Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia

Erika Panaccione
Non sono mica confetti!
Dialogo sui problemi della filosofia della differenza di genere

[Vedi anche la voce: Differenza di genere ]

"D. Aggiungi le donne, soprattutto dopo che Arturo le ha chiamate de fanciulloni miopi, privi di memoria e di previdenza, viventi solo nel presente, dotate dell'intelletto comune agli animali, con appena appena un po' di ragione, bugiarde per eccellenza, e nate a rimaner sotto perpetua tutela.
A. Non sono mica confetti.
D. Ma oggi, caro mio, la donna non vuole essere più trattata a confetti: la galanteria è uscita di moda. Vuol sentire la forza; e più gliene dici e gliene fai, e più ti vuol bene. E se te le stai innanzi timido e rispettoso, in cuor suo ti battezza subito per imbecille e comincia a farti la lezione. Hai da far la bocca rotonda, atteggiarti a gran uomo, animare il gesto e la voce, tenerti in serbo tre o quattro paradossi, il più efficace solletico dell'attenzione, e sputarli fuori a tempo in modo brevi e imperatorii. Poi, oggi la donna vuol esser tenuta una persona di spirito, anzi uno spirito forte, e ti fa l'atea, come un tempo faceva la divota. Vuol anche lei poter filosofare e teologizzare; e come si fa? Mettile avanti Hegel e gli altri sofisti, ed errando tra quelle formole e quelle astrazioni, si vede mancar sotto i piè il terreno e le viene il capogiro."
(Francesco de Sanctis , Schopenhauer e Leopardi)

* * * * *

A. Conosci il mito di Eco e Narciso?

D. Mi pare di sentirne il richiamo in qualche angolo della memoria, ma il mio ricordo è confuso e annebbiato. Mi piacerebbe riascoltare questa storia così antica.

A. Bene, sediamoci qui; questo luogo mi sembra perfetto per cominciare un racconto. Il mito parla di una bella ninfa dei boschi e delle sorgenti di nome Eco, che, forse per aver troppo parlato, viene punita dagli dei e condannata al silenzio. Non potrà più parlare: i soli suoni che usciranno dalla sua bocca saranno le ultime sillabe delle parole pronunciate da altri. Chiusa in questa gabbia silenziosa, Eco tace. Un giorno però incontra Narciso e se ne innamora. Ma l'unico essere con cui desidera intrecciare il discorso, non si interessa a lei: non ha occhi che per se stesso, si nutre della propria meravigliosa immagine riflessa sulle acque di una sorgente, come in una specchio, finché un giorno, volendo afferrare l'oggetto del proprio amore, cade nel fiume e annega.

D. E' una favola carica di significati nascosti! Il povero Narciso è vittima di un'illusione maligna: non è riuscito a uscire da se stesso e lì ha trovato la morte, è affogato dentro se stesso, credendo che quell'immagine fosse il mondo intero condensato come in un granello piccolo piccolo. E la sfortunata Eco non ha avuto sorte migliore: chiusa nel suo silenzio forzato, ella ha voce ma non ha parole... Può trovare la sua voce solo attraverso le parole degli altri, e viceversa chiunque può ascoltare se stesso attraverso la voce di Eco.

A. Questa storia mi è venuta in mente perché pensavo a Dante e Beatrice...

D. Che c'entrano Dante e Beatrice? Dante ha celebrato Beatrice, si è tormentato per lei, l'ha invocata, l'ha amata, l'ha seguita come sua guida e luce, proprio l'opposto dello sventurato Narciso.

A. Sì, ma è come se Dante, proprio allo stesso modo di Narciso, si fosse guardato allo specchio e avesse visto Beatrice: la donna descritta da Dante non è Beatrice e non è nemmeno una donna: è Dante stesso, è il desiderio di Dante, la sua fede, la sua poesia, la sua libido, il suo sogno di purezza, di luce, di verità. Questo è Beatrice. E non si tratta che di un esempio tra i tanti possibili. Se ti volti indietro e percorri con uno sguardo il passato, ti accorgerai che tutto il vasto territorio del pensiero, della letteratura, della religione, dell'arte, della storia e via dicendo, è affollato da figure femminili di ogni epoca e luogo, ma sono tutte figure silenziose, dette, agite, raccontate da altri. Non hanno una parola autonoma, un linguaggio proprio; sono immagini riflesse su uno specchio, suoni che ripetono le parole di altri, come Eco.

D. Ma questo vale per tutto ciò che è opera d'arte: la mano che l'ha disegnata, il pensiero che le ha dato forma riversa in quell'immagine una parte di se stesso, non può che essere così.

A. Sì, questo è verissimo, ma il fatto è che tutte le mani creatrici che hanno popolato il regno della letteratura, della poesia, della pittura e via dicendo, sono state mani di uomini. Il sentiero che ha condotto al mondo dell'arte (del senso) è stato un sentiero sessuato, riservato e chiuso. Per la donna, anche quando poteva accedere ad un'istruzione, anche quando le sue possibilità economiche glielo permettevano, quel sentiero diventava un miraggio lontano, mai una possibilità. Spesso le donne che hanno avuto il privilegio di scrivere, hanno dovuto plasmare i propri lineamenti, appiccicarsi magari un paio di baffi e farsi chiamare per esempio George Eliot - invece che Mary Ann Evans - oppure George Sand - invece che Amandine Aurore Lucie Dupin. Così, se, come archeologi meticolosi, scaviamo nel passato alla ricerca di qualche impronta femminile, quello che troviamo sono frammenti sparsi, cocci ormai ricoperti dal muschio, schegge. Quelle uniche presenze aggraziate che vedi volteggiare dentro i libri di poesia, dentro le tele dei pittori, sotto le forme suadenti scavate nel marmo, sono meravigliosi simulacri di donne, non sono voci, sono echi che non raccontano nulla o quasi nulla di quello che una donna vera e in carne e ossa avrebbe raccontato. Ci sono quindi dei vuoti, dei puntini di sospensione che non sappiamo riempire, ed essi sono il segno di una ben più generalizzata condizione di relegamento entro una sfera inferiore. Sono i segni di un'assenza non certo fisica, ma piuttosto politica e sociale prima di tutto. Se la letteratura è stata scritta solo da uomini, anche il linguaggio ne porterà i segni, si sarà modellato su queste presenza e su queste assenze. Così per le idee...

D. Subordinazione, disuguaglianza, potere, emancipazione... sono tutte parole che scorrono come fiumi nelle battaglie politiche e sociali di ogni epoca. Assenza, silenzio, linguaggio, sono più sfuggenti e vaghe. Forse perché meno abusate di altre parole, mi pare racchiudano significati più velati.

A. Sono d'accordo con quanto dici. Prendiamo il linguaggio, ad esempio: qualcuno potrebbe dire che è semplicemente un codice prestabilito, uno strumento neutro attraverso cui si comunica. Ma se lo guardiamo da un'angolazione diversa, esso - lasciami essere un po' provocatrice - è quasi una creatura viva...

D. Ti perdono la provocazione, ma devi spiegarmi dove vuoi arrivare con questo parlare spinoso.

A. Eccomi qui. Non chiedo altro. Dicevo che il linguaggio, le parole, sono creature, o meglio, creazioni vive, con una loro storia, una loro genesi, una loro complessità...un po' come le persone.

D. Non calcare troppo la mano ora: non vorrai che io accetti un paragone del genere?!

A. No, perché nemmeno io lo farei, ma, per favore, lascia che io parli un po' per metafore; lasciami giocare e dai a ciò che dico il peso che ritieni giusto dare.

D. Va bene, accetto... continua, mia piccola Socrate!

A. Bene, vedo che anche tu stai affilando le parole a suon di ironia! non posso certo dire che mi dispiaccia! Ma non tergiversiamo. Ebbene, il linguaggio è storico, nato e cresciuto insieme alla cultura, al pensiero, alla tradizione; è uno specchio fedele del nostro modo di pensare e di giudicare. Attraverso di esso filtra tutta la realtà, che per essere ordinata e comunicata deve necessariamente tradursi in segni, simboli, immagini. ...lo so, lo so cosa stai per dire, posso anticiparti. E' vero, il linguaggio è strumento del pensiero, ma paradossalmente è altrettanto vero che il pensiero umano è in potere del linguaggio, poiché si può pensare solo ciò che il linguaggio permette di esprimere: le possibilità e i confini del pensiero dipendono dalle possibilità e dai confini del linguaggio. Non solo la circolazione delle idee, ma anche il loro contenuto viene in luce come fatto linguistico. Per questo le parole sono importanti: dietro le parole che usiamo - e quelle che omettiamo - si raccolgono frammenti di interpretazioni. La parola, l'immagine, il gesto non sono mai "innocui" e oggettivi, sono invece segretamente carichi di un giudizio, di una connotazione, talvolta portano su di sé implicazioni ideologiche, politiche, morali. Possono diventare armi pericolose, soprattutto se usate senza coscienza, se abusate, se infarcite di orpelli e ghiribizzi che ne mascherano la vera sostanza...

D. Sento che hai in serbo un bell'esempio da sputare tutto d'un fiato; che stai affilando ben bene la lingua.

A. Cogli proprio nel segno. Stavo infatti pensando a parole come "negro/a", che si trascinano dietro un lungo strascico di intolleranze, pregiudizi, paure per tutto ciò che non è a nostra immagine e somiglianza; riportano in essere violenze perpetuate per secoli, fanno rivivere secoli di imperialismo...Quello che voglio dire è che dietro queste parole non c'è mai il vuoto; dietro queste parole c'è il sangue. Per questa ragione non vanno pronunciate ingenuamente.

D. Beh, tutto quello che dici mi trova d'accordo, ma mi pare un po' troppo per stare condensato in una sola parola. Non puoi racchiudere un universo così vasto dentro cinque lettere, non puoi pensare che il suono di una parola riporti in vita lo schiavismo, le deportazioni, i ghetti e via dicendo. Se pensi questo ad ogni parola che pronunci dovresti tremare di paura per tutto quello che essa oscuramente cela dietro la sua semplicità. Questo non significa che le parole non siano importanti e che quindi non vadano usate con coscienza e responsabilità. Delle volte, cara amica, mi travolgi come un torrente in piena con le tue parole gridate con rabbia!

A. Hai detto cose molto giuste, lo riconosco. Ma conosci bene quanto a me piaccia scuotere e pungere, quindi perdonami ancora una volta e lascia che io continui con quello che voglio dirti.

D. Eccomi qui, non hai mai avuto un orecchio più attento di questo che ti ascolta!

A. Per prima cosa vorrei allentare i lacci a questo concetto di linguaggio di cui finora ho parlato; vorrei lasciarlo espandere fin dove esso è capace di arrivare. Il suo territorio semantico infatti mi pare più vasto di quello che sembra; per questo preferisco parlare di "linguaggio-cultura-scrittura" come uno stesso enorme e variegato edificio, in cui la vita pullula. Ebbene, questo grattacielo vecchio come il mondo pende un po' da una parte, è asimmetrico, o, parlando fuor di metafora, ha un'impronta tutta maschile e quindi monovalente. La figura maschile è centrale e tutto ruota intorno ad essa, come i pianeti ruotano intorno al sole..., ma fin qui ci siamo, queste non sono che le premesse, andiamo oltre ora...

D. Bene. Ho una domanda che mi gira in testa da un po': E' possibile raddrizzare la torre dall'interno, oppure non resta, alle donne, che costruirne una nuova?

A. Io, con tutta sincerità, credo non sia né giusto né possibile ricominciare da zero e innalzare una nuova torre,... chissà, rischieremmo di farla pendere dall'altra parte. Inoltre non vedo altra via se non quella di cominciare dall'interno, anche perché come faremmo ad uscire dal nostro "linguaggio-cultura-scrittura"? Sarebbe un inganno, un'astrazione, sarebbe come mozzare le radici che ci tengono saldi sulla terra, e da cui traiamo nutrimento, sarebbe una morte inutile. Quello che dobbiamo fare - e non certo solo noi donne - è invece una sorta di percorso a ritroso: armati di lente d'ingrandimento e di piccone dobbiamo scavare dentro le parole, i comportamenti, i luoghi comuni, le ideologie, i concetti, i saperi... Fare luce sul presente attraverso il passato, seguire le orme antiche che certe pratiche e certi saperi hanno lasciato lungo la storia, fino a mostrarne la genesi e dunque il carattere storico, relativo, parziale, non assoluto. Michel Foucault, sulla scorta di Nietzsche, parlava della genealogia, ma non dimentichiamo un altro dei tasselli centrali del nostro puzzle: il decostruzionismo!

D. Srotola la matassa adesso.

A. Non posso farlo così tutto d'un fiato, mi limiterò a trovarne il capo, poi sarai tu, se vorrai, a sciogliere tutto questo filo avviluppato. Questo ramo della filosofia contemporanea si propone, attraverso un'istanza critica di revisione e rilettura della realtà, di de-costruire le "immagini" (linguistiche, figurative, estetiche, concettuali, comportamentali, ecc.) che si sono via via edificate lungo il percorso storico-culturale delle diverse epoche; "immagini" che ci paiono ora come "naturali" e oggettive, ma che sono in realtà prodotti storici e costituiscono solo alcuni tra i possibili modi di ordinare il mondo che ci sta intorno. Decostruire significa, prima di tutto, capire quali sono i nostri strumenti di ragionamento, i nostri canoni di valutazione, le basi logiche che presiedono al nostro pensare (e quindi anche al nostro agire). Fare questo significa anche inserire i nostri parametri culturali in una prospettiva storica, critica e relativistica. Una delle grandi carte vincenti del decostruzionismo è proprio di aver considerato oggetto di conoscenza anche colui (o colei) che conosce: il Soggetto! Il ruolo dell'investigatore (la sua prospettiva) viene così messo in discussione, viene problematizzato, diventa parte della disciplina stessa.

D. Il Soggetto della conoscenza viene tirato per i capelli e gettato nel calderone oscuro della realtà oggettuale! Quale disgrazia per la nostra coscienza che si era abituata a fare e disfare il mondo a suo piacimento, che aveva imparato a contenere dentro di sé la realtà, chiamandola rappresentazione! Che pasticcio è questo?... Qui sento odore di quel demonio di Nietzsche che ha cominciato col prendere tutto a colpi di martello!

A. Alt! Fermati un momento, non andare così lontano, non fare confusione e non arrotolare ancora di più la matassa! Facciamo un passo alla volta e non andiamo a toccare punti che ci porterebbero lontani mille miglia, rischieremmo di perderci. Continuiamo invece per la nostra strada. E' vero, la prospettiva decostruzionista opera un vero e proprio colpo di mano nei confronti di quel Soggetto della conoscenza che è anche il costruttore del sapere, da sempre abituato a porsi come a-problematico; ma questo Soggetto non viene affatto ucciso, anzi, gli si affida un bene prezioso anche se difficile da gestire: la responsabilità. Lo si costringe ad assumersi la responsabilità del proprio giudizio, a prendere coscienza della posizione che occupa tra gli altri Soggetti conoscenti, in modo che si renda conto che il suo sapere è condizionato da una molteplicità di fattori che disegnano una sorta di sua personale geografia. Questo "luogo geografico" è come il punto in cui si intersecano la razza, la nazionalità, la classe sociale, l'identità sessuale, la formazione culturale, il periodo storico, il proprio percorso esistenziale ecc. Questo "luogo geografico" segna la prospettiva entro cui il soggetto si muove e guarda il mondo. La coscienza infatti non è mai essenza pura e totalmente universale, è sempre incarnata in un corpo, e questo significa anche e soprattutto non trascendere dal mio sesso, dal mio colore di pelle, dalla classe sociale a cui appartengo, riconoscere i luoghi dove tutte queste cose mi hanno permesso di arrivare e quelli che mi sono stati preclusi.

D. Così il sapere diventa, in un certo senso, una questione politica?!

A. Sì, perché ha a che fare col potere. E questo lo aveva detto anche Francis Bacon, ricordi? Storicamente il sapere è sempre stato monopolio di una certa parte del sesso maschile (banalmente: le donne non andavano a scuola, o se ci andavano non avevano accesso a ruoli accademici, alla letteratura, men che meno alla scienza, ecc.), e rigorosamente appartenente alle classi sociali più abbienti. Allo stesso modo, nel nostro presente geo-politico, i rapporti di potere sono spostati dalla parte dell'"Occidente", poiché i parametri di sviluppo che esso ha elaborato (sviluppo tecnologico, scientifico, economico, ecc.) sono considerati universalmente validi, assoluti, superiori a qualunque altra forma culturale.

D. Ma questa percorso de-costruttivo non rischia di intrappolare il sapere e colui/colei che ne tessono le fila, dentro una ragnatela da cui non è più possibile uscire? Non c'è il pericolo di bloccare il cammino della conoscenza per paura di ritrovare in ogni suo angolo un residuo di Potere, che, come uno spettro impalpabile, attraversa anche te stesso da pare a parte? Se rimettiamo tutto in discussione, se il Soggetto viene gettato nel vortice incerto di tutto ciò che è relativo e parziale, corriamo il rischio di ritrovarci in un deserto senza più punti d'appiglio. E ancora: a forza di prendere a colpi di martello la nostra torre di Babele, questa potrebbe caderci addosso!

A. Mi hai fatto venire i brividi con tutti questi tuoi spettri! Ma vedi, il fatto è che comunque non è possibile - né tantomeno auspicabile - fermare la conoscenza; essa, anzi, è andata sempre avanti a forza di rivoluzioni come questa. Questo cammino inaugurato dal pensiero contemporaneo - a cui partecipano donne e uomini - ci vuole portare a capire di più e meglio di prima, e, come Ulisse, non si accontenta di guardare fino all'orizzonte; ma invece di attraversare il mare in lungo e in largo, si improvvisa Sirena e si tuffa nella profondità, per guardare cosa c'è sotto. Tu parli di spettri, beh, il nostro Ulisse-Sirena vuole alzare il lenzuolo che ricopre questi fantasmi, e che cos'è un fantasma senza il suo velo bianco?

D. Ma le Sirene che chiamavano Ulisse erano tentatrici ingannevoli!

A. Chi lo sa? Se Ulisse avesse dato loro ascolto chissà cosa avrebbe trovato laggiù in fondo al mare?!

D. Ho le gambe intorpidite e i pensieri confusi. Alziamoci e facciamo una passeggiata, un po' di aria fresca forse aiuterà queste nostre riflessioni. Ma tu continua, amica mia, accetto di tuffarmi con te nel mare, ma vedi di non farmi annegare! Spero di trovare un tesoro sepolto.

A. Allora seguimi, Ulisse! Dunque, la filosofia contemporanea - e al suo interno quella femminile o femminista - ha dato il via a un'analisi della cultura dell'Occidente in senso critico e, abbiamo detto, de-costruttico. Prima ho accennato alle basi logiche che presiedono al nostro pensare, alle "immagini" e alle iconografie che formano il nostro bagaglio culturale. Bene, questo tipo di orientamento filosofico vuole fare luce sui meccanismi regolatori del nostro sapere, uscire per un momento dal nostro ordine simbolico e di significazione (ovvero l'insieme dei processi attraverso cui attribuiamo e costruiamo i significati e i valori, le modalità valutative con cui percepiamo le cose del mondo e gli altri), per guardarne dall'alto la struttura e, potremmo quasi dire, il comportamento. Esso risulta così rigidamente inscritto entro una sorta di schema binario, strutturato su meccanismi di separazione, disgregazione ed esclusione.

D. Sono in alto mare. Ho bisogno di un punto d'appoggio, altrimenti sprofondo.

A. Ti darò, per quel che posso, una spiegazione, ad essa potrai aggrapparti. Allora, abbiamo uno schema binario, quindi due poli contrapposti in cui uno dei due elementi rappresenta il positivo, il + che però non è tale senza un - che gli faccia da controparte; il secondo polo viene quindi ribaltato in un ordine di negatività. Troviamo così:

- Cultura Natura
- Mente & Anima
- Corpo & Carne
- Universale, Particolare
- Razionalità, Irrazionalità
- Spirito, Materia
- Soggetto, Oggetto
- Io, Altro
- Salute & Normalità, Insania, A-normalità, Pazzia
- Maschile, Femminile
- Bene, Male

Si tratta di un processo di separazione e disgregazione, perché rompe l'unità dell'essere umano ad esempio in anima (+) e corpo (-), gettando tra essi uno spazio irriducibile di alterità e conflitto. Esso finisce poi per privilegiare un termine del rapporto, chiamiamolo A, facendone un assoluto e una norma; l'altro viene separato, chiuso dentro uno spazio di inferiorità che va a costituire la sua essenza; diventa così la sede della contraddizione, del non-senso, diventa il raccoglitore di tutto ciò che A rifiuta come negativo, diventa non-A. Una volta che si è compreso il carattere opzionale di questi dualismi, una volta che si è rifiutata la loro presunta naturalità, ci si può chiedere quando e come essi abbiano preso forma.

D. Hai formulato tu stessa la domanda che stavo per farti, mi hai messo fra le labbra le parole che avrei voluto pronunciare. Non mi resta che ascoltarti con attenzione.

A. Una domanda ambiziosa, la cui risposta occuperebbe le pagine non di uno, ma di molti libri. Tenterò ugualmente di gettare dei semi, così come posso, sperando che tu possa raccogliere qualche frutto. La nostra storia comincia molto lontano, là dove il mondo greco vedeva nascere la filosofia. L'anima è nata col razionalismo greco, Platone ne è stato forse il primo grande teorico, anche se non fu tutta farina del suo sacco: il sentiero che egli ha percorso portava già le orme di altri, gli orfici, i pitagorici, per esempio. Prima del V secolo la psychè non era qualcosa di antagonista al corpo (soma), era quasi un suo prolungamento, era la vita, lo spirito di un corpo che si muoveva nel mondo; gli autori attici del V secolo parlano della psychè come sede del coraggio, della passione, della paura, della pietà. Soma era invece, per esempio in Omero, il corpo senza vita, il cadavere. Poi qualcosa cambiò le visione che l'uomo aveva di se stesso, la psychè si spoglia pian piano di tutti i suoi attributi corporei, acquista una natura divina, diventa l'io razionale dove la conoscenza e l'universale si rifugiano, il luogo dove Verità, Idea e Valore si uniscono indissolubilmente. L'anima, piena rotondità, guarda con sospetto quel corpo perduto, un contenitore cavo, la sua nuova prigione e tomba. Sul corpo si riversa così il fardello della colpa, dell'errore, dell'animalità.

D. Se facciamo qualche lungo balzo in avanti arriviamo a Cartesio, vero?

A. Giustissimo: Cartesio rende ancora più profonda questa ferita, poiché fa sì che il corpo venga assorbito nel magma indistinto ed inerte della res extensa, diventi un oggetto totalmente estraneo che non ci appartiene. Tutto il nostro essere si condensa puro nella roccaforte del mentale, nell'intelletto razionale che solo è capace di esprimere ogni senso del mondo. Il dualismo mente-corpo viene scandito dal criterio dell'indubitabilità del mentale, dell'interno, e dalla dubitabilità della res extensa, dell'esterno. Da una parte il sapere filosofico e quello religioso (cristiano) hanno sostenuto un pensiero anti-materiale e anti-sensibile; dall'altra, il sapere scientifico ha proseguito - sia pure da una prospettiva opposta - in questa direzione, guardando al corpo come ad una macchina biologica, attraversata da parte a parte da uno sguardo analitico e interpretabile solo con gli strumenti delle scienze esatte. Queste due "metafisiche" - quella idealista e quella materialista - che da sempre si sfidano, nascono dunque da una radice comune.

D. Lo stesso vale per la conoscenza e la razionalità, non è vero?

A. Sì, si tratta di un out-out: la conoscenza è necessariamente razionale altrimenti non è vera conoscenza; ogni altro approccio al mondo diventa quindi inferiore, inadatto, non conoscitivo.

D. Come per esempio le culture cosiddette primitive o i paesi "sottosviluppati". Oramai tutto ciò che sfugge al linguaggio scientifico non ha alcuna garanzia di autenticità, la scientificità è diventata un marchio che sancisce tutto ciò che viene considerato reale.

A. Questo è un discorso sovraccarico di implicazioni, che ci potrebbe portare molto lontano. Molti ne hanno parlato: Husserl, Wittgenstein, Derrida, Simone Weil, Richard Rorty e via dicendo. Permettimi di guidare ancora per un po' la nostra conversazione dove più mi piace, mostrati accondiscendente ai miei capricci almeno fino a che non tramonta il sole, ormai manca poco, guarda: già quelle nuvole là in fondo si gonfiamo di rosso, ci siamo quasi.

D. E va bene. Così non potrai non ricambiare la mia accondiscendenza quando sarò io a chiedertela. Ebbene, dove mi vuoi portare ora; quali trappole mi prepari?

A. Nessuna trappola; voglio soltanto risalire con te dal fondo del mare; non ricordi ? Ho promesso di non farti annegare. Ma vedo che hai imparato presto a respirare nell'acqua, sembra quasi tu abbia assunto le sembianze di Sirena!

D. Smettila di ridere sotto i baffi e continua a intrecciare la tua tela, guarda: il sole scende e tu stai perdendo il tuo tempo! Sediamoci qui e aspettiamo, la nostra lucente clessidra ci dirà quando è il tempo di andare.

A. Sì, questo crepuscolo arancione mi darà luce a sufficienza per continuare. Bene, torniamo sui nostri passi, dunque, ...la mente e il corpo,...il meccanismo delle dicotomie. Sì, ci sono. In questa impostazione strutturata per radicali contrapposizioni, compare anche il Femminile, che occupa la posizione periferica - come tutto ciò che nel nostro schema è collocato a destra -, in riferimento ad un centro costituito dal Maschile. Il femminile viene definito e plasmato come carattere "mancante", incompleto, imperfetto e inadeguato, laddove la completezza è considerata l'ideale modello di mascolinità. La tradizione che ha accompagnato tutta la nostra storia passata, associa la donna ad una sfera prettamente domestica, privata; alla funzione riproduttiva per esempio, quindi ad un ruolo specificamente biologico, legato al corpo, alla carne, alla natura. La donna non poteva essere che moglie e madre, altrimenti era la prostituta, la strega, la matrigna (pensa alle fiabe!), la pazza, l'isterica. Il suo status sociale era definito da quello della figura maschile da cui dipendeva: prima il padre, il quale poi la dava in moglie al futuro marito. Se guardiamo ancora una volta alle parole, ci accorgiamo che una medesima radice linguistica unisce i termini "madre" (dal latino mater), "materia" e "matrice" e tutto ciò che è materia è sempre stato anche dis-valore, peccato. Di qui poi, anche l'idea arcaica che, nella generazione dei figli, la madre fornisse la materia e il padre la forma, la sublime forma! Se andiamo a dare uno sguardo alla parola "padre" (dal latino pater), vediamo che essa richiama immediatamente quella di "patrimonio", inteso comunemente sia in senso economico, sia in senso culturale e sociale. Quindi, da un lato una materialità biologica che si trasmette attraverso la madre, dall'altra un'eredità maschile che appartiene alla sfera del sociale, della conoscenza e della Cultura, in contrapposizione con ciò che è mera Natura. Ecco che torniamo alla cesura netta tra Cultura = Spiritualità = Ragione = Cognitivo e Natura = Materialità = Passionalità = Istintualità, dove il culturale è da sempre considerato e superiore ad una non ben definita naturalità, poiché capace di controllarla e trasformarla, e in ragione della sua trascendenza.

D. Continua...

A. Ti renderai conto ora che laddove si posa questa barra di cesura, che separa e demarca in maniera fortemente valutativa A e non-A, lì nasce il potere, o meglio, relazioni di potere per cui, grazie alla svalutazione di non-A, rivestono A di valore e forza. La filosofia femminile è allora anche una analisi e una battaglia contro le multiformi relazioni di potere. Michel Foucault ha studiato a lungo i meccanismi e le modalità attraverso cui si formano e agiscono i rapporti di potere, nella loro eterogeneità. Egli ha messo in luce un carattere di estrema importanza: il fatto che il potere non è solo repressione, divieto, sottrazione di possibilità; non è solo un'operazione "negativa", al contrario è anche e soprattutto un fenomeno "positivo" nel senso che produce, crea: crea saperi, gusti, dottrine, costruisce discorsi, forma comportamenti e identità in cui riconoscersi, produce piaceri e bisogni, incanala i desideri.

D. Quindi vuoi dire che è questo sistema di relazioni unidirezionali, questa struttura dicotomica, dentro la quale si formano i rapporti di potere, a produrre i generi, le tipologie, la tipicità delle categorie, per esempio quelle del maschile e del femminile? Non pensi piuttosto che esista una naturale differenza di base tra i due generi, che si esprime prima di tutto nella differenza sessuale? Da quel che sento, i vari movimenti femministi rivendicano qualcosa come un'essenza femminile da sempre deprezzata, come qualcosa che pre-esiste all'itinerario storico, che caratterizza costitutivamente l'essere donna.

A. Questa tua domanda in realtà ne contiene molte, e un po', lo devo ammettere, mi fa girare la testa, perché mette tanta carne al fuoco. Ma è giusto che tu mi chieda questo; cercherò, col tuo aiuto, di fare ordine come meglio posso.

Penso che non sia del tutto legittimo porre come data un'entità maschile e una femminile, che, in astratto, si pongano come tipicità fuori dal tempo, dalla storia, dai luoghi. Voglio dire che penso sia semplificatorio disegnare un Maschile e un Femminile che andrebbero a combaciare senza troppe distorsioni con l'essere uomo e con l'essere donna. Per di più, Uomo o Donna in sé e per sé sono concetti piuttosto vaghi e generici e rischiano di portarci fuori strada se non rimangono legati alla realtà concreta, alla vita: scendiamo un momento da questo iperuranio dove le idee astratte intrecciano le loro belle ghirlande e costruiscono splendidi castelli fatti di aria. Una volta scesa dal regno incantato dell'Universale, che cosa vedo? Vedo persone: esseri pensanti che sono allo stesso tempo esseri corporei, con un colore di pelle, una precisa nazionalità, un particolare stile di vita, un certo conto in banca, una cultura, gusti, esperienze, fedi, ideologie, ... provenienze e percorsi diversi, e quindi necessariamente modalità differenti di selezionare e penetrare la realtà, di ordinarla e di muoversi dentro di essa, perfino di costruirla. Penso che invece di una femminilità e una mascolinità ideali, a-prioristici, vi sia piuttosto un lavoro, o meglio, un lavorio continuo che storicamente edifica dei modelli (di comportamento, di immagine, di pensiero, ecc.), che finiscono poi per costituire delle categorie imposte. Questo vale per la coppia uomo-donna così come per altri ambiti, come quello relativo alla razza, alla classe sociale, alla nazionalità. Questa presa di coscienza non è affatto in contraddizione col fatto che comunque esista e sia esistita una de-qualificazione generalizzata del soggetto Donna, che ha fornito il materiale su cui è cresciuta la supervalutazione, l'assolutizzazione del soggetto Uomo.

D. Quindi condividi l'ipotesi secondo cui non è possibile sancire alcuna essenziale tipicità al di fuori dei condizionamenti storici? Questo implica che la differenza, o meglio, le differenze siano sostanzialmente un prodotto storico?

A. Penso che non abbiamo altra scelta - una volta date per scontate certe differenze biologiche, fisiche che in questo momento ci interessano poco. Voglio dire: ammettiamo di poter tornare indietro nel tempo, in un tempo talmente lontano che sfugge del tutto alla nostra immaginazione; immaginiamo di riuscire a cancellare come su un pezzo di carta tutto il sentiero che l'umanità ha percorso fino ad ora; immaginiamo infine che per una qualche ragione, magari un accidente qualsiasi, le cose fossero andate in modo diverso da come le conosciamo noi ora, che il sesso femminile avesse preso in mano le sorti del mondo e lo avesse guidato dove meglio credeva. Ebbene, come possiamo noi sapere dove saremmo ora? Se pur con una vena di rammarico mal celato - te lo confesso -, non posso affermare a priori che ora ci troveremmo in un mondo migliore di questo. Ma a questo punto non ha più nemmeno tanto senso chiedersi cosa sarebbe avvenuto; francamente non mi interessa troppo: sarebbe un giocare coi "se" e coi "forse" che mi lascerebbe tra le mani solo un pugno di mosche.

D. Sì, penso di condividere quanto dici. Ma ora permettimi di fare un piccolo salto all'indietro; torniamo alle dicotomie, a quella frattura che separa A e non-A; c'è ancora qualcosa che mi sfugge.

A. Beh, dentro quella relazione - perché di una relazione si tratta, anche se squilibrata - la differenza si traduce immediatamente e unidirezionalmente in termini di superiorità e di inferiorità. Questo perché uno dei due termini viene assolutizzato e diventa norma, anzi la Norma. Ciò che è altro si configura allora come distaccamento dalla Norma, dunque devianza, mancanza, negatività. L'identità nasce dalla relazione, si forma dentro quella relazione, che però è un campo chiuso, perché non va mai al di là di se stessa. Tutto si gioca cioè dentro il tunnel Io-Tu, per cui A riesce ad essere positivo solo se confina non-A dentro il negativo, la valutazione dell'Io dipende dal deprezzamento del Tu. Ora, non si tratta di invertire i pesi sulla bilancia per farla pendere dalla parte opposta, si tratta invece di superare la bilancia come metro di misurazione. Questo significa tentare di unificare ciò che è stato separato, liberarsi del marchingegno che tiene imprigionati l'Io e il Tu e gettare tra essi il mondo come orizzonte di senso comune, come terreno d'incontro, come comune campo di infinite relazioni a più sensi. Questa prospettiva si inscrive dentro un disegno più vasto che ha come premessa quella che è la grande intuizione della filosofia contemporanea, cioè che "la Verità si fa nel Dialogo". Una verità questa che varca i confini dell'individualità e disegna un territorio collettivo di comune appartenenza; una verità che non vuole essere omologante e dispotica, ma che accetta di esprimersi attraverso diversi linguaggi e diverse voci. E' una verità che va verso l'età del multiculturalismo, dove i vari Soggetti partono da luoghi differenziati, seguono interpretazioni e strumenti culturali diversi. Dentro questo paesaggio che deve ancora prendere forma, la diversità può venire accolta come un dono, come uno sguardo diversamente posizionato che sa cogliere frammenti di mondo per me difficili da riconoscere; allora l'incontro con questo sguardo, per quando rischioso possa essere il contatto con la novità, è la promessa di possibili epifanie.

D. Come per i Re Magi...! L'epifania, non a caso, è il giorno in cui essi, insieme, arrivano a Betlemme.

A. Proprio così. I Magi partono dalle loro terre, dai loro Regni, dopo aver visto la Cometa: un segno ancora indistinto, un'ipotesi che è apparsa loro da punti d'osservazione diversi e a cui probabilmente ognuno di loro ha dato un nome diverso. Questa stella luminosa li ha spinti a mettersi in cammino, verso un luogo che ancora non conoscevano ma che ciascuno ha riconosciuto, a modo suo, come propria meta. Quando finalmente si incontrano, nessuno di loro si sorprende né si rammarica di avere avuto la stessa rivelazione, ma, insieme, partono per uno stesso viaggio, ognuno con la propria lingua, la propria religione, la propria storia. In un certo senso il loro viaggio è un viaggio dell'uno verso l'altro, poi un viaggio verso una verità comune, che non pretende di avere un solo e identico aspetto esteriore.

D. E' una bella storia. Peccato che non venga mai raccontata...oh, guarda: il sole è sceso, sarà meglio mettersi in cammino, è ora di tornare a casa.

A. Sì, hai ragione.

D. La strada è lunga, abbiamo ancora un po' di tempo per chiacchierare, permettimi quindi di farti qualche altra domanda.

A. Ti ascolto.

D. Vorrei chiederti qualcosa di più su questa filosofia al femminile: dove sta andando? Quali altre direzioni sta prendendo il suo cammino?

A. Beh, i cammini sono diversi. Se disegniamo una "geografia", per quanto approssimativa, della ricerca del pensiero femminile, possiamo individuare tre grandi settori predominanti: un un ambito angloamericano in cui l'interesse predominante è quello per la sociolinguistica, l'antropologia e la semiotica; uno francese il cui riferimento principale è quello per la psicoanalisi, e uno afroamericano che si occupa soprattutto del problema del colonialismo e di una cultura post-coloniale e multiculturale. Questa settorializzazione non è tuttavia rigorosa, al contrario, una delle caratteristiche dei cosiddetti Women's Studies (nota che l'espressione inglese conserva l'ambiguità tra "studi sulle donne" e "studi delle donne") è proprio la multidisciplinarietà, quindi la predilezione per un tipo di indagine che non si delimita all'interno di una singola disciplina, di una ristretta specializzazione, ma affronta trasversalmente i vari settori della ricerca, cerca di prendere in considerazione le molteplici implicazioni che un "evento" produce. L'approccio multidisciplinare è una importante presa di posizione sul metodo, poiché da un lato si rifiuta di scindere l'oggetto del conoscere dai procedimenti usati per raggiungerlo, dall'altro lato cerca di proporre una via alternativa ad un fenomeno tipico della cosiddetta tarda modernità: una sorta di specializzazione "ad oltranza", che non tocca soltanto il nostro sapere tecnico-scientifico, ma anche quello delle scienze umane, della filosofia, della storia, della letteratura, e via dicendo, così come tutto l'ambito del lavoro e della produzione (pensa alla catena di montaggio nel lavoro in fabbrica). Questa parcellizzazione del sapere conduce ogni singolo ricercatore ad un approfondimento sempre maggiore di un unico settore, di un unico problema, ma questo porta ad un progressivo restringimento dell'orizzonte entro cui si opera; porta alla perdita della visione d'insieme delle cose, porta ad una sorta di miopia patologica per cui il nostro sguardo imparerà magari a vedere l'atomo, ma non riuscirà più a capire come esso si muove all'interno della molecola, e come a sua volta essa faccia parte di un più complesso macrosistema. In questo modo si finisce per perdere il dominio del proprio sapere e del proprio operare nel mondo, il senso che le cose assumono e le implicazioni che portano con sé.

D. Questa presa di posizione mette dunque in causa il problema della responsabilità - di cui già hai accennato -, di un un fondamento etico per il nostro conoscere e per il nostro operare; è così?

A. Sì, esattamente.

D. E poi? Entriamo per un momento nello specifico.

A. D'accordo. Per far questo però dobbiamo rifarci ancora una volta alle parole, o meglio, ad una parola-chiave fondamentale per gli Women's Studies: il gender.

D. Di che si tratta?

A. E' un termine inglese che ha ormai scavalcato i confini della lingua a cui appartiene per diventare internazionale, ma lasciamo questi dettagli...Gender si può tradurre con identità di genere, intesa come categoria psichica non data, bensì costruita strato dopo strato dalla cultura sociale; è quel centro organizzatore dell'esperienza psichica nei suoi infiniti rapporti col mondo, sulla base del nostro convincimento di essere maschio o femmina. I Gender Studies si propongono di superare quel tipo di impostazione che interpreta "anatomicamente" la psiche, considerando la sessualità - l'essere maschio o femmina - come categorie date aprioristicamente, da cui prenderebbe il via l'intero sviluppo psicologico, l'organizzazione del desiderio, l'espressione della personalità. Freud, padre della psicoanalisi, ci ha insegnato che è il sesso a determinare la nostra identità e i nostri comportamenti, a guidare il nostro sviluppo psichico; ma è stato poi lo stesso Freud a gettare il seme della discordia: ipotizzando una "bisessualità psichica" in ciascun individuo, egli spruzzò nell'aria quel granello di indeterminatezza che faceva oscillare, sia pure impercettibilmente, il confine tra maschio e femmina, da sempre considerato il fondamento di tutta l'organizzazione dell'individuo e della società. Ora quel granello si è gonfiato fino a diventare seme e poi pianta, sta mettendo le radici per diventare albero.

D. Esci da queste metafore da quattro soldi e spiegati meglio!

A. Voglio dire che ora la sessualità è diventata una categoria da organizzare, ed è sulla base dell'identità di genere dell'individuo nella sua interezza - del gender - che essa prende forma. Le dimensioni del maschile e del femminile si muovono dunque entro uno spazio mobile, flessibile e assai complesso, che non si inscrive più entro il dualismo rigido della struttura anatomica. Qui si inserisce la oggi tanto dibattuta questione sulle diverse modalità, storicamente determinate, di valutare e organizzare i sessi e i loro desideri, sulla base delle rappresentazioni e delle pratiche sociali correnti.

D. Per la psicoanalisi è una vera e propria rivoluzione! che d'altronde segue gli scenari mutevoli del cammino della società. Ma continua pure; intravedo già la luce accesa della cucina, ti rimangono pochi minuti, mia cara!

A. Bene. Voglio solo aggiungere che l'analisi sulle modalità di formazione dell'identità di genere, non si riduce ad un monotono girotondo intorno alla sessualità, ma punta lo sguardo sulle molteplici variabili che confluiscono in questo complesso processo di formazione: la razza, la nazionalità, la posizione sociale ed economica, l'educazione, l'età, e via dicendo. Attraverso la messa in luce di questo sovrapporsi ed intrecciarsi di fattori, è possibile comprendere come le differenze di gender influenzino la produzione e la diffusione della conoscenza, e, di qui, come si strutturino le relazioni di potere nei vari settori delle attività umane: il lavoro, la famiglia, i rapporti interpersonali, il linguaggio, la scuola e l'educazione, ...

D. Basta. Basta. Basta. Ora fermati, sento che non potrei sopportare una sola parola di più, non perché tutto questo non mi abbia interessato, ma perché dopo un po', lo hai detto tu stessa, le parole pesano come mattoni...e io mi sento venir meno dalla stanchezza. Su, entriamo in casa, sento odore di stufato!

A. D'accordo Ulisse, la nuotata ti ha messo fame, vero? Beh, anche a me, te lo confesso, questa lunga camminata e tutti questi discorsi hanno riempito la testa e svuotato lo stomaco. Forza allora, entriamo, non perdiamo altro tempo!

 

Bibliografia di orientamento sulla questione femminile

Arnot M. e Weiner G., Gender and Politics of Schooling, Hynman, London 1987;

Battistoni Lea e Palleschi Maria Teresa, Nuovi orientamenti ed aspettative della professione docente: le donne insegnanti, Angeli Ed., Milano 1991;

Benjamin, Jessica, Soggetti d'amore, Raffaello Cortina Ed., Milano 1996;

Brennan, Teresa, Between Feminism and Psychoanalisis, Routledge, London 1989;

Braidotti, Rosi, Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea: verso una lettura filosofica delle idee femministe, La Tartaruga, Milano 1994; Soggetto nomade, femminismo e crisi della modernità, Donzelli Ed., Roma 1995;

Buchell Helen e Val Millman, Changing perspectives on gender: new initiatives in secondary education, Open University Press, Philadelphia 1989;

Butler, Judith, Gender trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York 1990; Corpi che contano. I limiti discorsivi del "sesso", Feltrinelli, Milano 1996;

Cavarero, Adriana, Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Editori Riuniti, Roma 1990; Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli, Milano 1996;

Chodorow, Nancy, Femminile, maschile, sessuale: Sigmund Freud e oltre, La Tartaruga, Milano 1995;

Cixous, Helen, Le sexe ou la tete?, Les cahiers du GRIF, N. 13, 5-15 (1976); (Cixous H. e Clèment C.) La jeune nèe, Union Gènèrale d'Editions, 10/18, Paris 1975; Angst, Paris, des femmes, 1977; Entre l'ècriture, Paris, des femmes, 1986;

Daly, Mary, Beyond God the Father: Toward a Philosophy of Women's Liberation, Beacon Press, Boston 1973; Gyn/Ecology: The Metaethics of Radical Feminism, Beacon Press, Boston 1978;

de Beauvoir, Simone, Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe 1949), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1961;

Deem R., Women and schooling, London 1978;

de Lauretis, Teresa, Feminist Studies/Critical Studies, Indiana University Press, Bloomington 1986; Technologies of Gender: Essays on theory, film and fiction, Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis 1987; Alice doesn't: Feminism, Semiotics, Cinema, Indiana University Press, Bloomington 1984; Sui Generi/s: Scritti di teoria femminista, Feltrinelli, Milano 1996;

Deliyanni V. e Ziogou S., Gender and Education, Vanias, Thessaloniki 1993;

Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987; Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990; Il cielo stellato dentro di noi, La Tartaruga, Milano 1992; Oltre l'uguaglianza. Le radici femminili dell'autorità, Liguori Ed., Napoli 1995; La sapienza di partitr da sè, Liguori Ed., Napoli 1996;

Eisenstein, Hester, Contemporary Feminist Thought, G.K. Hall & Co., Boston 1983;

Elam, Diane, Feminism and Deconstruction, Routledge, London 1984;

Fraisse, Genevière, La differenza fra i sessi, Bollati-Boringhieri, Torino 1996;

Giani Gallino T., La ferita e il re. Gli archetipi femminili della cultura maschile, Raffaello Cortina Ed., Milano 1986;

Gilligan, Carol, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità (In a Different Voice, 1982), Feltrinelli, Milano 1987;

Griffith Morwenna e Withford Margaret (a cura di), Feminist Perspectives in Philosophy, Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis 1988;

Grimshaw, Philosophy and feminist thinking, 1986;

Haraway, Donna, Primate Visions. Gender, Race and Nature in the World of Modern Science, Routledge, New York 1989; Manifesto Cyborg: Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1995;

Harding S., Hintikka M. B., Discovering Reality, Dordrecht, Reidel 1983;

hooks, bell Yearning: Race, Gender and Cultural Politics, Turnaround, London 1991; Black Looks: Race and Representation, South End, Boston 1992

Irigaray Luce, Speculum. L'altra donna. Feltrinelli, Milano 1975; Noli me tangere o del valore delle merci, in A. Verdiglione (a cura di), "Sessualità e politica", Feltrinelli, Milano 1975 (pp.160-70); Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli 1978; Amante marina. Friedrich Nietzsche (Amante marine. De Friedrich Nietzsche 1980), Feltrinelli, Milano 1981; Parlare non e mai neutro (Parler n'est jamais neutre), Editori Riuniti, Roma 1991; Je, Tu, Nous. Towards a Culture of Difference, Routledge, London 1993; Essere due, Bollati-Boringhieri, Torino 1994; I love you. Sketch of Possible Felicity in History, Routledge, London 1995; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1996; Passioni elementari, Feltrinelli, Milano 1996;

Jordanova, Ludmila, Sexual Visions. Images of Gender in Science and Medicine between Eighteenth and Twntieth Centuries, Harvester, London 1989;

Lorde, Audre, Sister Outsider: Essays and Speeches, The Crossing Press/Traumansburg, New York 1984;

Magli, Patrizia, Le donne e i segni, Il Lavoro Editoriale, Urbino 1985;

Marks, Elaine e Isabel de Courtivron, New French Feminism, Schocken Books, New York 1981;

Merchant, Carolyn, The Dead of Nature. Women, Ecology and the Scientific Revolution, Harper & Row, Berkley 1980;

Mitchell, Jiuliet, Psicoanalisi e femminismo, Einaudi, Torino 1976;

Mizzau, Marina, Eco e Narciso, Bollati-Boringhieri, Torino 1988; Mizzau M. e Brunori P., Comunicazione uomo-donna in una prospettiva relazionale: disfunzionalità e potere, Giornale italiano di Psicologia, N. 2, 303-26 (1979);

Mohanty, Chandra Talpade, "Under Western Eyes. Feminist Scholarship and Colonial Discourses", in Feminist Review (London), n.30 (Autumn 1988);

Morselli Davoli G., Per una nuove teoria della conoscenza, DWF Donna Woman Femme, N. 3, 9-19 (1976);

Nadotti, Maria, Sesso e Genere, Il Saggiatore, Milano 1996;

Rich, Adrienne, On Lies, Secrets and Silence: Selected Prose 1966-1978, W.W. Norton & Co., New York/London 1979; Blood, Bread and Poetry: Selected Prose 1979-1985, Virago Press, London 1987;

Rossi, R., Le parole delle donne, Editori Riuniti, Roma 1978;

Smith, Barbara, Home Girls: A Black Feminist Anthology, Kitchen Table Press, New York 1983;

Spender, Dale, Feminist Theorists, The Women's Press, London 1983;

Spivak, Gayatri Chakravorty, In Other Words: Essays in Cultural Politics, Methuen, London and New York 1984;

Wolf, Christa, Cassandra e Premesse a Cassandra, Ed. e/o, Roma 1984;

Woolf, Virginia, Le Tre Ghinee, Ed. la Tartaruga, Milano 1975; Professions for Women, The Women Press, London 1979;

Young, Iris Marion, Le politiche della differenza, Feltrinelli, Milano 1996;

Young, Robert, White Methodologies: Writing, History and the West, Routledge, London 1990.

Altre letture

Arendt, Hannah, Rahel Varnhagen, Il Saggiatore, Milano 1988; Vita Activa (The Uman Condition 1958), Bompiani, Milano 1989; Tra passato e futuro (Between Past and Future 1961); Sulla rivoluzione (On Revolution 1963), Edizioni di Comunità, Milano 1993; Politica e Menzogna, SugarCo, Milano 1985; Le origini del Totalitarismo, Ed. di Comunità, Milano 1989; La banalità del male (Eichmann in Jerusalem), Feltrinelli, Milano 1992; La vita della mente (The Life of Mind 1978), Il Mulino, Bologna 1987; Teoria del giudizio politico, Il Melangolo, Genova 1990;

Derrida, Jacques, Della Grammatologia, Jaka Book, Milano 1989; La voce e il fenomeno, Jaka Book, Milano 1984; La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990;

Foucault, Michel, Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977;

Husserl, Edmund, La crisi della scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 1983;

Lyotard, J. F., La condizione post-moderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981;

Moscato, Maria Teresa, "Il viaggio dei Magi come metafora propositiva" in Il viaggio come metafora pedagogica, Ed. La Scuola, Brescia 1994 (pp. 185-95);

Weil, Simone, La condizione operaia, Ed. di Comunità, Milano 1980; La prima radice, Ed. di Comunità, Milano 1973; Oppressione e libertà, Ed. di Comunità, Milano 1956; Lettera a un religioso, Adelphi, Milano 1996; Sulla scienza, Borla, Torino 1971; Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1991; La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974; Quaderni (1982, 1985, 1988, 1993), Adelphi, Milano; Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, Adelphi, Milano 1983; Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990.