civile. Daltronde il passaggio dalluna allaltro, dice Marx, è lestraneazione stessa che, inconciliabile, non può riguardarsi come risultato teoreticamente ed eticamente valido.
"Lo Stato è un astratto. Unicamente il popolo è concreto. Ed è degno di nota
che Hegel, che ascrive senza esitare una qualità vivente allastratto, ascriva al
concreto una qualità vivente, come quella della sovranità, solo con esitazione e
riserve"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, cit., p. 77]
"Il potere legislativo ha fatto la Rivoluzione Francese; esso, dove è apparso
nella sua particolarità come il dominante, ha fatto in generale le grandi, organiche,
rivoluzioni universali[
]proprio perché il potere legislativo era il rappresentante
del popolo, della volontà del genere [Gattungswillens]"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, cit., p. 127] (10)
Luomo-popolo-genere sarebbe il vero principio unitario, solo a partire dal quale lo Stato si configurerebbe come una totalità razionale, organica e spirituale insieme. Lorganismo politico, che è lo Stato, sarebbe, senza mediazione, popolo, e viceversa. Lo Stato-popolo rifletterebbe lessenza generica delluomo, in sé già sociale, politico e etico insieme.
Le mediazioni politiche hegeliane (la funzione degli ordini nellassemblea legislativa) verrebbero così annullate dallimmediata identità dessenza che, secondo Marx, deve riguardare Stato e popolo.
"La democrazia è la verità della monarchia, la monarchia non è la verità della
democrazia[
]: nella democrazia la costituzione stessa appare solo come una
determinazione e precisamente autodeterminazione del popolo. Nella monarchia noi abbiamo
il popolo della costituzione: nella democrazia la costituzione del popolo. La democrazia
è lenigma risolto di tutte le costituzioni"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, cit., p. 79]
E qui che il piano filosofico-politico prende il sopravvento; la modernità della società civile e dello Stato hegeliano viene messa alla prova dalla nozione marxiana di democrazia e dalla connessa critica al principio della deputazione-rappresentanza cetuale. A questo proposito bisogna sottolineare che non si può comunque attribuire al Marx della Critica un disegno categoriale di carattere specificamente teorico-politico. E cioè lo stesso Volk non vale solo e tanto come principio di superamento pratico della scissione moderna del civile dal politico, piuttosto come orizzonte etico e metafisico - è lessenza generica che si svolge a Stato - di quello che, per Marx, è lo Stato reale, la società come totalità concreta, che organicamente e consapevolmente mantiene e conserva se stessa nella razionalità del suo essere presso di sé.
Nel manoscritto, la configurazione politica dello Stato marxiano, seppure altra rispetto a quella hegeliana, ha in comune con questa l'orizzonte etico : l'unità consapevolmente realizzata di particolare e universale, la realizzazione cioè della libertà delluomo moderno, non come arbitrio del singolo, dellinteresse privato, delluomo economico (del bourgeois), piuttosto come lautodeterminazione dellinteresse universale, del cittadino dello Stato (del citoyen), dellintiero.
E perciò che la "dissoluzione" dello Stato politico e della società civile presi insieme, la dissoluzione della loro estraneazione, prospettata da Marx a conclusione della sua critica, più che configurare una teoria statuale altra rispetto a quella di Hegel, può essere considerata come la conseguenza diretta dellimmediata identità dessenza fra Stato e popolo, posta da Marx in sede etico-filosofica.
"Nellelezione illimitata, sia attiva che passiva, la società civile è in
primo luogo sollevata realmente allastrazione da se stessa, allesistenza
politica come sua vera, universale, essenziale esistenza. Ma il completamento di questa
astrazione è contemporaneamente il superamento dellastrazione. [
] La riforma
elettorale è dunque la richiesta, allinterno dello Stato politico astratto, della
dissoluzione di questo Stato, ma nello stesso tempo della dissoluzione della società
civile"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, , cit., p. 224-225]
La proposta del suffragio universale configura lo Stato marxiano come totalità non scissa; uno Stato identico immediatamente col Volk, e perciò etico e democratico, uno Stato che, solo in questa immediatezza, ricompone realmente lestraneazione.
Lo Stato-popolo marxiano unisce in sé, senza mediazione, il piano teorico e quello pratico della sua eticità ; e il suo orizzonte etico, se lacerato, non ammette ricomposizioni di sorta, le quali, per altro, cadrebbero fuori della sua stessa essenza. Allora, lestraneazione reale delleticità moderna potrebbe risolversi solamente nella dissoluzione reciproca degli opposti, come dissoluzione dello Stato solo politico e della società solo civile ; una dissoluzione, altrettanto immediata quanto la loro perduta identità.
E certamente forte la critica di Marx alla forma prussiana di Stato; contemporaneamente però si deve rilevare come in questo manoscritto vi sia un atteggiamento politico di Marx teso fortemente a fissare la nozione di conflitto, di ostile opposizione, di guerra civile. Se infatti il popolo dovrebbe essere la vera essenza dello Stato moderno, la realtà tuttavia si impone scissa e inconciliabile. Non solo non cè identità, nella realtà, fra società civile e società politica, fra Stato e popolo, ma non cè neppure, secondo Marx, la loro organica e mediata ricomposizione.
In questo senso, sebbene nella Critica non vi sia un disegno politico di Marx ben definito, né teorico né pratico, vi è tuttavia una forte tendenza da parte sua a considerare la nozione di guerra civile - conflitto fra civile e politico, fra potere del popolo e potere dello Stato, etc. - come una categoria esplicativa e risolutiva delle moderne contraddizioni che si presentano nella società, nello Stato e fra di essi.
"Qui si fa avanti tutta lassurdità di questi estremi, che scambievolmente
ora giocano il ruolo dellestremo, ora quello del medio. [
] Si vede che è una
società, che è battagliera nel cuore, ma teme troppo i lividi per darsele realmente
[
]. E sorprendente che Hegel, che riduce questa assurdità della mediazione
alla sua astratta, logica, quindi falsificata, irriducibile espressione, la qualifica
contemporaneamente come mistero speculativo [
], sillogismo"
[Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, cit., p. 115]
La dissoluzione cui giungerebbe lopposizione di civile e politico, di Stato e popolo, la dissoluzione di entrambi i termini, sarebbe, secondo Marx, lunico risultato da attendersi dal loro inevitabile e aperto conflitto, portato alle estreme conseguenze proprio dalla forma democratica di Stato, nella quale, tramite elezione illimitata attiva e passiva, il popolo sarebbe rappresentato al meglio nellambito della società politica. Tuttavia, dice Marx, anche lo Stato democratico, superamento positivo della limitata e retrograda organicità della monarchia costituzionale e della costituzione "per ordini", non riuscirebbe nel suo intento etico, cioè in quello di mantenere intatta la vita generica delluomo-popolo. Il conflitto dissolverebbe perciò, più che risolvere, il dualismo e lestraneazione etico-politica presente nella moderna società civile e "negli Stati moderni come nella Filosofia del diritto di Hegel"; ma insieme dissolverebbe la stessa forma politica di Stato, mostrandone i limiti e le contraddizioni interne alla sua stessa essenza.
Facciamo adesso un salto di ventanni e andiamo a vedere con quale tono e atteggiamento Marx tratta e spiega lorigine dello Stato moderno nel Capitale (1867).
Nel primo libro del Capitale Marx abbandona decisamente la critica a Hegel e si accinge a stendere una critica serrata alleconomia politica classica (Smith, Ricardo, etc.). Nel 24° capitolo, intitolato La cosiddetta accumulazione originaria, viene ricostruita la genesi storica del capitalismo. Esso nasce in Inghilterra (dalla fine del XIV secolo in poi) con il processo di espropriazione della popolazione rurale (yeomanry) da parte dei grandi proprietari terrieri (landlords), che trasformavano via via i campi coltivati in pascoli da pecore. La lana, da esportare verso le manifatture fiamminghe, era la merce che i proprietari di terra e gli affittuari miravano a produrre in vista dei grandi profitti, che si profilavano a causa dellaumento del suo prezzo di mercato.
Il 1662 segna la definitiva legalizzazione dellespropriazione attuata nei secoli precedenti dai landlords. Il potere legislativo dello Stato riconosce le recinzioni delle terre comuni e la proprietà privata capitalistica della terra.
"La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello Stato, e ne fa uso, per
"regolare" il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti a chi
vuol fare del plusvalore, per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere
loperaio stesso a un grado normale di dipendenza. E questo un momento
essenziale della cosiddetta accumulazione originaria"
[Marx, Il capitale. Critica delleconomia politica, a cura di D. Cantimori,
Roma, Editori Riuniti, libro I, (1964) 1989, pp. 800-801]
I soggetti della moderna società descritta da Marx nella Critica, qui sono totalmente cambiati. La struttura materiale della società borghese, il rapporto di produzione capitalistico, la polarizzazione sociale fra proprietari di terra e capitale da una parte e proprietari di forza-lavoro dallaltra, costituiscono il quadro complesso su cui si incentra lanalisi marxiana.
Il problema dellorigine dello Stato borghese-capitalistico si inserisce allinterno di una problematica più vasta: lorigine del capitalismo in quanto tale.
In questo senso Marx individua un lungo processo storico di connessione fra la struttura economica della nascente società borghese e la sovrastruttura politica rappresentata innanzitutto dal potere dello Stato moderno.
La formazione della classe borghese e la formazione contemporanea della classe degli operai salariati, non avviene da sé, cioè in modo automatico e spontaneo; viceversa, lintervento essenziale del potere legislativo dello Stato, fa sì che le due figure sociali possano inserirsi allinterno di un rapporto di produzione consolidato ed esteso legalmente su tutto il territorio nazionale (lInghilterra dei secoli XVII e oltre). Secondo Marx il capitale è innanzitutto un rapporto di produzione e un rapporto di sfruttamento delloperaio salariato da parte del proprietario dei mezzi di lavoro, che nasce dalla dissoluzione della società feudale. Nasce in modo essenzialmente violento (lespropriazione coatta della yeomanry, la sua espulsione dalle terre e la sua trasformazione in proletariato eslege), ma, al dunque, una volta che il potere dello Stato si sia reso garante dello status quo raggiunto allindomani della trasformazione economica della società - la scomparsa della figura sociale del piccolo contadino proprietario dei suoi mezzi di produzione e la comparsa del grande proprietario fondiario-capitalista da un lato e del libero lavoratore dallaltro -, la violenza originaria cede il passo alla regolamentazione del salario delloperaio, della giornata lavorativa e della forma di stabile dipendenza della classe proletaria dai proprietari di terra e capitale.
Lo Stato moderno in quanto tale, secondo Marx, nasce contemporaneamente alla moderna società borghese, coprendo un lungo spazio di tempo e unarea geografica estesa oltre la stessa Inghilterra. Ciò che qui va segnalato è proprio il nesso originario che unisce e tiene stabilmente insieme lo Stato e il capitale, il piano economico-strutturale e il piano politico-sovrasttrutturale. La cosiddetta accumulazione originaria non segna solo lorigine di una nuova forma economica di società, ma, insieme a questa, lorigine della forma borghese di Stato, lo Stato moderno-capitalistico.
"I vari momenti dellaccumulazione originaria si distribuiscono ora, più o
meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e
Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati
sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema
tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza
più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello
Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il
processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione
capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia
società, gravida di una società nuova. E essa stessa una potenza economica"
[Marx, Il capitale, cit, pp. 813-814].
Lazione sistematica del potere dello Stato si concentra e organizza in modo tale da limitare la violenza dellespropriazione; questa violenza sociale "concentrata e organizzata" dal potere dello Stato trasforma definitivamente la società feudale, i rapporti feudali di proprietà della terra in società capitalistica. La legalità deve imporsi e si impone come stabile risultato economico-politico raggiunto dal potere dello Stato, il quale, difronte alla violenza espropriatrice dei landlords nei confronti della classe piccolo-contadina, risponde con il riconoscimento politico dellespropriazione stessa, riconoscendone al contempo tutte le conseguenze di carattere economico e facendosi in prima persona portatore della nuova sistemazione sociale dei rapporti di produzione.
Dunque lorigine dello Stato borghese ha una sua precisa e complessa storia, la quale si identifica con la genesi stessa del capitalismo, che Marx ricostruisce in questo lungo e decisivo capitolo del primo libro del Capitale.
Se la violenza espropriatrice viene sistemata in un sol colpo su tutto il territorio nazionale dal potere legislativo dello Stato (Inghilterra 1662), la riproduzione della sovrastruttura statale, spiega Marx, riceve la sua garanzia dal nesso economico-politico che, sempre in Inghilterra nel 1694, viene istituito fra capitale monetario produttivo dinteresse e potere del governo. E la nascita della Banca centrale (la Banca dInghilterra) che permette allo Stato di riprodurre se stesso e il suo ordinamento politico-sociale, ossia di riprodurre la spesa pubblica come sistema del debito pubblico.
"Il sistema del credito pubblico, cioè dei debiti dello Stato, [
]
simpossessò di tutta lEuropa durante il periodo della manifattura [
].
Il debito pubblico, ossia lalienazione dello Stato - dispotico, costituzionale o
repubblicano che sia - imprime il suo marchio allera capitalistica."
[Marx, Il capitale, cit, pp. 817].
Lo Stato "aliena" materialmente se stesso nel nuovo e stabile rapporto di produzione, ricevendo dal credito pubblico (cioè dal capitale monetario nazionale gestito dallistituto bancario centrale) la garanzia della propria sopravvivenza.
E questo un livello superiore, del nesso Stato-capitale, rispetto a quello che si è in precedenza visto, ma, come sottolinea Marx, imprescindibile qualora si voglia tracciare la storia originaria dellera capitalistica.
Il 24° capitolo del primo libro del Capitale analizza e connette tutti i livelli, non semplificando né tralasciandone alcuno. Qui, in conclusione, basti segnalare latteggiamento storico-materialistico di Marx, volto alla ricostruzione della genesi capitalistica dello Stato moderno-borghese.
La critica delleconomia politica (sottotitolo del Capitale) si presenta perciò anche come critica di chi tende a separare lorigine economico-strutturale della società borghese dallorigine politico-sovrastrutturale dello Stato moderno. Stato e capitale nascono insieme e insieme, secondo Marx, vanno indagati.
Bibliografia: i testi utilizzati
Platone
Aristotele
Agostino
Machiavelli
Hobbes, Locke, Rousseau
Hegel e Marx
Note
(1) E questo un Socrate autentico e platonico allo stesso momento. La vicenda socratica, laccusa e la condanna di Socrate da parte della polis democratica, fa sì che le parole da lui qui pronunciate, contro la visione della giustizia da parte di Trasimaco, acquistino una concretezza in atto, viva e precisa. Il Bene comune è ciò che ha spinto Socrate al dialogo con i suoi concittadini ma anche allaccettazione, ferma e irremovibile, della condanna a morte. Linteresse personale del singolo individuo si inabissa di fronte alla necessità che luniversale interesse della polis venga attuato e conservato. La visione platonica della Politéia (e cioè non di una polis qualunque ma della polis perfetta) ha innanzitutto lo scopo di conservare lequilibrio generale di unarticolazione viva e in se stessa differenziata quale è quella politica: lequilibrio tra le parti , che si identifica proprio con quella giustizia che, sola, è in grado di realizzare il Bene universale.
(2) Le traduzioni dei testi di Platone e di Aristotele sono nostre.
(3) Letimologia del termine teoretico va fatta risalire al verbo greco theoréo che vuol dire proprio guardare. Dunque la ricerca proposta da Socrate, intorno a che cosa sia giustizia, ha un carattere squisitamente teoretico, ossia, letteralmente visivo e osservativo. Loggetto da definire è tanto meglio conosciuto e riconosciuto quanto più è visibile. Lidea (la forma, la visione, etc.) del più piccolo viene spiegata attraverso losservazione di ciò che le somiglia, ma in scala di grandezza maggiore. Come si sa, anche la radice greca di idéa rimanda allatto stesso del vedere.
Sullorigine visiva della speculazione greca antica rimandiamo ai seguenti testi di Guido Calogero: Storia della Logica antica, vol.I, Letà arcaica, Bari, Laterza, 1967 e Studi sulleleatismo, Firenze, La Nuova Italia, 1977.
(4) La dottrina del diritto naturale o giusnaturalismo si fonda sulla moderna teoria secondo cui in ogni uomo sono insiti e a lui connaturati per nascita diritti e valori che nessuna autorità esterna e nessuna codificazione giuridica istituzionale - nessun diritto positivo - può disconoscere o annullare. Viceversa, è proprio il diritto positivo che ad essi deve essenzialmente adeguarsi. La teoria del contratto o del patto sociale, muove proprio da questo assunto giusnaturalistico, tale per cui il corpo politico (lo Stato) prende le mosse da un consapevole riconoscimento dei diritti naturali delluomo. Il contratto garantisce perciò al suddito lesercizio della libertà (nella sfera privata), il diritto alla vita e alla sicurezza della proprietà, libertà di religione, di pensiero, e così via.
(5) "Sulla differenza fra contratto (Contract) e patto (Pact) si veda Th. Hobbes, [ ] Leviatano, Firenze, la Nuova Italia, 1976, XIV, p.128: mentre il primo comporta il trasferimento della cosa oltre alla traslazione del diritto, e dunque una situazione di scambio, il secondo comporta una cessione del diritto attendendo ladempimento nel tempo futuro [ ]." (AAVV, Il contratto sociale nella filosofia politica moderna, a cura di G. Duso, il Mulino, Bologna, 1987, p.10n). Quello dei contrattualisti, e di Hobbes innanzitutto, è certamente da intendersi propriamente come patto.
(6) AAVV, Il contratto sociale nella filosofia politica moderna, a cura di G. Duso, Il Mulino, Bologna 1987 p. 151.
(7) Ib., cit., p.164.
(8) Ib., p.166.
(9) "Il vero senso di questa parola si è quasi completamente cancellato presso i moderni: la maggior parte scambia la città, materialmente considerata (ville) per la "città" come entità politica (cité), e un abitante di città per un cittadino. Non sanno che le case fanno la prima, ma solo i cittadini fanno la seconda. Questo stesso errore costò caro in passato ai Cartaginesi. Non ricordo di aver letto che il titolo civis sia stato mai dato ai sudditi di nessun principe; neanche anticamente ai macedoni, né, ai giorni nostri, agli Inglesi quantunque più di tutti gli altri siano vicini alla libertà. I solo Francesi prendono molto familiarmente questo nome di "cittadini", perché non ne hanno unidea esatta, come si può vedere dai loro vocabolari; incorrerebbero, altrimenti usurpandolo, nel delitto di lesa maestà: per loro invece questo nome esprime una virtù, e non un diritto. Quando Bodin ha voluto parlare dei nostri cittadini ed abitanti di città, ha fatto un grosso sbaglio, scambiando gli uni per gli altri. Monsieur dAlembert invece non ha sbagliato, ed ha ben distinto, nella voce Ginevra, i quattro ordini di uomini (anzi cinque, comprendendovi i semplici stranieri) che sono nella nostra città, e di cui soltanto due compongono la repubblica. Nessun altro autore francese, che io sappia, ha compreso il vero significato della parola "cittadino""[Nota di Rousseau].
(10) Della Volpe traduce "volontà generale" invece di "volontà del genere" (Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, in Marx-Engels, Opere, v. III, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 69). Ciò sta a significare la differente interpretazione data da Finelli-Trincia al rapporto Marx-Rousseau. Secondo gli autori la democrazia marxiana è molto più vicina alla concezione etica dello Stato hegeliano che alla democrazia diretta rousseauiana. Evidentemente, secondo Della Volpe, è vero piuttosto il contrario. Ma su tutto questo rimandiamo il lettore al commentario Finelli-Trincia sopra citato.