Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Michela Dongu
1. Impronte biografiche
Søren Kierkegaard nasce a Copenhagen il 5 maggio 1813. Il
cognome, letteralmente, significherebbe cimitero (il giardino della
chiesa è il luogo in cui vengono sepolti i defunti, tutto intorno alla chiesta
principale), anche se recenti interpreti ne hanno modificato l’allusione
mostrando come esso in realtà potrebbe alludere alla "masseria della
chiesa", dove veniva offerto cibo ai poveri. Probabilmente, allora, il
cognome gli derivò dai suoi parenti, di condizioni umilissime, che avrebbero
ricevuto queste offerte dalla comunità.
Educato in un clima di austera religiosità pietista e
gravato del timore di aver subito una maledizione derivante da un’antica
bestemmia del padre (quando aveva 11 anni) o dall’aver molestato la domestica,
poi madre di Kierkegaard, subito dopo la morte della prima moglie, Kierkegaard
vede morire tra il 1819 e il 1839 due fratelli, tre sorelle, la madre e quattro
anni dopo il padre (1838). Si convince allora che la maledizione annunciata dal
padre peserà per sempre anche sulla sua vita: "Scoppiò allora il
grande terremoto, la tremenda rivoluzione che improvvisamente mi impose una
nuova, implacabile spiegazione generale dei fatti […] Mi sentii avvolto da un
silenzio di morte […] una colpa doveva sovrastare su tutta la famiglia, la
punizione di Dio doveva incombere". Sarà questo senso di colpa, la
colpa del padre, a gravare sulla sua esistenza e ad influenzare gran parte delle
sue scelte future. Søren descriverà sempre la sua come un’infanzia infelice,
in cui è evidente il "non essere come gli altri": gravò sempre su di
lui l’oscura minaccia del padre, convinto che né Søren né il fratello Peter
Christian, unico reduce della ‘maledizione’, avrebbero superato i trent’anni.
Intanto, inquadriamo storicamente l’autore. Quando
Kierkegaard nacque, nel 1813, era l'epoca del l Trattato di Kiel.
Nel periodo delle Guerre napoleoniche, quando la Danimarca cercò di
rimanere neutra, continuando a commerciare sia con la Francia che con il Regno
Unito ed entrando a far parte della Lega della neutralità armata insieme a
Russia, Svezia e Prussia, il Regno Unito intese tale alleanza come un segno di
ostilità e per due volte, nel 1801 e nel 1807, attaccò Copenhagen. Con il
primo scontro riuscì a sconfiggere la flotta danese, mentre nel corso del
secondo provocò l'incendio e la distruzione di ampie zone della capitale.
Questi eventi condussero allo scoppio della cosiddetta Guerra delle
cannoniere - così denominata per l’utilizzo da parte dei danesi di piccole
imbarcazioni dotate di cannoni - tra Danesi ed Inglesi: il controllo da parte
inglese del tratto di mare tra Danimarca e Norvegia si rivelò infine disastroso
per l'economia dell'Unione Scandinava e, nel 1813, la Danimarca-Norvegia finì
in bancarotta. L'Unione tra Danimarca e Norvegia si sciolse appunto con il
Trattato di Kiel. Stipulato nel 1814, la pace prevedeva la restituzione da parte
del re danese della Norvegia al regno di Svezia in cambio dei possedimenti
svedesi della Pomerania (attuale territorio tedesco) che tuttavia rimase alla
Prussia. La Norvegia dapprima si rese indipendente, quindi elesse come suo re
Cristiano VII di Danimarca e infine entrò a far parte di una nuova unione con
la Svezia, che durò fino al 1905. Rimasero domini danesi l’Islanda, la
Groelandia, e le Isole Fær Øer.
Sono questi, dunque, anni particolarmente
importanti per la Danimarca. I moti rivoluzionari del ’48 influenzarono decisamente anche le sorti della Danimarca, trasformata,
nel 1853, con l’entrata in vigore della legge sulla libertà di commercio, in
una vera e propria democrazia liberale. Proprio in questi anni Copenhagen, da
cittadina di provincia, si accingeva a divenire una moderna metropoli, dotata di
fabbriche e ‘case per i lavoratori’ (Arbeiterwohnung).
All’età di 17 anni, il giovane Kierkegaard s’iscrisse
alla facoltà di teologia di Copenhagen. Negli anni dell’Università
particolarmente significativo fu il contatto con docenti idealisti come
Heiberg, fondatore di un circolo in cui lo stesso Kierkegaard entrò con
entusiasmo e dal quale uscì ben presto deluso. Intanto, leggeva con entusiasmo
testi teologico-filosofici che si riproponevano di conciliare ragione e
rivelazione, ma era ardente lettore anche di opere letterarie e poetiche,
mitologiche e popolari. Pubblicava articoli sulla condizione femminile e si mostrava
sempre piuttosto conservatore nei confronti della possibilità dell’emancipazione
della donna, di cui mai si pose realmente il problema della portata
storico-sociale. Nel 1840 si laureò con una dissertazione dal titolo Sul
concetto di ironia con particolare riguardo a Socrate, che considera come il
vero fondatore della morale e il vertice della saggezza.
Tra il 1841-42 fu nel pubblico berlinese di Schelling.
Tuttavia, a parere di Kierkegaard, Schelling non avrebbe inteso la rivelazione
di per se stessa, ma in rapporto alla speculazione: è la filosofia il vero
organo della scienza teologica. Con ciò, Schelling sarebbe rimasto incastrato
nell’immanenza e nel panteismo e avrebbe fatto coincidere la rivelazione con
la filosofia positiva. Dio, uomo e creato entrerebbero nel movimento dialettico
di opposizione, realizzazione e superamento, divenendo così delle semplici
idee, oggetto e fine della speculazione. Dopo un primo spontaneo interesse nei
confronti della filosofia idealista, Kierkegaard verrà presto pervaso da un
forte sentimento di noia. Affermerà infatti in una lettera a suo fratello:
"Schelling ciancia in modo assolutamente insopportabile. Io sono troppo
vecchio per ascoltare lezioni, ma Schelling è troppo vecchio per darle: tutta
la sua dottrina delle potenze tradisce la più alta impotenza".
Scriveva, frattanto, la sua opera più conosciuta, Aut-Aut
(Enten-eller), terminata nel ’43. Dopo questa breve esperienza
idealista, rimase a Copenhagen e visse con una rendita lasciatogli dal padre,
assorto nella scrittura dei suoi libri.
Nella sua vita si distinguono scarsi episodi, apparentemente
insignificanti: nel 1840 il fidanzamento, mandato poi a monte, con la
diciottenne Regina Olsen, figlia del consigliere di Stato, conosciuta tre anni
prima; l’attacco, peraltro, più che rivolto ai suoi scritti mirato a mettere
in ridicolo l’abbigliamento e i suoi difetti fisici, di un giornale satirico
"Corsaren" di cui per anni si dolse; la decisione di non diventare
pastore e infine la polemica con l’ambiente teologico di Copenhagen, contro l’allora
suo maestro Mynster e specialmente contro il teologo Martensen, di cui
Kierkegaard aveva seguito le lezioni nel 1837-38.
Questi avvenimenti, apparentemente insignificanti, celano una
personalità intimamente provata, che si sente costantemente minacciata
"dall’alto" e che prova paura nei confronti di scelte decisive. In
questo senso il rapporto col padre, autoritario e superstizioso,
rappresenterebbe una delle chiavi di lettura attraverso cui è possibile vedere
riflesse, come in uno specchio, alcune delle scelte più significative, biografiche ed intellettuali, di Kierkegaard. Per anni,
gli studiosi hanno
dibattuto circa la decisione del filosofo danese di rompere il fidanzamento con
Regina Olsen, che poi sposerà Fritz Schlegel e morirà nel 1904. Alcuni hanno
analizzato la questione proprio a partire dalla complessa psicologia del
rapporto col padre. Più in generale si può dire che, coerentemente alle linee
essenziali del suo pensiero, tale rottura ha significato una presa di posizione
netta nei confronti della sessualità, per Kierkegaard vissuta come ‘peccato’
infamante, trasmessogli dal padre e mai realmente assolvibile. Nel suo Diario,
egli parlerà infatti di un "grande terremoto" (1835) e di "una
scheggia nelle carni" che si sono prodotti ad un certo punto nella sua vita
e che egli non è stato in grado di distinguere con precisione. Sarebbe un tale
rivolgimento, non riferibile a nessun evento particolare, ad aver sconvolto
tutta la sua vita: dalla decisione di interrompere il rapporto con Regina Olsen
sino alla scelta di non intraprendere la carriera di pastore (come la sua
laurea avrebbe fatto supporre) né qualunque altra: "Da quel momento io
ho scelto. Quella dolorosa sproporzione con le sue sofferenze […] io l’ho
considerata come il mio «pungolo nella carne», il mio limite, la mia croce. Ho
pensato che fosse questo il prezzo con cui Dio ha voluto vendermi una forza di
spirito senza pari tra i contemporanei. (…) Senza osare di fare appello a
rivelazione o a cose simili, io ho capito me stesso nel senso di voler
accentuare, avvalorare, in un tempo guasto e demoralizzato, il
"generale", di renderlo amabile e accessibile per tutti gli altri che
fossero capaci di realizzarlo, ma che dal tempo sono stati sviati alla caccia
del singolare, dello straordinario" (Diario, 1846). Questa
profonda crisi interiore si riflette nella scelta di pubblicare i suoi libri
sotto pseudonimi diversi.
Kierkegaard morì l’11 novembre 1855, a soli 42 anni,
dopo aver scritto una copiosa mole di opere. Tra le tante ricordiamo, oltre al
già citato Aut-Aut, anche La malattia mortale, Il concetto di
angoscia, Timore e tremore. Ciò che resta del suo tragico
amore per Regina, sono le parole racchiuse nel suo Diario, quando nel
1849 scrive: "Amata, essa lo era. La mia esistenza esalterà la sua vita
in modo assoluto. La mia carriera di scrittore potrà anche essere considerata
come un monumento a sua lode e gloria. Io la prendo con me nella storia. E a me,
che malinconicamente non avevo che un desiderio, cioè d’incantarla: là,
nella storia, questo non mi sarà negato, là io avanzo al suo fianco. Come un
maggiordomo, la porto in trionfo dicendo: «Prego, fate un po’ di largo per
lei, per la nostra cara, l’amabile, la piccola Regina!»"
2. Questioni di stile: dalle lettere ai diari
Il senso della filosofia kierkegaardiana è racchiuso nella
forma dialogica con cui egli si rivolge al suo pubblico. In quest’ottica, la
prospettiva che ne emerge appare verosimilmente contraddittoria: da un lato
Kierkegaard scrive testi di natura religiosa pubblicati a sua firma ed è autore
di un importante diario, non destinato alle stampe, da cui si è ampiamente
attinto per la comprensione della struttura del suo pensiero; d’altra parte,
egli pubblica quasi tutti i suoi scritti nell’anonimato più completo, pur,
come nel caso di Aut-Aut, trattandosi di opere in forma dialogica
espresse in formulazioni stilistiche quali le epistole. Appare anzitutto
fondamentale chiarire che, sebbene lo stile kierkegaardiano sembri
impulsivamente steso ‘di getto’, in realtà è frutto di scelte stilistiche
accurate: Kierkegaard ha sempre riconosciuto a se stesso le qualità del vero
poeta e del vero artista. Ha sempre riconosciuto in sé la forza del vero
scrittore e ha cercato di vivere la sua vita pubblica in maniera coerente a
quanto riportato nei suoi scritti.
2.1 La scelta degli pseudonimi
Sul frontespizio dei suoi
libri, compaiono i nomi di autori sempre diversi. Così, per citare le opere
maggiori, Il concetto di angoscia era firmato Vigilius Haufniensis,
«cioè colui che vigila ad Haufnia, l'antico nome di Copenaghen»; Timore e
tremore da Johannes de Silentio, La ripetizione da Constantin
Constantius; gli Stadi sul cammino della vita furono attribuiti a
Hilarius il Rilegatore, le Briciole filosofiche a Johannes Climacus e
Anticlimaticus è lo pseudonimo utilizzato per La malattia mortale,
Victor Eremita quello utilizzato in Aut-Aut. Appaiono poi una miriade di
articoli e interventi pubblicati sui giornali dell'epoca che Kierkegaard scrisse
sempre sotto falso nome. L’utilizzo degli pseudonimi, apparso ai più come un
‘gioco’, in stile ironico e satirico, dal punto di vista stilistico assume
un significato molto più esteso. Il ricorso agli pseudonimi si giustifica
infatti nell’ottica di conservare un certo distacco dall’oggetto trattato e
dal lettore medesimo, ma anche nel fare i conti con la scelta di non
identificarsi con nessuna posizione definitiva, che è un po’ l’atteggiamento
che sempre Kierkegaard conservò (perché sempre l’uomo è posto al bivio,
nella contraddizione, nella possibilità e sta a lui riuscire a vedervi dentro).
Inoltre lo pseudonimo, artificio letterario tipicamente romantico, è la
maschera dietro la quale si nasconde l’autore. Non a caso, Kierkegaard fa
ampio ricorso alla metafora, come mondo che non si svela mai completamente, ma
rimane sempre nell’orizzonte della finzione, del ricorso ad immagini più o
meno riferibili al reale. E considerato il fatto che, secondo Kierkegaard, il
mondo è una maschera (dal punto di vista religioso, sociale, politico) della
vera realtà del singolo, tale scelta appare giustificata e plausibilmente
coerente. Inoltre c’è un altro orizzonte di senso entro il quale appare e si
svela il gioco delle maschere: quello che riguarda primariamente il suo ruolo di
scrittore che sceglie di apparire un uomo ozioso e spiritoso, ma che in tale
maschera cela la sua realtà malinconica, disperata e nello stesso tempo
irriverente nei confronti della involuzione demagogica e conformistica della
cultura e della politica del suo tempo. L’inganno, dunque, attiene
completamente alle scelte stilistiche e le giustifica.
2.2 La Diaristica
Kierkegaard è autore di un Diario,
non destinato al pubblico, che ha condizionato fortemente l’interpretazione
delle sue opere e del suo pensiero. L’utilizzo di un diario, autoreferenziale,
intimo e personale, non esclude l’argomentazione filosofica. La scrittura
autobiografica infatti, lungi dal detenere una posizione assolutistica rispetto
al pensiero, può essere intesa come luogo di riorganizzazione di idee e
osservazioni quotidiane, tradotte in linguaggio, e custodite nel ricordo intimo.
Kierkegaard, allora, ha probabilmente utilizzato la diaristica per trasmettere
il senso del singolo come unico detentore di conoscenze personali e nello stesso
tempo di incertezze. Quelle incertezze, scissioni, contrazioni, d’altra parte,
che sono sempre state alla radice del suo pensiero e della sua vita.
2.3 Le epistole
filosofiche
Kierkegaard non è certo l’unico
filosofo ad avere utilizzato la forma epistolare per veicolare contenuti
filosofici.
Nel filosofo danese è presente una tensione costante dovuta
al suo personale rapporto con la filosofia socratica. In Socrate, Kierkegaard
aveva individuato il primo filosofo che realmente fosse stato in grado di
comprendere il singolo e la sua specificità. Sulle questioni stilistiche
socratiche, si era soffermato nella tesi di laurea, trattando del concetto di
ironia. L’ironia e la maieutica allora potrebbero essere la chiave di volta
entro cui si potrebbe comprendere il tentativo kierkegaardiano di esposizione
epistolare. Infatti le epistole presuppongono un dialogo, seppur immaginario,
con l’intestatario della lettera, con cui si condividono idee, espressioni,
ritagli di vita. Perché allora non favorire il dialogo, alla maniera platonica?
Perché nel dialogo platonico il referente è visibile, presente a se stesso, a
volte capace di controbattere alle accuse mosse dal suo interlocutore. La
lettera, invece, consente la riflessione sull’istante del silenzio, del
vortice di pensiero che si svolge intimamente nel tempo di chi scrive e che
preseleziona mentalmente il contenuto di quelle medesime riflessioni. L’utilizzo
dell’ironia socratica (distinta dall’ironia romantica che tende all’infinito),
in particolare, è il metodo dell’interrogazione costante che crea l’istante
del vuoto, del momento critico-negativo, senza soluzioni.
Kierkegaard dichiarò, ne Il mio punto di vista,
pubblicato volutamente postumo, di intendere come ‘il mio lettore’ il
singolo, e non la massa, la folla anonima, il pubblico. È, quello di
Kierkegaard, come dice Cantoni, "un parlare di sé e per sé, perché
costantemente attinge al fondo della proprie unica e inconfondibile singolarità
eccezionale".
Sotto tutti gli aspetti delineati, Kierkegaard si avvicina
più a Nietzsche che a Marx: la linea di confine tra aforisma e lettere e/o
diari sfuma nella prevaricazione del singolo sul tutto, su quella filosofia,
hegelianamente intesa, come assoluta, anche perché può prevaricare l’ambito
personale di discussione interiore e assurgere all’infinito, in cui le
sfumature del singolo sono cancellate dal Tutto. Kierkegaard e Nietzsche sono
così, in modo radicalmente diverso, tra i più forti critici della ragione
storicistica del loro tempo e la loro critica riguarda il mondo artificioso su
cui la cultura in parte si struttura.
3. Il rapporto con la letteratura del suo tempo: tra
romanticismo e simbolismo
Il risveglio romantico, identificabile nello stadio estetico
dell’immediatezza, non esaurisce le possibilità dell’esistenza e contempla
anche lo scacco etico e il paradosso dello stadio religioso.
La profonda indole malinconica, la natura intimistica, l’educazione
severa e la capacità di autoanalisi fino alla sofferenza, fanno di Kierkegaard
un pensatore profondamente radicato nel romanticismo, di cui formula in maniera
originale i contenuti.
Il romanticismo si era infatti ampiamente diffuso anche in
Danimarca e faceva capo soprattutto alla rivista Athene, nata all’inizio
del secolo e redatta da Molbech. Circolano in particolare miti e immagini
classicamente romantiche come quella di Faust, di Don Giovanni e dell’Ebreo
errante (tre figure, non a caso, centrali in Kierkegaard) rivissuti come tre
momenti della demonicità. Kierkegaard sarà attento lettore di Goethe e del Faust,
la sua opera più celebre completata nel 1831, in cui si narra la lotta interiore con il
diavolo e la salvezza finale, giustificata dagli angeli come aspirazione all’infinito
e in cui si trova un primo abbozzo alla questione del dubbio. Kierkegaard amerà
anche il Don Giovanni, opera musicale di Mozart edita nel 1787, il cui
protagonista è continuamente intento alla seduzione delle donne; e la vicenda
dell’Ebreo errante che, secondo la leggenda, colpì Gesù sulla via
della crocifissione e venne condannato a camminare sulla terra sino al tempo
della seconda venuta di Cristo.
Dagli anni '20 agli anni '40, si fa sempre più vivo un
realismo poetico dovuto anche alla situazione politica in cui la Danimarca si
trovava. Organo di questo nuovo clima è la rivista Harpen, con cui
si chiude definitivamente il breve, ma intenso periodo del romanticismo danese.
Contro gli esiti romantici di esaltazione panteistica della
natura e contro il realismo poetico, Kierkegaard andrà elaborando una personale
ricerca dell’individuo, condotta attraverso il contatto diretto alla Bibbia.
Nella lettura biblica, condotta attraverso l’apporto della letteratura
pietista e mistica, Kierkegaard individua l’ambito del contrasto tra uomo e
Dio, l’assolutezza della parola di Dio e la finitezza dell’uomo, gravato dal
peccato.
La questione centrale cui Kierkegaard è interessato è
dunque il cristianesimo: dal debutto giornalistico del 1834-'36 sino alla critica
ad Andersen e all’Ultimatum che conclude Aut-Aut, il nocciolo
centrale dell’interesse kierkegaardiano è rivolto alla religione. Ma è
quella di Kierkegaard, una ricerca intima nella religiosità: la vigilanza nell’attesa,
la pazienza salvifica, la sofferenza illuminata dalla gioia futura, la colpa,
delineano il quadro entro cui la vita dell’uomo può essere intesa e
correttamente interpretata. Questi i temi dei Discorsi edificanti, in cui
la questione religiosa è posta come stabile fondamento contro la falsa
sicurezza e la superficialità dell’esistere, e di tutta una serie di scritti
dedicati alla questione religiosa (Discorsi cristiani del '48, Tre
Discorsi del '49, Due piccole Dissertazioni e La malattia mortale).
Tuttavia, quando accuserà Lutero di non aver esposto con sufficiente chiarezza
il cristianesimo e di aver manomesso alcuni scritti, come la Lettera di
Giacomo, Kierkegaard sta già prendendo posizione rispetto alla Chiesa
ufficiale. Ciò che rimane è il Lutero che, dai mistici e dai Padri della Chiesa,
si ricollega ai testi di Paolo; ciò che rimane è una personale lettura del
cristianesimo, critica nei confronti della teologia lontana dalla vita e
incapace di stimolare la singolarità umana; ciò che rimane, e che sarà una
costante del suo pensiero, è una generale contrapposizione alle posizioni
ufficiali della filosofia e della teologia, contrapposizione che diverrà sempre
più radicale nel corso degli anni e che lo condurrà alla rottura definitiva
con Hegel e con Martensen. La battaglia contro la Chiesa luterana danese sarà
inasprita da Kierkegaard dalla pubblicazione della rivista Il momento, in cui
critica fortemente gli apparati istituzionali della chiesa ufficiale e la sua
mondanizzazione. Sarà, quello proposto da Kierkegaard, un nuovo modo di
intendere il cristianesimo, lontano dagli schemi formali della Chiesa ufficiale.
Il filosofo danese non intende tuttavia presentarsi come vero
cristiano, ma solo spiegare cos’è il cristianesimo, a partire dal suo
principale punto di riferimento, cioè il singolo, la sua decisione personale:
"So cos’è il cristianesimo: riconosco io stesso la mia imperfezione
come cristiano, ma io so cos’è il cristianesimo". Sarà questo nuovo
approccio, anticlassico e informale, alla cristianità, a condurre Kierkegaard
oltre i sentieri romantici e ad indirizzarlo ad una prosa, nonostante i sempre
più forti punti di convergenza, più filosofica che letterario-estetica.
4. La rottura con Hegel e con l’idealismo
Alla luce di quanto detto, il confronto con Hegel appare
inevitabile. Sono almeno tre gli ambiti entro cui poter valutare la forte
critica operata da Kierkegaard nei confronti della filosofia idealistica
hegeliana.
- Il primo ambito concerne il rapporto tra esistenza/pensiero ed esistenza/sistema. L’esistenza era stata intesa da Hegel come momento di
sviluppo dell’Idea. Infatti la Logica hegeliana (distinta nelle tre
parti della dottrina dell’essere, della dottrina dell’essenza e della dottrina del concetto),
delinea uno sviluppo necessario della razionalità e mostra come le
determinazioni del pensiero siano indipendenti dal soggetto e siano quindi
"oggettive". Per Kierkegaard (Briciole di filosofia e Postilla
non scientifica) l’esistenza non può essere inglobata nel sistema, cioè
pervenire al sistema dell’essere, ma può solo corrispondere al singolo, non
coincide con il concetto perché un singolo uomo non ha esistenza concettuale.
Non può esserci un sistema dell’esistenza, ma solo del pensiero. Ma siccome l’esistenza
è un modo di essere proprio dell’uomo, proprio dell’uomo come - con parole
heideggeriane - Dasein, cioè essere-gettato-nel-mondo, quindi
esser posto da altro e quindi contingenza e rapporto col trascendente, essa è
indeducibile dal pensiero, ma è sempre realtà singola. In
questo senso, il filosofo speculativo non intende la vita reale, parla della
vita ma non vive.
- Il secondo ambito concerne il concetto,
fondamentale in Hegel, di mediazione. Nella Logica, Hegel definiva l’identità
come unità col contrario, come differenza, e sosteneva che nessuna cosa può
essere se stessa senza essere connessa anche a ciò che non è. L’opposizione
è per Hegel una "relazione immanente" e implica che tutte le cose
sono in se stesse contraddittorie. A questo concetto si richiama anche
Kierkegaard rovesciandolo. Alla filosofia che ha voluto cercare di conciliare il
cristianesimo e di plasmarlo sulle sue fondamenta, Kierkegaard oppone un
cristianesimo critico, basato sulla contraddizione di cui anche Cristo è segno
(muore e risorge per l’uomo, è l’eterno nel tempo). La cristianità dunque
deve essere intesa non come dottrina, bensì come possibilità dello scandalo,
del paradosso e dell’assurdo che include l’incertezza della fede che nessuna
argomentazione o dimostrazione razionale può eliminare. Dunque contro la
mediazione hegeliana, Kierkegaard oppone l’accettazione del paradosso come
atto di decisione e di scelta di dipendenza da Dio.
- Il terzo ambito riguarda l’eterna questione del
rapporto tra fede e ragione. Kierkegaard accusa Hegel di aver travisato il
cristianesimo: Hegel avrebbe infatti tentato di conciliare ragione e fede, senza
intendere che in realtà la fede è paradosso e quindi non può essere
giustificata razionalmente.
5.
Il concetto di possibilità e l’esistenza
Kierkegaard ha cercato di ricondurre l’esistenza umana alla
categoria della possibilità.
Ricordiamo per un momento il significato kantiano del
termine, necessario per la comprensione della filosofia contemporanea. Quando
Kant parla di possibilità (chiedendosi nella Critica della ragion pura come
siano possibili la matematica e la fisica pure e i giudizi sintetici a
priori) allude al fatto che i dati si fondano sull’esperienza ed è un
problema come al
concetto possa corrispondere (anche se non necessariamente) l’oggetto.
Kierkegaard ribalta quest’ottica di matrice kantiana, sostenendo invece che il
possibile non è ciò che diventa necessario per il fatto che si realizzi e apre
la categoria del possibile al futuro, affermando che le possibilità sono
infinite e possono non essere realizzate.
Ogni possibilità è infatti non solo possibilità-che-sì,
ma anche possibilità-che-non, implica dunque la minaccia del nulla e la
nullità di ciò che è possibile. Questo aspetto è fondamentale per
comprendere le successive argomentazioni del filosofo danese. Egli infatti non
riconosceva un’unica possibilità, un unico compito, ma
sempre e solo il disagio di dover scegliere tra possibilità diverse, senza
riconoscersi in nessuna. Questo profondo dissidio interiore doveva condurre
Kierkegaard a rivendicare, contro l’oggettivismo hegeliano, la singolarità
dell’uomo.
5. Il singolo come categoria universale di interpretazione
della realtà
Nel singolo, come concretamente esistente, Kierkegaard
individua la rottura definitiva con l’idea idealista secondo la quale si
dovrebbe intendere la realtà come un unico processo dialettico di sintesi degli
opposti. Kierkegaard afferma invece: "La verità è una verità solo
quanto è una verità per me", screditando in tal modo l’ipotesi che
la verità possa essere intesa come oggetto del pensiero. Il cristianesimo ha
condotto all’esaltazione del singolo uomo e l’ha ricondotto alla sua
dimensione più autentica, quella appunto della singolarità.
Attorno alla concezione espressa sul cristianesimo, ruota
infatti la categoria del singolo con la sua profondità e i suoi limiti: "Per
me, non personalmente ma in quanto pensatore, il problema del singolo è la cosa
più decisiva". Parlare di ‘umanità’, come genere, è dunque un
travisamento filosofico e sociale che impedisce ogni religiosità: "il
singolo è la categoria attraverso la quale, dal punto di vista religioso,
devono passare il tempo, la storia, il genere umano". Solo Socrate,
afferma Kierkegaard, è stato in grado di comprendere il singolo che
maieuticamente raggiunge lo stadio religioso. Il singolo dunque è la chiave di
volta per tutelare l’uomo dai processi distruttivi che lo minacciano: l’anonimato
e il conformismo. All’uomo della folla si oppone la figura
personale di quell’uomo che sa e vuole rischiare come spirito libero, di quell’uomo
che, nel vasto ventaglio di possibilità dell’esistenza, non fugge, ma
sceglie.
6. Analisi di un’opera: Aut-aut
Pubblicata sotto lo pseudonimo di Victor Eremita, l’opera
viene scritta interamente a Berlino e pubblicata nel 1843, subito dopo la
rottura del fidanzamento con Regina Olsen. Così come si racconta nella
premessa, sarebbe stato Victor Eremita a rinvenire per caso i manoscritti nel
nascondiglio di un vecchio secrétaire acquistato da un rigattiere, e ad averli
pubblicati. Solo nel 1851, quattro anni prima della sua morte, Kierkegaard ne
confesserà la paternità.
Aut-Aut
è il titolo italiano che traduce il tedesco Enten-Eller.
Aut-Aut significa "o... o" in tutti i suoi significati:
esclusivo (o questo o quello), alternativo (vuoi questo vuoi quello),
disgiuntivo (questo oppure quello), limitativo (questo, o almeno quello),
negativo (né questo né quello).
La versione italiana consta di cinque volumi, ma l’opera è
distinta in due parti: nella prima sezione, si distingue in particolare la
sezione intitolata Gli stadi erotici immediati, in cui si commenta il Don
Giovanni di Mozart, e il Diario di un seduttore, la parte più letta
e che conobbe maggior diffusione, in cui si descrive l’arte oratoria della
seduzione; della seconda parte, fanno parte le Lettere dell’Assessore
Guglielmo ad A e L’equilibrio tra l’estetico e l’etico nell’elaborazione
della personalità, in cui viene rilevata l’importanza della scelta.
Se la prima parte è tesa, ironicamente, a delineare la vita
di piacere romantica, nella seconda parte i toni si allontanano dall'ironia e vi si
contrappone l’elogio dell’altruismo, della misura e dell’impegno
famigliare del Consigliere di Stato Wilhelm, critico nei confronti della
filosofia ‘fuori dal presente’ ed esaltatore della persona concreta che l’etica
configura nel suo valore assoluto. Il matrimonio diviene, opposto all’arte
della seduzione del Don Giovanni, il fine più alto ed elevato.
6.1 Gli stadi dell’esistenza
Nella categoria del singolo, risorto dalle ceneri accumulate
dalla teologia tradizionale, il pensiero kierkegaardiano si svolge attraverso la
delineazione di tre stadi dell’esistenza umana. Essi non rappresentano una
successione cronologica, ma un mutuo rapporto e un’esigenza interna di
completare le possibilità di esistenza. Lo "stadio", infatti, non ha
nulla della fenomenologia dialettica idealistica dei gradi (come strada dritta,
priva di ostacoli), ma assomiglia ad una strada tortuosa, imprevedibile e
scoscesa. Da qui la caduta e lo sconfinamento da uno stadio all’altro. Tale
passaggio, di fondamentale importanza, avviene non attraverso la necessità di
sviluppo della ragione, ma come possibilità della decisione. Nella decisione
il singolo compie il salto, la scelta; nella ripresa egli realizza la sua
vera essenza, riannodando il suo passato in vista dell’avvenire.
I tre stadi individuati da Kierkegaard sono lo stadio
estetico, lo stadio etico e lo stadio religioso.
6.2 Lo stadio estetico. Figura metaforica: il seduttore
Lo stadio estetico è rappresentato da Kierkegaard dalla
figura fondamentale del seduttore. I testi in cui Kierkegaard tratta la
questione dell’estetico sono il Diario di un seduttore, il Don
Giovanni e In vino veritas. Nel primo testo, il seduttore è il
tipico esteta decadente (come sarà Oscar Wilde): dedito ai piaceri, gode la fatalità
e la tragicità dell’esistenza e si pone in contrasto con la società e con il
mondo circostante. È simile al personaggio de Il ritratto di Dorian Gray, che
cede l’anima pur di rimanere giovane e attraente. Nel Don Giovanni,
invece, il seduttore esprime il desiderio sensuale ed è la personificazione
della carne contro lo spirito: è simile al Faust di Goethe, il tipico eroe
romantico che vende l’anima al diavolo, allontanandosi dal cristianesimo, ma,
con la conversione, si eleva all’infinito sollevato dagli angeli. Nel testo In
vino veritas, si racconta invece di un tipico convivio, alla maniera
platonica, di cui entra a far parte il seduttore intellettuale solo nell’ultima
parte della cena. Il Don Giovanni di questo testo è non il seduttore sensuale,
ma il seduttore intellettuale, raffinato e colto. Il seduttore, sia egli
sensuale o intellettuale, incarna per Kierkegaard l’uomo storico che vive nell’attimo,
nel momento del piacere e non trova mai appagamento reale, perché ha sempre
necessità di rinnovamento e di nuove possibilità di godere. La vita estetica
è dunque una vita superficiale dell’interiorità: l’io non domina le sue
sensazioni e si perde nell’attimo in cui tutto finisce, aprendosi al nulla. L’esteta
gode della rappresentazione della vita, gode della conquista, ma non realizza
mai se stesso né il suo desiderio, che rimane sempre inappagato e aperto,
proprio perché non si traduce mai in realtà. Lo stadio estetico rappresenta
pertanto l’orizzonte della possibilità senza realizzazione, della
molteplicità e dell’illusione, della mancanza di completezza e di
determinatezza finita, dell’assenza di storia perché implica il vuoto
ripetersi di se stesso in istanti sempre uguali.
6.3 Lo stadio etico. Figura metaforica: il marito
È a questo punto che Kierkegaard si serve di una nuova
figura metaforica, quella dell’assessore Guglielmo, il marito. Guglielmo, in Aut-Aut,
si rivolge al seduttore intellettuale e cerca di persuaderlo all’etica,
tentando di dimostrare che non si può vivere costantemente nell’attimo, ma
che è necessario sentire la responsabilità etica della propria vita e
scegliere. Solo nell’etica, l’uomo esce dallo stadio estetico (in cui è
solo nell’attimo, natura) e diventa ciò che diventa, raggiungendo così la
sua vera libertà. Se lo stadio estetico era contraddistinto da una continua
sete di rinnovamento, lo stadio etico ha come sua peculiarità il momento della
ripetizione e della continuità. La temporalità ha durata, sviluppo e dà senso
al passato, presente e futuro. Il matrimonio rappresenta in questo senso il
vertice dell’etica, perché è colui che sa vedere poesia anche nel quotidiano
e nella norma. La polemica è qui condotta contro l’estetismo decadente, teso
a rivendicare la passione dei rapporti occasionali ed extraconiugali, senza
alcun legame fisso. Il suo protagonista è l’uomo dissenziente, scisso e
insofferente, che non si riconosce in alcun ruolo o funzione all’interno della
società. Kierkegaard rivendica contro questo tipo di estetismo l’etica del
buon marito come atteggiamento di chi persevera nelle proprie risoluzioni e
trova conforto in esse, senza andare alla costante ricerca di piaceri sempre
diversi e senza soggiacere allo scoraggiamento. In questo senso, l’ordinario e
il comunitario diventano parte del tutto universale e non rivendicano nessuna
eccezionalità rispetto al tutto, ma vivono nella loro moralità come fonte
naturale di stabilità.
6.4 Lo stadio religioso. Figura metaforica: il cavaliere della
fede e Abramo
Lo scopo dell’Assessore Guglielmo è quello di ridurre all’assurdo
l’atteggiamento estetizzante attraverso il ricorso all’immagine dell’etica
salda del marito e del padre, in contrasto con l’incostante spirito d’avventura
dell’esteta. Il passaggio dallo stadio etico a quello religioso non si compie
per contrasto (così come nemmeno dallo stadio estetico a quello etico), ma pone
questioni cruciali che investono l’esistenza umana nella sua più profonda
interiorità. Infatti la vera scelta etica di sé passa anche attraverso l’accettazione
dolorosa della colpa propria e della specie umana, cioè attraverso il
pentimento come espressione dell’amore per Dio.
In Timore e Tremore, opera del 1843, apparsa qualche
mese dopo l’uscita di Aut-Aut, Kierkegaard accentua, attraverso l’elogio
ad Abramo, la sofferenza malinconica trasmessa dal padre: Abramo riceve da Dio l’ordine
di uccidere il figlio Isacco e di infrangere la legge per la quale è vissuto.
Il comando divino di uccisione del figlio si oppone alla natura etica della
legge. Tra i due stadi, etico e religioso, pertanto, non vi può essere
conciliazione, ma solo dissociazione, se non vero contrasto. Se l’eroe tragico
Agamennone, che ha ucciso la figlia Ifigenia per difendere la patria, è un
sacrificio che rimane morale in quanto tale, perché implica la presa di
responsabilità nei confronti del proprio popolo, Abramo rappresenta invece la
figura che si eleva sulla morale umana, accettando la fede. L’uomo che ha fede
infatti sceglierà l’uccisione del figlio, seguendo il comando divino anche se
in contrapposizione alla norma morale. Il paradosso di Abramo spiega come la
fede sia in grado di invertire l’ordine della morale e di porre il singolo al
di sopra della norma universale. Il mondo umano, quello dell’etica e della
libertà della ragione si distingue così dal mondo di Dio, mondo nascosto della
coscienza: "L’eroe tragico rinuncia a se stesso per esprimere il
generale; il cavaliere della fede rinunzia al generale per diventare il Singolo.
Il Cavaliere della fede sa ch’è magnifico appartenere al generale. Egli sa ch’è
bello e benefico essere il Singolo che traduce se stesso nel generale […] Ma
egli anche sa che al di sopra di questo si snoda una vita solitaria, stretta e
dirupata; egli sa com’è terribile esser nati solitari e messi fuori dal
generale, dover camminare senza incontrare nessun compagno di viaggio […].
Umanamente parlando egli è pazzo e non può farsi comprendere da alcuno"
(Timore e tremore)
La fede conduce ad un dissidio totale col mondo e il rapporto
di fede è un rapporto di solitudine tra Dio e l’uomo. Solitudine dal mondo,
con tutte le sue false certezze. Con la fede l’uomo accetta di vivere senza
alcuna garanzia se non quella interiore. La mancanza della certezza di
correttezza dell’azione umana conduce all’angoscia dell’incertezza, unica
assicurazione possibile del mondo della fede. La fede è in questo senso
paradosso e scandalo e Cristo è il segno di questo paradosso, perché soffre
come un uomo ma parla come Dio. L’uomo allora è posto di fronte al bivio:
credere o non credere. Da un lato è l’uomo a dover scegliere, dall’altro
ogni sua iniziativa è esclusa perché Dio sceglie per lui. La fede è in quanto
tale ‘salto nell’assurdo’, presuppone il riconoscimento da parte dell’uomo
dell’impotenza delle proprie forze e il riconoscimento della contraddizione
che è però propria dell’esistenza umana tutta.
7. L’angoscia e la disperazione
Nel Concetto di angoscia (1844) e La malattia
mortale (1849), Kierkegaard affronta la radicale incertezza umana. L’angoscia,
assimilata allo "svenimento femminile", è generata nell’uomo dal
possibile che lo costituisce. Essa è strettamente connessa al peccato originale
e non si riferisce a nulla di preciso, ma attiene all’uomo come sua condizione
propria, più che esclusivamente derivante dal peccato. Tutto ciò che non è
fede, è peccato e tutte le cose del mondo finito vengono corrose dall’angoscia.
Essa è il puro sentimento della possibilità, possibilità della
libertà. Adamo non sa ciò che può, ma possiede nella forma della pura
possibilità il suo potere. Tale possibilità è l’angoscia che è sempre
legata al futuro, mai al passato. Essa infatti si riferisce a ciò che non è,
ma può essere. È sempre legata alla condizione umana ed è strettamente
connessa alla coscienza della morte. Inoltre il possibile è infinito e
onnipotente: ogni possibilità favorevole all’uomo è annientata dall’infinità
di possibilità sfavorevoli.
Anche nel Concetto dell’angoscia, Kierkegaard
utilizza tre immagini simboliche: il demoniaco, il genio e il
genio religioso.
- Il demoniaco è l’espressione dell’uomo che vive
chiuso in se stesso, avvolto nella propria individualità. Egli teme l’eterno
e non è libero. Simbolicamente Bruto ed Enrico V ne costituiscono le figure
storiche per eccellenza.
- Il genio è invece colui che vive nella
temporalità, ma è sempre rivolto all’esterno; suscita la meraviglia degli
altri ma non arriva mai a se stesso. La figura simbolica è in questo caso
rappresentata da Napoleone.
- Infine il genio religioso è colui che
riconosce la propria colpa di fronte a Dio, sente l’angoscia come ponte tra
tempo ed eterno ed è libero, in quanto sente la sua responsabilità e la sua
consapevolezza dolorosa, eppure, nell’attimo, realizza il contatto tra
immanente e trascendente. Nessuna figura simbolica, in questo caso, ma solo un
forte richiamo alla missione che Kierkegaard stesso dichiara di aver perseguito
nella sua tormentata esistenza intellettuale e umana.
Se l’angoscia è la condizione in cui l’uomo è posto dal
possibile che si riferisce al mondo, la disperazione è invece quella condizione
in cui l’uomo è posto dal possibile che si riferisce alla sua interiorità.
La disperazione infatti riguarda il rapporto dell’io con se stesso: sia che l’uomo
tenti di essere se stesso, come finito, sia che tenti di rompere il rapporto con
sé, egli è condannato alla disperazione, alla malattia mortale, perché
conduce al vivere la morte dell’io. Nel primo caso infatti l’uomo si rende
conto della sua insufficienza, nel secondo invece rompendo con se stesso, urta
con l’impossibilità fondamentale del suo essere costitutivo. Avere coscienza
della disperazione, è l’unico modo per l’uomo di diventare spirito. L’io
è sintesi sempre instabile, sempre precaria di finito e infinito, di necessità
e libertà, ma è coscienza di tale rapporto, unità riflessa e dialettica.
Nella Malattia mortale, la disperazione diviene condizione esistenziale
dell’uomo in quanto tale (e non più momento dialettico terminale della vita
estetica). Essa nasce sempre da se stessi, dal fatto che l’uomo non accetta la
propria natura di essere derivato e posto da altro. Il disperato cerca così l‘infinito,
negandosi come finitezza attraverso l’illusione del pensiero; oppure si getta
nel finito della temporalità e della mondanità e si nega all’infinità. Tale
è la malattia ed è mortale perché in essa il singolo prova il tormento
"di non poter morire", di non poter affermare né cancellare la
propria individualità.
Contro la disperazione umana, la soluzione è rappresentata
da Dio: la fede è l’eliminazione della disperazione, perché in essa l’uomo
riconosce la sua dipendenza da Dio, pur orientandosi verso se stesso. La fede
sostituisce alla disperazione la speranza e la fiducia in Dio, il solo che può
trovare, per ogni singolo uomo, una possibilità in grado di salvarlo. È la
tavola della salvezza alla quale il naufrago può aggrapparsi.
8. Eredità kierkegaardiane nel mondo filosofico
Da queste ricche suggestioni, nel
Novecento prenderà avvio quel movimento
filosofico denominato Esistenzialismo. Si svilupperà
tra Francia e Germania e conterà, tra le sue fila, importanti filosofi come
Martin Heidegger e Jean Paul Sartre.
La domanda fondamentale è "che cos’è
l’essere" e Heidegger distinguerà tra essere, in senso ontologico, ed
ente che, in senso ontico, sarà l’uomo gettato nel mondo e nel suo rapporto
con gli altri enti (Esserci, Dasein).
Ma se Heidegger si rifiuterà
sempre di considerare la sua come una filosofia esistenziale o
esistenzialistica, sarà la conferenza del ’47 di Sartre, dal titolo L’esistenzialismo
è un umanismo, ad inaugurare una lunga stagione esistenzialista che
condurrà la filosofia esistenziale al successo, facendola divenire un fenomeno
"alla moda". Vale solo la pena di ricordare che l’esistenzialismo fu
un fenomeno tanto filosofico (Heidegger, Marcel, Sartre, e molti altri) quanto
letterario (Camus, Moravia). Tra i temi ricorrenti, di ascendenza
kierkegaardiana, l’esistenzialismo si servirà soprattutto della critica all’anonimato
e alle chiacchiere del mondo quotidiano, rivitalizzerà la posizione del singolo e
della sua interiorità, descriverà l’esistenza umana dispersa nella banalità e
incapace di assumersi il rischio di una decisione personale.
Bibliografia essenziale
- S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano, 1993.
Raccolta di scritti pseudonimi, è senza dubbio il testo più conosciuto del
filosofo danese in cui viene affrontata la questione degli stadi dell’esistenza.
- S. Spera, Introduzione a Kierkegaard, Laterza, Bari,
1983. L’utilità di questo testo è legata principalmente al livello sintetico
di trattazione con cui si affrontano, in tre capitoli, gli aspetti principali
concernenti la figura di Kierkegaard dal profilo biografico-culturale sino
all’esito politico delle sue opere.
- P.P. Rohde, Kierkegaard mit Selbestzeugnissen und
Bilddokumenten, Rowohlt, Hamburg, 2006. Il testo, in lingua tedesca, propone
interessanti immagini legate alla biografia di Kierkegaard, come la famosa
caricatura proposta nel giornale satirico Corsaren. Può essere un utile
supporto per completare la presentazione del filosofo danese.
- R. Cantoni, La coscienza inquieta. Sören Kierkegaard,
Il Saggiatore, Milano, 1976. Remo Cantoni, uno dei principali interpreti
italiani di Kierkegaard, propone in questo testo un’analisi puntuale, sotto il
profilo antropologico-morale, degli aspetti fondamentali del pensiero del
filosofo danese.