Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia
Marzo   2001

Alberto Barli
Il decentramento della coscienza
Le vicissitudini dello psichico negli scritti freudiani di Metapsicologia
[Vedi anche: Freud]

1. La coscienza

Una delle conseguenze più evidenti della rivoluzione psicoanalitica è il decentramento della coscienza. Nella complessa concezione della vita psichica elaborata da Freud, la coscienza non gode di una posizione privilegiata, è solo un’istanza fra le altre: l’essere cosciente viene ricondotto ad una possibilità dello psichismo. E’ forte il contrasto con la tradizione filosofica che fa della coscienza il centro della vita spirituale dell’uomo. Di qui la polemica di Freud con i filosofi, accusati di coscienzialismo. Nel settimo capitolo della Traumdeutung (1899), Freud nota che questi ultimi, anche quando hanno parlato di inconscio, lo hanno inteso in un modo del tutto diverso da come lo concepisce la psicoanalisi. L’inconscio dei filosofi, infatti, "sembra definire semplicemente l'opposto del conscio"; (1) mentre "è lo psichico reale nel vero senso della parola". (2)

Il decentramento freudiano non è quindi un capovolgimento, mediante il quale i due concetti si scambiano rispettivamente i ruoli, e l’inconscio giunge ad occupare il posto riservato in precedenza alla coscienza, ma un’operazione più complessa. Affermare che l’inconscio è "lo psichico reale", significa farne la base, il fondamento della psiche; anche ciò che è cosciente ha un gradino preliminare nell'inconscio. La coscienza acquisisce un ruolo preciso solo in relazione all’inconscio, in quanto cioè decentrata. Non sarebbe così se ci si limitasse ad invertire i ruoli. E’ quanto sostiene Freud, quando afferma che per i filosofi che si sono accorti dell'esistenza dell'inconscio è stato poi difficile attribuire una funzione alla coscienza. Come dire che i filosofi sbagliano sempre: sbagliata è la concezione coscienzialista, che fa della coscienza l'unico punto di riferimento della vita psichica; ma sbagliata è anche la posizione contraria, perché non è in grado di riconoscere alcuna funzione alla coscienza. Il pensiero filosofico sembra muoversi, secondo Freud, per contrapposizioni astratte: nell'ipotesi coscienzialista, non c'è posto per l'inconscio; nell'altra, è la coscienza ad essere messa fuori gioco, considerata pura e semplice apparenza.

Freud, nel settimo capitolo della Traumdeutung, attribuisce alla coscienza importanti funzioni: dirige gli investimenti dell'attenzione e funge da regolatore degli spostamenti dell'investimento energetico, sostituendosi al regolamento automatico del principio di piacere-dispiacere. Nella Metapsicologia (1915-17), in cui viene formalizzata la prima topica, vengono rielaborate e fissate le relazioni fra i sistemi psichici. In questo contesto la questione della coscienza e dell’inconscio è strettamente correlata al discorso epistemologico. Analizzeremo alcuni brani dagli scritti di Metapsicologia.

 

2. La pulsione

E’ nota l’importanza delle pagine iniziali di Pulsioni e loro destini (1915) per comprendere l’epistemologia freudiana. (3) Riassumiamone brevemente i punti essenziali.

Il punto di partenza del lavoro scientifico - afferma Freud - è l'esperienza, che offre il materiale di base: i fenomeni vanno descritti e ordinati; ciò tuttavia non basta, poiché la scienza non è mera descrizione di fatti, ma implica una struttura teorica, e quindi non può fare a meno di utilizzare concetti generali, che non sono ricavati dall'esperienza attraverso progressive generalizzazioni, ma hanno una loro intrinseca razionalità. Essi possono essere considerati delle convenzioni, pur matenendo col materiale empirico "relazioni significative"; inoltre, hanno all'inizio un certo grado di indeterminatezza, e solo successivamente acquisiscono esattezza e rigore.

Il discorso freudiano inclina verso un moderato razionalismo e convenzionalismo ispirato al pensiero di Mach, da cui egli deriva non solo l'idea che i concetti generali di una scienza siano convenzioni, e come tali godano di una certa autonomia rispetto al materiale empirico; ma anche la concezione della loro progressiva determinazione e rigorizzazione. Peraltro, Freud non trascura il ruolo assunto dall'esperienza, che mantiene sempre una stretta correlazione con la teoria.

Dopo aver delineato la struttura teorica del discorso scientifico, egli passa ad esaminare il concetto generale di pulsione. L'intento è quello di fondare la nuova scienza psicoanalitica, e per far questo è necessaria un’altra operazione, che comporta un radicale decentramento del soggetto. Per Freud, la legittimità della psicoanalisi come scienza è tanto più certa ed evidente, in quanto non è più legata alla provvisorietà della coscienza.

Seguiamo l'analisi freudiana. Il termine pulsione traduce il tedesco Trieb, che significa spinta, ed indica un impulso ad agire che ci viene dall’organismo, e che si manifesta sotto forma di una tensione o di un eccitamento. La funzione del comportamento è quella di ridurre tale tensione, producendo un soddisfacimento. Il concetto di pulsione è precisato ulteriormente mediante l'introduzione di termini quali: fonte, spinta, meta e oggetto. La fonte della pulsione si identifica nella regione del corpo da cui nasce l’eccitamento; la spinta è la somma delle forze che la caratterizza in senso dinamico: la pulsione è sempre attiva, non esistono pulsioni passive, ma con meta passiva. La meta è l'insieme delle operazioni che portano al soddisfacimento, riducendo la tensione. Essa non è fissata in modo rigido, e ciò differenzia la pulsione da un istinto, che è invece una risposta predeterminata ad un insieme di stimoli. La pulsione è estremamente plastica, i modi in cui può essere soddisfatta sono molto variabili, dipendono dallo sviluppo dell’individuo e dall’esperienza. Nell’individuo adulto una vasta gamma di comportamenti soddisfano una medesima pulsione. Per la gratificazione della pulsione è necessario anche un oggetto, in relazione al quale la pulsione può raggiungere il soddisfacimento. L’oggetto è l’elemento più variabile della pulsione, poichè cambia in relazione ai suoi molteplici destini. Può trattarsi di una persona reale o immaginaria; nella prima infanzia, addirittura, l’oggetto coincide, parzialmente o totalmente, con il corpo stesso del soggetto. Contrassegno fondamentale della pulsione è quindi la plasticità: essa richiede riposte complesse e tortuose, può avere varie mete, cambia spesso oggetto, attraversa molteplici vicende. Ad avere tali caratteristiche è soprattutto la pulsione sessuale o libido; è questa la pulsione per eccellenza, anche se Freud introduce altri tipi di pulsione, ad esempio le pulsioni dell’Io (Ichtriebe).

 

3. Il decentramento della coscienza

Con il concetto di pulsione è posto dunque un principio teorico fondamentale. La psicoanalisi può dirsi scienza autonoma, in quanto dotata di un suo statuto specifico, caratterizzato da una sua attrezzatura teorica, articolata in enunciati, postulati, ipotesi. Questa autonomia viene conquistata mediante una duplice emancipazione. La prima dalla biologia. Ora, se è vero che la pulsione affonda le sue radici nell’organico (è un concetto limite tra psichico e somatico, afferma Freud), tuttavia, Freud sottolinea che essa "non ci è nota nella vita psichica che attraverso le sue mete. La conoscenza precisa delle fonti pulsionali non è sempre indispensabile per gli scopi dell’indagine psicologica".(4) La pulsione ha quindi un carattere psichico e non abbisogna di un correlato fisiologico; per la scienza psicoanalitica la conoscenza precisa delle fonti, per quanto utile, non è indispensabile. Freud quindi prende definitivamente le distanze dall'impostazione del Progetto di un psicologia (1895), che implicava una stretta correlazione tra piano psichico e somatico; e, dunque, dalla fisiologia di stampo fisicalista di Helmholtz e di Brücke. Solo così la psicoanalisi può essere autonomamente fondata su enunciati la cui definizione non dipende dai risultati di altre discipline. Ma tali enunciati non devono possedere soltanto il requisito dell'autonomia, devono anche essere saldamente stabiliti. E qui veniamo alla seconda emancipazione. E’ necessaria un'altra operazione, che non faccia più dipendere il concetto di pulsione dalla coscienza, la cui superficialità e variabilità la rende inidonea a costituire il fondamento dei fenomeni psichici.

Il decentramento della coscienza è giustificato anche da una esigenza metodica, in quanto "lo studio delle pulsioni presenta delle difficoltà quasi insormontabili dal punto di vista della coscienza". (5) Di contro, il concetto di pulsione e i suoi correlati più squisitamente psichici quali la meta e l’oggetto, divengono perfettamente comprensibili nel momento in cui la coscienza non è più il centro focale del discorso. Il decentramente della coscienza diviene particolarmente evidente nella seconda parte del saggio, laddove vengono analizzati, allo scopo di approfondire le caratteristiche delle pulsioni sessuali, i processi del sadismo-masochismo e del voyerismo-esibizionismo. I concetti di soggetto e oggetto, che ricorrono per la loro spiegazione, non sono riferiti ad una coscienza, ma divengono variabili della pulsione inconscia, dipendenti dai suoi diversi destini. Ripercorriamo velocemente l’analisi freudiana.

Per quanto riguarda la coppia sadismo-masochismo, Freud delinea uno schema in tre fasi. (La coppia voyerismo-esibizionismo è vista secondo uno schema analogo). Il punto di partenza è costituito da una prima fase, sadica, caratterizzata da un soggetto che esercita violenza su un oggetto. Nella seconda, l'oggetto viene sostituito dalla propria persona, con relativa trasformazione della meta da attiva a passiva (fare violenza, subirla); in questa fase il cambiamento dell'oggetto coincide con la trasformazione della meta. Infine, nella terza, viene di nuovo instaurato un oggetto esterno, nel ruolo attivo di soggetto del sadismo; con questa fase siamo approdati al masochismo. Solo nella prima fase sadica - in cui un soggetto esercita violenza su un'altra persona assunta quale oggetto - l'oggetto della pulsione è in funzione di un soggetto-coscienza, oltreché, naturalmente, della pulsione stessa. Solo in questa fase i termini di soggetto e oggetto sono situati nei loro luoghi tradizionali: il soggetto corrisponde al soggetto pensante cartesiano, e l'oggetto, come si conviene, è tale per un soggetto. Già nella seconda fase - che consiste nel volgersi della pulsione sulla propria persona - le cose si complicano. L'oggetto della pulsione coincide con il soggetto dell'azione, il quale dunque è contemporaneamente soggetto e oggetto. E nella terza - la fase masochista in cui subentra quale oggetto pulsionale una persona estranea al soggetto - l'oggetto della pulsione è l'altro, colui che esercita la violenza sadica sul soggetto delle fasi precedenti, ossia il soggetto dell'azione. Colui che nelle prime due fasi è il soggetto dell'azione, nella terza fase diviene l'oggetto, che è tale (dal punto di vista dell'azione) per un soggetto che, a sua volta è oggetto (dal punto di vista della pulsione).

Per spiegare questo concetto da un altro punto di vista, prenderò in prestito da Paul Ricoeur il termine di epochè rovesciata, mutuato dalla fenomenologia di Husserl. (6) Per Husserl la coscienza, col suo puro guardare, diviene il centro focale e la sede di ogni evidenza e certezza; e ciò è reso possibile dal movimento dell'epochè, che mette tra parentesi, sospende, ogni pre-giudizio sul mondo e sulla verità delle cose; solo così è possibile una fenomenologia, ossia una scienza di puri fenomeni.

In Freud - allievo come Husserl di Brentano (7) - non si tratta invece di ricondurre i fenomeni al fondamento della coscienza, mettendone tra parentesi, per così dire, la loro dimensione naturale e oggettiva, facendone dei vissuti per la coscienza; ma di effettuare il movimento inverso, mettere tra parentesi - epochizzare - la stessa coscienza, ritenuta un elemento inaffidabile, e farla diventare fenomeno della pulsione, ad essa subordinata.

Si dirà che già in precedenza, con la topica del settimo capitolo della Traumdeutung, la coscienza aveva perso la sua centralità a scapito dell'inconscio. Ciò è senz'altro vero, ma nei termini di inconscio e preconscio permane una certa ambiguità, poiché è mantenuto il riferimento alla coscienza; solo in relazione a questa una rappresentazione si definisce inconcia o preconscia. L'ambiguità tuttavia è in parte superata se l'inconscio e il preconscio vengono intesi come luoghi o sistemi e non come qualità di una rappresentazione.

 

4. La rimozione

Freud tratta della rimozione (Verdrängung) nell'omonimo saggio metapsicologico. Nella teoria psicoanalitica, la rimozione è il meccanismo involontario, sottratto cioè al nostro controllo cosciente, che allontana dalla coscienza idee o immagini suscettibili di procurare dispiacere. Freud la definisce una sorta di fuga da un pericolo interno, legato ad un soddisfacimento pulsionale, al fine di evitare il dispiacere. La rimozione è, quindi, strettamente collegata alla pulsione, di cui rappresenta uno dei possibili destini, e all’inconscio. I contenuti ideativi rimossi, infatti, non vengono annullati, ma trasferiti, per così dire, nell’inconscio, da dove tuttavia ritornano sotto forma di sintomi, sogni, lapsus. L’analisi della rimozione sarà dunque ripresa nell’altro scritto metapsicologico L’inconscio (1915).

. La questione è già stata posta nel settimo capitolo della Traumdeutung: l’esigenza della rimozione nasce dalla necessità di un affrancamento della psiche dal processo primario e dalla regolazione esclusiva del principio di piacere-dispiacere. L'individuo, per poter modificare il mondo esterno e raggiungere una identità di pensiero, ha bisogno di poter disporre di tutte le tracce mnestiche, comprese quelle di natura spiacevole. La rimozione permette di utilizzare l'immagine mnestica, poiché in grado di neutralizzare la carica affettiva penosa.

In via preliminare Freud intende chiarire una questione di fondo: come è possibile che il soddisfacimento di una pulsione possa procurare dispiacere, dato che il soddisfacimento è sempre piacevole? La soluzione di questo problema rinvia alla psicologia del sogno, e in particolare del sogno d’angoscia, che ci insegna che il desiderio è destinato a scontrarsi con istanze contrarie, e il piacere a diventare dispiacere.

Freud distingue una prima fase della rimozione, che chiama rimozione originaria, dalla rimozione propriamente detta, che colpisce i derivati della rimozione originaria, e agisce in una duplice direzione; dalla coscienza, respingendo, per così dire, e dal rimosso, attraendo. La rimozione originaria, invece, consiste nell'interdire alla coscienza la rappresentanza ideativa della pulsione. Tale rappresentanza è costituita da una rappresentazione, è cioè una Vorstellungsrepräsentanz. Soffermiamoci un momento su questo punto. Il termine usato da Freud, Vorstellungsrepräsentanz, indica la funzione di rappresentanza svolta dalla Vorstellung, ovvero dalla rappresentazione. La pulsione è dunque rappresentata da una rappresentazione; ed è tale rappresentazione che rappresenta la pulsione ad essere colpita dagli effetti della rimozione. Ciò produce una fissazione. Scrive Freud che "la rappresentazione in questione continua da allora in poi a sussistere immutata, e la pulsione rimane ad essa legata". (8)

Ora, ad una lettura un po’ frettolosa, il concetto di Vorstellungsrepräsentanz può generare equivoci, che l’espressione rappresentanza ideativa, usata dal traduttore italiano, non contribuisce a risolvere. Può sembrare che la pulsione appartenga al piano somatico; nel qual caso, la Vorstellungsrepräsentanz indicherebbe la funzione di rappresentanza svolta su quello psichico da parte della Vorstellung.

Ma non è una interpretazione accettabile. Freud, come si è visto, ha chiaramente indicato nella pulsione "il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall'interno del corpo". (9) Vi è poi una ragione di carattere epistemologico. Il concetto di pulsione fa parte dei Grundbegriffe della psicoanalisi, mediante i quali essa trova un fondamento autonomo. E' proprio l'autonomia del fondamento che comporta l'indipendenza dal piano somatico.

Ma se la pulsione appartiene al piano psichico, per quale ragione necessita di una rappresentanza psichica? Per il momento lasciamo in sospeso la questione. Analizziamo ora alcuni passi dal saggio L'inconscio.

 

5. L'inconscio

L'ampio saggio L'inconscio è articolato in una Premessa e in sette capitoletti; mi soffermerò solo su alcuni passi dei primi capitoli.

Nella Premessa, Freud sottolinea due punti importanti: che l'inconscio non coincide con il rimosso, avendo una maggiore estensione; e che la conoscenza dell'inconscio, che può avvenire solo in forma conscia, è una traduzione (egli ricorre sovente a questa espressione), effettuata dal lavoro psicoanalitico che supera le resistenze.

"Come possiamo arrivare a conoscere l'inconscio? Naturalmente lo conosciamo soltanto in forma conscia, dopo che si è trasformato o tradotto in qualcosa di conscio". (10)

Questa frase potrebbe essere scambiata per una qualche forma di riabilitazione della coscienza, se non fosse che Freud non ne ha mai misconosciuto l'importanza. Per Freud, essa non solo è sede di insostituibili funzioni, ma è anche il punto di partenza di ogni indagine. Tuttavia egli è consapevole che finché si resta legati al punto di vista della coscienza, il lavoro teorico si imbatte in insolubili contraddizioni. Lo studio metapsicologico della vita psichica deve dunque prescinderne. Per questo egli ribadisce, in vari passi, come l'emancipazione dalla coscienza sia una necessità metodica:

"Dobbiamo imparare a emanciparci del sintomo consapevolezza". (11)

E aggiunge:

"La ragione di tutte queste difficoltà deve essere cercata nel fatto che la consapevolezza, l'unica caratteristica dei processi psichici che ci si rivela con immediatezza, non si presta affatto a fungere da criterio per la distinzione dei sistemi". (12)

Il tema della coscienza e dell’inconscio è affrontato nel primo capitolo, (La giustificazione dell'inconscio), nel quale si discute della legittimità dell’inconscio, che è l’oggetto specifico della psicoanalisi. L'ipotesi di una psiche inconscia è giustificata, in primo luogo, dalla lacunosità della coscienza. Lapsus, sogni, ma anche idee improvvise, o risultati intellettuali la cui elaborazione è rimasta oscura, possono essere spiegati solo presupponendo altri atti psichici non testimoniati dalla coscienza. Inoltre, poiché in ciascun momento la coscienza comprende un contenuto assai limitato, la massima parte del sapere cosciente deve trovarsi per lunghi periodi di tempo in stato di latenza.

Ma Freud non si accontenta della dimostrazione della necessità dell'ipotesi dell'inconscio; vuole contestare anche la tesi contraria del coscienzialismo, e lo fa ricorrendo ad un punto di vista convenzionalista. L'equiparazione dello psichico con il cosciente - afferma - può essere considerata una convenzione inoppugnabile, quindi né vera né falsa. E' tuttavia inopportuna, perché ci irretisce in insolubili difficoltà; sopravvalutando la coscienza, preclude altri ambiti di indagine.

Ora, se Freud rimanesse all'interno della prospettiva convenzionalista, dovrebbe ammettere che anche l'ipotesi dell'inconscio - né vera né falsa come quella coscienzialista - si rivela superiore esclusivamente per la sua utilità. Sennonché, egli va oltre il convenzionalismo, in quanto afferma la realtà dei processi inconsci, ricorrendo a due differenti argomentazioni.

La prima si basa sull'osservazione degli stati patologici, nonché dei sogni, lapsus e simili. La realtà dell'inconscio risulta attestata dalla ricerca psicoanalitica, che ha mostrato come, al prezzo di un certo lavoro, gli atti inconsci possano essere trasformati e sostituiti con processi coscienti. E d'altra parte, gli esperimenti con l'ipnosi avevano già rivelato il modo di operare dell'inconscio già prima dell'avvento della psicoanalisi.

La seconda argomentazione è di natura speculativa: la realtà dell'inconscio è dimostrata mediante una inferenza per analogia, dello stesso tipo di quella che ci permette di concludere che anche gli altri hanno una coscienza simile alla nostra. La dimostrazione freudiana non si muove tuttavia in un piano puramente astratto, ma fa ricorso anche all'esperienza e all'osservazione. Si tratta di ragionare in questo modo: "Tutti gli atti e tutte le manifestazioni che osservo in me e che non so come collegare con il resto della mia vita psichica devono essere giudicati come se appartenessero a qualcun altro e trovare la loro spiegazione in una vita psichica attribuita a quest'altra persona". (13)

Ora, questa presunta vita psichica estranea non è che la nostra psiche inconscia, di cui rifiutiamo di riconoscere l'esistenza a causa di particolari resistenze. Anche se a filo di logica - ammette Freud - per spiegare quegli atti che non si possono collegare con gli altri atti psichici, si potrebbe anche concludere che esiste una seconda coscienza, e non una psiche inconscia. Ma questa ipotesi è da scartare per tre ragioni. Primo, perché una coscienza di cui il soggetto non sa nulla sarebbe una sorta di coscienza inconscia, e, in quanto tale, non sarebbe più una coscienza. Secondo, il grado elevato di indipendenza dei processi psichici latenti inferiti, porterebbe all'ipotesi non solo di una seconda, ma anche di una terza, di una quarta coscienza e così via. E terzo, quei medesimi processi latenti rivelano all'esplorazione analitica caratteri assai contrastanti, rispetto a quelli della coscienza a noi noti. Non resta che concludere quindi con l'esistenza di una psiche inconscia.

 

6. Freud e Kant

Freud conclude il capitolo con una riflessione filosofica di tipo kantiano sull'inconoscibilità dell'inconscio:

"Come Kant ci ha messo in guardia contro il duplice errore di trascurare il condizionamento soggettivo della nostra percezione e di identificare quest'ultima con il suo oggetto inconoscibile, così la psicoanalisi ci avverte che non è lecito porre la percezione della coscienza al posto del processo psichico inconscio che ne è l'oggetto. Allo stesso modo della realtà fisica, anche la realtà psichica non è necessariamente tale quale ci appare". (14)

La realtà psichica, tuttavia, è meno inconoscibile di quella fisica. Così, infatti, si chiude il passo di Freud:

"Saremo tuttavia lieti di apprendere che l'opera di rettifica della percezione interna presenta difficoltà minori di quella della percezione esterna, che l'oggetto interno è meno inconoscibile del mondo esterno". (15)

La concezione dell’inconoscibilità dell’inconscio non giunge peraltro inattesa. Gia nel settimo capitolo della Traumdeutung, là dove polemizza contro il coscienzialismo dei filosofi, e parla dell’inconscio come dello "psichico reale", Freud afferma che esso, come la kantiana cosa in sé, è "altrettanto sconosciuto nella sua natura più intima quanto lo è la realtà del mondo esterno, e a noi presentato dai dati della coscienza in modo altrettanto incompleto, quanto il mondo esterno dalle indicazioni dei nostri organi di senso". (16)

Val la pena di soffermarsi su questa tesi per comprendere meglio l'epistemologia freudiana. Può apparire sorprendente che Freud, nel primo capitolo dell’Inconscio, ossia in un luogo di importanza strategica dal punto di vista epistemologico, faccia una ammissione di agnosticismo. Affermi, cioè, che l’oggetto e il fondamento della nuova scienza psicoanalitica sia inconoscibile. Pure, il discorso freudiano è ineccepibile, se visto alla luce di un preciso contesto. L'idea che l'inconoscibilità dei principi di base di una scienza sia garanzia di scientificità, appartiene a quel tipo di cultura che ha plasmato il giovane Freud. Tale tesi agnostica è fatta propria dal circolo di fisiologi berlinesi che fanno capo a Helmholtz e a Du Bois-Reymond. Esiste al proposito una sorta di manifesto ufficiale di tale agnosticismo, ed è il celebre discorso (l'Ignorabimus!) pronunciato da Du Bois-Reymond nel 1872 al Congresso dei naturalisti di Lipsia. In esso egli sostiene appunto che le Naturwissenschaften, relativamente ai loro assunti di base, si imbattono in problemi insolubili, veri e propri enigmi. Ma ciò, lungi dall'indurre ad atteggiamenti scettici, costituisce una garanzia della validità della ricerca che sia compresa entro quei limiti. (17)

 

7. Rappresentazione ed affetto

Ritroviamo il concetto di Vorstellungsrepräsentanz nel terzo capitolo, dove è affrontata la questione dei sentimenti e degli affetti. Freud precisa che l’espressione "affetto inconscio" e "sentimento inconscio" riguarda i destini in cui è incorso il fattore quantitativo di un moto pulsionale in seguito alla rimozione. La contrapposizione di conscio e inconscio – sottolinea - non riguarda la pulsione, che non può mai diventare oggetto di coscienza. Solo l'idea che la rappresenta lo può. Ma anche nell'inconscio - aggiunge - la pulsione è rappresentata da un'idea. La rappresentazione che rappresenta la pulsione è, appunto, una Vorstellungsrepräsentanz. Egli scrive:

"Se la pulsione non fosse ancorata a una rappresentazione o non si manifestasse sotto forma di uno stato affettivo, non potremmo sapere nulla di essa". (18)

A questo punto abbiamo gli elementi per rispondere alla domanda lasciata in sospeso sulla natura di tale Vorstellungsrepräsentanz. La chiave della risposta - che coinvolge in pieno quel background filosofico freudiano che non viene mai esplicitato chiaramente - è individuabile nella concezione freudiana dello psichismo inconscio come kantiana cosa in sé. La pulsione ha bisogno di una rappresentanza psichica, la Vorstellungsrepräsentanz appunto, non perché sia un processo somatico, ma perché è quella X sconosciuta di cui possiamo prendere coscienza solo attraverso i suoi rappresentanti, che consistono nella rappresentazione (Vorstellung) e nell'affetto (Affekt). In tal modo, è possibile una "traduzione cosciente" dello psichismo inconscio, in se stesso inconoscibile. Possiamo avere una qualche forma di conoscenza della rappresentanza rimossa, ripercorrendo in senso inverso il cammino della rimozione, mediante le libere associazioni.

"Nell'esercizio della tecnica psicoanalitica noi sollecitiamo ininterrottamente il paziente a produrre quelle propaggini del rimosso che, per la loro lontananza o la loro deformazione, riescono a oltrepassare la censura della coscienza. Altro infatti non sono le associazioni libere che noi pretendiamo dal paziente quando lo invitiamo a rinunciare ad ogni rappresentazione finalizzata cosciente e ad ogni atteggiamento critico; è a partire da queste associazioni che noi riproduciamo una traduzione cosciente della rappresentanza rimossa". (19)

Ma ciò che legittima il lavoro delle libere associazioni e rende possibile comprendere i segni del linguaggio dell'inconscio, coglierne le interdipendenze e le relazioni con il conscio, è la Vorstellungsrepräsentanz, che è il primo anello della catena associativa, mediante il quale lo psichico si inscrive nel piano delle significazioni decifrabili.

Per concludere, darò la parola a Freud, citando una pagina dell'ampia sintesi del Compendio di psicoanalisi del 1938, nella quale si riassumono le questioni che ho trattato in questo articolo:

"Mentre nella psicologia della coscienza non si è mai andati oltre a quelle serie lacunose di fenomeni, che palesemente dipendono da qualcos'altro, l'altra concezione, quella secondo cui lo psichico è in sé inconscio, ha permesso di sviluppare la psicologia fino a farne una scienza naturale come tutte le altre. I processi di cui essa si occupa sono in sé inconoscibili, né più né meno di quelli di cui si occupano altre discipline scientifiche, la chimica o la fisica per esempio; eppure è possibile stabilire le leggi cui essi ubbidiscono, seguire ininterrottamente e per lungo tratto le loro reciproche relazioni e interdipendenze, e insomma giungere a quella che si definisce la "comprensione" di un certo campo di fenomeni naturali. Ciò non è potuto avvenire senza la formulazione di nuove ipotesi e la creazione di nuovi concetti; ma questi non sono da disprezzare come testimonianze del nostro imbarazzo, ma piuttosto da apprezzare come arricchimenti della scienza. Tali ipotesi e concetti possono rivendicare infatti lo stesso valore di approssimazione alla verità di analoghe costruzioni ausiliarie in altri campi delle scienze naturali, e sono in attesa di modifiche, rettifiche e determinazioni più rigorose grazie all'accumulo e alla selezione delle esperienze". (20)

 

Note

(1) S. Freud, L’Interpretazione dei sogni, in Opere di Sigmund Freud (=OSF), Torino 1989, vol.3, p. 559.

(2) Ivi, p. 557.

(3) Su questo punto, mi permetto di segnalare il mio articolo su Freud e il problema di Hume

(4) OSF, vol.8, p.18.

(5) Ivi, p. 21.

(6) P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, Genova 1991, p. 119 e sgg..

(7) Franz Brentano, filosofo, psicologo, precursore della fenomenologia, insegnò all’Università di Vienna, dove Freud frequentò i suoi corsi, dal 1873 al 1895.

(8) OSF, vol. 8, p. 38

(9) Ivi, p. 17.

(10) Ivi, p. 49.

(11) Ivi, p. 76.

(12) Ibid.

(13) Ivi, p. 53.

(14) Ivi, p. 54.

(15) Ibid.

(16) Ibid.

(17) Cfr. P. L. Assoun, Introduzione all’epistemologia freudiana, Napoli 1988, pp. 82-83.

(18) OSF, vol. 8, p. 60.

(19) Ivi, p. 40.

(20) OSF, vol. 11, pp. 585-86.