Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Augusto Cavadi
La Natura produce
fenomeni come l'inquietudine metafisica dell'uomo: ne è essa al corrente?
Karl Löwith: filosofare oltre Nietzsche
[Vedi anche le
voci: Löwith, Bibbia,
Dio, Metafisica - Natura]
1. Un pensatore troppo originale
Nonostante qualche significativa iniziativa culturale per il centenario
della sua nascita (1), Karl Löwith (1897-1973) resta un illustre sconosciuto. Nel
migliore dei casi, i professori di filosofia lo hanno incontrato come storico del pensiero
e in vista degli esami di Stato conclusivi - raccomandano agli alunni il volume
einaudiano (tradotto per la prima volta da G. Colli nel 1949) Da Hegel a Nietzsche. La
frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX . Così una delle figure più
interessanti, più poliedriche e più anticonformiste dell'Europa contemporanea rischia di
passare inosservata, forse perché troppo originale rispetto alle mode culturali
imperanti: egli, infatti, nella sua lunga ricerca ha pacatamente - ma fermamente -
criticato tutte le dottrine 'maggioritarie' (cristianesimo, nazionalsocialismo, marxismo)
che hanno assicurato protezione ai loro esponenti, senza mai rifugiarsi peraltro in quelle
posizioni 'soggettivistiche'; che tanta fortuna stanno incontrando nell'epoca del tramonto
delle ideologie 'forti'. Così lo splendido isolamento in cui - sostanzialmente - visse
Löwith sembrerebbe condizionarne anche la 'fortuna' postuma (non conosco un manuale di
storia della filosofia ad uso dei licei che dedichi una riga al pensiero di Löwith): ma,
se ciò avvenisse definitivamente, sarebbe - più ancora che un'ingiustizia verso di lui -
una perdita per la cultura europea.
2. Dalla Bibbia al nichilismo: e poi?
Provo a sintetizzare, in maniera necessariamente stringata, il percorso
del pensiero occidentale, dalle origini sino all'impasse attuale, secondo l'ottica
di Löwith, in modo da raccoglierne anche alcune suggestioni teoretiche.
In principio fu la Bibbia. Poi Hegel provò a secolarizzarla: la
filosofia come trascrizione in termini 'laici', 'razionali', dei contenuti 'ideali' che la
religione aveva conservato e trasmesso sotto forma di rappresentazione 'fantastica',
'mitica'. A Marx il tentativo dello storicismo idealistico non sembrò abbastanza radicale
e tentò, come egli stesso ebbe ad esprimersi, di "rimettere con la testa in su e i
piedi in giù" il sistema hegeliano. Neppure Marx, però, riuscì a 'secolarizzare'
del tutto il messaggio cristiano: come in tutti gli "storicismi", anche nel
marxismo sono rimaste la fede nella razionalità intrinseca di ciò che accade; la
certezza che, alla fine, il bene vince sul male; la fiducia in un progresso infinito della
storia (almeno sino all'instaurazione della "città perfetta"); la centralità
dell'uomo nell'universo...E' a questo punto che Nietzsche afferra il martello della sua
critica e abbatte le ultime, resistenti illusioni: tutto è assurdo, la storia non ha né
origine né meta, l'uomo è solo un puntino qualsiasi disperso nell'universo. In una
parola: è arrivato il grande freddo del nichilismo. Dopo la morte di Dio, dopo la
morte di Marx, il deserto dell assurdismo eretto a chiave di lettura ultima
di ciò che è. E' questa l'ultima spiaggia? Ormai è quasi un secolo i filosofi hanno
avuto da sciogliere, essenzialmente, questo nodo. Certo, fanno finta di occuparsi di cento
interrogativi, ma, se sono veramente filosofi, non possono sottrarsi alla domanda
fondamentale. Tre delle intelligenze più penetranti del XX secolo l'hanno capito e ne
sono stati testimoni.
Uno è stato Karl Jaspers che ha avvertito della necessità di leggere
Nietzsche senza fermarsi a metà: egli sarebbe sì anche un nichilista, ma non solo.
Attraverso la distruzione delle dottrine sistematiche precedenti e contemporanee, avrebbe
voluto attingere in maniera nuova lEssere stesso: "Quello che il Nietzsche
combatte è la lotta della sostanza contro il nulla" (2).
Anche per Martin Heidegger (che, come è noto, non disdegnò gli onori
accademici del nazismo montante) il nichilismo di Nietzsche non è totale, radicale: ma se
egli non era stato abbastanza nichilista (e perciò ancora impigliato nella rete della
metafisica occidentale) bisognava andare oltre la stessa "volontà di potenza",
oltre lo stesso "eterno ritorno dell'uguale", persino oltre il
"super-uomo". Oltre: verso dove? Verso nuovi approcci allEssere per i
quali i filosofi non hanno ancora parole e devono prenderle a prestito dai poeti (3).
Un terzo protagonista, meno celebre e meno citato, è stato discepolo e
interlocutore critico di Heidegger: si chiamava Karl Löwith, ha conosciuto l'esilio
doloroso di tanti intellettuali ebrei durante il nazismo ed ha cercato una sua strada
originale per andare oltre Nietzsche. Verso quale direzione? In poche battute, si potrebbe
dire che Löwith propone di andare oltre Nietzsche per riscoprire il Cosmo nella sua
intrinseca, originaria pregnanza. Di andare oltre il nichilismo per riscoprire la
Natura nella sua assolutezza e nella sua inderivata ricchezza di senso. Al pensatore
tedesco non sfugge la difficoltà di questo itinerario: tornare alla Natura come
originariamente ricca di valore e di significato, sì; ma non si può recuperare la
spontanea fiducia 'pagana' nel grande Tutto come se venticinque secoli di intuizioni e di
travagli fossero trascorsi invano. Da qui la tragica consapevolezza - che segna la
differenza fra Löwith e l'ottimismo un po' fanatico di certo pensiero 'hippy' e/o
"new age" - della inadeguatezza dell'uomo davanti al Mistero che lo circonda e
lo abbraccia: "l'uomo si apre, per portare ad espressione il mondo delle cose mute.
In ultima istanza, però, ogni umano parlare termina nel silenzio. Alla vista di una
bellezza perfetta e sotto la scossa suscitata da cose terribili, il parlare vien meno.
(...) Nella totalità dell'universo sussistente per natura, ogni parlare, ogni eloquenza e
ogni chiacchiera umana è soltanto un'interruzione della voce tacita di quel silenzio
interamente diverso che compenetra la natura" (4).
In questo viaggio incantevole, ma da viaggiatore disincantato, Löwith
si lascia accompagnare da viandanti sorprendenti: non solo dal filosofo Spinoza (5), ma
anche dallo storico Burckhardt, dal poeta Valéry e persino dalla religione scintoista
giapponese e dalla sottile sapienza dello Zen.
3. In dialogo con Löwith: in che cosa gli
dobbiamo riconoscenza
Già da questi pochi cenni si evince come molte correnti filosofiche
del Novecento (specie di origine storicistica) si avvertano interpellate al confronto e
reagiscano con vivacità, sino a "legittimare quasi il perfido giudizio di Heidegger,
sul quale del resto anche Löwith non era tenero, "uno scrittore molto dotato, ma non
sa che cosa significhi pensare"" (6). Nessuna critica, per quanto aspra,
potrà comunque cancellare i meriti dellopera di Löwith:
- ha insinuato persuasivamente il dubbio che la filosofia moderna si fondi su presupposti
tanto opinabili quanto indiscussi. Del tutto preterintenzionalmente, lopera del
filosofo tedesco dimostra che certe riserve sulla modernità - nei confronti di
"ideosofi" come Cartesio e, più in generale, di seguaci del "principio
d'immanenza" - non sono solo bizzarrie di minoranze culturali (come Maritain (7) e
Fabro (8)), ma anche frutto di meditazioni laiche non certo condizionate da pregiudizi
apologetici.
- Ha riportato la filosofia al suo punto di partenza più sensato: liberandoci dal tragico
dilemma o Dio o il nulla, ci spinge a basare la nostra riflessione sul mondo come dato
evidente e incontestabile. Che il mondo sia, è il fatto: che sia da Dio o dal
nulla e dunque in vista di Dio o in vista del nulla sono delle eventuali,
possibili spiegazioni che vanno argomentate a partire dal fatto originario.
- Ha ridimensionato la ridicola pretesa antropocentrica delluomo moderno post
rinascimentale: né tra cristiani né tra storicisti idealisti né tra marxisti sarà
frequente la posizione di chi vede nelluomo il fine della creazione, ma
quelle diverse prospettive filosofiche dovranno ricalibrare tutto il loro impianto alla
luce dellevidenza che lessere umano è uno dei tanti ospiti di un universo che
lo ha preceduto da milioni di anni e che, probabilmente, gli sopravviverà per milioni di
anni.
4. In dialogo con Löwith: in che cosa non
possiamo concordare
Quando si incontra un compagno di viaggio perspicace e riflessivo nasce
nel cuore il desiderio di procedere con lui sino alla meta. Purtroppo, nel caso di
Löwith, questo accompagnamento non è possibile che sino a un certo punto: è lui troppo
cauto e circospetto o siamo alcuni di noi così avventati da andare anche là dove non
c'è più un sentiero razionalmente praticabile?
- Ho riconosciuto a Löwith il merito di aver fatto di tutto per restituirci la sana
evidenza che la natura vive in forza di un Logos immanente (grazie al quale, nonostante
tragiche eccezioni, il cosmo non è caos). Ciò posto, però, sorge una domanda (che per
me è il modo più corretto di porre il problema di Dio): questo Logos è impersonale,
aprogettuale, irresponsabile, solo immanente, (come 'grecamente' (9) sostiene
Löwith) o è personale, capace di intenzionalità e responsabilità , anche
trascendente,? La risposta di Löwith a questa domanda mi pare oscillante fra scetticismo
e ateismo: o, forse, meglio è una risposta scettica in misura tale da superare la stessa
alternativa fra teismo e ateismo (10). E come se dicesse: vedo la Natura e mi basta.
Il resto è un sovrappiù di metafisica su cui wittgensteiniamente è meglio
tacere. Ora, il punto teoreticamente cruciale è proprio questo: lintelligenza umana
può acquietarsi nella contemplazione della Natura o proprio lindagine sulla Natura
impone, come Ipotesi necessaria, un Al di là della Natura? Ci si può dichiarare - senza
contraddirsi nello stesso tempo alla ricerca e sicuri della non
esistenza di Dio (11)? Una cosa è dire (a ragione) che Dio non è evidente,
unaltra cosa è dire (a torto) che è evidente che Dio non è.
- Se Dio (o almeno: una dimensione divina oltre mondana) non è, atomi e cellule di
cui è composto il Cosmo seguono da milioni di anni, forse da sempre, una razionalità
intrinseca che ammette varie eccezioni (i disastri, i terremoti, le malattie
genetiche
) ma che, sostanzialmente, tiene: non ci vuole troppa
fede nel supporre che questa razionalità sia del tutto priva di quei tratti
(soggettività, responsabilità, personalità
) di cui pur è dotato lessere
umano? E un fatto che la Natura produce fenomeni come l'inquietudine metafisica
dell'uomo: ne è essa al corrente? Sa lUniverso di produrre un essere dotato di
coscienza? Se il Logos è soltanto immanente alla Natura, avremmo il paradosso di
un grande Incosciente dal cui seno emerge una coscienza; se il Logos è anche
trascendente rispetto alla Natura, l'uomo non è un fungo imprevedibile e casuale ma
l'efflorescenza all'interno di una Coscienza che in nessun modo è sorpassata o sorpresa
da tale efflorescenza. Ecco perché ancora di nuovo ci chiediamo: se Dio (o almeno: una
dimensione divina oltremondana) non è, luomo sarebbe (allo stato attuale
delle conoscenze) la punta di diamante delluniverso in evoluzione: non ci vuole
troppa fede per crederlo? A Löwith fa difficoltà il rapporto Dio
mondo uomo: ma non mi pare che riducendo la questione al rapporto mondo uomo
le difficoltà diminuiscano. Mi pare anzi che la riduzione Löwithiana comporti delle
difficoltà teoretiche in più rispetto a quelle (già notevoli!) della dottrina teistica.
Senza Dio, a proposito della comparsa dell'essere umano sulla faccia dell'universo, al
pensatore tedesco non resta che appellarsi alla "fatalità" come
"necessità e casualità insieme": mi sembra che, per evitare lipotesi di
una trascendenza del Logos, egli sia disposto persino a non rispettare quei principi
logici a cui in tanti altri ambiti (per esempio confrontandosi con gli esiti
misticheggianti della speculazione heideggeriana), giustamente, tiene. Se si dice
con Löwith - che il mondo è senza altro fondamento che se stesso, non resta che
ammutolire stupiti di fronte ad un "mistero": si sposta, dunque, l'Oggetto dello
stupore e, francamente, non vedo perché l'enigma del mondo debba essere filosoficamente
preferibile all'enigma del rapporto - interno all'essere in generale- fra l'essere del
Logos divino e l'essere del mondo naturale.
- A questo punto dobbiamo fare un passo indietro e interrogarci su alcuni presupposti
storiografici del pensiero di Löwith. Perché questa difficoltà ad andare oltre un
"approdo non nichilistico dellateismo" (12)? Perché l'esito nichilistico
del primato 'moderno' del Soggetto - così come si può osservare, con angosciato
smarrimento, in Nietzsche - non induce a ritrovare le basi 'bibliche' della cultura
occidentale ma dovrebbe spingerci piuttosto verso un naturalismo
post-cristiano (13)? Löwith ha la sua risposta: perché il nichilismo contemporaneo è
figlio (indesiderato, ovviamente) della fede cristiana. In origine, infatti, il mondo
greco-romano viveva nella pacifica convinzione che il Mondo fosse un Tutto eterno,
compatto e definitivo; le tre religioni del Libro (ebraismo, cristianesimo, islamismo)
hanno insinuato il dubbio nelle orecchie dell'umanità occidentale e, con un lento
progresso, sono arrivate nel Medioevo ad appendere l'esistenza del Mondo (la sua genesi,
il suo corso attuale, la sua fine certa) all'atto libero di un Dio creatore, senza il
quale il Mondo stesso ritornerebbe al nulla da cui è stato misericordiosamente evocato.
Che succede con la modernità e, più ancora, con tanta parte del pensiero post-moderno?
Che viene messo in dubbio, anzi negato sempre più decisamente, il presupposto teologico
con la conseguenza che, cancellato Dio, il Mondo resta sospeso totalmente sul Nulla. Per
Nietzsche (ma anche per Sartre, per tanti altri...) il Mondo - compresi noi stessi che in
esso viviamo e ci interroghiamo - viene dal Nulla e va verso il Nulla: senza causa prima,
senza fine ultimo. Dunque Löwith ritiene che si debba attraversare il deserto del
nichilismo e procedere oltre, ma che ritornare al Dio creatore equivarrebbe a risalire il
fiume del nichilismo sino alla sorgente del nichilismo stesso: non resta - come si
accennava sopra - che andare ancora più indietro rispetto alla Bibbia, riscoprire la
spontanea fiducia 'classica' nel Cosmo come orizzonte ultimo di senso.
Tutta questa ricostruzione Löwithiana, che non manca di suggestioni
interessantissime, si basa però su tre o quattro equivoci clamorosi (a cui, bisogna
subito aggiungere, è stato indotto da una tradizione di pensiero cristiano altrettanto
imbrigliata dagli stessi equivoci).
- Cominciamo dal primo. Bisogna davvero scegliere tra Atene e Gerusalemme come fra due
sapienze in conflitto? Lalternativa reale è tra chi coltiva la libera ricerca
razionale (a partire dallevidenza di questo Cosmo) e chi, sulla base della fede, non
può non dare per scontato che questo cosmo sia stato creato ex nihilo da Dio? Gli
studi esegetici e teologici più recenti, nella misura in cui ci restituiscono alla
mentalità originaria degli agiografi, vanno chiarendo in maniera sempre più convincente
che questa contrapposizione di sapienze è infondata. I Greci, e con loro chi fa filosofia
sino ai nostri giorni, sono interessati a capire sulla base di argomenti razionali;
la Bibbia non vuole rispondere a dubbi intellettuali e a questioni teoretiche, ma offrire
indicazioni esistenziali e meta-etiche. Per limitarci al nostro argomento: la dottrina
"fondamentale" dellAntico Testamento non è (come suppone Löwith) un
"resoconto della creazione" bensì (come insegna ad esempio von Rad (14))
lannunzio salvifico dellamorosa attenzione di Jahvé per il suo popolo e per
tutti i popoli. Essere credenti (in senso ebraico e/o in senso cristiano: dunque in senso
biblico) non significa accettare soluzioni metafisiche agli enigmi cosmologici, bensì
seguire la Torah e/o il Messia di Nazareth che lha splendidamente essenzializzata e
incarnata. Certo nella storia del cristianesimo questa portata profetico
esistenziale del messaggio biblico si è andata dissolvendo al punto da ritenere che la
Bibbia sia essenzialmente una comunicazione sovrannaturale di verità altrimenti
inaccessibili alluomo: ma come il XVII secolo di Galileo Galilei ha insegnato a
distinguere rivelazione religiosa da teorie scientifiche, così il XX secolo ha iniziato a
distinguere rivelazione religiosa da teorie onto cosmologiche (15).
- Ma ammettiamo, per un momento, che la Bibbia con i suoi racconti mitologici abbia
preteso di dare una spiegazione allintelligenza, non una sollecitazione alla sequela
del servizio e dellamore. Ebbene, si può dire che la Bibbia insegni la creazione
dal nulla? Siamo qui al cospetto di un secondo grave equivoco (di cui Löwith non ha forse
nessuna responsabilità soggettiva per mancanza di adeguate informazioni esegetiche
disponibili ai suoi giorni): la dottrina teologica della creatio ex nihilo non è
né l'unico né il più felice dei modi per tradurre le pagine bibliche sul
rapporto fra Dio e il mondo. Non pochi esegeti sostengono che gli agiografi non pensavano
l'azione creatrice divina come chiamata all'essere dal nulla, bensì come plasmazione di
una "materia" eterna o, per lo meno, pre-esistente rispetto al gesto demiurgico.
Queste dispute esegetiche offrono al pensiero speculativo un'ipotesi interessante: il
modello di un teismo non acosmico. In altre parole: l'ipotesi che Dio sia ed il mondo
pure, senza unilaterale dipendenza del secondo al primo (16).
- Ma ammettiamo (ipoteticamente, per comodità di dialogo) che queste acquisizioni
esegetiche siano infondate e che lunico modo per intendere la lettera dei racconti
genesiaci coincida (come per altro ha finito col supporre quasi tutto il pensiero
cristiano, dai Dottori medievali a Etienne Gilson) con linterpretazione della
creazione dal nulla (17). Anche in questa ipotesi, Löwith non è riuscito ad evitare un
terzo equivoco. Egli ha supposto, a mio avviso infondatamente, che creare dal nulla
significhi per Dio appendere il mondo al tenue filo di una volontà capricciosa, quasi si
trattasse di una realtà estrinseca e opzionale. Certo cè creazionismo e
creazionismo anche nel variegato mondo della tradizione teologica e filosofica cristiana
(Tommaso dAquino non è Agostino, Rosmini non è Kierkegaard, Theilard de Chardin
non è Barth), ma una cosa dovrebbe essere chiara: che quando diciamo che Dio crea dal
nulla intendiamo dire che pone in essere, in forza del proprio Essere, qualche essere;
che crea, insomma, dal proprio Essere e da nullaltro (18). La trascendenza divina
non è trascendente 'nello stesso senso' nei diversi pensatori cristiani ma, solitamente,
è inseparabile dall'immanenza dell'Assoluto nel relativo. Soprattutto negli ultimi
secoli, il pensiero cristiano non ha visto nessuna incompatibilità fra la trascendenza e
limmanenza di Dio ed ha anzi ritenuto più greca che biblica la concezione di un Dio
che viva in beata autosufficienza senza essere implicato, ontologicamente, con
lavventura del mondo (19). Non è facile tematizzare un rapporto Dio - mondo che
salvi la consistenza ontologica dei due, ma mi pare che non sia una soluzione più chiara
quella Löwithiana di cancellare Dio per concentrarsi sul mondo. Anche Giordano Bruno, per
fare solo un esempio, ha duramente contestato il "dualismo", ma gli specialisti
del suo pensiero avvertono che "in effetti quello bruniano è, e resta, un monismo
strutturalmente imperniato nella connessione organica di essere assoluto e di essere
comunicato, di ombra e di luce. E qui che si stringe il
nesso organico tra Dio e Vita infinita. Offuscare uno di questi due lati, in un senso o
nellaltro, vuol dire togliere a questa posizione il suo carattere specifico"
(20). Löwith ha dunque torto, a mio parere, quando ripudia come nichilistica la sola
ipotesi di una qualsiasi forma di teismo: è vero che dal teismo biblico è scaturito anche
l'acosmismo contemporaneo, ma rifiutare il primo per evitare il secondo sarebbe come
non usare mai il fuoco per paura degli incendi (21).
- Almeno un quarto equivoco vorrei segnalare per spiegare in che cosa, a mio avviso, si
inciampa seguendo il sentiero per tanti versi accattivante del Löwith. Egli
ritiene che il creazionismo vada respinto non solo perché potenzialmente nichilistico, ma
anche perché incorreggibilmente antropocentrico. Anche a questo proposito si dovrebbe
chiarire che il creazionismo non nasce antropocentrico, ma lo diventa quando viene negata
lesistenza di Dio: cioè quando decapitato - non è più creazionismo. Non
ritengo affatto necessario optare fra un uomo fine ultimo delluniverso (se Dio è
anche trascendente) ed uomo casualmente emerso dalluniverso (se Dio non cè o
se coincide anonimamente con la Natura): può benissimo pensarsi (e non pochi pensatori
dispirazione cristiana lo fanno) un uomo che non è il signore del cosmo, ma
uno degli invitati allavventura (meravigliosa e tremenda) della vita. In termini
più tecnici: se non si accetta l'antropocentrismo, non c'è bisogno di gettarsi sul
casualismo perché resta aperta la possibilità di un teleologismo non antropocentrico
(22).
Per concludere (provvisoriamente). Non vedo motivi costringenti per affermare che il
"mondo" sia la "totalità dell'essente": anzi, il senso di questa
"totalità" e, in particolare, di quellessente che è luomo -
mi risulta meno enigmatico se ammetto "qualcosa di più della semplice 'somma' di
tutti gli oggetti". Da qui a dare un nome univoco al Logos (immanente
trascendente) vi è una distanza abissale. E' la distanza che troppo spesso teologie e
filosofie si illudono di poter abolire. Questo "qualcosa" lo possiamo chiamare
"Intelletto", "Anima", "Natura naturans"
o anche
"Dio": certo è che non si lascia afferrare dalla nostra mente né tradurre nel
nostro linguaggio. Ma proprio per questo non è lecito né raccontarne i
"disegni" (illusione comune a molta teologia 'positiva' ed alla filosofia
hegeliana) né affermare con certezza che ne sia del tutto privo e che agisca senza
autocoscienza e senza progettualità (illusione nietzsceana e, mi pare di capire,
Löwithiana): se proprio dovessi pronunziarmi, restando in un'ottica prettamente
filosofica, mi sembrerebbe più verosimile che nel Logos vi sia almeno quella
capacità di autocoscienza e di progettazione che si riscontra nella sua efflorescenza
secondaria (l'uomo), ma ad un grado tale di profondità da restare inaccessibile a
quest'ultima.
Note
(1) Cfr. B. ACCARINO, Leterno
ritorno della modernità, "Manifesto", 29.1.1997.
(2) K. JASPERS, Nietzsche, De Gruyter, Berlin 1936, trad.
(parziale) in K. JASPERS, La mia filosofia, Einaudi, Torino 1948, p. 65. Per un
quadro più completo cfr. A. CAVADI, K. Jaspers e M. Heidegger interpreti di Nietzsche,
"Annali del Liceo G. Garibaldi", Palermo 1974 1976, nn. 11 13, pp.
448 471.
(3) Per l'interpretazione di Nietzsche ad opera di Heidegger e di
Löwith, cfr. A. CAVADI, Appunti per una lettura di Nietzsche, "Nuova
Secondaria", 1993, 6, pp. 43- 45. Sulla poesia come ultimo linguaggio possibile per
dire lenigma dellEssere cfr. A. CAVADI, Per una lettura heideggeriana di R.
M. Rilke, "Labor", Palermo 1986, nn. 3 4, pp. 3 18.
(4) Traggo la citazione del brano dalla prima - e sinora unica -
ricostruzione complessiva (forse non solo in lingua italiana) della personalità e
dell'opera di Löwith: O. FRANCESCHELLI, Karl Löwith. Le sfide della modernità tra
Dio e nulla, Donzelli, Roma 1997, pp. 207-208.
(5) Cfr. K. Löwith, Spinoza. Deus sive natura, edizione
italiana a cura di O. Franceschelli, Donzelli, Roma 1999. Lo stesso curatore sta
approntando, sempre con la Donzelli, la prima traduzione italiana completa dellopera
di Löwith (Gott, Mensch und Welt in der Philosophie der Neuzeit G.B. Vico
Paul Valery) da cui è tratto il breve saggio su Spinoza.
(6) S. PETRUCCIANI, Il demiurgo dello storicismo,
"Manifesto", 29.1.1997.
(7) Per approfondire la critica maritainiana alla modernità cfr. A. CAVADI, Jacques
Maritain fra moderno e post moderno, Edisco, Torino 1998, pp. 12 16.
(8) Un breve resoconto della critica di Cornelio Fabro alla modernità (comparata ad
una lettura marxista della storia della filosofia occidentale) in A. CAVADI, Due modi
per fare filosofia, "Nuova Secondaria", 1993, 4, pp. 65 66.
(9) Anche su questo grecamente ci sarebbe da discutere: i Greci
sono solo Parmenide e Senofane o anche Platone ed Aristotele? E se sono anche Platone ed
Aristotele, il divino è per loro del tutto privo di coscienza e intenzionalità?
(10) "In generale non cè
alcun Dio né uno degno di essere creduto, né uno degno di essere riportato alla
memoria, né uno presente né uno assente. Di fatto noi non siamo più né teisti né
ateisti, perché riusciamo appena a immaginarci le ragioni per cui la metafisica in
generale è stata, così a lungo e così ostinatamente, teologia metafisica e ha ritenuto
di dover pensare in ogni caso Dio e non solo la totalità del mondo, il cui essere senza
Dio per noi è evidente" (K. Löwith, Spinoza, cit., pp. 69 70).
(11) Se non intendo male è qualcosa di simile che gli obietta un
esperto in scetticismo: "Lo scetticismo di Löwith (e anche il rifiuto di
ogni metafisica che egli impara da Nietzsche) impedisce infatti di pensare che si possa
riconoscere la verità del naturalismo con un atto di conoscenza obiettiva, come se si
scoprisse che cè un ordine del mondo che nega la storia e coincide
esclusivamente con la natura e le sue leggi eterne" (G. VATTIMO, Löwith,
filosofia contro gli eccessi, "Stampa", 31. 1. 1997).
(12) E il titolo della densa Introduzione che O.
Franceschelli premette alla traduzione citata del saggio di Löwith su Spinoza.
(13) Sarebbe,
infatti, inesatto intendere questo naturalismo come un semplice e ingenuo ritorno al
paganesimo precristiano. Subito dopo le parole citate alla nota
precedente, Löwith soggiunge: "Non possiamo più riproporre neppure il
DioNatura di Goethe, senza diventare sospetti a noi stessi, e se di se
stesso Goethe era in grado di dire che poteva tanto venerare il sole quanto adorare
Cristo, con altrettanta franchezza noi dobbiamo dirci che non possiamo fare né luna
né laltra cosa, poiché lantropoteologia biblica, lalleanza
privilegiata tra Dio e luomo, ci è diventata estranea esattamente come la più
umana cosmoteologia dei Greci".
(14) Cfr. G. VON RAD., Scritti sul Vecchio Testamento, trad. A.
Dusini, Jaca Book, Milano 1984 (da me recensito su "Labor", 1987, 1, pp. 42
44), in particolare il saggio Il problema teologico della fede
veterotestamentaria nella creazione che apre la raccolta.
(15) Si potrebbe aggiungere che se la Chiesa cattolica ha impiegato tre
secoli per recepire pienamente la lezione galileiana, si spiega perché produca ancora
delle encicliche come la Fides et ratio in cui è troppo presente la pretesa che la
fede biblica consenta di possedere in esclusiva delle verità filosofiche ed etiche da non
sottoporre alla libera discussione della comunità umana.
(16) Per esempio ci sono teologi non del tutto ignoranti in scienze
bibliche che ritengono che Gesù, come ogni buon ebreo, vede un Dio "insieme
trascendente e immanente, lontano e vicino, sovramondano e
intramondano, futuro e presente. Dio è aperto sul mondo: non cè Dio senza
mondo. E il mondo è interamente rivolto a Dio: non cè mondo senza Dio" (H.
KÜNG, Dio esiste?, Mondadori, Milano 1979, p. 748).
(17) O, comunque, consideriamo la teoria creazionistica (di origine
arabo medievale) come a mio avviso va considerata: una teoria filosofica (accidentalmente
e per equivoco attribuita alla Bibbia) che può essere sostenuta con ragioni teoretiche
più o meno valide, da vagliare con gli stessi criteri con cui si discutono tutte le altre
teorie filosofiche.
(18) Come si fa a richiamare contro la teoria creazionistica
lassunto "dal nulla non si genera nulla" (cfr. K. Löwith, Spinoza,
cit., p. 54) se ogni dimostrazione dellesistenza di Dio si basa proprio su
quellassunto?
(19) Già in Tommaso dAquino (XIII secolo) la questione 8 della Parte
prima della Somma Teologica è intitolata De existentia Dei in rebus e
nellarticolo 3 si sostiene che Dio è "ubique per essentiam, praesentiam et
potentiam". Ho riflettuto sulla questione in dialogo con Mario Ruggenini e Andrea
Milano in Per un Dio laico. Tra pensiero della differenza e cristocentrsimo,
"Filosofia e teologia", 1993, 3, pp. 549 563.
(20) M. CILIBERTO, Giordano Bruno, Laterza, Bari 2000, p. 241.
Evidentemente questo mio esempio cesserebbe di essere funzionale qualora (come sembra fare
lo stesso Löwith) una serie di autori (come Bruno e Spinoza), impegnati sino al collo
nellimpresa di pensare filosoficamente in maniera compatibile con lintentio
originaria della Bibbia, fossero interpretati come degli atei incompiuti (o per non aver
capito bene come stanno le cose o per aver dovuto dissimulare persino nella
corrispondenza privata con amici fidati - di fronte al pericolo delle crudeli istituzioni
religiose con cui dovevano fare i conti).
(21) Per una discussione un po' più tecnica rimando al mio intervento Creazione,
nichilismo e antropocentrismo. Alcuni chiarimenti preliminari, "Rassegna di
teologia", 1992, 2, pp. 219- 222.
(22) Secondo O. JENSEN, Condannati allo sviluppo. Le religioni di
fronte al problema ecologico, Claudiana, Torino 1981, non solo non è possibile
attribuire il nichilismo alla Bibbia, ma (conseguentemente) non le si può neppure
attribuire una concezione del cosmo puramente relativizzata rispetto al soggetto umano:
"Il fatto che il creato non sia nulla, ma sia qualcosa e qualcosa di buono,
può significare senzaltro che esso ha un fine in se stesso, che, in una
certa misura, è il proprio fine senza per questo essere divino. Se
identifichiamo il fine in se stesso con il sacro, ci si potrebbe
forse spingere sino ad affermare che il creato è sacro senza per questo
essere divino" (p. 147).