Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Aprile 2000

Alberto Barli
Freud e il problema di Hume
[Vedi anche: Epistemologia, Freud]

1. Il problema di Hume

Il problema di Hume in Freud è duplice: da un lato è la risoluzione delle idee e delle rappresentazioni nelle impressioni da cui sono sorte; dall’altro, il rapporto tra le osservazioni e la teoria, ovvero, il problema, di carattere epistemologico, dell’induzione. La trattazione del primo punto costituisce un ampliamento e una prosecuzione di un mio precedente articolo su Freud filosofo (1).

Nella Interpretazione dei sogni (1899) il problema emerge nel contesto dell'interpretazione del sogno, che ricorre sistematicamente alla matrice reale, percettiva, dell'esperienza psichica. Nel settimo capitolo, Freud identifica il nucleo del sogno nella scena infantile, reviviscenza di esperienze reali. La percezione orienta la regressione nei suoi aspetti topici, temporali e formali. La concezione del sogno, che riconduce, appunto, alla percezione i contenuti ideativi, è un pò la chiave per comprendere la visione che Freud ha della vita psichica in generale. Freud, fin dai primi lavori, interpreta il conflitto psichico in base a un modello di stampo fisicalista, che fa corrispondere l'elemento ideativo al piano della realtà fisica. Si veda, ad esempio, la teoria del trauma e della seduzione, che individua l'origine della nevrosi in una aggressione sessuale subita nell'infanzia.

Freud espone per la prima volta questa teoria nel carteggio con Fliess, in una lettera del gennaio 1896 (2).  Ben presto l’abbandona, ma anche quando si rende conto che le aggressioni di cui i pazienti si dichiarano vittime sono il frutto di fantasie, continua a credere che ad esse debbano corrispondere dei fatti. In uno scritto del 1932, La femminilità, analizzando il legame preedipico della bambina con la madre, si convince che è la madre a "sedurre"la bambina, risvegliando la sua sessualità attraverso l'igiene e le cure corporali. In seguito, durante l' Edipo, la bambina sposterà questa fantasia sul padre. Ecco finalmente spiegate le fantasie delle isteriche di essere state sedotte dal padre.

«Ma qui la fantasia tocca il terreno della realtà, poichè fu realmente la madre che, nei maneggiamenti necessari alla cura del corpo della bimba, dovette provocare, e fors'anche risvegliare per la prima volta, sensazioni piacevoli ai genitali» (3).

Freud applica questo modello anche ai normali processi psichici. Nell’ultimo capitolo del saggio metapsicologico L’inconscio (1915), egli sostiene la tesi che il passaggio alla coscienza di ogni contenuto psichico sia determinato dal sovrainvestimento dei residui delle percezioni verbali; viene dunque sottolineata ancora una volta la funzione fondamentale della percezione. La medesima tesi è ribadita, con estrema chiarezza, nel secondo capitolo dell’ Io e l'Es, in cui si precisa il carattere prevalentemente acustico dei residui verbali. («La parola è essenzialmente il residuo mnestico di una parola udita») (4). Ecco quanto egli scrive:

«Queste rappresentazioni verbali sono residui mnestici, sono state in passato percezioni, e come tutti i residui mnestici possono ridiventare coscienti. Prima di procedere oltre nella trattazione della loro natura, riusciamo a intravvedere un nuovo punto di vista; soltanto quanto è già stato una volta percezione c può diventare cosciente; e, se si escludono i sentimenti, ciò che dall'interno preme per diventare cosciente, deve cercare di trasformarsi in percezioni esterne. Questo è possibile mediante le tracce mnestiche» (5).

E più avanti:

«La funzione delle rappresentazioni verbali diventa ora perfettamente chiara.

Per mezzo loro i processi interni di pensiero si trasformano in percezioni. E' come se dovesse essere dimostrata la tesi che ogni sapere proviene dalla percezione esterna. Quando si verifica un sovrainvestimento dell'attività di pensiero, i pensieri vengono effettivamente percepiti come provenienti dall'esterno, e perciò considerati veri» (6).

E se le rappresentazioni delle parole traggono origine e forza dalla percezione, a loro volta, anche le rappresentazioni delle cose hanno una analoga provenienza: esse, infatti, consistono nell'investimento «se non delle dirette immagini mnestiche della cosa, almeno delle tracce mnestiche più lontane che derivano da quelle immagini» (7). E' la tesi, già avanzata nella Traumdeutung, della derivazione di ogni contenuto ideativo dal mondo reale.

Mi pare, a questo punto, che il senso profondo del freudismo consista nella convergenza su una sorta di primato della percezione, che collega strettamente la Interpretazione dei sogni con la Metapsicologia, l'affettività profonda con l'attività di pensiero, il sistema primario con quello secondario. Nella Interpretazione dei sogni, la concezione del sogno e del desiderio, che mette in gioco il sistema primario e gli aspetti più profondi dell'affettività, viene ad essere, per così dire, fondata sulla percezione. Essenziale, come si è accennato, si è rivelato il meccanismo della regressione, mediante cui viene riattivata, nel sogno, la scena infantile, nonché, per quanto riguarda il desiderio, la traccia mnestica del primo soddisfacimento. In entrambi i casi, si tratta di un movimento verso la percezione; in termini topici, verso il sistema P.

Nella Metapsicologia, lo schema si allarga ulteriormente, fino a comprendere gli stessi processi cognitivi, il sistema secondario. Infatti, dai passi citati, emerge che: a) un pensiero, anche il più astratto, ha origine dalla percezione; b) esso deve trasformarsi in percezione per diventare cosciente - solo quanto è stato percezione può diventare cosciente; c) esso è considerato vero in quanto è percepito come proveniente dall’esterno.

In tale contesto, l’analisi dei sintomi e delle formazioni sostitutive, svolta da Freud nel quarto capitolo dell’Inconscio, mette in luce il meccanismo della proiezione, che consiste nel ribaltare all'esterno i moti pulsionali interni, nel trasformarli in percezioni, al fine di aumentare il controllo su di essi.

La funzione della proiezione diventa così decisiva nell'economia dei processi psichici. Il suo ruolo non si limita a semplice meccanismo di difesa dagli stati affettivi spiacevoli. Nata nell'ambito del patologico, diviene una modalità propria dello stesso pensiero normale: per suo tramite, un contenuto ideativo – in quanto è percepito come proveniente dall’esterno – viene considerato vero. Il suo compito allora consisterebbe in una modalità generale della psiche di rapportarsi ai propri contenuti ideativi. Per accettarli, per "crederli veri", essa deve poterli percepire "provenienti dall'esterno".

 

2. Metapsicologia, metafisica, filosofia

L'atteggiamento di Freud nei confronti della filosofia è complesso: da una parte, è un polo esterno di confronto con la psicoanalisi, che ora egli blandisce, con cui ora polemizza, di cui si serve in vario modo. Ma dall'altra, essa diviene un'esigenza interna all'elaborazione freudiana. Si veda il settimo capitolo della Interpretazione dei sogni: occorre costruire ipotesi e una teoria in grado di tener conto dei dati che l'interpretazione del sogno ha fatto emergere. Tale esigenza si ripropone nella Metapsicologia, che rappresenta il tentativo di Freud di elaborare uno statuto epistemologico della psicoanalisi, di fondare la psicoanalisi come scienza vera e propria.

Il termine metapsicologia, nella accezione definitiva formulata nel saggio L'inconscio, rinvia ad uno studio dei processi psichici articolato nei punti di vista topico, dinamico ed economico. («Propongo che, se riusciamo a descrivere un processo psichico nei suoi rapporti dinamici, topici ed economici, la nostra esposizione sia chiamata metapsicologia») (8). Tuttavia, il concetto ha una sua storia che vale la pena di ripercorrere, per coglierne appieno il significato.

Questa parola compare per la prima volta nella corrispondenza con Wilhelm Fliess (9) ed è legata alle esigenze speculative e filosofiche del giovane Freud.

Essa non designa solo un generico interesse per la teoria, ma ha anche un significato più specifico, identificabile nello studio dell'inconscio. In una lettera del 1898, Freud rivolge all'amico questa domanda: «Peraltro ti chiederò seriamente se posso usare il termine "metapsicologia" per la mia psicologia che conduce dietro la coscienza» (10).

Nel fatto che Freud usi il termine solo all'interno di una corrispondenza privata, si può ravvisare un atteggiamento di prudente diffidenza nei confronti di ogni forma di speculazione. C'è tuttavia una importante eccezione. Prima che nel saggio L'inconscio, come si è detto, il termine si precisi definitivamente, esso viene impiegato in un passo di Psicopatologia della vita quotidiana (1901). Si tratta di un brano di estremo interesse, nel quale la metapsicologia viene messa a confronto con un termine con cui essa ha una vaga assonanza, e la cui ombra pesa su di essa fin dall’inizio: la metafisica. Fra i due concetti viene così a stabilirsi una precisa correlazione.

Nel capitolo XII di Psicopatologia, Freud tratta il tema del determinismo psichico, e a questo scopo esamina il comportamento del paranoico e del superstizioso. Ciò che accomuna i pensieri di entrambi è l'esclusione di qualsiasi accidentalità e casualità in tutto quel che accade: così il paranoico ritiene che vi sia un accordo fra le persone che gli stanno intorno, con l'intento di danneggiarlo; mentre il superstizioso crede ai segni premonitori, ai cenni del destino. Secondo Freud, in queste fantasie vi è lo stravolgimento di una verità: il paranoico e il superstizioso proiettano nella vita psichica altrui e sul mondo esterno la mancanza di accidentalità delle loro motivazioni inconsce. A questo punto il discorso freudiano si allarga alla visione mitologica e religiosa del mondo, che è il prodotto di una analoga proiezione inconsapevole. «Credo infatti che gran parte della concezione mitologica del mondo, che si estende diffondendosi sino alle religioni più moderne, non sia altro che psicologia proiettata sul mondo esterno».11 Compito della scienza diviene allora quello di ritrasformare la realtà sovrasensibile così creata nella psicologia dell'inconscio. «Potremmo avventurarci a risolvere in tal modo i miti del paradiso e del peccato originale, di Dio, del bene e del male, dell'immortalità, e simili, traducendo la metafisica in metapsicologia» (12).

C'è un senso feuerbachiano in questo discorso: si tratta di trovare l'autentica scienza dell'uomo nascosta fra le pieghe del discorso religioso, occorre capovolgere la teologia al fine di scoprire l'antropologia. Per Freud, come per Feuerbach, la religione è la coscienza indiretta dell'uomo. La scienza metapsicologica, come l'antropologia di Feuerbach, ha regolato i conti con la speculazione metafisica, inglobandola e superandola.

Ma proviamo ora a rileggere il brano alla luce delle considerazioni fatte nel primo paragrafo. Se la proiezione è un meccanismo fondamentale della sfera cognitiva, ne consegue che il paranoico e il superstizioso trasferiscono nel mondo reale le loro dinamiche inconsce, trasformandole in percezioni, per "poter credere" in esse. Ecco in tal modo spiegate le concezioni metafisiche: esse appaiono come lo strumento storicamente adottato dall'umanità per credere in se stessa; sono un residuo arcaico di quel processo che ha portato l'umanità a comprendere e a padroneggiare il mondo.

Il concetto, pur avendo avuto una elaborazione nel tempo, ed essendosi arricchito di vari significati, mantiene la sua continuità nel riferimento al fondamento inconscio dei fenomeni psichici. E' tale fondamento a dotare i fatti psichici di quella completezza e organicità che li rende idonei ad essere studiati scientificamente. Uno studio siffatto implica una struttura teorica articolata in concetti, postulati, assiomi, che in parte derivano dall'esperienza e dall'osservazione empirica, ma in parte la presuppongono. Si tratta allora di dotare la nuova disciplina psicoanalitica di un bagaglio concettuale adeguato, e nello stesso tempo di determinare il tipo di rapporto tra i concetti generali (Grundbegriffe) e il materiale d'osservazione. Solo in tal modo essa sarà una vera e propria scienza, con una sua precisa collocazione nel panorama scientifico contemporaneo. Questa è, sostanzialmente, la posta in gioco, e in questo ambito la psicoanalisi è condotta a confrontarsi più direttamente con la filosofia, che appare come esempio di speculazione astratta, aprioristica e frettolosa, di "cattiva astrazione", a cui Freud contrappone la "buona astrazione" delle scienze naturali - considerate epistemologicamente affini alla psicoanalisi - nelle quali gli enunciati sono legati al materiale osservativo da relazioni significative.

 

3. L’epistemologia freudiana

Siamo dunque arrivati al secondo aspetto del problema di Hume, il medesimo che tormentava anche Kant: la questione, fondamentale per la nascente scienza psicoanalitica, del rapporto tra il piano delle osservazioni e quello della teoria, su cui Freud, pur non essendo un epistemologo, ha riflettuto lungo tutto l'arco dei suoi scritti. Nelle pagine introduttive di Pulsioni e loro destini, ad esempio, che si potrebbero definire il suo discorso sul metodo, egli pone proprio tale questione, che tuttavia, nell’insieme degli scritti, non trova una risposta univoca. L’analisi dell’argomento andrà quindi articolata sull’intera opera di Freud.

All'inizio del capitolo settimo della Interpretazione dei sogni, Freud, pur riconoscendo la necessità di ricorrere a delle ipotesi che spieghino la struttura dell'apparato psichico, sottolinea l'opportunità di non articolarle «troppo al di là delle loro prime implicazioni logiche, perchè altrimenti la loro validità si vanificherebbe» (13). Egli pone dunque l'esigenza di una attrezzatura teorica in grado di spiegare quel materiale empirico un pò speciale costituito dai dati e dai risultati della tecnica interpretativa. Pur non chiarendo il nesso tra teoria e base empirica, lascia intravvedere un discorso sostanzialmente empirista: i dati dell'osservazione non vanno prevaricati, pena la loro delegittimazione. Che poi Freud, nell'elaborazione della topica e dei concetti ad essa collegati, non si sia attenuto a questa prudente massima, è altro discorso. E' probabile che il gioco delle ipotesi gli abbia, per così dire, forzato la mano, costringendolo ad andare al di là dell'alveo di un tranquillo empirismo; sicchè negli scritti successivi egli è costretto a riformulare la questione, e ad adottare soluzioni più sofisticate.

In Introduzione al narcisismo (1914), all'inizio del primo capitolo, il problema viene ripreso in termini analoghi. Freud si preoccupa anche di individuare una collocazione per la psicoanalisi, e in questo contesto non risparmia una bordata polemica alla filosofia. Egli scrive: «L'unica differenza tra una teoria speculativa e una scienza fondata sull'interpretazione empirica» - ed è chiaro in quali gruppi rientrino la psicoanalisi e la filosofia, - consiste nel fatto che una teoria speculativa utilizza «nozioni precise e logicamente inattaccabili». 14 Al contrario, una scienza dell'osservazione si basa su principi «sfuggenti e nebulosi», che possono tuttavia chiarirsi e definirsi nel proseguimento della ricerca, oppure venire abbandonati e sostituiti con altri. Infatti, solo l'osservazione costituisce la base della scienza, non i concetti generali:

«Essi non sono le fondamenta, ma piuttosto il tetto dell'intera costruzione e si possono sostituire e asportare senza correre il rischio di danneggiarla» (15).

A questo punto occorre aprire una breve parentesi. Per una più adeguata comprensione del brano citato, e, più in generale, del Freud epistemologo, vanno evidenziati i riferimenti all'opera e alle concezioni di Ernst Mach (1838-1916), autorità indiscussa della scienza tedesca agli inizi del secolo. Le idee di Mach hanno condizionato profondamente Freud, che lo leggeva e lo apprezzava già dai tempi dell'amicizia con Fliess, come si evince anche dalla sua corrispondenza (16).

E' di derivazione machiana la distinzione, che Freud ribadisce nel passo citato, tra la filosofia, compiutamente definita nei principi, e la scienza, basata su idee e premesse provvisorie, che vengono progressivamente determinate dall'esperienza. La concezione machiana della scienza è convenzionalista: i concetti scientifici non riproducono la struttura ultima della realtà, ma sono simbolizzazioni economiche dell' esperienza, simili ai segni dell'algebra, che permettono di controllare un vasto ambito di fatti. Le teorie, secondo Mach, hanno un carattere essenzialmente economico, in quanto devono fornire il massimo di utilità pragmatica con il minor dispendio possibile di energie. In tal senso, la scienza è continuazione e perfezionamento dell'adattamento biologico all'ambiente: é adattamento dei pensieri ai fatti, mediante l'osservazione, e integrazione dei pensieri tra loro, attraverso la teoria. Proprio per questo carattere utilitaristico ed economico, la teoria gode di una certa autonomia rispetto ai fatti; una teoria può convenzionalmente mutare i propri principi, qualora questi si rivelassero più adeguati all'adattamento all'ambiente.

Mach ispira in modo particolare il discorso di Pulsioni e loro destini (1915). Scrive Freud:

«Il corretto inizio dell'attività scientifica consiste piuttosto nella descrizione dei fenomeni, che poi vengono progressivamente raggruppati, ordinati e messi in connessione tra loro. Già nel corso della descrizione non si può però fare a meno di applicare, in relazione al materiale dato, determinate idee astratte: le quali provengono da qualche parte, e non certo esclusivamente dalla nuova esperienza. Ancor più indispensabili sono tali idee - destinate a diventare in seguito i concetti fondamentali della scienza - nell'ulteriore elaborazione della materia. Esse hanno necessariamente all'inizio un certo grado di indeterminatezza: nè si può parlare di una chiara delimitazione del loro contenuto. Finchè le cose stanno così, ci si intende sul loro significato riferendosi continuamente al materiale dell'esperienza da cui sembrano ricavate, ma che in realtà è ad essi subordinato. A stretto rigore queste idee hanno dunque il carattere di convenzioni, benchè tutto lasci supporre che non siano state scelte ad arbitrio, ma siano determinate in base a relazioni significative col materiale empirico, relazioni che supponiamo di arguire prima ancora di aver avuto la possibilità di riconoscerle e indicarle» (17).

Questo passo, nella sua sinteticità, è assai denso e articolato. Cerchiamo di schematizzarne i punti essenziali.

a) Il punto di partenza del lavoro scientifico - afferma Freud - è l'esperienza, che offre il materiale di base: i fenomeni vanno descritti, ordinati, raggruppati; ciò tuttavia non basta, poichè la scienza non è mera descrizione di fatti, ma implica una struttura teorica, e quindi non può fare a meno di utilizzare concetti generali.

b) Tali concetti non sono però ricavati dall'esperienza, la quale, anzi, appare ad essi subordinata.

c) Essi possono essere considerati delle convenzioni, pur matenendo col materiale empirico "relazioni significative".

d) Inoltre, hanno all'inizio un certo grado di indeterminatezza, e solo successivamente acquisiscono esattezza e rigore.

Il discorso freudiano inclina dunque decisamente verso il razionalismo e il convenzionalismo: le teorie non sono ricavate dall'esperienza attraverso progressive generalizzazioni, ma hanno una intrinseca razionalità che le rende idonee ad organizzare ed elaborare i dati d' osservazione. La lezione di Mach è decisiva (18).

Anche lo scritto Analisi terminabile e interminabile (1937), contiene osservazioni riconducibili a questo contesto. Le teorie sono concepite come elaborazioni intellettuali, congetture, intuizioni; l'attività teorica è equiparata ad una sorta di "fantasticheria" propria della "strega metapsicologia":

«Dobbiamo dirci: E allora non c'è che la strega. Ebbene, questa strega è la metapsicologia. Non si può avanzare di un passo se non speculando, teorizzando - stavo per dire fantasticando - in termini metapsicologici» (19).

Il fantasticare (Phantasieren) si colloca al livello delle ipotesi convenzionali che devono ordinare e semplificare il materiale. Questo significato diviene più esplicito nelle pagine successive:

«Sappiamo che il primo passo per dominare intellettualmente il mondo che ci circonda e nel quale viviamo consiste nella scoperta dei principi generali, regole e leggi che mettono ordine nel caos. Con questo lavoro semplifichiamo il mondo dei fenomeni, ma nel contempo non possiamo fare a meno di falsificarlo, specialmente quando si tratti di processi di sviluppo e di trasformazione» (20).

Non si deve credere che la "falsificazione" sia imputabile a una carenza di scientificità della psicoanalisi: un certo tasso di falsificazione, per così dire, è ineliminabile e coinvolge anche le cosiddette scienze esatte, come rivela il passo seguente, di Al di là del principio di piacere (1920):

«Probabilmente le carenze della nostra esposizione scomparirebbero se fossimo già nella condizione di sostituire i termini psicologici con quelli della fisiologia o della chimica. E' vero che anche questi ultimi fanno parte soltanto di un linguaggio immaginifico, ma si tratta di un linguaggio che ci è familiare da tempo, e che forse è anche più semplice» (21).

Da questo brano si evince come l'epistemologia freudiana sia profondamente ancorata a precisi referenti storici. Nella prima parte, Freud evidenzia la convinzione, mutuata dalla fisiologia del tempo, di poter giungere ad una scienza unificata, nella quale fisica, biologia e psicologia possano costituire un tutto organico. Su tale prospettiva convergevano sia la psicofisica di Fechner 22 che il monismo di Mach. A Mach rinvia anche la seconda parte del brano, laddove viene ribadito il carattere convenzionale ed economico dei concetti della scienza (il cui linguaggio è "semplice e immaginifico").

In questa chiave va letta anche la famosa frase, secondo la quale le pulsioni sarebbero la mitologia della psicoanalisi:

«La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia. Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro indeterminazione» (23).

Anche il concetto di pulsione si iscrive in quell’universo "immaginifico", o, se vogliamo, convenzionale, che le Naturwissenschaften applicano al piano dell'esperienza per semplificarlo ed ordinarlo. Tale caratteristica è una sorta di marchio di garanzia che apparenta la psicoanalisi alla fisiologia e alla chimica. Anche la stessa indeterminatezza, poi, come si è visto, è sinonimo di scientificità.

 

4. Freud, Marx, Nietzsche

Nel sesto capitolo del saggio sull’Inconscio, Freud sottolinea il concetto che la teoria, pur tendendo alla semplicità, non può essere tale di primo acchito:

«Noi difendiamo le complicazioni della nostra teoria fin quando esse si dimostrano conformi all'osservazione, e continuiamo a sperare che proprio esse ci guidino, alla fin fine, alla scoperta di uno stato di cose in se stesso semplice e tuttavia capace di rendere conto delle complicazioni della realtà» (24).

La semplicità della teoria è il risultato di una elaborazione interna, che non annulla la complessità del reale, che, a differenza della teoria, non cessa di essere complicato.

Questi riferimenti mi suggeriscono l'idea di un confronto con un'opera di Marx, l' Introduzione del 1857 a Per la critica dell'economia politica del 1859, il suo più importante scritto metodologico per lo studio dell'economia politica. In essa, Marx afferma che il movimento che va dalla semplicità dell'astrazione alla molteplicità e alla caoticità dell'esperienza concreta sia «il modo in cui il pensiero si appropria il concreto, lo riproduce con un che di spiritualmente concreto» (25).

Il discorso di Marx è così articolato: a) l'effettivo punto di partenza dell'indagine è l'esperienza, nella sua immediatezza e caoticità. Questa è anche la via storicamente intrapresa dagli economisti del XVI secolo, i quali cominciarono l'esposizione dei concetti della loro scienza dall' «insieme vivente» della popolazione, ma poi «per via d'analisi», giunsero a scoprire «alcune determinazioni generali astratte» (26).

b) A partire da queste astrazioni, si ritorna al molteplice. E' questo, per Marx, il sistema scientificamente più corretto, in quanto il molteplice, investito dalla razionalità del pensiero, perde la sua caoticità iniziale, e viene compreso in tutta la sua ricchezza e articolazione.

Anche per Freud, all'inizio, l'esperienza viene colta nella sua immediatezza e semplicemente descritta («Il corretto inizio dell'attività scientifica consiste nella descrizione dei fenomeni», afferma in Pulsioni e loro destini). Ma poi i fenomeni dell'esperienza immediata sono progressivamente elaborati mediante concetti che, pur avendo "relazioni significative" col materiale empirico, possono considerarsi delle convenzioni. Sotto la spinta del materiale dell'esperienza, tali concetti subiscono una trasformazione, passando da uno stato di indeterminatezza, ad uno di maggior rigore formale. In termini marxiani, si giunge, "per via d'analisi", ad alcune determinazioni semplici, che sono in grado di rendere conto delle complicazioni della realtà.

Le analogie, tuttavia, non devono nascondere le profonde differenze: l’analisi di Marx presuppone la dialettica hegeliana, con cui egli elabora i fatti economici, e che cerca di fondare sul terreno concreto dell’esperienza, ma senza raggiungere quell’empirismo che Freud non oltrepassa mai veramente (27).

Uno spunto ci aiuterà a comprendere meglio. Nel terzo capitolo della Interpretazione dei sogni, Freud, trattando dei sogni nell’infanzia, afferma che la psicologia infantile è destinata ad offrire un contributo a quella degli adulti, così come lo studio della struttura degli animali inferiori l'ha dato a quello degli animali superiori. Una frase del tutto plausibile, coerente con lo spirito del freudismo, che è volto a scoprire il bambino che è nell'adulto, e che comprende il secondo proprio a partire dal primo. Ma proviamo a rovesciarla, e a domandarci se il senso non sia altrettanto plausibile. Un modello complesso non ci aiuta forse a comprendere meglio uno più semplice?

Marx, nell’Introduzione, sostiene proprio questo, che «l' anatomia dell'uomo è una chiave per l'anatomia della scimmia» (28). Egli si riferisce al modello della società borghese, che costituisce, proprio in virtù della maggiore complessità, il paradigma per comprendere le società meno sviluppate. Ora, non si tratta di decidere in astratto quale sia la tesi più giusta, quanto piuttosto di far emergere i differenti sfondi culturali, da cui le due opposte tesi scaturiscono.

L’affermazione freudiana rivela il suo senso all’interno di una concezione positivistica di un sapere scientifico che avanza per accumulazioni progressive, mediante un passaggio lineare. In Marx, invece, è operante una concezione mediata dall'hegelismo. Il movimento dal complesso verso il semplice presuppone lo schema dialettico della totalità organica, nella quale le singole parti non sono autonome, ma esistono in funzione della totalità, che ne è l’elemento vivificatore: le parti possono essere adeguatamente articolate e comprese solo in essa; in modo analogo stanno le singole membra rispetto al corpo cui appartengono. E quindi, in una totalità organica non si procede dal semplice verso il complesso, ma in direzione contraria.

Nel sesto paragrafo di Al di là del principio di piacere (1920), Freud sembra tornare alla più tradizionale concezione di Introduzione al narcisismo.

La sua tesi è che quanto più il linguaggio teorico si allontana dal materiale empirico, tanto più si espone al rischio dell'errore. E' pur vero - sostiene - che non sempre è possibile «l'immediata trasposizione dell'osservazione analitica nel linguaggio teorico», e che è necessario quindi «combinare i dati di fatto con elementi puramente speculativi»; ma in tal modo «il risultato finale di una costruzione teorica diventa tanto meno attendibile quanto più spesso si compie questa operazione» (29).

L'attendibilità di una teoria, dunque, è commisurata alla sua vicinanza con i fatti, alla capacità di rifletterli attraverso il linguaggio concettuale. E' un atteggiamento di grande prudenza che egli giustifica con la considerazione che gli uomini «sono raramente imparziali quando si tratta delle cose ultime, dei grandi problemi della scienza e della vita». Ciascuno di noi, infatti, è «dominato da intime e profondissime predilezioni di cui le nostre speculazioni fanno inconsapevolmente il gioco» (30). L'aderenza ai dati di fatto costituisce un correttivo a tale tendenza.

Una tesi pressochè identica è sostenuta da Nietzsche, in Al di là del bene e del male, laddove afferma che il pensiero filosofico «è per lo più segretamente diretto dai suoi istinti e costretto in determinati binari» (31).  Sia Freud che Nietzche psicoanalizzano la filosofia, mettendo in discussione l'imparzialità e l'obbiettività della conoscenza. Per Nietzsche, infatti, il conoscere è «un certo rapporto degli impulsi tra loro», secondo la sintetica formula dell'aforisma 333 della Gaia scienza. Ma mentre quest'ultimo giunge alla conclusione dell'impossibilità stessa di una conoscenza obiettiva, e al paradosso della "volontà di verità" che, quanto più riesce a svincolarsi dagli istinti vitali, tanto più si configura come "volontà di nulla"; Freud, invece, dalle medesime considerazioni si limita a ricavare un richiamo alla cautela epistemologica, che consiste nel respingere le teorie in contrasto con l'osservazione, e ad accettare come inevitabile la loro provvisorietà.

 

5. Fra empirismo e razionalismo

Nel testo Le resistenze alla psicoanalisi (1924), lo statuto epistemologico della psicoanalisi si precisa in relazione alla medicina e alla filosofia.

La prima si preclude la possibilità di comprendere i fenomeni psichici a causa di una visione limitata che la porta a ridurre la complessità di questi ultimi a fatti somatici e anatomici; ed è portata a ritenere le astrazioni della psicoanalisi nebulose e misticheggianti, anche per reazione alla schellinghiana Naturphilosophie, che l'ha condizionata all'inizio del secolo.

A sua volta, la filosofia, benchè abituata ad apprezzare le astrazioni, (che le «malelingue» - afferma sarcasticamente Freud - ritengono di «significato imprecisato») (32) critica la psicoanalisi poichè reputa errate le sue ipotesi, nonchè imprecise e prive di chiarezza le idee generali di cui essa si serve. E questo perchè al filosofo sfugge il materiale di base, da cui la psicoanalisi ricava i suoi concetti.

La posizione della nuova scienza psicoanalitica emerge così in negativo. Essa non è come la medicina, troppo legata ai fatti empirici e dunque «corta di vedute»; ma non è neppure speculativa allo stesso modo della filosofia, poichè a quest'ultima manca il lavoro «paziente e faticoso» sui dati di fatto. Ma è proprio questo lavoro di elaborazione che colloca la psicoanalisi a buon diritto fra le scienze della natura, e fa sì che le sue astrazioni non siano vuote e artificiose come quelle della filosofia.

Come risulta anche dall'insieme dei brani citati - senza peraltro pretese di esaustività - la concezione di Freud non è lineare, ma appare soggetta ad oscillazioni e ad aggiustamenti: egli oscilla tra una posizione strettamente empiristica, secondo la quale i Grundbegriffe derivano dall'esperienza, ad un moderato razionalismo che attribuisce alla teoria una intrinseca oggettività. E pare assestarsi su una posizione intermedia: egli ribadisce la necessità che la teoria aderisca ai dati di osservazione, mentre ne rivendica l'intrinseca razionalità. Freud è dunque empirista nell'accettare l'importanza basilare dell'esperienza e dell'osservazione, a cui le teorie devono sempre far riferimento; ma è anche razionalista, nel rivendicare l’oggettività e l’autonomia della teoria, che può essere "imposta" al materiale osservativo.

Freud, comunque, non oltrepassa mai l'empirismo, si limita a forzarlo nella direzione di un moderato convenzionalismo, più accentuato negli scritti metapsicologici. Egli è radicato su un punto fermo: il controllo dei fatti sulle teorie; anche le più audaci speculazioni devono trovare conferma nell'esperienza. Il suo ideale di scientificità sembra essere la trasposizione fedele dei fatti sul piano della teoria, anche se è generalmente costretto dal materiale di base a intraprendere strade più ardue.

Prima di concludere il discorso, vorrei indicare un nuovo punto di vista del problema, suggerendo un nuovo modello: l'archeologia.

L'archelogia, a cui Freud si appassionò per tutta la vita, è considerata generalmente una metafora della psicoanalisi. Freud ha sempre accreditato l'identificazione tra l'infanzia dell'individuo e la presistoria dell'umanità. Lo psicoanalista, come l'archeologo, porta alla luce i resti sepolti del passato. Ma proviamo a leggere ora il modello archeologico in chiave epistemologica, a vedervi esemplificato il rapporto tra la teoria e il materiale dell'osservazione. Si legga il seguente passo, tratto dal Caso clinico di Dora (1901):

«Di fronte all'incompiutezza dei miei risultati analitici non mi restava che seguire l'esempio di quei ricercatori che hanno la ventura di portare alla luce, dalla lunga sepoltura, mutilate, ma non per questo meno preziose, reliquie dell'antichità. Ho fatto cioè delle aggiunte a ciò che risultava incompleto secondo i modelli migliori a me noti da altre analisi, ma, come un archelogo coscienzioso, non ho trascurato di indicare in ogni caso dove la mia ricostruzione veniva ad apporsi alla parte autentica» (33).

L'incompiutezza del materiale obbliga l'archeologo a "fare delle aggiunte", ossia a ricostruire logicamente, a servirsi di modelli astratti. E' ciò che fa il ricercatore nella sua prassi scientifica: ricostruisce, congettura, teorizza (servendosi anche dell'intuizione e della fantasia), per colmare le lacune del materiale. Per Freud la teoria nasce di fronte all' "incompiutezza" dei fatti: a causa di ciò il ricercatore, come l'archeologo, è costretto a "fare delle aggiunte"; il che significa, per usare il linguaggio di Al di là del principio di piacere, «combinare i dati di fatto con elementi puramente speculativi». Ma la ricostruzione teorica deve poi tornare ai fatti, renderne conto. Come l'archeologo coscienzioso distingue tra la parte aggiunta e quella autentica, così una corretta prassi scientifica non deve confondere la speculazione con la realtà, la ricostruzione mentale con il materiale dell'esperienza. "La parte autentica" è così il fondamento della ricostruzione: l'autenticità di una teoria consiste nell’ adeguamento ai fatti.

Nasce tuttavia un problema. In psicoanalisi i fatti si identificano nei sintomi, nei ricordi, nei vissuti, quali emergono nella trama delle associazioni. Si può allora parlare di fatti allo stesso modo delle scienze empiriche? O non si deve ammettere che in psicoanalisi esistono solo effetti di senso, significati e significanti? Non si deve dire piuttosto, ricalcando il motto di Nietzsche, che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni?

La psicoanalisi, per il suo fondatore, è una scienza della natura, simile alla fisica e alla chimica. Per Freud non si danno altri modelli di scientificità al di fuori delle scienze della natura: la psicoanalisi era una di queste, o non era una scienza, senza altre possibilità.

Ne deriva in tal modo una difficoltà della psicoanalisi, imputabile allo stesso Freud. Il fatto di essere accreditata come scienza empirica si rivela un'arma a doppio taglio. Certo Freud ha voluto marcare la distanza fra essa e altri tipi di sapere che egli riteneva puramente speculativi, in primo luogo la filosofia. Ma in questo modo ha spianato la strada a processi epistemologici che, sottoponendola a criteri di scientificità propri delle scienze della natura, finiscono per delegittimarla (34).

 

Note

1 L'articolo Freud filosofo è apparso sul «Bollettino della Società Filosofica Italiana», 167 (1999), pp. 7-19.

2 Minuta K del 1 gennaio 1896, la cosiddetta Favola di Natale, in Lettere a W. Fliess 1887- 1904, Torino 1990, pp. 190-98. Cfr. anche i due articoli scritti immediatamente dopo: L'ereditarietà e l'etiologia delle nevrosi e Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa.

3 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi – nuova serie di lezioni, 1932, Lezione 33: La femminilità, in Opere di Sigmund Freud (= OSF), Torino 1989, vol. 11, p. 227.

4 OSF, vol. 9, p. 484.

5. Ivi, p. 483.

6. Ivi, p. 486.

7 S. Freud, L’inconscio, OSF, vol. 8, p. 85.

8 Ivi, p .65.

9 S. Freud, Lettere a Wilhelm Fliess, cit.. Cfr. la lettera del 17 dicembre 1896, a p. 246, in cui Freud scrive: "Nascosta assai lontano dietro a tutto ciò si situa la mia figliola ideale e allo stesso tempo quello che più mi fa penare: la metapsicologia".

10 Ivi, lettera del 10 marzo 1898, p.339.

11 OSF, vol 4, p. 279.

12 Ivi, p. 280.

13 OSF, vol. 3, p. 467.

14 OSF, vol. 7, p. 447.

15 Ibid. Il medesimo concetto si trova anche nell' Autobiografia del 1924: "Concetti fondamentalmente chiari e definizioni rigorosamente delimitate sono possibili soltanto nelle scienze dello spirito, qualora esse intendano rinserrare un ambito complesso di fenomeni in un sistema razionale. Nelle scienze della natura, alle quali la psicologia appartiene, tale chiarezza dei concetti fondamentali è superflua e persino impossibile". ( OSF, vol. 10, p. 125).

16 Lettere a W. Fliess, cit., cfr. in particolare la lettera del 12 giugno 1900, p. 452.

17 OSF, vol. 8, p. 13.

18 La medesima convinzione è espressa anche nella Lezione 32 di Introduzione alla psicoanalisi, laddove Freud scrive: "Piuttosto si tratta davvero di un problema di concezioni, ossia di introdurre le giuste rappresentatazioni astratte, la cui applicazione al materiale greggio dell'osservazione faccia ivi sorgere ordine ed evidenza" (OSF, vol. 11, p.191).

19 OSF, vol. 11, p. 508.

20 Ivi, p. 511.

21 OSF, vol. 9, p. 245.

22 G. T. Fechner (1801-1887), fisico e psicologo, è il fondatore della psicofisica, branca della psicologia che si basa su una concezione quatitativistica della vita psichica.

23 S. Freud, Lezione 32 di Introduzione alla psicoanalisi, cit., p. 204. Cfr. anche la lettera ad Einstein Perchè la guerra? (1932): "Ma non approda forse ogni scienza naturale a una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per Lei, nel campo della fisica?" (OSF, vol. 11, p. 300).

24 OSF, vol. 8, p. 74.

25 K. Marx, Introduzione (1857) a Per la critica dell'economia politica (1859), Roma 1969, p.189.

26 Ibid.

27 Su questo problema, cfr. M Dal Pra, La dialettica in Marx, Roma-Bari 1977. Scrive Dal Pra, a p. 325: "Abbiamo però più volte notato che Marx non giunge, in questa direzione, fino a sposare integralmente la causa dell'empirismo; egli non ritiene, cioè, che la semplice fattualità garantisca la comprensione esatta del reale indipendente; di qui il rilievo che acquista la discussione del metodo, ossia la ricerca intorno ai criteri con i quali riuscire a penetrare, al di là della semplice superficie fattuale, nel contesto reale delle cose".

28 K. Marx, Introduzione, cit., p. 193.

29 OSF, vol. 9, p. 244.

30 Ivi, pp. 244-45.

31 F. Nietzsche, Al di là del bene e del male (1886), Milano 1987, af. 5, p. 12. La tesi della segreta dipendenza del pensiero filosofico dagli istinti, è sostenuta da Nietzsche soprattutto negli aforismi della prima parte, in particolare: 1, 3, 5, 6, 36.

32 OSF, vol. 10, p. 52

33 OSF, vol. 4, pp. 309-310.

34 Esemplare al proposito il Symposium tenuto a Washington nel 1958 sul tema Psicoanalisi, metodo scientifico e filosofia, che sentenziò, con la relazione di Ernest Nagel, la non scientificità della psicoanalisi, le cui nozioni di base furono ritenute vaghe e metaforiche, nonché mancanti dei requisiti di validazione empirica e di predittività. Cfr. P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, Genova 1991, pp. 328 sgg., e anche P. L. Assoun, Introduzione all'epistemologia freudiana, Napoli 1988, pp. 41-42.

 

 

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