www.ilgiardinodeipensieri.eu/mappa-filosofia-greca_1.pptx Mario Trombino Eros come tema della filosofia

Il Giardino dei Pensieri - Preprint
Dicembre 2002

Mario Trombino
Eros come tema della filosofia [1]
Perché l’amore è visto dai filosofi come un problema di grande rilevanza filosofica?
Introduzione alla lettura del Simposio di Platone
[Vedi anche: Eros - Platone - Presocratici]

"Insieme godevano il sole, insieme guardavano la luna e le stelle."
"Nell’amore l’uomo ha ritrovato se stesso in un altro. Poiché è unificazione di vita, esso presuppone la separazione, uno sviluppo di vita, una multilateralità già formata di vita; e quante più sono le forme in cui la vita è viva, tanti più sono i punti in cui essa può unificarsi e sentirsi unita, tanto più intimo può essere l’amore. […] Ma per avere coscienza della propria felicità, per dare felicita a se stesso come volentieri fa, l’amore deve isolarsi e persino crearsi inimicizie."
"Questa unità della vita, questo sentimento della vita che ritrova se stessa, è l’amore."
G.W.H. Hegel, Lo spirito del cristianesimo e il suo destino

"Discorso di Agatone nel Simposio: l'Amore è assolutamente puro da ogni ingiustizia, perché non fa né subisce violenza. Non conquista con la forza e neppure lo si conquista con la forza. […] La forza è il male. Essa regna ovunque, ma non contamina mai con il suo contatto l'Amore, idea specificamente greca. Splendida."
"Desiderio sensuale e bellezza. Bisogno di infrangere l'impurità interiore contro qualcosa di puro. Ma il mediocre in noi si difende per preservare la propria vita, e ha bisogno di macchiare la purezza
Avere potere su, è macchiare. Possedere è macchiare."
S. Weil, Quaderni

1. Irresistibile forza cosmica

Quando Platone, nella sua piena maturità, scrive il Simposio, in Grecia il tema dell’amore è già stato ampiamente oggetto della riflessione dei poeti lirici, come è ovvio, ma anche dei poeti tragici che lo intendono sullo sfondo del mondo del mito. Nulla di "romantico" in questa visione: Eros è potenza primordiale, temibile, domina l’uomo conducendolo dove vuole, anche a rovina a volte. Forza cosmicaindomabile, descritta con tratti inquietanti, superiore agli uomini ma anche agli stessi dèi. Così Sofocle nell’Antigone (vv. 781-891):

Eros invincibile,
Eros, che sulle tue prede ti abbatti,
e sulle tenere guance
della fanciulla la notte ti posi,
tu che vaghi sul mare
e sulle campagne:
nessuno ti sfugge,
né uomo né dio. E la mente impazzisce.

Chi ha l’animo giusto,
sai renderlo ingiusto, e lo porti a rovina,
sei tu che infiammi la lotta
fra uomini legati dal sangue.
Ma splendente trionfa negli occhi
della bella sposa
il desiderio, che siede accanto alle leggi
supreme. E’ il gioco ridente
di Afrodite divina

Il tema è forse ancora più esplicito in Euripide, che trova parole durissime nell’Ippolito (vv. 525-543):

Eros, che stilli per gli occhi
il desiderio e dolce delizia
infondi in ogni anima che assali,
il tuo apparire non mi sia sventura,
la tua venuta non mi sia violenza!
Non di fuoco, non di astri è così forte il colpo,
quanto la freccia di Afrodite,
che lancia con le sue mani
Eros, figlio di Zeus.

Invano a Zeus, sulle rive dell’Alfeo,
invano a Febo, nelle case di Pilo,
offre l’Ellade il sangue dei buoi,
se Eros, tiranno degli uomini
- lui che dell’amata alcova di Afrodite
ha le chiavi – non veneriamo:
lui che fra morte e rovina
si apre la strada,
quando arriva a noi.

Dunque desiderio e dolce delizia unite all’immagine di Eros che si apre la strada, che lancia forte il colpo della freccia di Afrodite; fino a portare a volte morte e rovina; Eros che vaga nelle campagne e sul mare, Eros cui nulla sfugge, ma anche gioco ridente di Afrodite. Due serie opposte di immagini? Sì, ma senza alcuna contraddizione, perché questo gioco, questo desiderio ridente è proprio la forza con cui Eros tiene sotto il suo dominio i viventi. Forza cosmica della generazione, senza cui gli esseri si estinguerebbero, movimento legato quindi all’essere delle cose, alla loro più intima natura. L’essere stesso non può spiegarsi senza Eros, senza l’invincibile desiderio che porta alla generazione.

Questa concezione dell’Eros, che non concede nulla alla visione tenera e "addomesticata" dell’amore come forma bella delle relazioni umane, ha la sua origine nel mondo del mito. L’amore presso i greci è sin dalle origini della loro cultura concepito come forza cosmica, in un modo così diretto e forte da apparire oggi per noi una prospettiva estranea, inquietante. Eros in Esiodo è una delle potenze originarie del cosmo e questa potenza si esprime tutte le volte che "Desiderio" lega un uomo e una donna (ma questo vale anche per ogni essere vivente in natura, ed anche per gli dèi). Nella Teogonia (vv. 116-122, 191-206), descrivendo l’origine del cosmo, e quindi dell’universo fisico, degli déi e degli uomini, Esiodo così racconta:

Dunque per primo fu Caos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
poi Eros, il più bello fra gli immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli déi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio. (…)
E dalla spuma del mare una figlia
nacque, e dapprima all’isola di Citera, divina,
giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai frutti;
lì approdò, la dea veneranda e bella, e attorno l’erba
sotto gli agili piedi nasceva; lei Afrodite, (…)
chiamano dei e uomini, perché dalla spuma
nacque (…).
La accompagna Eros, e Desiderio bello la segue
da quando, appena nata, andò verso la stirpe degli dei.
Fin dal principio tale onore lei ebbe e sortì,
come destino fra gli uomini e gli dei immortali,
bisbigli di fanciulle e sorrisi e inganni
e il dolce piacere e affetto e blandizie.

Anche qui, alle origini della cultura greca a noi nota attraverso la scrittura, Eros appare con i duplici tratti della dolcezza e della forza indomabile: doma nel petto il cuore e il saggio consiglio, e allo stesso tempo richiama il dolce piacere e i sorrisi e i bisbigli di fanciulle.
L’aspetto cosmico è ben reso da questo passo degli Inni Omerici (vv. 2-6, 69-74):

Afrodite infonde negli dei il dolce desiderio
e doma le generazioni degli uomini mortali,
e gli uccelli che volano in cielo, e gli animali,
tutti quelli, infiniti, che la terra nutre e il mare:
tutti hanno in cuore le opere di Citerea dalla bella corona….insieme a lei
docili andavano grigi lupi, leoni feroci,
e orsi e pantere veloci, avide di cerbiatti;
e lei a vederli gioiva, nella mente e nel cuore,
e versava nel loro petto il desiderio: e subito tutti
giacevano a coppie nelle valli ombrose.

Il tema filosofico dell’amore ha dunque questo come proprio oggetto sin dalle origini nel mito:

Per quanto legata alla bellezza, e quindi nel mito ad Afrodite, Eros è dunque potenza temibile e originaria, legata alle radici profonde del nostro essere. Se l’Eros di cui parlano i Greci è questo, che cosa si nasconde dunque nei giochi lievi e forti degli amanti? Che cosa può rivelarci sull’essere del mondo – su chi siamo – lo sguardo di due innamorati, il desiderio "irresistibile" che li unisce e li separa, che li domina?

 

2. Che cosa sappiamo di Eros?

Nel mito greco, sia esso un demone o un dio, Eros appartiene comunque alla sfera del divino. Quando i filosofi cominciano ad interessarsi al tema (ad esempio con Empedocle, poi con Platone) è familiare l’idea che il mito possa avere ragione, che l’amore apra a legami metafisici, come se Eros possa aprire una via per penetrare in una sfera dell'essere che ci è abitualmente preclusa (non l’unica, ma non certo secondaria). Il punto è che, in filosofia, è di casa il sospetto che l’essere di dimensioni ne abbia più di una, che la complessità – una pluralità non sappiamo se dominabile, se riducibile ad ordine e unità, o meno – sia il concetto che lo descriva al meglio. Eros in questa complessità potrebbe avere un ruolo, perché è forza cosmica che spiega la generazione, e quindi il movimento stesso dell’essere che genera, dell’essere che è movimento, non stasi.

Ma ci sono alcune note stonate in questa ricerca, note che già a volte il mito aveva sottolineato, ma poi la filosofia approfondisce studiando la complessità a cui rimanda Eros.

 

Apparenza e inganno o verità?
Già nel mito, ma poi nei filosofi, nei poeti e in chi ne è rimasto vittima, è presente il sospetto che Eros in realtà appartenga ad un mondo di apparenze, al sogno di una notte di mezza estate, in versione positiva, ad un vero e proprio inganno, in versione negativa. Una diversa versione di quest’idea è già nel Simposio, che vede qua e là in Eros un "sofista" sempre pronto all’inganno. E in effetti nel gioco della seduzione l’inganno e, semplicemente, la bella apparenza cui non corrisponde nulla nella realtà, non hanno forse un ruolo che può essere importante? Questo
- può significare che Eros apre ad un mondo di apparenza piuttosto che di verità, e questa via di ricerca deve per conseguenza essere abbandonata (almeno per filosofie come quella platonica che nella verità credono);
- ma può anche significare che l’essere stesso si esprima attraverso l’apparenza, o l’inganno, che la realtà profonda delle cose sia un enigma difficile da decifrare: che Eraclito o i sofisti abbiamo semplicemente ragione.
Ma c’è una terza possibilità, che l’inganno vada spiegato in altro modo: Platone proverà a distinguere i piani, e nel Simposio come nel resto delle opere del periodo della sua maturità distinguerà un mondo di apparenze sottoposto al dominio del tempo da un mondo eterno e "vero": Eros lega questi due mondi, ed ecco dunque spiegato il suo doppio volto: apre alla verità ma è legato all’apparenza e all’inganno. Tocca al filosofo platonico imparare a distinguere.

Dominio o libertà?
Eros è legato al possesso, al potere (non si è più di se stessi, ma di un altro: si desidera perdere la libertà, si desidera possedere un altro); ma allo stesso tempo è legato alla creatività, alla liberazione da limiti e regole, alla espressione di sé.
Ha dunque una natura conflittuale con la libertà: in una delle sue dimensioni, nel creare legami Eros genera un "cerchio magico", al cui interno si vive in reciproca apertura, ma al cui esterno vige il più rigoroso principio di esclusione. Sicché l'amore può generare al suo esterno ostilità, figlia della gelosia, al suo interno la pura unità della vita, ma anche nessi quasi diabolici di dipendenza.
Allo stesso tempo, ha una natura legata alla libertà come creatività: una dimensione dell'Eros è aperta, rifiuta la logica del dominio e del possesso, è il regalo di se stessi senza contropartita, anzi, è regalare all'altro la propria e la sua libertà. Sicché l'amore genera creativa libertà, vita. E rifiuta il possesso: "Desiderio sensuale e bellezza. Avere potere su, è macchiare. Possedere è macchiare." (S. Weil versus Platone, Agatone versus Diotima). Un elemento dell’Eros, scrive Platone, è la creazione nella bellezza: l’unità degli amanti è feconda, mette in gioco e in valore aspetti della multilateralità della vita altrimenti nascosti o infecondi, sia nella dimensione del corpo (consentendo la generazione di nuova vita: ciascun vivente, da solo, non può dare nuova vita, è sterile), sia nella dimensione dello spirito, come sanno coloro che, speso con sorpresa, hanno visto nascere in sé – innamorati – una dimensione creativa altrimenti sconosciuta (la multilateralità della vita che si dispiega). Creare nella bellezza, appunto.
Ma Eros chiude gli amanti nel loro rapporto, crea ostilità con chi ne deve rimanere estraneo. Altri aspetti di sé devono andare in sonno, spegnersi. Chi ama chiede a chi è amato di rinunciare a una parte di sé, di non dar spazio ad una parte della multilateralità della vita. Sicché apertura all’amato, oppure esclusione di altri aspetti della vita? O l’una cosa paga l’altra?

Pienezza dell’io o dispersione?
Eros costringe a porre la domanda "chi sono io?" perché costringe l’amante a definirsi rispetto alla persona amata. Il "vero dramma" è che il nostro io non è una unità così completa da essere "una cosa sola" di fronte all'altro; sicché aspetti di sé ricevono luce non soltanto da una persona, ma da diverse, e da mondi lontani dalla concretezza delle persone, come il lavoro, gli interessi esterni e così via. Dunque nell’Eros la pienezza di vita, desiderata, è sempre un miraggio.
Eros crea sì un cerchio magico tra due persone, ma poiché tende alla pienezza dell’io (che si possa raggiungere o meno) tende nello stesso tempo a rompere il cerchio magico, o a costringerci a vivere in più di uno. E a vivere questo come infedeltà, contraddizione, ingiustizia (un gioco del destino, di fronte a cui chiedersi: perché ora, perché così), oppure a cancellare un parte di noi. Il nostro io è più di un io, e allo stesso tempo meno di un io. Eccede ed è incompleto. Eros mantiene un legame con la tragedia.
Allo stesso tempo Eros ha un legame con la vita, nella sfera del gioco, della leggerezza, si apparenta alla magia spontanea dell’accadere, di ciò che senza sforzo e con gioia fa sì che ogni difesa – spesso con nostro stupore – non sia tale per lui. Suo è il legame con la commedia. E nel gioco leggero possono aprirsi finestre illuminanti su ciò che noi siamo. Discorso di Aristofane: "Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due".

Eros "accade", o si può apprendere l’arte di amare?
In una delle sue dimensioni, Eros viene, oppure no. A lui appartiene la magia spontanea dell’accadere. Viene a caso? E' mandato dagli dèi che presiedono al governo dell'universo e della vita? Ma ci sono dèi che presiedono al governo dell'universo e della vita? Ci rendiamo conto che Eros non è come le altre espressioni della vita, ma apre ai misteri della vita, non solo individuale ("Chi sono?"), ma cosmica (perché adesso? perché con questa persona? "chi" mi domina?). Si trema di fronte ad Eros. Ci si mette in questione.
Se Eros viene, o no, - se a lui appartiene la magia spontanea dell’accadere - si può apprendere l’arte di amare? Diotima, Socrate, Platone, possono insegnarci qualcosa? Se l’amore è un’arte, allora serve alla vita ed è un’arte che va appresa. Ma che ne è della sua purezza, della sua magia, della spontaneità del suo accadere? La solidità della vita in amore che dura e consente famiglia e società non riscatta la perdita della magia? Non è eroico l’amore di chi permette ad una famiglia di essere una famiglia? Ma se accade che Eros si comporti come in Teorema di Pasolini, o nella scena del pellegrino in Romeo e Giulietta, o semplicemente come in Saffo, e sia come "il vento che aggredisce le querce, sui monti", o sia soltanto il kairos, di fronte a cui ogni difesa è nulla, allora che ne è dell’ordine della vita, cui appartengono tutte le arti del vivere? Allora non è più una follia di cui sorridere, ma una presenza inquietante (da cui fuggire, forse: non è "ragionevole" fuggire nella situazione descritta nell’Ippolito di Euripide?).

Eros creatore di diritto o di diritti inconciliabili, dunque di ingiustizia?
Eros è creatore di diritto e di giustizia, ma reclama a sua volta giustizia. Non reclama forse diritti chi ama? Non si attende giustizia, parità, e sente la disparità come ingiustizia? Così Saffo, nella Preghiera ad Afrodite:

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico, non forzare l’anima mia
con affanni né con dolore;
ma qui vieni. Altra volta la mia voce
udendo da lontano la preghiera
ascoltasti, e lasciata la casa del padre
sul carro d’oro venisti.
Leggiadri veloci uccelli
Sulla nera terra ti portarono,
dense agitando le ali per l’aria celeste.
E subito giunsero. E tu, beata,
sorridendo nell’immortale volto
chiedesti del mio nuovo patire,
e che cosa un’altra volta invocavo,
e che più desideravo
nell’inquieta anima mia.
"Chi vuoi che Péito spinta al tuo amore,
o Saffo? Chi di fa ingiustizia?
Chi ora ti fugge, presto t’inseguirà,
chi non accetta domi, ne offrirà,
chi non ti ama, pure contro voglia,
presto ti amerà".
Vieni a me anche ora;
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami, Afrodite.

Ma Eros inganna, è "cacciatore di prim’ordine", scrive Platone, e sa infrangere ogni diritto appena creato e ogni giustizia, creando ogni volta nuovo diritto, nuova giustizia. Così nel discorso di Diotima (vedi p. ???): Eros " è sempre povero e non è affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude, va a piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle, per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e il bisogno l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca sempre ciò che è bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un cacciatore di prim'ordine, sempre pronto a tramare inganni (…). E poi, per natura, non è né immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso alla vita e muore, poi ritorna alla vita (…), ma presto tutte le risorse fuggono via: e così non è mai povero e non è mai ricco."

Senza-casa o elemento dell’ordine sociale?
Legame tra Eros e società: assomiglia ad un processo di addomesticamento. La potenza originaria di Eros viene imbrigliata e posta al servizio della felicità collettiva e individuale, a difesa della vita. Che ne è del "senza-casa" che dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle? L’ordine sociale non caccia via da sé questo Eros, addomesticandolo?

Eros legato al tempo o all’eterno?
Legame tra Eros e vita, tra Eros e moralità: Eros è una delle manifestazioni dello spirito che elevano l’uomo alla sfera dei valori, di ciò che più intimamente conta (valori creati o oggettivi? dal punto di vista degli amanti la differenza è inessenziale, e i primi valgono comunque più dei secondi), ma a differenza di molte altre sfere della cultura mantiene, insieme, un legame con la sensibilità e un legame con ciò che vale senza tempo. Per Platone Eros lega la sfera del tempo alla sfera dell’eterno. Non sfidano forse il tempo gli amanti? Non chiedono amore eterno, senza tempo?

Esiste un ordine morale del mondo?
L’idea di fondo del platonismo è che esista un ordine morale del mondo ed Eros ne è parte. Ma la domanda è se vi è davvero un ordine morale, o non piuttosto soltanto un equilibrio di forze, come la Dike dei presocratici. Eros come forza accanto ad altre forze, in equilibrio o in disequilibrio (sono i temi di Empedocle).
C’è un’altra possibilità: che il "sospetto" dei filosofi abbia realtà, che vi siano molte dimensioni dell’essere, che la complessità sia la cifra dell’essere. Ora, se questa complessità non fosse riconducibile all’unità, che cosa ne sarebbe della nostra ricerca dell’ordine, del nostro vivere in istituzioni di cui l’amore è parte, come il matrimonio? L’unità andrebbe perduta, riflessa nei mille frammenti di uno specchio frantumato.
C’è ancora un’altra possibilità: che dell’essere la vita individuale sia solo una parte che per qualche ragione non accetta di essere solo una parte, un frammento. Così Eros è legato al desiderio di superare il tempo, di negare il futuro, il trascorrere degli eventi: l’amore eterno degli innamorati come desiderio di pienezza dell’essere. Di negare il fatto che dell’essere siamo solo una parte. "Come perdonare all’altro di restare l’altro?" (S. Weil). Aristofane, non Socrate, avrebbe allora ragione nel Simposio. Ma perché accadrebbe questo? Cos’è, un prodotto dell’evoluzione? Se la complessità è il nome del gioco della vita, quali sono allora le regole di questo gioco? Perché non accettiamo di essere ciò che siamo – la vita è nel tempo – e con l’amore aspiriamo all’eterno, a ciò che non ha tempo? Negli occhi di lui o di lei: quando giuriamo eterno il nostro amore, o nel desiderio dei figli, o nell’amore di Dio. Eros, desiderio di immortalità. Non è questa in fondo la definizione del Simposio?

Se l’errore è nel mito…
… o nella lettura platonica del mito, o meglio nella nostra incapacità di abbandonare questa lettura una volta scoperte le basi biologiche della vita e le leggi che le governano nel loro intrecciarsi con la sfera della cultura, il problema non è meno grave, la nostra responsabilità non minore, ma maggiore. Tutto ciò che può essere governato, è nella responsabilità di chi governa. Se l’Eros è dominabile, e non è affatto "irresistibile", e nulla del mistero che lo circonda è davvero tale, che cosa faremo di fronte ad esso? Se diventerà possibile controllare l’amore, l’umanità dovrà controllarlo? Ne verrà fuori una società più umana o meno umana?

 

 

3. Temi del Simposio

Forse è utile partire dalla riflessione di uno studioso francese di Platone, Léon Robin, che nell’introdurre allo studio del Simposio scrive::

"Il Simposio forma con il Fedone un insieme unitario, sia perché nell'uno e nell'altro è presentata l'elevazione dell'anima verso l'Ideale, sia per il contrasto nelle circostanze: il primo dialogo mostra quale sia l'atteggiamento della filosofia verso la vita, il secondo quale sia l'atteggiamento di fronte alla morte. Forse a questo proposito è significativa una indicazione presente alla fine del Simposio. Mentre tutti i convitati dormono nella sala del simposio, soltanto tre sono ancora svegli: Socrate, il simbolo della Filosofia, Aristofane e Agatone, che rappresentano l'uno la Commedia, l'altro la Tragedia; la Filosofia non ha perduto affatto la sua lucidità, mentre gli altri due son lì lì per assopirsi. Ciò che la Filosofia dimostra loro è che entrambe sono arti incomplete: altrimenti, ciascuna dovrebbe saperci fare anche nel campo dell'altra. Senza dubbio riuscirebbero a farlo se potessero appoggiarsi su una conoscenza vera e integrale. Ma questa base solo la filosofia è in grado di fornirla. Ne segue che solo il Filosofo sa eccellere nell'una e nell'altra arte: parafrasando un celebre passo della Repubblica (V, 473d), potremmo dire che sulla scena tutto andrà per il meglio il giorno in cui i filosofi saranno nello stesso tempo poeti tragici e poeti comici, o il giorno in cui questi diventeranno filosofi. E allora dobbiamo chiederci se il Simposio e il Fedone non siano forse l'uno una commedia e l'altro una tragedia, l'una e l'altra messa sulla scena dalla Filosofia".

Se questa indicazione è corretta, allora quale sia il tema del Simposio è presto detto: si tratta di mostrare quale debba essere l’atteggiamento della filosofia verso la vita, così come il Fedone fa per la morte.

Questa semplificazione non significa affatto che nel Simposio non vi siano molti temi. Ve ne sono molti, in realtà, come in ogni dialogo platonico, anche il più breve e il più "tematico", e questo per la natura stessa del genere letterario del dialogo, come vedremo tra poco, e della stessa dialettica come forma di ricerca in Platone. Significa però che tutti i temi seguono questo filo conduttore: tutti convergono nell’indicare quale debba essere l’atteggiamento della filosofia verso la vita. In questo senso quelli che adesso indicheremo vanno considerati come i temi musicali che compongono una sinfonia: è possibile nell’insieme isolare e seguire l’uno o l’altro, ma la sinfonia mantiene una sua unità.

Proviamo a indicarli uno ad uno, indipendentemente dall’architettura dell’opera, visto che "percorrono" tutto il Simposio.

 

Qual è la natura del nostro desiderio? Che cosa desideriamo davvero desiderando un’altra persona?
E’ difficile comprendere esattamente che cosa desideriamo. Nel Simposio questo tema dà luogo ad un’analisi profonda delle radici del desiderio, sia pure sotto il velo del mito. E’ in gioco la nostra natura. Un po’ tutti gli "elogi" di Eros lo sottolineano: che la radice del nostro desiderio sia da cercare nella sostanziale incompletezza della nostra stessa identità che ci porta a cercare l’anima "gemella" (il desiderio erotico è dunque desiderio dell’unità con chi amiamo: Aristofane) oppure che la radice del desiderio sia nel fatto che ciò che ci manca (ciò che non siamo, prima ancora di ciò che non abbiamo) ci spinge al desiderio di possesso (Socrate), e così via, in gioco è sempre la comprensione delle ragioni per cui desideriamo ciò (e chi) desideriamo. Che cosa, esattamente, cerchiamo nell’altro? Che cosa esattamente, vogliamo dall’altro?
Gli innamorati "che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dire cosa desiderano l'uno dall'altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie del far l'amore: non possiamo immaginare che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza." C’è qualcos’altro. Ma che cosa?

Studiare la natura del nostro desiderio che cosa può dirci sulla nostra identità?
Il tema del desiderio apre dunque al tema, filosofico per eccellenza, della nostra identità. Ciò di cui si discute nel Simposio è da questo punto di vista semplicemente la risposta alla domanda: chi siamo? chi sono io? (o, in forma più esplicita: chi è realmente il mio io?)
Eros ci costringe ad andare alle radici del nostro io perché lo mette in discussione, ne svela l’identità: mette a nudo ciò che siamo (Pausania: siamo attratti da Afrodite Urania o da Afrodite Pandemia?) e ciò che non siamo e vorremmo essere (Aristofane, Socrate).
C’è nell’Eros qualcosa che turba profondamente il nostro io, che lo mette in questione (Fedro: dopo non siamo più gli stessi). Ma chi siamo in realtà? Esseri di natura spirituale che hanno un corpo? Esseri incompleti nella loro natura? Oppure esseri misti, anime e corpi alla ricerca di una impossibile unità con noi stessi o con altri? O che?

Se la vita ha un temine naturale, perché aspiriamo a vivere per sempre, desideriamo l’immortalità?
Gli amanti, nel loro presente, si dichiarano l’un l’altro amore eterno, si dicono che si ameranno per sempre. Non accettano il tempo – il costruttore, il distruttore, – fanno persino fatica ad accettare il fatto che il passato è stato diverso, scacciano il pensiero di un futuro diverso dal loro amore. Ma l’uomo è creatura del tempo, è nel presente che vuole eterno l’amore. Vuole che il presente sia eterno. Vuole la pienezza dell’amore non soltanto nel futuro, senza limiti: vuole Eros intero, integro, uno, tutto e adesso per sempre. E quindi senza tempo. Che cos’ha da rivelarci Eros su questo punto? L’amore può davvero aprire all’eterno? Perdersi negli occhi di un’altra persona – perdersi davvero, o ritrovare davvero se stessi – può davvero essere una via per superare la nostra finitezza? Si tratta di sapere cosa trovano gli amanti su questa via…

Creare nel bello: che cosa può insegnarci l’amore sulle potenzialità creative che si nascondo in noi?
Tema elusivo quello della bellezza. Se associato, come nel Simposio, al tema dell’Eros acquista valenze anche più elusive. Il rapporto è certamente caratterizzato da complessità. L’amante è attratto dalla bellezza della persona amata: la ama anche per questo, sa mettere in valore la sua bellezza, sa scorgerla anche dove non è immediatamente in mostra, visibile; ma gli amanti creano esse stessi nuova bellezza, creano nel bello, e divengono essi stessi belli. La bellezza, nell’Eros, è allora tanto causa quanto effetto dell’amore. Ma perché accade questo? Si tratta di capire che cosa è la bellezza, perché ha questa forza, ed anche perché è così direttamente legata ad Eros. Su tratta di capire perché nella bellezza è possibile creare (dunque sfidare il tempo, puntare all’eterno), e altrove no. La domanda è ancora una volta: chi siamo? Quali potenzialità creative sono in noi, tali che senza Eros non lo sapremmo mai?

Filosofia come amore della sapienza
Il Simposio è per certi versi un atto d’amore verso la filosofia. All’inizio del dialogo e alla fine (nelle parole di Apollodoro e di Alcibiade) della filosofia si dice che con essa "si prova la gioia più grande" e di Socrate, il filosofo per eccellenza, che "chi lo ascolta è portato verso le cose più alte". Qualcosa del contesto rimanda ad una pratica di riflessione che coinvolge tutta la persona, qualcosa in cui la sfera delle emozioni e della vita profonda entrano in gioco in modo decisivo. Tutt’altro che un puro esercizio intellettuale. Nella filosofia è in gioco tutto il nostro essere.
Ma forse il luogo più celebre sul concetto platonico di filosofia è il passo che segue la narrazione del mito della nascita di Eros, in cui Eros stesso è definito filosofo perché a metà tra l’ignorante e il sapiente, ma con un grande desiderio di sapere.
Questo tema apparentemente è del tutto diverso e indipendente dai precedenti, ma non è così. I desideri della completezza di sé, dell’immortalità, della creatività, trovano la loro radice in questa forza profonda che ci spinge verso le cose più alte. Ma cosa intende Platone? Che cosa vede nell’amore per dire che esso spinge in una direzione apparentemente così lontana dalla sensibilità, dalla sessualità, che di sicuro l’Eros non abbandona? Il passo in cui si chiarisce chi sono i filosofi è lo stesso in cui si chiarisce la natura di Eros. Che cosa vede Platone in quel sensa-casa che mille volte muore e mille torna a vivere, per legarlo così strettamente alla filosofia? E il Fedro, nel passo che riportiamo alle pp. ???, ancora più chiaramente connette la filosofia alla forza dell’Eros che muove l’anima. Qual è il nesso?

Contemplazione della bellezza
Sembra che contemplando la bellezza di un’altra persona, e imparando davvero a goderne (Platone lascia capire che è cosa tutt’altro che semplice, per la quale serve una guida sapiente) sia possibile elevare il proprio spirito ai più alti gradi della felicità associati alla contemplazione della bellezza. La nostra anima, inquieta, mediante Eros – un Eros difficile, estremamente impegnativo, un percorso tanto duro quanto quello dello schiavo che esce dalla caverna – trova un mondo inaspettato, quasi una rivelazione. Diotima dubita che il giovane Socrate ne sia capace. Eros è dunque così difficile? Certo promette molto, ma richiede molto. Socrate non si sa se ne sarà capace: è una sfida da accettare per gioco o il gioco nasconde una profonda – e felice - serietà?

 

Nota

[1] Questo testo è la prima versione dell'introduzione ad un volume di commento al Simposio di Platone, a cura di Mario Trombino, la cui pubblicazione è prevista per il 2004 presso l'editore Armando. La versione definitiva sarà pronta per l'autunno 2003.