Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
1. Premessa. La logica aristotelica
Parleremo qui di seguito della logica aristotelica. E importante sottolineare che il termine "logica", in riferimento al modo di pensare e parlare proprio delluomo razionale, viene introdotto successivamente ad Aristotele, ed esattamente dagli stoici antichi nel III-II secolo aC. Aristotele usa invece il termine di "analitica", intendendo con essa quel peculiare studio delle regole del pensiero e del linguaggio, valide per la scienza ma anche comunemente, nel semplice dialogo fra uomini e nel confronto delle loro opinioni.
Daltra parte, il logos (da cui "logica" in italiano, la scienza che lo studia) è tradizionalmente nel mondo greco, almeno da Eraclito e Parmenide in poi, quel pensiero-parola-discorso che esprime la verità e non laccidentalità delle cose, designa il loro peculiare modo di essere. La corrispondenza tra lessere delle cose e il loro logos è dunque un problema filosofico risalente ai presocratici, ripreso e problematizzato da Socrate e successivamente da Platone.
Aristotele tesaurizza tutto il bagaglio teorico a lui precedente, criticando innanzitutto la soluzione platonica (le idee o forme-specie delle cose da esse separate), e proponendone una sua propria, argomentata a lungo e in modo molto complesso nei trattati pervenutici e raccolti da Andronico di Rodi nel I secolo aC sotto il nome di Organon. "Organon" vuol dire esattamente "strumento", e lo strumento con cui luomo conosce, pensa, parla e si esprime appropriatamente è appunto il logos, lelemento logico-linguistico della conoscenza umana. La logica dunque, e specificamente la logica di Aristotele, prende a oggetto della sua analisi proprio laspetto strumentale della conoscenza: come e perché pensiamo? con che cosa pensiamo quando pensiamo? e perché pensiamo proprio così? quali regole seguiamo per farci capire? e quali regole per capire a nostra volta?
Sono tutte domande strumentali, che si interrogano non sulloggetto verso cui è indirizzata la nostra attenzione (la verità filosofica, il mondo animale, il bello, etc.), ma sul modo in cui questo oggetto viene da noi conosciuto, pensato e ed espresso a parole.
Allora lOrganon, linsieme delle opere di logica aristotelica, si concentra sullo strumento usato dalluomo quando pensa, per pensare. Lo strumento, in realtà, non è uno, ma è un insieme articolato di strumenti che Aristotele organizza dettagliatamente. Vediamo come e dove.
Gli scritti di logica sono i seguenti: Categoriae, De Interpretatione, Analytica priora, Analytica posteriora, Topica, Elenchi sophistici.
Nelle Categoriae vengono presi a tema i "termini" con cui il nostro pensiero-linguaggio si articola, ossia i singoli elementi del discorso, la loro validità e il loro rapporto reciproco; nel De Interpretatione Aristotele passa alla "proposizione" e al rapporto fra proposizioni; nei due Analitici introduce la sua teoria del sillogismo (della deduzione e implicazione delle proposizioni fra loro), la quale si differenzia se rivolta verso argomentazioni di carattere scientifico o meno. Nei Topica e negli Elenchi sophistici Aristotele definisce e applica la sua concezione della "dialettica", distinguendola accuratamente da quella platonica e da quella capziosa e falsa dei sofisti.
1. 1. Questioni preliminari
Prima però di passare allantologia e al commento dei brani tratti dalle opere di logica, vogliamo impostare ulteriormente il discorso introduttivo per chiarire questioni preliminari allesposizione vera e propria dellOrganon aristotelico.
1.1a Logica e ontologia
Innanzitutto il rapporto fra piano strettamente logico e piano ontologico della conoscenza. Il rapporto cioè fra il linguaggio e il pensiero delle cose e le cose stesse nella loro più intima e sicura verità. Questo è un nodo teorico fondamentale che nella filosofia aristotelica può essere bene rappresentato dal rapporto che intercorre fra lOrganon e la Metafisica, ossia fra lo studio della forma logica del pensare il vero e lo studio del vero in quanto tale. Il piano logico-linguistico (del logos) e il piano dellessere (dellón, di ciò che è) non sono separati, come non è separato lo strumento dalloggetto su cui viene utilizzato. Secondo Aristotele poi, le leggi del pensiero, come vedremo meglio più avanti, trovano una loro corrispondenza non casuale nei princìpi ontologici primi: la ricerca filosofica essendo proprio lo studio delle cose con il pensiero, e il pensiero del vero (ossia della sostanza delle cose) è la felicità più alta a cui luomo può aspirare.
1.1b Noetico e dianoetico. Le categorie e la proposizione
Unaltra questione importante posta esplicitamente da Aristotele in sede logica è quella circa la distinzione fra dialettica e apodittica, ossia fra la capacità di argomentare attraverso e secondo opinioni comunemente accettate (éndoxa) oppure attraverso argomentazioni vere, che partono e giungono a verità inoppugnabili. In realtà, questa distinzione si accompagna a unaltra di carattere ancora più generale, che riguarda proprio laspetto "mentale" della conoscenza e non solo quello logico-linguistico. Secondo Aristotele infatti vi sono delle verità logiche noetiche (da noeo pensare, e da nous mente), ossia evidenti immediatamente di per sé senza bisogno di argomentazione e discussione; senza bisogno cioè che il pensiero sia articolato e dispiegato in termini, giudizi e proposizioni. Viceversa vi sono delle verità a cui si giunge dianoeticamente (il "dia" indicando proprio un attraversamento e una mediazione) cioè attraverso pensieri in rapporto fra loro.
La logica dianoetica dunque ricomprende in sé sia la dialettica che una parte importante dellapodittica, configurandosi precisamente come sillogistica, o scienza della deduzione proposizionale. Ma vediamo in che senso.
Innanzitutto che cosè "proposizione", come si forma e a che cosa dà luogo. Si forma dalla connessione fra loro di più termini logico-linguistici (il nome innanzitutto e poi il verbo, e così via), i quali sono regolati da una sorta di gerarchia logico-sintattica, tale per cui alcuni ricoprono il ruolo del soggetto allinterno di una proposizione, altri invece quello del predicato. Aristotele certamente intraprende una rigorosa analisi logica delle proposizioni, la quale però non ha solo un valore sintattico-grammaticale (le regole del corretto parlare), ma filosofico in senso ampio e complicato (le regole del corretto pensare e della verità dellessere).
Dunque lanalisi logica e filosofica di Aristotele distingue innanzitutto i termini che possono essere considerati sostanza (la sostanza prima è lindividuo, le sostanze seconde sono la specie e il genere). Questi sono sempre e solo soggetti della proposizione, mai predicati.
Poi abbiamo la quantità, la qualità, la relazione, il luogo, il tempo, la situazione, lazione e la passione. Tutti questi sono predicati della sostanza, si dicono cioè della sostanza-soggetto, sono suoi attributi, esistono in essa, mai da soli. La connessione fra il soggetto e il predicato è propriamente il giudizio. [2]
A ben vedere, i termini che abbiamo or ora elencato sono proprio le categorie secondo le quali, dice Aristotele, dellessere si parla in molti modi. Possiamo parlare dunque dellessere dal punto di vista della sostanza prima e cioè parlare dellindividuo-Socrate attribuendogli il predicato di qualità, per esempio "bianco". Possiamo altresì parlare del soggetto-uomo attribuendogli il predicato di azione, per esempio "corre", e così via.
Lattribuzione del predicato al soggetto non avviene però a casaccio; la scelta di una categoria nella funzione di soggetto e la scelta di unaltra nella funzione di predicato dà luogo a un giudizio (o a una proposizione) che ha la pretesa di definire il soggetto in questione. La definizione dunque, secondo Aristotele, deve dire qualcosa di valido e vero del soggetto e non qualcosa di assurdo e scorretto. Se, per esempio, definiamo Socrate come uomo, e cioè come animale razionale, ne diamo una definizione propria (corretta formalmente e corrispondente alla realtà), nella misura in cui attribuiamo al soggetto (alla sostanza individuale e prima) innanzitutto il predicato di genere (la classe più ampia a cui appartiene lindividuo), in questo caso "animale". Poi le attribuiamo il predicato di specie (parte del genere a cui appartiene quellindividuo), in questo caso "uomo", dopodiché ne predichiamo ulteriormente la differenza specifica (ciò che differenzia una specie dallaltra allinterno dello stesso genere), in questo caso "razionale". Potremmo poi continuare dicendo che Socrate è un filosofo; in questo caso attribuiremmo al soggetto un predicato proprio, che gli appartiene necessariamente. Potremmo infine dire che Socrate è stanco. Questultimo è un accidente, ossia un attributo del soggetto-sostanza che può anche non appartenergli. La definizione per "genere prossimo e differenza specifica", dice Aristotele, coglie la verità del soggetto-sostanza in modo formalmente corretto.
Anche in questo caso il piano linguistico della definizione e il piano ontologico (Socrate come è in realtà) non sono separati, ma connessi i modo molto stretto. Si pretende cioè che alla sostanza individuale, cioè al soggetto della definizione, appartengano realmente quei predicati che le sono stati attribuiti in quel preciso ordine logico.
1.1c Il sillogismo e i principi logici primi
Introduciamo ora la teoria del sillogismo, di cui si parlerà meglio nel commento ai brani, solo per dire che letteralmente "sillogismo" vuol dire deduzione di una proposizione da unaltra. E linsieme articolato e connesso di più logoi (discorsi), ciascuno dei quali è legato allaltro da precise regole che Aristotele espone nel De Interpretatione e nei due Analitici. Luso del sillogismo è giustificato dallesigenza da parte delluomo razionale di cercare e trovare la verità, di esprimerla e comunicarla agli altri. Ma la verità a cui Aristotele si riferisce, è qualcosa di molto concreto. E qualcosa di esistente e di importante per lanimo umano. E appunto qualcosa (tode tì) che si trova immediatamente in rapporto con la nostra attenzione e di cui intendiamo conoscere le ragioni di esistenza. Ragioni che, secondo la visione aristotelica, si conciliano con le ragioni del nostro pensiero. Il criterio con cui conosciamo non ci allontana, ma decisamente ci avvicina alla realtà delloggetto conosciuto.
Un'ultima premessa importante da fare riguarda la concezione aristotelica dei princìpi logici primi. Che cosa sono e quali sono.
Innanzitutto questi princìpi sono la base universale e vera da cui partire quando si vuole dedurre qualche cosa [3]. Sono princìpi che Aristotele esporrà dettagliatamente nel libro IV della Metafisica, ma che hanno una loro ampia sfera di applicazione anche in sede logica. Anzi, ne costituiscono il fondamento.
Essi sono: il princìpio di determinazione (o di identità), il princìpio di contraddizione (o di non-contraddizione) e il princìpio del terzo escluso.
Il primo asserisce la necessaria determinatezza e identità con sé di ogni contenuto della nostra esperienza mentale, finché è oggetto di nostra considerazione. E questo un princìpio noetico. Per esempio: se io decido di pensare a una rosa del mio giardino, finché ci penso so che quella rosa è quella rosa e non unaltra oppure un altro oggetto qualsiasi, un sasso ad esempio. E un princìpio incontestabile, assolutamente vero ed evidente secondo Aristotele, nella misura in cui garantisce al pensiero di cominciare a pensare. Qualora decidessi invece di pensare a quella rosa, pensandola come un sasso o semplicemente come unaltra rosa, in realtà non penserei a nulla, non potrei definire "quella" rosa, poiché la penso come qualcosaltro, dunque non come quella rosa lì. Allora è una rosa rossa? No poiché è un sasso bianco. Ma non è nemmeno un sasso, poiché ho deciso di pensarlo anche come rosa, e via di questo passo.
La validità immediata e incontestabile del princìpio di determinazione e di identità (una determinata rosa identica con se stessa) è data dal fatto che se così non fosse, non penserei affatto. A che cosa penso quando penso? A qualcosa di determinato e di identico con sé, altrimenti cado in difficoltà tali che bloccano il mio pensiero.
Il secondo princìpio, quello di contraddizione, ha un carattere dianoetico, e cioè, possiamo dire, argomentativo. Esso asserisce che è impossibile attribuire nello stesso tempo e sotto il medesimo riguardo predicati contraddittori a uno stesso soggetto. Per esempio, non posso dire che Socrate è per me bello e brutto nello stesso tempo. E bello o è brutto? mi risponderebbe attonito un ipotetico interlocutore. Il quale non capirebbe che cosa io penso effettivamente di Socrate. Allora la scelta è tra "bello" e "brutto", poiché tertium non datur. Non si dà una terza possibilità tra le due poste precedentemente da me. Questo è il princìpio del terzo escluso che segue dianoeticamente dal secondo dei tre princìpi.
Passiamo allora ai brani e al loro commento, per approfondire la comprensione della teoria logica di Aristotele.
2. Parlo, dunque mi regolo. I termini o le Categorie
Linteresse aristotelico nelle Categoriae è strettamente logico-linguistico e grammaticale. Le categorie sono regole di formazione del pensiero e del linguaggio. Corrispondono però anche a una logica dellessere (cioè della realtà) che ne è a garanzia e a fondamento. Sebbene la logica sia criterio di conoscenza, distinto perciò dalloggetto da conoscere, essa non si comporta come se fosse autonoma e indipendente da questultimo. [4]
Bisogna sottolineare lintroduzione in questa sede da parte di Aristotele del preciso significato di sostanza come soggetto individuale (atomo) della proposizione. Lo ypokeimenon (il soggetto) è il sostrato (ciò che giace sotto) dei predicati che gli vengono via via attribuiti. E lindividuo di cui si vuole specificare il ti esti, che cosè. O di cui si vuole esprimere qualche cosa che lo inerisce. E anche sostanza (ousia) nel senso che è quellon (ciò che è) rispetto a cui le cose che sono (onta) sono tutti predicati-attributi. Le regole del linguaggio si intrecciano e connettono alle regole dellessere. Vediamo come.
Il dato esistenziale - loggetto che si presenta immediatamente alla nostra attenzione e che vogliamo conoscere - è il tode tì, ossia quellindividuo puntualmente determinato che la sostanza prima va ad esprimere.
Facciamo un esempio: che cosè Socrate? Socrate è un uomo. E che cosè uomo? Animale razionale.
Socrate è latomo della definizione, cioè il soggetto-sostrato individuale, il tode tì, di cui "uomo" specifica lappartenenza al genere "animale " e "razionale" la differenza con le altre specie di animali. Socrate è il termine ultimo della predicazione, cioè non è a sua volta predicato, ma solo soggetto. Il fatto che Socrate esista ci permette di parlarne, ma non a casaccio. Lesistenza di Socrate è regolata, per così dire, da relazioni e connessioni che il linguaggio e il pensiero non possono sorvolare, ma anzi devono rispecchiare.
Dunque Socrate è il tode tì, il dato esistenziale, loggetto che vogliamo conoscere e definire. Ma è anche il soggetto-atomo della proposizione: "Socrate è un uomo", ossia è quel termine o nome che esprime la sostanza prima, lessere intimo e vero di quellindividuo che chiamiamo Socrate. Ma questa sostanza non rimane da sola; è infatti il sostrato reale e logico dei suoi predicati di uomo, di animale e di razionale. Quando dunque diciamo il termine "Socrate" ci riferiamo a un uomo reale che corrisponde esattamente al soggetto principale della definizione: "Socrate è un uomo".
Come si è visto, Aristotele parte dai nomi, per arrivare alla relazione fra nomi (alla proposizione o giudizio o definizione). Allinterno della relazione viene distinto un soggetto (sostrato) e un predicato. Il sostrato è lelemento logico-linguistico di cui si vuole dire o pensare qualche cosa. Daltronde è anche loggetto intorno a cui verte la definizione, il quale deve sussistere realmente, se non altro nel nostro pensiero. [5]
La relazione o connessione fra termini linguistici risponde a regole che Aristotele ordina e spiega con le categorie. Ossia vi sono delle funzioni proprie di certi termini che si esplicano allinterno di unaffermazione o di un pensiero discorsivo. Ci sono dei termini che presi di per sé hanno un valore logico preciso. Sono quei termini (o categorie o predicati) che fondano la possibilità di costruire un discorso o un pensiero. Ossia una relazione fra termini, vera o falsa che sia. Possiamo attribuire dunque un predicato a un soggetto (mettere in connessione un nome con un altro, un termine con un altro) perché sappiamo già cosa significa e che valore ha ciascun termine di per sé preso. Conosciamo il senso delle parole anche a prescindere dalla loro connessione con altre parole.
Dunque ci sono delle regole di espressione che vengono seguite sia quando si formula un pensiero-discorso, sia quando si pronuncia un singolo nome. Non si parla mai a casaccio; o meglio, se si vuole esprimere qualche cosa (tode ti) non lo si fa mai al di fuori di certe regole logiche (del pensiero) e linguistiche.
Ma vediamo cosa ci dice al proposito lo stesso Aristotele.
"Ciò che viene espresso, in parte si dice secondo una connessione, ed in parte senza connessione. Da un lato, si dice secondo una connessione, ad esempio: uomo corre, uomo vince; daltro lato, si dice senza connessione, ad esempio: uomo, bue, corre, vince." [Categorie, 1, 1a 15-20, cit., pp.5-6.] [6]
"Quando un termine sia predicato di un altro termine, inteso come sostrato, allora tutto ciò che viene detto del predicato sarà detto altresì del sostrato; ad esempio, uomo viene predicato di un determinato uomo, e daltro canto la nozione di animale è predicata della nozione di uomo: di conseguenza, la nozione di animale sarà predicata altresì di un determinato uomo. In effetti, un determinato uomo è tanto uomo quanto animale." [Categorie, 3, 1b 10-15, cit. pp. 6-7.] [7]
"I termini che si dicono senza alcuna connessione esprimono, caso per caso, o una sostanza, o una quantità, o una qualità, o una relazione, o un luogo, o un tempo, o lessere in una situazione, o un avere, o un agire, o un patire. Orbene, per esprimerci concretamente, sostanza è, ad esempio, uomo, cavallo; quantità è lunghezza di due cubiti, lunghezza di tre cubiti; qualità è bianco, grammatico; relazione è doppio, maggiore; luogo è nel Liceo, in piazza; tempo è ieri, lanno scorso; essere in una situazione è si trova disteso, sta seduto; avere è porta le scarpe, si è armato; agire è tagliare, bruciare; patire è venir tagliato, venir bruciato. Ciascuno dei suddetti termini, in sé e per sé, non rientra in alcuna affermazione; unaffermazione si presenta invece, quando tali termini si connettono tra loro. Pare infatti, che ogni affermazione debba essere o vera o falsa; per altro, nessuno dei termini, che si dicono senza alcuna connessione, ad esempio uomo, bianco, corre, vince, è vero oppure falso." [Categorie, 4, 1b 25-2a 1-10, cit., p.7.] [8]
"Sostanza nel senso più proprio, in primo luogo e nella più grande misura, è quella che non si dice di un qualche sostrato, né è in un qualche sostrato, ad esempio, un determinato uomo, o un determinato cavallo. Daltro canto, sostanze seconde si dicono le specie, cui sono immanenti le sostanze che si dicono prime, ed oltre alle specie, i generi di queste. Ad esempio, un determinato uomo è immanente ad una specie, cioè alla nozione di uomo, e daltra parte il genere di tale specie è la nozione di animale. Queste - ad esempio le nozioni di uomo e di animale - si dicono dunque sostanze seconde." [Categorie, 5, 2a 10-19, cit. p. 8.]
"Allinfuori delle sostanze prime, tutti gli altri oggetti o si dicono di sostrati, ed allora si dicono delle sostanze prime, oppure sono in sostrati, ed allora sono nelle sostanze prime. Ciò risulterà daltronde chiaro dai singoli casi proposti come esempi. Così, la nozione di animale si predica della nozione di uomo, e di conseguenza, pure di un determinato uomo; se invero non si predicasse di nessuno dei singoli uomini, non si predicherebbe affatto neppure della nozione di uomo. Per un altro verso, colore è nel corpo, e quindi è altresì in un qualche corpo; in realtà, se non fosse in alcuno dei singoli corpi, non sarebbe affatto neppure nella nozione di corpo. In tal modo tutti gli altri oggetti o si dicono di sostrati, che saranno del pari le sostanze prime. Ed allora, quando non sussistano le sostanze prime, sarà impossibile che vi sia qualcosaltro." [Categorie, 5, 2a 35-2b 1-5, cit. pp. 8-9] [9]
3. Premessa alla lettura del De Interpretatione. Il "becco-cervo" e la proposizione dichiarativa: il simbolo e la prova del vero. Ovvero lespressione simbolica e lespressione propriamente logica.
Passiamo adesso al commento di una serie di brani tratti dal De Interpretatione. La proposizione diventa loggetto principale dellanalisi aristotelica.
Il discorso proposizionale si presenta innanzitutto sotto due forme: il discorso assertivo o dichiarativo, cioè passibile di verifica, e il discorso semantico, cioè certamente significativo (anche per convenzione) ma né vero né falso (come unopinione senza credito o la preghiera), su cui non è possibile fare accertamenti logici.
La proposizione dichiarativa è ciò che interessa qui ad Aristotele. Questa può presentarsi come affermazione positiva o come negazione: "Socrate è bianco", "Socrate non è bianco". Entrambe però non solo devono significare qualche cosa ma devono dichiararlo, ritenerlo corretto e vero. Sarà lanalisi logica della proposizione e del rapporto fra proposizioni a mostrare la verità-validità del discorso assertivo. Il rapporto di opposizione fra le proposizioni e la loro connessione diventa il centro di tutta lanalisi. Proprio su questo infatti lautore costruirà il quadrato logico - che vedremo meglio più avanti - ossia uno schema di quattro proposizioni fra loro in rapporto di contrarietà o di contraddizione.
Altro elemento molto importante della disamina aristotelica sul linguaggio proposizionale, è lindividuazione del carattere fortemente simbolico della parola singola. Se pronuncio un termine, senza connetterlo ad altro, questo significa pur qualcosa, sebbene io non possa dire se sia vero o falso, anche se pronuncio un termine che non esiste, cioè che non corrisponde a nulla di reale o di concordato per convenzione [10]. Dunque, se parlo, dico qualche cosa, che esiste in ogni caso nel mio pensiero, dico qualche cosa che si riferisce simbolicamente a una mia disposizione interiore, la esprimo dandole appunto un nome.
Come vedremo di seguito Aristotele distingue tra proposizioni singolari, che si riferiscono a un singolo e individuale soggetto (Socrate), e proposizioni generali che a loro volta si distinguono in: universali, che si riferiscono a tutti i soggetti (ogni uomo), particolari, che si riferiscono a qualche soggetto (qualche uomo), e indefinite, che non quantificano il numero dei soggetti a cui si riferiscono (uomo).
Abbiamo dunque quattro tipi di proposizioni quantificate:
1) proposizione universale affermativa, che indicheremo con <Pa> dove <P> è proposizione e <a> mi indica luniversalità affermativa. [Ad esempio: Pa "ogni uomo è mortale": il predicato si dice della totalità dei soggetti Pi "qualche uomo è buono" il predicato si dice di alcuni soggetti]
2) proposizione particolare affermativa, <Pi>, dove <i> mi indica la sua particolarità affermativa. [Pi "qualche uomo è buono": il predicato si dice di alcuni soggetti] [11]
3) proposizione universale negativa, <Pe>, dove <e> indica la sua universalità negativa. [Pe "nessun uomo è quadrupede": il predicato nega la totalità dei soggetti]
4) proposizione particolare negativa, <Po>, dove <o> indica la sua particolarità negativa. [Po "qualche uomo non è bianco" il predicato nega alcuni soggetti] [12]
Date queste premesse, bisogna chiedersi come nasca la dottrina del quadrato logico e in che cosa esattamente consista. Nasce innanzitutto dallesigenza di Aristotele di vagliare la validità-verità di una proposizione, mettendola in rapporto con proposizioni che negano o che si oppongono al contenuto da questa dichiarato.
Se diciamo, per esempio, "ogni fiore del mio giardino è rosso", formuliamo una proposizione Pa. Abbiamo due possibilità diverse di negare questa dichiarazione. Dicendo per esempio "nessun fiore del mio giardino è rosso" (Pe), oppure dicendo "qualche fiore del mio giardino non è rosso" (Po).
Daltra parte se diciamo "nessun uomo è immortale" (Pe), la possiamo negare a sua volta in due modi, dicendo "qualche uomo è immortale" (Pi) oppure dicendo "ogni uomo è immortale".
Come si vede, lanalisi della pura forma proposizionale prescinde qui dalla verità del contenuto affermato o negato, che sarà verificata più attentamente e con scrupolo da Aristotele in sede di dialettica.
Per ora ci basti schematizzare i rapporti fra proposizioni nel modo seguente.
Si dicono proposizioni o giudizi fra loro contrari quelli che sono entrambi universali, di cui luno negativo e laltro affermativo del medesimo soggetto. Esempio: "ogni sasso di questo sentiero è bianco", "non ogni sasso di questo sentiero è bianco". Questi giudizi non possono essere entrambi veri, ma possono essere entrambi falsi (può essere vero il caso che ci siano alcuni sassi bianchi e alcuni no). Negare che tutti i sassi siano bianchi, non equivale per forza ad affermare che nessuno di essi sia bianco. La negazione equivale piuttosto ad affermare che almeno uno di essi non è bianco. Certamente dalla verità delluna discende la falsità dellaltra (se è vero che tutti i sassi sono bianchi, è falso che uno non lo sia; se è vero che uno non è bianco, è falso che tutti lo siano). Ma dalla falsità delluna non discende necessariamente la verità dellaltra (se è falso che tutti i sassi sono bianchi, non è detto che nessuno lo sia; se è falso che non tutti i sassi sono bianchi, non è detto che tutti lo siano).
Si dicono giudizi fra loro contraddittori da una parte luniversale affermativo (Pa) e il particolare negativo (Po), dallaltra luniversale negativo (Pe) e il particolare affermativo (Pi). Esempio: "tutti gli uomini sono mortali", "qualche uomo non è mortale"; "nessuna strega è malvagia", "qualche strega è malvagia". Questi non possono essere né entrambi veri né entrambi falsi (tertium non datur), devono cioè essere uno vero e laltro falso. [13]
Ecco allora configurarsi il quadrato logico: le relazioni bilaterali e incrociate tra proposizioni quantificate (cioè universali o particolari) affermative e negative.
Pa Pi
Pe Po
"Occorre stabilire, anzitutto, che cosa sia nome e che cosa sia verbo, in seguito, che cosa sia negazione, affermazione, giudizio e discorso.
Dunque, i suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nellanima, e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce. Allo stesso modo poi che le lettere non sono le medesime per tutti, così neppure i suoni sono i medesimi ; tuttavia, suoni e lettere risultano segni, anzitutto, delle affezioni dellanima, che sono le medesime per tutti e costituiscono le immagini di oggetti, già identici per tutti. [ ]. Daltro canto, come nellanima talvolta sussiste una nozione, che prescinde dal vero o dal falso, e talvolta invece sussiste qualcosa, cui spetta necessariamente o di essere vero o di essere falso, così avviene pure per quanto si trova nel suono della voce. In effetti, il falso ed il vero consistono nella congiunzione e nella separazione. [ ]. Ciò è provato dal fatto, ad esempio, che il termine becco-cervo significa bensì qualcosa, ma non indica ancora alcunché di vero o di falso, se non è stato aggiunto lessere oppure il non essere, con una determinazione assoluta o temporale. Il nome è così suono della voce, significativo per convenzione, il quale prescinde dal tempo ed in cui nessuna parte è significativa, se considerata separatamente." [De Interpretatione 1,16a, 1-20-2, 16a, 20, cit., pp. 57-58] [14]
"I verbi, come tali, detti per sé, sono dunque nomi e significano qualcosa (chi li dice arresta infatti il suo animo, e chi ascolta acquieta il proprio), ma non significano ancora se questo qualcosa è o non è. In effetti, lessere o non essere non costituisce un segno delloggetto, neppure quando tu dica per sé, semplicemente come tale : ciò che è. Ciò che è, difatti, in sé non è nulla, ma esprime ulteriormente una certa congiunzione, che non è possibile pensare senza i termini congiunti." [De Interpretatione 7-DI 3,16b,20-25, cit., p.59] [15]
"Ogni discorso è poi significativo, non già alla maniera di uno strumento naturale, bensì, secondo quanto si è detto, per convenzione. Dichiarativi sono, però, non già tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste unenunciazione vera oppure falsa. [ ] la preghiera, ad esempio, è un discorso, ma non risulta né vera né falsa. [ ] Il discorso dichiarativo spetta invece alla presente considerazione." [De Interpretatione 4, 17a, 1-5, cit. p. 60.] [16]
"Il primo discorso dichiarativo, che sia unitario, è laffermazione; in seguito viene la negazione." [De Interpretatione, 5, 17a 8-10, cit., p. 60]
"Laffermazione è il giudizio, che attribuisce qualcosa a qualcosa. La negazione è invece il giudizio, che separa qualcosa da qualcosa. [ ] risulterà così possibile sia negare tutto ciò che qualcuno ha affermato, sia affermare tutto ciò che qualcuno ha negato. E dunque evidente, che ad ogni affermazione risulta contrapposta una negazione, e ad ogni negazione unaffermazione. E la contraddizione dovrà considerarsi appunto questo, ossia laffermazione e la negazione contrapposte. Dico daltronde che un giudizio si contrappone ad un altro, se afferma o nega una medesima determinazione rispetto ad un medesimo oggetto [ ]." [De Interpretatione, 6, 17a, 25 e ss., cit., pp. 61-62] [17]
"Poiché tra gli oggetti alcuni sono universali, altri invece singolari (chiamo universale ciò che per natura si predica di parecchi oggetti, e per contro singolare ciò che non si predica di parecchi oggetti: uomo, ad esempio, fa parte degli oggetti universali, mentre Callia fa parte di quelli singolari), è così necessario dichiarare che qualcosa appartiene, o non appartiene, ora ad un oggetto universale ed ora ad un oggetto singolare. Se qualcuno dichiarerà dunque che qualcosa appartiene, e daltro lato che non appartiene, ad un oggetto universale, presentato in forma universale, tali giudizi risulteranno contrari. [ ]: ogni uomo è bianco, nessun uomo è bianco. [ ] Orbene, dico che unaffermazione è contrapposta in modo contraddittorio ad una negazione, quando una di esse esprime un oggetto in forma universale, e laltra esprime lo stesso oggetto in forma non universale, ad esempio: ogni uomo è bianco - qualche uomo non è bianco; nessun uomo è bianco - qualche uomo è bianco. Dico invece che unaffermazione è contrapposta in modo contrario ad una negazione, quando sia laffermazione che la negazione presentano loggetto in forma universale, ad esempio: ogni uomo è giusto - nessun uomo è giusto. Non è possibile perciò, che tali giudizi contrari siano veri al tempo stesso [ ] In tutte le contraddizioni, daltro canto, che si riferiscono ad un oggetto universale, presentato in forma universale, è necessario che uno dei giudizi sia vero e laltro falso; del pari avviene per tutte le contraddizioni, che si riferiscono ad un oggetto singolare, ad esempio: Socrate è bianco - Socrate non è bianco." [De Interpretatione, 7, 17b, 1 e ss., cit. pp. 62-63] [18]
4. La definizione di sillogismo negli Analitici. Barbara e Ferio non sono amici..., ovvero: il sillogismo perfetto
Fino ad ora abbiamo seguito lanalisi logica delle proposizioni, fatta da Aristotele per ordinare e convalidare il corretto uso del linguaggio da parte delluomo razionale. Abbiamo visto il rapporto che sussiste fra simbolo linguistico e logos dichiarativo. Abbiamo anche visto come, sebbene il primo sia la base originaria della logica, cioè del parlare e dello scrivere, viene superato dallesigenza di stabilire la verità o la falsità dei termini e delle proposizioni linguistiche. La logica dunque si occupa innanzitutto del linguaggio dichiarativo, e cioè di quelle proposizioni che pretendono dire qualche cosa di determinato in modo esatto e corrispondente allessere delle cose. Se poi la proposizione colga la verità delloggetto oppure no, discende proprio dallattenta analisi dei logoi espressi e dichiarati. La correttezza espressiva, la validità formale e la verità di questi discorsi dichiarativi si implicano a vicenda, rimandando costantemente il piano logico-linguistico al piano strettamente ontologico.
Che cosè allora il sillogismo e come interviene nella ricerca? Lasciamo parlare Aristotele.
"Il sillogismo, inoltre, è un discorso in cui, posti taluni oggetti, alcunchè di diverso dagli oggetti stabiliti risulta necessariamente, per il fatto che questi oggetti sussistono. Con lespressione: per il fatto che questi oggetti sussistono, intendo dire che per mezzo di questi oggetti discende qualcosa, e daltra parte con lespressione : per mezzo di questi oggetti discende qualcosa, intendo dire che non occorre aggiungere alcun termine esterno per sviluppare la deduzione necessaria." [Analytica priora I,1,24b18-22., cit., p. 92]
"Per dimostrazione, daltra parte, intendo il sillogismo scientifico, e scientifico chiamo poi il sillogismo in virtù del quale, per il fatto di possederlo, noi sappiamo. Se il sapere è dunque tale, quale abbiamo stabilito, sarà pure necessario che la scienza dimostrativa si costituisca sulla base di premesse vere, prime, immediate, più note della conclusione, anteriori ad essa, e che siano cause di essa: a questo modo, infatti, pure i princìpi risulteranno propri delloggetto provato. [ ] Il sillogismo scientifico deve inoltre costituirsi sulla base di proposizioni prime, indimostrabili, poiché altrimenti non si avrebbe sapere, non possedendosi dimostrazione di esse. In realtà, il conoscere - non accidentalmente - gli oggetti la cui dimostrazione è possibile, consiste nel possedere la dimostrazione." [Analytica posteriora, I, 2, 71b, 19-25, cit., p. 280] [19]
Facciamo allora un esempio concreto di sillogismo aristotelico e discutiamone la forma.
ogni uomo (soggetto) è mortale (predicato) premessa maggiore
ogni cannibale (soggetto) è un uomo (predicato) premessa minore
ogni cannibale (soggetto) è mortale (predicato) conclusione
"In questa inferenza sono presenti due premesse ed una conclusione che segue necessariamente dalle premesse ed è distinta da queste. Abbiamo dunque a che fare con una deduzione in senso aristotelico, dato che la sua definizione di sylloghismos è soddisfatta. Ciò che è caratteristico di questa inferenza è che le sue premesse sono costituite da tre termini, uomo, mortale, e cannibale, connessi in modo tale che uno dei tre, in questo caso uomo, compare nelle premesse e non nella conclusione. Chiamiamo il termine che compare nelle premesse, ma non nella conclusione, termine medio, o semplicemente medio, mentre gli altri due termini, che compaiono tanto nelle premesse quanto nella conclusione, estremi. Più in particolare indicheremo il termine che funge da predicato nella conclusione come estremo maggiore e quello che funge da soggetto come estremo minore.
A seconda della relazione che il termine medio intrattiene con gli estremi nelle premesse i sillogismi sono raggruppati in tre gruppi o classi, che Aristotele distingue per la figura (schema). Sono in prima figura tutte quelle coppie di eventuali premesse sillogistiche in cui il termine medio compare come soggetto dellestremo maggiore e come predicato di quello minore. Sono invece in seconda figura quelle coppie in cui il termine medio compare sempre e solo come predicato degli estremi. Infine sono in terza figura quelle coppie in cui il termine medio compare solo come soggetto degli estremi." [20]
I sillogismi perfetti, secondo Aristotele, appartengono alla 1° figura e sono di 4 tipi o modi. A questi bisogna ridurre tutti gli altri sillogismi.
La tradizione medievale ha chiamato i quattro modi sillogistici di 1° figura come segue:
1° modo Barbara: (Pa-Pa-Pa) [21]
premessa maggiore = Pa
premessa minore = Pa
conclusione = Pa
2° modo Celarent: (Pe-Pa-Pe) [22]
premessa maggiore = Pe
premessa minore = Pa
conclusione = Pe
3° modo Darii: (Pa-Pi-Pi) [23]
premessa maggiore = Pa
premessa minore = Pi
conclusione = Pi
4°modo Ferio: (Pe-Pi-Po) [24]
premessa maggiore = Pe
premessa minore = Pi
Conclusione = Po
Vediamo come Aristotele formalizza il primo modo di prima figura, cioè Barbara:
"In effetti, se A si predica di ogni B, e se B si predica di ogni C, è necessario che A venga predicato di ogni C."[ Apr I, 4, 25b, 35-40, cit., p. 96-97]
Qui abbiamo il termine medio B che compare nelle premesse ma non nella conclusione. Esso funge da soggetto nella premessa maggiore e da predicato nella premessa minore. Dunque è un sillogismo di prima figura e di primo modo, poiché le tre proposizioni sono tutte Pa.
Ecco allora un esempio concreto di Barbara:
Mortale (estremo maggiore) appartiene ad ogni uomo (termine medio)
uomo appartiene ad ogni ateniese (estremo minore)
mortale appartiene ad ogni ateniese
I sillogismi di 2° e 3° figura sono validi ma non perfetti, tali dunque, dice Aristotele, da essere ridotti tutti alla prima. Nella prima figura (in tutti e 4 i modi) abbiamo una predicazione universale e massimamente perfetta nel 1° modo, dove sia le premesse che la conclusione sono universali.
I problemi filosofici che pone la sillogistica aristotelica sono di carattere innanzitutto linguistico: come agiscono le regole del corretto e valido parlare, come si presentano quando luomo razionale pensa ed esprime il suo pensiero.
Abbiamo visto la complessità di tutto ciò e il suo riferimento, anche implicito, alla verità ontologica, cioè alla verità dellessere che si vuole conoscere.
Daltra parte, il sillogismo si presenta come il risultato finale di tutta lanalisi logica intrapresa da Aristotele sullespressione e sul linguaggio proposizionale. Si ricordi al proposito la figura del quadrato logico, che verrà dallautore ulteriormente ampliato con lanalisi delle proposizioni non solo quantitativamente e qualitativamente determinate (universali/particolari-negative/positive), ma anche possibili o necessarie. Queste ultime fanno parte della cosiddetta logica modale che qui però non prendiamo in considerazione.
Vogliamo invece concentrare lattenzione sulle conseguenze strettamente filosofico-scientifiche che scaturiscono dalla sillogistica, e cioè dalla deduzione della verità tramite connessione di logoi.
Se partiamo da premesse noeticamente vere, come si è già detto, cioè da princìpi scientifici incontestabili, seguendo poi le regole del sillogismo, abbiamo la garanzia formale di giungere a conclusioni altrettanto vere e degne di essere annoverate nella scienza.
Non succede la stessa cosa se invece partiamo da endoxa, e cioè da opinioni, condivise largamente, ma pur sempre opinioni.
E qui che interviene la dialettica, ossia quel metodo certamente scientifico, che però non ha a che fare con verità noetiche cioè evidentemente e senza ombra di dubbio scientifiche.
La dialettica si presenta dunque, come vedremo qui di seguito, come una scienza (o un metodo scientifico) che tuttavia deve conquistarsi sul campo dianoetico lelezione a tale titolo supremo.
5. La dialettica: "lillustre opinione" e il metodo della scienza nei Topica [25]
Come abbiamo in precedenza accennato, il riferimento aristotelico al dialogo non viene mai meno, soprattutto in sede dialettica. Stiamo giusto parlando di opinioni espresse esplicitamente, quindi anche di opinioni contrapposte fra diversi interlocutori, le quali devono essere vagliate perché possano venire accettate come parti integranti della scienza. Dunque, intende dire Aristotele, serve innanzitutto un metodo, il quale stia proprio in mezzo tra la scienza (noetica) e lopinione che tende ad affermare il vero. Un metodo cioè che renda possibile la comunicazione scientifica, fra interlocutori certamente accreditati, ma che tuttavia, esprimendo opinioni, possono cadere in errore.
Il metodo in questione è proprio la dialettica.
Vediamo come Aristotele la presenta nei suoi Topica. [26]
"Il fine che questo trattato si propone è di trovare un metodo, onde poter costituire, attorno ad ogni formulazione proposta di una ricerca, dei sillogismi che partano da elementi fondati sullopinione, e onde non dir nulla di contraddittorio rispetto alla tesi che noi stessi difendiamo. Anzitutto occorre allora dire che cosè un sillogismo e quali differenze distinguano la sua sfera, affinché possa venir assunto il sillogismo dialettico: nel presente trattato indaghiamo infatti questultimo. [ ] Dialettico è daltro lato il sillogismo che conclude da elementi fondati sullopinione. [ ] Fondati sullopinione per contro sono gli elementi che appaiono accettabili a tutti, oppure alla grande maggioranza, oppure ai sapienti, e tra questi o a tutti, o alla grande maggioranza, o a quelli oltremodo noti ed illustri."[Topica, I,1,100a 18-25, 100 b 18 e ss., cit., p. 407] [27]
"Ciò che è stato detto devessere ora seguito da un accenno a quante ed a quali cose sia utile questo trattato. Propriamente esso lo è sotto tre rispetti, per esercizio, per le conversazioni, per le scienze connesse alla filosofia. Che da un lato sia utile per esercizio, risulta evidente già da quanto si è detto: con il possesso del metodo saremo infatti più facilmente in grado di disputare intorno allargomento proposto. Daltro canto esso è utile per le conversazioni, poiché una volta passate in rassegna le opinioni della gran massa degli uomini, verremo in rapporto con essi non già sulla base dei punti di vista loro estranei, bensì su quella delle loro opinioni particolari, respingendo quanto risulterà che essi ci dicono in modo non corretto. E infine utile per le scienze connesse alla filosofia, poiché potendo sollevare delle difficoltà riguardo ad entrambi gli aspetti della questione, scorgeremo più facilmente in ogni oggetto il vero ed il falso. Questo trattato è poi utile altresì rispetto ai primi tra gli elementi riguardanti ciascuna scienza. Partendo infatti dai princìpi propri della scienza in esame, è impossibile dire alcunché intorno ai princìpi stessi, poiché essi sono i primi tra tutti gli elementi, ed è così necessario penetrarli attraverso gli elementi fondati sullopinione, che riguardano ciascun oggetto. Questa per altro è lattività propria della dialettica, o comunque quella che più le si addice: essendo infatti impiegata nellindagine, essa indirizza verso i princìpi di tutte le scienze."[Topica, I, 2, 101a 25 sss.-101b, cit., p. 409] [28]
Concludiamo questa disamina della Logica aristotelica ponendo laccento proprio sulla dialettica. Sebbene la Logica di Aristotele sia considerata, anche a ragione, una logica molto formale, che guarda alla validità più che alla verità dellenunciazione (giudizio, proposizione, sillogismo), possiamo tuttavia notare come con la dialettica questa rigidità formale si sciolga di molto. Prima di tutto perché ci obbliga a riferire la sua concezione della dialettica alla tradizione platonica, ma ancora prima sofistica e socratica; in secondo luogo perché ci apre una via metodologica che pretende di trovarsi, per così dire, a proprio agio sia nel campo dellopinione sia in quello della scienza. Un metodo, quello dialettico, che sembra perciò unire in sé il pensiero propriamente noetico e quello strettamente dianoetico.
In questo senso, la Logica di Aristotele si riempie di contenuto (scientifico e opinabile), riscattando il suo aspetto formalistico.
Note
(1) Aristotele, Organon, a cura di G. Colli, Einaudi, Torino, 1955.
(2) Facciamo un esempio. Se diciamo "Socrate è bianco",
evidentemente il soggetto logico e grammaticale (oltreché ontologico, cioè reale e vero)
di questa frase è il termine "Socrate". Il predicato invece è
"bianco". Possiamo poi abbandonare questo giudizio per formularne un altro:
"bianco è un colore". Qui "bianco" è soggetto (come lo era Socrate
precedentemente), ma "bianco" è sostanza? Cioè è un termine che può
sussistere da solo? autonomo e indipendente da altro? come lo è Socrate?
Se dico "Socrate" individuo un ente, cioè una determinazione
dellessere, che è significativo di per sé, senza bisogno di aggiungere altro.
E un essere compiuto in se stesso, è un soggetto individuale sia nella frase che
nella realtà. Se dico "bianco" (e posso anche dirlo senza riferirlo ad altro),
sento che da solo non può stare. Dunque: Chi è bianco? Che cosa è bianco? Dovè
il soggetto di bianco?
Allora, sebbene anche il termine "bianco" possa fungere da soggetto in un
giudizio, di per sé non può essere e valere come soggetto-sostanza, poiché è sempre e
solo un predicato, che possiamo anche definire e a sua volta predicare, ma non esiste di
per sé, e se lo definiamo è perché inerisce qualche cosa, cioè è una qualità
di qualche sostanza. Ecco allora il senso della gerarchia che Aristotele istituisce
fra le categorie. Vi è la sostanza prima (accompagnata dalle sostanze seconde)
che funge sempre e solo da soggetto nella proposizione. Vi sono poi i predicati che
possono anche fungere da soggetto, ma perché, chi parla o pensa li riferisce
implicitamente a un soggetto-sostanza non espresso nella frase.
(3) Quando vogliamo sapere se una proposizione è vera o falsa, abbiamo due possibilità, dice Aristotele. O usiamo il metodo deduttivo o il metodo induttivo. Il primo è quello preferito dallautore e applicato in sede logica. Si parte da princìpi evidenti e indimostrabili, cioè princìpi veri che non è necessario dedurre da altro: princìpi noetici che possono essere comuni a tutte le scienze oppure propri di una scienza in particolare. Da questi princìpi si deducono ulteriori verità particolari, che riguardano cioè oggetti particolari legati ad essi. Dunque il metodo deduttivo parte dalluniversale e arriva al particolare. Il metodo induttivo invece parte dal particolare per arrivare alluniversale. Entrambi i metodi usano la logica dianoetica (la comprensione attraverso il discorso e il legame soggetto-predicato), ma il primo ha come punto di partenza una verità noetica, universale e vera intuitivamente, senza che ci sia bisogno di passare da un discorso allaltro.
(4) Citiamo un brano della Metafisica proprio per rendere evidente il richiamo che sussiste in Aristotele fra piano logico e piano ontologico del sapere. "Lessere ha molteplici significati, come innanzi, nel libro dedicato ai diversi significati dei termini, abbiamo stabilito. Lessere significa, infatti, da un lato, essenza e alcunchè di determinato, dallaltro, qualità o quantità o ciascuna delle altre categorie. [ ]. E in verità, ciò che dai tempi antichi, così come ora e sempre, costituisce leterno oggetto di ricerca e leterno problema: "che cosè lessere", equivale a questo: "che cosè la sostanza" [ ]; perciò anche noi, principalmente, fondamentalmente e unicamente, per così dire, dobbiamo esaminare che cosè lessere inteso in questo significato"." [Aristotele, La Metafisica, Z, 1028a, 10-35, 1028b 1-5, a cura di G. Reale, I, Loffredo, Napoli, 1978 (1968), pp.519-520]. Ciò che preme ad Aristotele dunque non è solo stabilire le regole del ben parlare, ma le regole del ben parlare della sostanza, e cioè dellessere nel suo più alto e vero significato. Basti qui stabilire che dellessere si parla in molti modi; innanzitutto nel modo sostanziale. Dunque quando ci si chiede che cosè una data cosa, per esempio che cosè giustizia, bisogna innanzitutto stabilire cosa sia giustizia dal punto di vista della sostanza, poi dei suoi diversi attributi. La sostanza dunque è il soggetto principale della proposizione ed anche la verità prima delle cose.
(5) A questo proposito si veda più oltre il brano sullircocervo o beccocervo. E questo solo un nome, di cui non si può dire se sia vero o falso, poiché non è unito ad alcun predicato e soprattutto perché non esiste realmente. Tuttavia, se colui che parla riferisce simbolicamente questo termine a qualche cosa, allora il beccocervo sussiste come soggetto e può essere da lui definito.
(6) Aristotele nel suo studio di logica parte dallanalisi dei nomi e dalle loro connessioni. Le cose vengono comunemente dette e pensate, cioè espresse, proprio con luso dei nomi e delle loro relazioni. La relazione fra nomi è ciò che fonda il giudizio, la proposizione e la definizione. Daltra parte il singolo nome, fuori della connessione, non è completamente insensato e insignificante. Anchesso, come vedremo più avanti, ha un suo posto centrale nella logica aristotelica.
(7) Che cosè la connessione fra termini? Che forma ha?
Lo studio delle forme espressive del linguaggio e del pensiero è ciò che viene
principalmente tematizzato dalla logica di Aristotele. La forma che connette termine a
termine è quella predicativa. Abbiamo qui innanzitutto un sostrato (ypokeimenon) a
cui viene riferito un predicato. Il sostrato è il "determinato uomo" che nella
connessione fa la parte del soggetto. Per la proprietà transitiva se ad A viene
riferito B, e a B viene riferito C, anche ad A sarà riferito C. Dunque, tralasciando il
contenuto della predicazione e introducendo lettere al posto dei termini, possiamo
schematizzare la connessione predicativa in questo modo: se B si predica di A e C si
predica di B, C si predicherà anche di A.
Lintroduzione delle lettere è propria di Aristotele (ma soprattutto negli Analitici),
il quale in questo modo vuole focalizzare lattenzione sulla forma delle
connessioni fra termini linguistici. Il contenuto (se sia vero oppure falso) sembra che
sia tralasciato, ma come vedremo, viene in realtà recuperato in sede di sillogismo
e di dialettica. Dunque la logica di Aristotele è certamente formale, concentrata
sulla validità del corretto parlare, più che sulla sua verità o corrispondenza alla
realtà, ma non si dimentichi il continuo rimando alla Metafisica e
allesercizio della scienza in generale, la quale poggia esclusivamente su princìpi
immediatamente veri o accertabili con luso appropriato della logica.
(8) Ecco le categorie di Aristotele. Sono nientaltro che termini, predicati che si dicono senza connessione e che hanno ciascuno un preciso e peculiare valore logico. La sostanza, la quantità, la qualità, la relazione, il luogo, il tempo, lessere in una situazione, lavere, lagire, il patire. Presi così non fanno parte di nessuna significativa affermazione. Indicano una condizione dellessere, ma non la riferiscono a nessun soggetto. Sono astratti e non concreti, cioè non sono effettivamente predicati di nulla. Fuori della predicazione o dellaffermazione, dice Aristotele, non possiamo capire se un termine è falso o vero. In effetti, se dico "uomo", a che cosa mi riferisco? a un uomo reale? oppure allidea di uomo? oppure a più uomini? Così pure se dico "vince", chi vince? Non cè determinazione concreta del sostrato e non cè quindi neppure una concreta determinazione del predicato, il quale, da solo, è incompleto. Un termine è predicato se lo si predica di qualcosa, altrimenti non è tale.
(9) Commentiamo insieme il brano 4 e il brano 5. Le categorie sono
fra loro distinte per valore logico. La sostanza è quel termine che non si
predica. Non è cioè un predicato come tutti gli altri termini, ma è sempre e solo
soggetto. E sia il soggetto logico della frase, sia il soggetto reale: "un
determinato uomo". La sostanza è dunque lessere determinato ed espresso
in modo soggettivo. E ciò che vogliamo predicare attribuendogli le altre
appropriate determinazioni dellessere, ossia le altre categorie nella funzione di
predicati. Sostanza prima è lindividuo, sostanze seconde sono la specie e il
genere.
Allinfuori delle sostanze prime tutte le altre categorie si predicano o ineriscono a
queste. Certamente se non ci fosse la sostanza prima, cioè per esempio "un
determinato uomo", a fare da soggetto-sostrato, non ci sarebbero nemmeno i suoi
predicati. Dunque la sostanza è prima in senso logico (è il soggetto della frase)
e in senso ontologico (la sua esistenza è condizione dellesistenza di tutto il
resto).
(10) E importante capire il metodo usato da Aristotele per
verificare se una proposizione è vera oppure falsa. Lanalisi logica
proposizionale insieme al confronto fra proposizioni è ciò che ci permette di
verificare la validità di unaffermazione. E cioè, se dico "Socrate è
bianco" formulo una frase corretta? Per saperlo devo innanzitutto individuare il
soggetto principale, capire se è una sostanza prima o una sostanza seconda, o
unaltra categoria; stabilire se è un soggetto singolare o universale, passare poi
al predicato e verificare in che modo viene attribuito al soggetto. È un predicato
anchesso singolare o no? È affermativo o negativo del soggetto? Inerisce il
soggetto-sostrato oppure no? Ossia appartiene realmente al soggetto oppure no?
Lanalisi non si può daltronde fermare qui. Devo prendere in considerazione la
proposizione opposta negativa "Socrate non è bianco" e confrontarla con la
prima. E via di seguito. Il De Interpretatione svolge accuratamente questo tipo di
analisi sulle proposizioni, fermo restando il continuo rimando al piano ontologico della
verifica: la validità, cioè la correttezza del mio parlare, non è mai separata secondo
Aristotele, dalla verità dellessere che io designo e predico con il mio
linguaggio.
Anche perciò con la singola parola, sebbene io non ne possa fare lanalisi logica
(che presuppone la connessione proposizionale fra più termini), posso dire e significare
pur sempre qualche cosa, posso dire che designa un ente, in modo non
propriamente logico, tuttavia simbolico. Il linguaggio è sempre semantico
(significativo), sia esso pura espressione di uno stato danimo come un suono della
voce, sia esso un termine vuoto ma simbolico come il "becco-cervo" che
vedremo più oltre, sia esso un nome irrelato ad altri, etc. Il linguaggio però non è
sempre dichiarativo, cioè dimostrativo tramite logoi (discorsi) di qualcosa di
vero e valido.
(11) Le vocali a ed i sono le prime due vocali di affirmo (affermo), parola latina che convenzionalmente fin dal medioevo viene usata come schema delluniversalità e della particolarità affermativa delle proposizioni aristoteliche.
(12) Per le proposizioni negative viene usato il termine nego le cui due vocali indicano luna luniversalità e laltra la particolarità.
(13) Vediamo i princìpi logici aristotelici che agiscono nel corso
di tutto questo ragionamento. Innanzitutto il princìpio di bivalenza (espressione
propria della logica moderna il cui contenuto è certamente ammesso da Aristotele). Ossia
una proposizione o è vera o è falsa. E questo poi un princìpio ricompreso
allinterno di quello noetico di determinazione o di identità, che
stabilisce la necessaria determinatezza e identità con sé di ogni contenuto della nostra
esperienza mentale, finché è oggetto di nostra considerazione. Dunque se formulo una
proposizione che considero vera, mentre la formulo non posso considerarla insieme falsa,
o viceversa.
Laltro princìpio che agisce è quello di contraddizione (in parte nelle
proposizioni contrarie, del tutto in quelle contraddittorie): non posso affermare e nello
stesso tempo negare il medesimo predicato dello stesso soggetto. Esempio: se è vero che
"ogni fiore del mio giardino è bianco" non è contemporaneamente vero che
"ogni fiore del mio giardino non è bianco". Oppure se è vero che "ogni
uomo è mortale", non è contemporaneamente vero che "qualche uomo non è
mortale". Il princìpio del terzo escluso agisce solo nel rapporto fra due
proposizioni contraddittorie: "ogni strega è cattiva", "qualche strega non
è cattiva". Delle due luna, o tutte le streghe sono cattive o cè almeno
una strega che non è cattiva.
Di tutto questo si potrebbe discutere più a lungo e approfonditamente, ma qui basti
rimandare ai seguenti testi di commento ad Aristotele: AAVV, Aristotele, a cura di
E. Berti, Editori Laterza, Roma-Bari, 1997, pp.47-101; Guido Calogero, I fondamenti
della logica aristotelica, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1968 (1927), soprattutto
il III capitolo.
(14) Lanalisi logica presuppone che di fronte ad una
proposizione si stabilisca che cosa sia "nome", cosa "verbo" e in
seguito che tipo di relazioni possano intercorrere fra questi due elementi
logico-linguistici: la negazione, laffermazione, il giudizio e il discorso. La
proposizione negativa e la proposizione affermativa le abbiamo già viste interagire
allinterno del quadrato logico. Il giudizio lo abbiamo definito come
connessione logica di un soggetto e di un predicato, il discorso consiste da parte sua
nella connessione di più giudizi.
Ma, lanalisi del linguaggio deve risalire più indietro, dice Aristotele, e
ricercare lorigine non strettamente logica del parlare, ma precisamente simbolica.
Il simbolo (dal greco symballo che vuol dire letteralmente gettare
insieme, connettere due elementi fra loro anche estranei) è la funzione primaria e
primitiva del parlare. Il linguaggio umano viene innanzitutto ricondotto da Aristotele
allemissione di suoni vocali (suoni che di per sé non vogliono dire nulla). Essi
esprimono affezioni interne allanimo umano; ma come le esprimono? non certamente
tramite logoi, o tramite proposizioni passibili di analisi logica. Le esprimono
dunque in forma simbolica. Se dico "Ah !", certo non uso un logos
per esprimere per esempio stupore o dolore, o altro. Uso il suono della voce (un elemento
materiale-sensibile) per esprimere qualcosa di non visibile o percepibile di per sé, come
unaffezione psichica. Dunque connetto quel determinato suono della voce a una
determinata affezione del mio animo. La connessione è simbolica e non logica poiché
"Ah !" non è un termine (elemento base della logica), non significa niente
preso da solo (i termini invece anche da soli sono semantici), e laffezione del mio
animo riguarda una sfera non visibile della realtà, la quale per essere percepita e
comunicata ha bisogno di qualcosaltro che la esprima. Il suono della voce dunque è
gettato fuori come segno non logico di quello che avviene dentro il mio animo.
Insieme ad esso getto fuori anche la mia affezione psichica. Questa atto
vocale non logico ha però un senso e una funzione che Aristotele chiama appunto simbolica.
Così va anche per le lettere scritte rispetto ai suoni della voce.
Sebbene i simboli vocali e le lettere scritte non siano uguali per tutti, sono segni delle
affezioni dellanima che, dice Aristotele, sono invece le stesse per tutti gli
uomini. Anche gli oggetti, di cui le affezioni psichiche sono "immagini", si
presentano allo stesso modo per tutti. Dunque la comunicazione fra uomini è innanzitutto
resa possibile da una effettiva comunione di animo e di riferimenti reali.
Quindi, se dico "Ah !" alla vista di un oggetto che incute terrore, chi mi
sta difronte, sebbene non parli la mia stessa lingua, capisce esattamente la mia reazione
emotiva. Lespressione simbolica perciò è comune a tutti gli uomini ed è, per
così dire, la base non logica del parlare. Ma lanalisi logica del parlare è ciò
che preme fare qui ad Aristotele. E quindi è necessario stabilire quando e come questa
intervenga al posto dellespressione puramente simbolica. Esprimersi logicamente vuol
dire "congiungere e separare" logoi veri o logoi falsi. Vuol dire
cioè unire o separare nome con altri nomi, nome con verbo, etc. secondo quelle regole che
abbiamo già visto nelle Categoriae. Lanalisi logica dunque ci fa capire se
dico il vero o dico il falso, se lo dico correttamente oppure no. E insomma un passo
in avanti rispetto al semplice modo di comunicare per simboli. Se dico
"becco-cervo", senza aggiungere altro, io trasferisco a questo termine vuoto
(che non esiste nella realtà e non si riferisce a nessun oggetto reale o affezione
dellanima) un valore simbolico oppure convenzionale (ci mettiamo daccordo che
significa una qualsiasi cosa). Ma il nome "becco-cervo" non ha alcun valore
logico, cioè non posso dire se sia vero oppure falso, finché non lo unisco al verbo
"essere" oppure al verbo "non essere". Insomma, la logica inizia là
dove non ci sono più solo suoni della voce o lettere scritte, ma connessioni ragionate di
suoni vocali, di nomi e di nomi e verbi; dove cioè i singoli termini linguistici fanno
parte di giudizi o proposizioni.
(15) Entriamo nel vivo dellanalisi logica: che cosa sono i verbi? sono nomi che significano qualche cosa sia per chi li pronuncia, sia per chi li ascolta. Sono nomi dunque che si articolano allinterno di un dialogo (reale o possibile). Ma il verbo detto da solo non significa nulla. Nemmeno il verbo fondamentale di tutta la logica aristotelica (e della tradizione filosofica greca dalleleatismo fino a Platone), e cioè il verbo essere, senza altri "termini congiunti" riesce a determinare qualche cosa. Se dico "ciò che è", sorge spontanea la domanda: "che cosa è?". Il linguaggio logicamente corretto è dunque quello che non rimane nellastratto e nellindeterminato, ma viceversa si riempie di riferimenti concreti e articolati.
(16) La semanticità del discorso, cioè il fatto che ogni logos significa pur qualcosa, non gli è garantita dalla natura ma dalla convenzione umana. Anche un discorso vuoto, che non corrisponde a nulla di reale, può essere significativo se gli interlocutori convengono su di esso e tramite esso si capiscono e comunicano. La verità (o falsità) del logos spetta però stabilirla non a un accordo arbitrario e convenzionale, ma alla scienza logica. Dunque si dicono dichiarativi quei discorsi passibili di verifica logica in quanto essi stessi lo pretendono, presentandosi come enunciazioni dimostrative di qualche cosa. La preghiera, ad esempio, non è un discorso dichiarativo, poiché non intende dimostrare nulla, né di vero né di falso.
(17) Commentiamo i brani 9 e 10. Abbiamo già visto la distinzione fra proposizione affermativa e proposizione negativa. Qui vengono da subito messe a confronto da Aristotele. La contrapposizione fra proposizioni si ha dunque quando luna afferma e laltra nega una medesima determinazione rispetto allo stesso oggetto. La contrapposizione può assumere diverse forme, le quali si dispiegano allinterno della figura aristotelica del quadrato logico.
(18) Allora vediamo bene come il dialogo (di origine socratica) rimanga pur sempre la base dellargomentare logico. Lopposizione tra affermazione e negazione infatti non può che avvenire fra due interlocutori o, al limite, nel dialogo interno ad una stessa persona. Se affermo che qualche cosa appartiene e non appartiene a un medesimo soggetto universale presentato come tale, formulerò giudizi contrari. Esempio: "ogni uomo è bipede", "non ogni uomo è bipede". Abbiamo già visto le caratteristiche di tali giudizi. Lopposizione contraddittoria si ha invece quando una proposizione esprime un oggetto universale in tal forma e laltra in forma particolare: "ogni uomo è bianco", "qualche uomo non è bianco". Questi sono appunto giudizi contraddittori. La dottrina del quadrato logico dunque potrebbe essere interpretata come una sorta di confronto formale (che in parte prescinde dalla verità dei contenuti) fra giudizi contrapposti. La verità delluno o dellaltro sarà dimostrata sillogisticamente.
(19) Il sillogismo è un discorso, dunque è certamente un logos,
tuttavia si presenta in forma composta. Esso è innanzitutto teso a dimostrare, tramite
deduzione, la verità di qualche cosa.
Ecco le caratteristiche del sillogismo aristotelico: esso è composto da tre
proposizioni, di cui le prime due fungono da premesse, lultima da conclusione.
La conclusione deve necessariamente presentarsi in forma diversa dalle premesse, le quali
devono essere più di una. Il sillogismo può essere apodittico e cioè vero e
scientifico, oppure dialettico cioè opinabile, ma non necessariamente falso,
poiché parte da endoxa, cioè opinioni largamente condivise.
Perché la conclusione sia certamente vera, lo devono dapprima essere le premesse. Il sillogismo
dunque è un processo deduttivo che inferisce una conclusione da determinate e precise
premesse. Esempio: "mortale si predica di tutti gli uomini", "uomo si
predica di Socrate", "mortale si predica di Socrate". Il sillogismo
daltra parte è il modo stesso di procedere della scienza e di tutte le scienze, le
quali riempiono di contenuti la forma logica del parlare corretto e secondo
verità.
(20) M. Mignucci, Logica, in AA. VV., Aristotele, a cura di E. Berti, Laterza, Roma-Bari, 1997, p.77.
(21) Tutte e tre le proposizioni del sillogismo sono universali affermative. Lesempio verrà dato qui di seguito.
(22) La Premessa maggiore è universale negativa, la premessa minore è universale affermativa, la conclusione è universale negativa. Esempio: "immortale non si predica di nessun uomo", "uomo si predica di tutti i greci", "immortale non si predica di nessun greco".
(23) La Premessa maggiore è universale affermativa, la minore è particolare affermativa, la conclusione pure. Esempio: "bipede si predica di ogni uomo", "uomo si predica di Socrate", "bipede si predica di Socrate".
(24) La premessa maggiore è universale negativa, la minore particolare affermativa, la conclusione particolare negativa. Esempio: "quadrupede non si predica di nessun uomo", "uomo si predica di Socrate", "quadrupede non si predica di Socrate".
(25) Sarebbe necessario un lungo e adeguato riferimento alla dialettica platonica.
(26) Negli Elenchi sophistici verrà invece criticata la capziosità e la falsità della dialettica sofistica.
(27) Allora, ciò che serve ad Aristotele è un metodo peculiare per costituire sillogismi, i quali vengano adeguatamente formulati per impostare una ricerca su argomenti non veri immediatamente ma opinabili. Esiste dunque un sillogismo dialettico che parte da opinioni ma che ricerca in ogni caso la verità. Lopinione di cui qui si sta parlando, non è certo la doxa, intesa come senso comune o come il falso rispetto al vero; è invece unopinione altamente accreditata ad essere riconosciuta come scienza. Dunque gli endoxa, cioè quegli elementi da cui parte il sillogismo dialettico: opinioni o della maggioranza o dei sapienti, in ogni caso di personaggi illustri e noti.
(28) Viene qui ampliato e complicato da Aristotele il campo di riferimento della dialettica. Essa non è solo "utile" allesercizio del corretto parlare; non è solo utile alla conversazione e alla comunicazione fra uomini razionali, per discutere delle opposte e divergenti opinioni, per vagliarne la correttezza, etc.; essa è altresì massimamente utile alla scienza filosofica. Questa è unaffermazione di grande interesse, che può spingere molto lontano la discussione intorno a che cosa sia dialettica per Aristotele. Intanto qui si può far notare un elemento importante: la dialettica (e cioè di fatto il sillogismo dialettico) ha il compito e le capacità di discutere e argomentare intorno a quei princìpi primi delle scienze, che, per definizione, sono indiscutibili, sono noetici. Eppure, dice Aristotele, luomo è tale perché esercita la sua opinione (il suo pensiero in genere) con luso del linguaggio, cioè dianoeticamente. E dunque luomo razionale parla, si esprime anche intorno a ciò che è noetico, formulando appunto opinioni. Ecco che la dialettica si mostra utile massimamente per luomo che intende capire e discutere anche riguardo a princìpi di per sé già evidenti, dunque indiscutibili.