Il Giardino dei Pensieri - Materiali per la Didattica e la Pratica Filosofica
I "racconti" del Giardino dei Pensieri
Maggio 2002

Angela Deganis
Agapé

- "Non ricordo il mio nome.
Dicono che i miei capelli fossero scuri come il mogano, gli occhi profondi ed imperturbabili come le profondità delle caverne, la pelle candida come la neve appena depositata sul suolo; che le mie spalle larghe paressero essere in grado di sorreggere un peso di gran lunga superiore a quello sostenuto dal mitico Atlante ed i miei lunghi piedi e le mie mani affusolate dessero l’impressione a chi avesse avuto la possibilità di porvi lo sguardo di voler afferrare le sponde di lidi lontani.
Narrano molte storie sul mio conto.
Un tempo vivevo con la mia famiglia in un maestoso castello erto sulle sponde della Normandia. Tutto di quella paterna dimora, i bastioni, i cancelli, le austere guglie, gli antri emanavano rigore e freddezza. Non mi piacevano. E come avrebbero potuto?
La mia tata era una donna semplice, ma era stata dotata da madre natura del dono più prezioso di cui si possa insignire una governante: sapeva raccontare meravigliosamente le storie! Ce n’era una, che mi narrava spesso, prima che io mi addormentassi, la notte. Diceva che mio padre era stato vittima, molti anni or sono, di un malefico sortilegio: niente di pirotecnico, nessuna tramutazione notturna in bestia feroce, nessuna connotazione animale nel suo aspetto, nessun drago a custodia del suo castello…
Al vecchio re un mago cattivo e invidioso aveva gelato il cuore e da persona gentile ne aveva fatto un uomo triste e duro come la pietra caucasica.
La regina aveva pensato che un evento importante come la nascita dell’erede avrebbe sciolto il tremendo sortilegio e le avrebbe ridato il marito di un tempo. Come la tata ed io sostenevamo, mia madre si sbagliava!
Già, neppure il mio arrivo fu risolutivo.
Io ero un bimbo sano e vivace, non più di tanti altri, s’intende!
Gradivo la compagnia degli amici ragni che popolavano gli angoli più sperduti del castello e delle lucertole che stanavo tra i sassi del giardino.
Mi intrufolavo spesso nelle cucine per sottrarre interi vassoi di crema pasticcera e rubare le scaglie di cioccolato dalle opere d’arte di alta cucina partorite dall’estro della nostra capo cuoca. Certo, avrei potuto chiedere e mi sarebbe stato dato! Ma allora il gusto dov’era?
Mi piaceva guardare il cielo, rispondere con un sorriso agli ammiccamenti delle stelle di notte e indovinare le forme che assumevano le nuvole di giorno. E’ per questo che mi arrampicavo sul ramo più alto degli alberi, non certo per leggere il terrore negli occhi della tata che, dopo accurate ricerche, mi trovava là sopra!
Volevo forse, con i miei slanci impulsivi, con le birichinate, che per un ragazzino della mia età erano vere e proprie gesta eroiche, attirare l’attenzione e superare l’austerità paterna? Non lo so, io ero solo un bambino!
Comunque fosse, fu tutto vano, anche fare il bravo!
Oh, io ci provai, ma non lo ero mai abbastanza. Non per mio padre, almeno.
E se lo fossi stato a sufficienza, la cosa lo avrebbe toccato realmente?
Smisi presto di pormi questa domanda.
Al compimento del mio dodicesimo anno d’età – non scorderò mai quel momento - il ciambellano di corte, un uomo simpatico ed estremamente spiritoso, grande amico del re che fu, mi regalò un flauto. Sembrava avere molto a cuore la mia felicità! Se fosse stato lui mio padre…Ah, sì, ci fantasticavo spesso!
All’inizio il suo regalo non mi colpì particolarmente! Trovavo quel tubicino bucherellato privo di senso! Non era utile a soffiar via le formiche né a colpire i piccioni! Insomma, avrei preferito di gran lunga una cerbottana!
Ma quell’oggetto era lì e continuava a guardarmi.
A poco a poco vi feci amicizia ed iniziai a suonarlo, e, incredibile a dirsi, sembrava non avessi mai fatto altro dalla nascita!
E chi si ricordava più del mondo che mi circondava, della corte, della durezza del re, dei pianti della regina madre, così copiosi da colmare il fossato circostante il castello, e sì, addirittura di me stesso!
C’era solo musica attorno a me, suoni e melodie e basta!
In quel mondo, non ero l’erede al trono del burbero re di Normandia, non ero nessuno, non c’ero. Le fibre del mio corpicino facevano tutt’uno con le righe degli spartiti e le cellule del mio corpo erano note che si libravano leggere nell’aria. Che sensazione meravigliosa! La sento ancora!
Ne è passato di tempo!
Io non smisi mai di suonare, assorbito com’ero dalle armonie che componevo. Per il mio solo diletto, sì, certo! E preso dalle note che mi riempivano l’esistenza, continuavo a dimenticarmi di essere il figlio di qualcuno, a scordarmi di vivere nella triste e fredda terra di Normandia. E ben presto scordai anche i ragni, le nuvole, le stelle e le scaglie di cioccolato delle torte della cuoca! La mia musica si librava alta nell’aria, questo contava per me, solo questo!
A nulla erano valse le preghiere di mia madre di tornare con i piedi per terra.
Mia madre…Un giorno, al crepuscolo, scelse di raggiungere il fiume di lacrime che circondavano il castello, per vedere dove conduceva il suo corso. Si gettò dal davanzale della torre maggiore e non tornò più.
Vorrei dire a mia madre che mi spiace, che il mio cuore a poco a poco aveva perso quella capacità emozionale che gli era propria quando era piccino. Quasi vittima del medesimo sortilegio che aveva gelato l’anima del re, vivevo in un limbo anestetico fatto di musica e suoni.
Vorrei dirglielo, ma ormai è troppo tardi".

- "Quella notte, le note emesse dal tuo flauto raggiunsero tonalità inudibili ad orecchio umano, meravigliose e tremende nel contempo, ma non indifferenti agli animali del creato, leoni della savana, stormi di uccelli migratori, balene di tutti gli oceani, canguri dell’Australia, dromedari dell’Arabia Saudita, polli messicani che fossero!
Tutti si fermarono ad udire il suo suono agghiacciante!
Anche io lo udii, in visita, dopo un lungo periodo di esilio dal pianeta terra, nelle vicine foreste di Sherwood, gli stessi boschi resi famosi dalle leggendarie scorribande di Robin Hood, un principe anche lui!
E non potei non rivolgervi la mia attenzione, non ad una creatura che suonava il flauto come me e con così grande maestria!
Seguendo il sibilo del tuo respiro, di cui era intrisa ogni singola nota, attraversai l’intera foresta, sorvolai con un balzo il canale della Manica e, giunto, in quattro e quattr’otto, in Normandia, individuai il castello del re dal cuore di pietra. Mi fermai al di là del fossato bagnato dal sangue della regina e mi appostai dietro ad un cespuglio del giardino, ammaliato dalle melodie che provenivano dalla finestra della tua camera.
Non poteva certo sfuggirmi la divinità di quei suoni, che pur provenivano da falangi e respiro umani!
Fu così che, per tutta la durata del concerto, rimasi immobile dietro il cespuglio, come ero solito fare quando, secoli or sono, mi divertivo a spiare satiri e ninfe.
La musica durò per ore ed ore, giorni interi, forse, nessuno sa dire con precisione quanto, neppure le ostriche del mediterraneo o i coyote del deserto!"

- "Fu solo quando ogni suono finì, quando l’alba di un nuovo giorno, non si sa quale, illuminò il castello e l’aria si fece meno tersa che mi resi conto di esistere ancora e vidi qualcosa che ha dell’incredibile!
Affacciatomi ad una delle finestre della dimora paterna, accanto al medesimo cespuglio dal quale tu, Pan, mi avevi udito, si ergeva uno strabiliante castello! Niente guglie, niente torri o portali, bensì mattoni composti da note, architravi di fa diesis, finestre bifore costruite in si bemolle ed un enorme do maggiore come porta d’ingresso, spartiti per pavimentazione e note a chiocciola come scale!
Ma la cosa più sorprendente di tutte, anche per mago Merlino, se lo avesse visto, era la mancanza totale di fondamenta nel terreno del castello! A mo’ di tappeto volante, questo singolare edificio si librava a un metro da terra e dava l’impressione di potersi spostare in qualsiasi momento se solo chi vi risiedesse lo avesse voluto!
Solo ora ci vedo, in questa magia, il tuo zampino, dio mezzo umano, mezzo ferino, in parte maschio, in parte femmina! Erano state le mie litanie liturgiche, proprio loro, le stesse che avevano accativato la tua simpatia e ammirazione, a far apparire il palazzo regale!
A tanto può portare la musica, l’incontro di un dio e di un uomo, dello spirito e della materia!"

- "Me ne compiaccio. Continua il tuo racconto."

- "Non mi vuoi ancora svelare il motivo per cui sei tornato, vero?"

- "Ti dovrei spiegare che non me ne sono mai andato.
Per ora continua."

- "Destatomi a poco a poco dal torpore della mia estasi musicale e rinfrancatomi dallo spavento di vedere ciò che c’era laddove prima non c’era, scesi le imponenti scalinate del palazzo del re di Normandia, e uscii allo scoperto, seguendo un impulso irresistibile e quanto mi dettava l’anima, incapace di fare altro, se non stringere tra le mani il tanto amato strumento, come indispensabile segno di riconoscimento nel momento in cui mi fossi trovato al cospetto del proprietario del castello fatato! E sì perché sentivo che tutte le cellule del mio corpo vibravano per quel palazzo, anzi, sapevo con una certezza mai provata prima che tutto di me, il mio corpo, la mia anima, i miei capelli, il mio torace, i miei piedi, le mie mani, i miei pensieri, le mie fantasie erano fatti del medesimo materiale di quel poderoso castello: essenza di musica allo stato puro, note accostate armonicamente e suoni dissonanti nel contempo!
Oltrepassato il fossato, mi trovai di fronte al portone e vidi scendere - stento ancora a crederlo - una scala a chiave di violino.
Fu allora che compresi che quel castello era lì proprio per me, che ne ero io solo il legittimo proprietario! E un’emozione fortissima improvvisamente mi invase, con un’irruenza tale da arrossarmi le gote e da darmi il capogiro!
Inebriato dai suoni che le mura del castello emanavano, il mio corpo si avvicinava sempre più al castello fatato, in preda ad una sorta di trance, di stato estatico, vittima o privilegiato referente di un sortilegio simile a quello orchestrato dalle sirene del mar Egeo!"

- "E tu non avevi in cuor tuo nessuna Penelope che ti trattenesse…"

- "Quella scala non poteva che essere un invito, irresistibile, ad entrare! E così feci, senza dare tempo alla mia ragione di rifletterci o dare ragione alle mie riflessioni!
In men che non si dica presi sede nel mio castello.
Lì dentro tutto non faceva che darmi l’impressione di avere aspettato me e me soltanto, per anni, secoli, forse! Ogni oggetto, ogni corridoio, ogni atrio, ogni torrione, ogni stanza respirava musica e fremeva nell’attesa che io la facessi suonare."

- "Tum-tum, tum-tum, tum-tum! Tum-tum, tum-tum, tum-tum!"

- "Sì, furono i primi suoni che udii al mattino successivo.
Il sonno profondissimo e ristoratore in cui ero sprofondato fu destato da un rumore incisivo e potente, mirabilmente ritmato, un suono a me ignoto ma che, inequivocabilmente, proveniva dall’esterno del palazzo.
Alzatomi di scatto dal mio giaciglio imbottito di inni alla gioia, mi affacciai al davanzale della mia stanza regale.
Un paesaggio desueto mi sconvolse lo sguardo! Spazi immensi, infiniti, immersi in un clima talmente torrido da impedire alla vista di cogliere l’orizzonte, lande brulle e desolate, passeggiate da strani animali a quattro zampe, dalla folta criniera e dalla lunga coda e quel rumore insistente e cadenzato, quella musica risoluta e battagliera che non dava tregua al mio udito ed alla mia curiosità."

- "In Africa, eri finito in Africa?!"

- "Non fingere di stupirtene!
Non ancora ripresomi dalla magia del castello, mi ritrovavo ad essere sconvolto dalla scoperta di un’altra proprietà del palazzo, del regno di cui ormai ero unico sovrano ed unico suddito.
Complice l’invisibilità della notte, il castello di note silenziosamente si spostava da un capo all’altro del mondo, inseguendo la musica ed i suoni di altri popoli, di vari paesi.
Non era forse con queste modalità che era comparso al mio cospetto?
Ne presi atto.
E fu allora che mi feci sopraffare dal dubbio e dall’orrore che il palazzo non avesse cercato proprio me e che l’averne preso possesso non fosse che da ascrivere a fortuita coincidenza. Forse il castello apparteneva a qualcun altro, forse vagava ramingo alla ricerca del suo precedente ospite!
Che c’è?! Chi c’è?!
Non sei venuto solo, Pan? C’è qualcun’altro che ascolta, vero?
Dove siete?! Chi siete?!
Silenzio.
Codardi, non rispondete.
Volete ascoltare? E ascolterete!
Se pensate che gli scrupoli mi abbiano fatto desistere dal considerare di mia proprietà il palazzo, vi sbagliate di grosso!
Ben presto mi tranquillizzai al pensiero che così va la vita. Avrei approfittato delle circostanze fino a quando qualcun altro non si fosse presentato a reclamare i suoi diritti. Ma, in quel caso, solo ed esclusivamente di fronte a prove inequivocabili avrei ceduto! Nel frattempo mi si proponeva l’opportunità di conoscere le sonorità di tutto il mondo e, chissà, forse anche di altri pianeti!
Ero in fibrillazione!
Fu così che le mie orecchie trepidarono al suono dei bonghi africani, vibrarono alle corde di violino degli zigari rumeni, si inebriarono ai virtuosismi della chitarra elettrica dei concerti rock londinesi, registrarono il sibilo provocato dalle veloci corse delle gazzelle, seguirono il rimbombo dei salti dei canguri australiani, si inabissarono nel tentativo di carpire il suono dei delfini e si librarono nell’aria come gli ultimi striduli dei cigni morenti e si schiusero alle pretestuose arie parigine e si eccitarono all’erotismo delle nacchere spagnole e si gonfiarono al cospetto delle imponenti cornamusa scozzesi e si piegarono alla ricerca di un sentimento mai provato al suono dei mandolini napoletani e ballarono la tarantella con triangoli e tamburelli!
E come mi emozionavo! Come accoglievo le nuove sonorità con scrupolosa attenzione e commosso ossequio, si trattasse di virtuosismi indiani o di litanie di gheishe giapponesi!
E parevo non saziarmi mai di queste esperienze, nonostante il trascorrere degli anni!"

- "Parevi?"

- "Parevo, perché in realtà dentro di me da tempo aveva iniziato a fare capolino uno strano senso di inquietudine e le melodie da me composte, durante il sonno così come in veglia, avevano iniziato ad acquisire connotazioni sempre più malinconiche.
Me ne ero accorto, ma in cuor mio non mi capacitavo del perché di tanta tristezza. Lo sapevano benissimo, invece, i miei sogni, lo aveva capito la mia anima ed il mio corpo ne aveva impresse da tempo la risposta, così sonoro, sì, ma rigido, con quella cassa toracica possente che pareva, però, ricurvarsi in se stessa. Lo sapeva anche il mio castello, e fu così che decise di intraprendere un viaggio inconsueto rispetto ai precedenti.
Un mattino non fui svegliato dal rimbombo dei tamburi di lande sconosciute o dal cinguettio di un esotico uccello migratore.
Al primo albeggiare del nuovo giorno il mio sonno fu scosso da un’inaspettato, sconvolgente, impenetrabile silenzio.
Destatomi all’improvviso come da un incubo, con un piede nella veglia ed uno ancora nell’onirico, mi alzai dal giaciglio per recarmi al davanzale e verificare in quale luogo sconosciuto il fatato castello mi aveva portato, come ero solito fare da molti anni a quella parte, non sapevo neppure più di preciso da quanto. Ma quel mattino era diverso, e lo sentivo.
La paura mi colse, il timor panico di trovare fuori il nulla! Quel silenzio era così sospetto! Possibile che lo spazio circostante il palazzo non emanasse neppure un accenno di rumore?"

- "Possibile, sì, se là fuori albergava il vuoto."

- "Questa eventualità mi terrorizzava troppo. Non mi sarei mai avvicinato al davanzale se ci avessi creduto realmente, sarei irrigidito lì, nella mia stanza reale, come uno stoccafisso, per il resto dei miei giorni, e la mia storia sarebbe finita qui.
In realtà quello che mi fece smuovere fu un altro dubbio atroce, insinuatosi sottilmente nella mia mente. E se fossi improvvisamente diventato insensibile a qualsiasi forma di sonorità?
In uno stato quasi febbrile, raccolsi il coraggio a due mani e feci scivolare le lenzuola a terra per verificare se ne percepivo il fruscio. Non pago, iniziai a cozzare tra loro alcune suppellettili della stanza, chiavi di violino, spartiti, bacchette… Non c’era dubbio: sentivo, ci sentivo ancora!
Sollevato come un condannato a morte non appena abbia ricevuto notizia della clemenza della corte, mi rinfrancai l’animo e decisi di guardare, di volgere lo sguardo là dove avevo paura di vedere, in quel fuori dal quale non provenivano suoni.
Non feci in tempo ad avvicinarmi al davanzale che un turbinio di colori mi annebbiò momentaneamente la vista, tale era la potenza e la luminosità che lo spettacolo all’esterno offriva!
Solo dopo un bel po’ vidi finalmente dove ero finito.
Accanto al mio castello, si ergeva, immerso nel silenzio più assoluto, un palazzo avvolto da mille luci e colori. Alcune pareti del castello spiccavano per appropriatezza di accostamenti cromatici ed armonia, altri erano assolutamente dissonanti e, seppur presentassero azzardate vicinanze di stili diversi, risultavano nel complesso gradevoli alla vista. Un pronao con colonne corizie, tipico operato degli artisti dell’antica grecia, ma con capitelli in stile liberty, ampi finestroni in stile gotico, alla Notre Dame de Paris, e un terrazzone troneggiante in cima al palazzo, a suo agio come se sovrastasse un grattacielo di New York. E tutti quei colori! Non ne avevo mai visti così tanti tutti insieme, cupi, intensi, sfumati, pastello, sgargianti, opachi, spugnati, puntinati, luminosi nel complesso!
Eppure non era quel festival di luci e di bui che mi ammaliava, non quello! Ero affascinato dal silenzio inoppugnabile che circondava il mio nuovo vicino di casa, ero stimolato dall’idea di poterlo colonizzare con le sue melodie, con le miriadi di suoni udite in varie parti del mondo, con la musica che scalpitava nella mia anima!
Mi sentivo di nuovo improvvisamente vivo ed eccitato dalla nuova impresa, la più grande che mi si fosse mai offerta finora! No, non mi importava conoscere il motivo di quel silenzio! Godevo nella certezza di possedere gli strumenti per porvi fine e non in un modo qualsiasi. A mio modo.
Preso dalle mie fantasie di conquista, non mi ero reso conto che quel palazzo, proprio come il mio, era abitato e che il suo proprietario si era affacciato alla terrazza newyorkese, come era solito fare tutte le mattine…"

- "Da molto tempo a quella parte, non sapeva neppure lui da quanto."

- "Un raggio di sole gli illuminò il viso e fu solo allora che lo vidi, vidi un essere umano che mi fissava, che guardava me ed il mio castello dalla terrazza.
Guardai meglio e vidi che sul volto di quella persona era dipinta una smorfia, di disapprovazione probabilmente. Forse non propriamente per me quanto per il grigiume del mio palazzo, per la totale mancanza di colore!
Ma come poteva quella persona non rimanere ammaliata dalla melodia che emanava da ogni mattone della mia dimora e da tutto me stesso?
Stava forse, quell’emerito sconosciuto, pensando a sua volta di volersi appropriare di un castello non suo, magari per arredarlo a suo piacimento, per dipingerlo con intingoli strani e con colori conosciuti in varie parti del mondo, per improntarlo di uno stile tutto suo, rispecchiante i profondi meandri della sua anima?
Inorridito dal sospetto di usurpazione di ciò che consideravo mia proprietà privata, fui colto dall’impulso di rientrare per armarmi di note difensive e prepararmi ad una dura battaglia, ma qualcosa mi trattenne al davanzale e mi spinse a guardare ancora meglio l’estraneo.
Fu allora che incontrai il suo sguardo. Occhi a mandorla, dolci, profondi.
Colpito come da un turbine nel profondo, abbassai lo sguardo. Ma non per molto. Volevo guardare meglio, dovevo guardare più a fondo.
E vidi la sua carnagione, bianca come l’avorio delle zanne degli elefanti kenyoti, e le sue labbra schiuse come l’ouverture di un motivo mozardiano e vidi i suoi capelli ondulati e neri come la pece delle conifere delle foreste canadesi, ed i seni abbozzati sotto la veste dai colori dell’arcobaleno.
La vidi. Mi parve di vedere per la prima volta.
Ma anche in quella circostanza ciò che più mi affascinava di quella creatura era il silenzio che da essa trapelava, erano i suoni che non emanava.
E fu allora che sentii invadermi il cuore le melodie del Claire de Lune di Debussy. Sperai che anche lei le percepisse, con la medesima intensità con la quale le note sgorgavano dalla mia anima.
Silenzio.
La musica vibrava delicata e potente, nel contempo, dal mio petto e la risposta a tutto questo era un’inesorabile, costante silenzio.
Silenzio.
La principessa del castello dai mille colori non pareva neppure accorgersene, volgendo lo sguardo ad intermittenza dal mio volto a un busto in argilla che stava modellando, dall’argilla a me.
Non capivo. Non comprendevo come ella non rimanesse incantata dalle sinfonie che aleggiavano nell’etere e che, ne ero certo, non potevano non giungere al suo orecchio e non capivo come il lavoro in argilla in cui sembrava totalmente intenta, corpo ed anima, potesse impedirle di accorgersi della mia presenza e del mio amore, perché di questo si trattava.
Rimasi a scrutarla e a corteggiarla per giorni e notti intere, incredulo nel non ravvedere in lei un solo cenno di apprezzamento."

- "Sapevi che se ti fossi addormentato avresti corso il rischio di non rivederla più?"

- "Non smisi per un solo istante di suonare la mia musica. Al fine, stremato dalla stanchezza e dalla disperazione, mi accasciai al davanzale del mio castello, il volto rivolto verso di lei, e mi addormentai, sussurrando le ultime note della nostra melodia.
Al risveglio non la trovai più. Nessuna traccia dei suoi occhi, nessun colore del suo castello. Di lei rimaneva solo il silenzio, il silenzio degli immensi lastricati di ghiaccio delle coste del mare Artico in cui era arenato il mio castello e inabissato il mio cuore.
Vagai per un tempo indefinito alla ricerca della mia principessa, vagai cantando imperterrito la nostra canzone. Vagai fino allo stremo delle forze, fino a quando Sorella Disperazione non mi logorò al punto tale da costringermi a fermarmi.
E fu solo in quel momento che compresi. Non fui sfiorato da dubbio. Fui certo, perché la risposta proveniva direttamente dal mio cuore malato. In quell’eterno girovagare alla ricerca di due occhi a mandorla avevo finalmente imparato ad ascoltarlo.
Capii che la principessa dei miei sogni era sorda e, non avezza a nessuna tipologia di suono, non avrebbe mai potuto sentire le litanie che avevo composto per lei se nessuno le avesse mai insegnato ad ascoltare. E compresi anche che ero stato cieco, trincerato nel mio regno fatto di musica e popolato da note.
Forse anche la principessa era prigioniera di un castello ambulante! In un mondo di colori, certo! E se con l’argilla stava creando qualcosa per me? Il mio ritratto, l’immagine dell’amato! Ma sicuro, era quella la sua modalità di manifestarmi il suo amore! E’ così, non è vero? Pan, tu lo sai? Voi, che non avete neppure il coraggio di dichiararvi e ascoltate la mia storia senza invito, voi, lo sapete?"

- "Che senso avrebbe, ora, darti una risposta? Non è forse troppo tardi?"

- "Oh, Pan! Allora era tardi, ora non lo è più! Se qualcuno mi avesse insegnato a vedere...
Ma io sono stato disposto ad imparare, me lo dovete concedere! Non ne ho avuto più timore!"

- "Probabilmente non ti era rimasta altra alternativa. Ho parlato con Signora Consapevolezza. Me l’ha detto che l’hai cercata! Mi ha detto che hai deciso di percorrere le sue strade. Sono binari a senso unico. Una volta imboccati, non puoi tornare più indietro."

- "Io uscii dal maestoso castello! Cercai la mia principessa tra le genti, nella speranza che anch’essa avesse imboccato la mia scelta!! Lo feci!!!
Voi lo sapete dov’è la principessa dai colori dell’arcobaleno?
Io non so che fine abbia fatto. Non lo so.
Il mio spirito la sta ancora cercando.
Lo potete incontrare in qualche scompartimento di un treno o nelle strade di tutto il mondo in cui, armato di pennelli, si ostina a dipingere il volto dell’amata nell’illusione che qualcuno gli possa indicare dove ella suona la nostra canzone."
Silenzio.

Una voce. "Stavo solo modellando dell’argilla."