Il Giardino dei Pensieri - Riflessioni
Settembre 2002

I lego e la cioccolata
di
Maria Laura Lini

 

"I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel tempo del sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente, cantando il nome di ogni cosa cui si imbattevano e col loro canto avevano fatto esistere il mondo"
Chatwin, Le vie dei canti

 

Il linguaggio.

Le nostre parole sono la salvezza, la condanna, la punizione della nostra esistenza.

Sono come la cioccolata: preziose, da maneggiare con cura e da imparare ad apprezzare con parsimonia se non ci si vuole ritrovare obesi.

Pensate a quanto è difficile far smettere di piangere un neonato che non sa dirci perché lo sta facendo.

A quanto una parola di troppo, un insieme di lettere che ci escono dalla bocca, possono cambiare il nostro destino: Non ti amo più.

A quante cose le parole servono.Anche a punirci. Si, sono un modo per auto-flagellarci.

La preghiera dopo una confessione.

Dire forse, anzi di sicuro, non è fare.

E non è fare perché è "fatto", è un qualcosa che supera la nostra centralità in un discorso del genere e arriva fino a toccare il nostro stare a margine di un discorso, che una volta pronunciato, proprio come un quadro, smette di essere da noi governabile. Reifico il linguaggio?

Non credo, più che altro lo ontologizzo. E credo ci sia una differenza netta tra essere ed esistere.

 

Se io dico Casa, e lo dico a te, la parola non è più mia, ma non è neanche tua.Acquista una tridimensionalità ontologica che la pone in uno spazio inesistente di sospensione tra noi, che la rende autonoma e viva.

Capace di bloccarsi lì e mai raggiungere te.Capace di mutare un po’, lungo il viaggio ed essere scambiata per qualcos’altro.

Per questo è sciocco credere che l’obiettivo, e il risultato semmai, di un dialogo possa essere una comprensione.Per capire cosa tu vuoi dirmi non devo afferrare le tue parole.Ma te.

Ed è questa la ragione che spinse uno dei più grandi filosofi del Novecento, il Professor Gadamer, a ribattere all’affermazione di Davidson, e di molti altri con lui, i quali sostenevano che "comprendere" volesse dire "interpretare" in questo modo: "Comprendere è accogliere".

 

Se non parlassimo rischieremmo molto di meno.Peccato che non vivremmo mai.

Nulla di quello che ci circonda avrebbe senso, anzi, nulla sarebbe anche solo pensabile.

Mi è sempre piaciuto rifletterci su questa cosa: siamo convinti che i concetti vengano espressi attraverso il linguaggio e creati dal pensiero.

Mentre in realtà vengono creati dal linguaggio e scanditi dal pensiero.

Se non dicessimo "Cucchiaio", "ferro", "pezzo" di cosa sarebbero pieni i nostri cassetti?

Se non dicessimo "malattie", la gente morirebbe per strada senza che nessuno riuscisse a capire il perché.

"Dire" le cose è davvero l’unica cosa che ci distingue dagli altri esseri viventi.

Non è una questione di parole, ma di linguaggio.

Il linguaggio è quella specie di gene rosso nel nostro Dna che ci consente di svegliarci tutte le mattine con la prospettiva di trarre da una ricetta tradizionale un nuovo piatto. che farà storia.

Si, perché la storia non la si fa con le battaglie, non la si fa con le bandiere.La si fa con il linguaggio, che è quello che tradotto in termini profani rappresenta l’aria per gli uccelli, ci viaggiano dentro e non se ne accorgono, ma prova un po’ a toglierla…

La differenza tra "dire" e "descrivere" è come la differenza tra vivere in Olanda e dire: sono Olandese.

Se solo potessimo davvero, sempre, dirle le cose e non descriverle, forse i "mortali" si porrebbero meno problemi etici, morali o di qualunque altro genere.Anzi non se li porrebbero affatto.

Le cose non sono giuste o sbagliate, è il nostro modo di rapportarci a loro che lo è, semmai.Come alla cioccolata, di nuovo….

 

Concordo con Rorty: "I problemi filosofici sono problemi di linguaggio" ma la mia prospettiva è…costruzionista.

È nella possibilità di dire le cose, la verità, non nella capacità di descriverle.Perché il dire è adeguato o no, ma mai giusto o sbagliato.Se attraverso le parole, come credo, creiamo le cose trascinandole da un piano "essenziale" a uno "esistenziale" (che Heidegger avesse ragione a lamentarsi dell’inesattezza della definizione attribuitagli di filosofo esistenzialista è un dato di fatto: chiunque parli è propriamente un "esistenzialista"..) il modo in cui lo facciamo non è garanzia di verità o falsità del proferimento.E’ garanzia della riuscita o no, di questo procedimento.

Se solo si potesse, per un giorno solo, smettere di avere un mondo intorno e mettere in mano le parole alla gente per costruirlo di nuovo, il mondo, allora sì ci si renderebbe conto quanto in realtà non esistono domande né risposte, che il problema sta nel capire com’è che si è arrivati a porcele le domande, non come rispondere a queste.Cosa c’è di tanto ingarbugliato nell’evoluzione

linguistico-genealogica delle parole, questo è il problema. L’unico problema.

 

Forse Derridà ha ragione: l’unico strumento filosofico davvero efficace è un omino con un grosso martello che distrugge tutte le nostre case di costruzioni (certezze) e ci lascia con una serie di pezzi di lego da combinare nuovamente. A che serve una scavatrice se il problema non è sotto le cose ma nelle cose, propriamente? A cosa serve un microscopio se in realtà è proprio sulla superficie, l’inghippo, ed il male reale è non ce ne eravamo mai accorti?

Il problema è che un omino lego col martello rimarrà sempre un omino lego col martello.Non avrà mai una chiave inglese o qualcos’altro per costruire alcunché..

E allora a qualcuno dovrà poi toccare di accettarla, questa fatica, di rimettere insieme i pezzi.

Forse, come genitori pazienti e generosi (o forse, chissà figli educati..) dovremmo metterci in ginocchio a cercare tutti i mattoncini rendendoci finalmente schiavi dell’unica cosa che può renderci davvero liberi: la vera filosofia.

 

Cominciare con ordine andrebbe contro il punto a cui siamo arrivati.Cioè che non c’ordine.

Non c’è, propriamente, nulla.Se non un ammasso di pezzi di plastica colorati. Solo che non sappiamo neanche cosa sono quei pezzi di plastica su cui Joe martello riposa vittorioso: non c’è, ricordatevelo, più nelle menti di queste persone nulla che leghi il pezzo di plastica (che chiamo così per semplicità di comprensione vostra, visto che in realtà pezzo e plastica sono due in-esistenti…) all’idea di grattacelo o casa (questo tramite prima era proprio la parola mattone).

Per cui sostanzialmente quelle cose NON sono mattoni.NON sono di plastica.NON sono quadrate o rettangolari.NON sono pezzi di nulla.NON SONO.

Gli uomini li possono guardare e nulla scatta nella loro mente.Nulla che li colleghi ad un possibile uso (tenete a mente questa parola, perché qui è la chiave di tutto).

Pensate, infondo, all’oro prima dell’invenzione della parola "valore".Era solo una traccia su pietre, senza ragione di esistere.

Pensate a quante cose esistano in natura, a quanto potrebbero esserci utili e a come ce le lasciamo sfuggire solo perché non avendo un nome per "dirle", propriamente non-sono per noi.

Comunque, per gli uomini del nostro crudele gioco pre-linguistico la prima reazione potrebbe essere sedersi su un pezzo più grosso, blu acceso, e guardarsi intorno.Poi un po’ negli occhi.

Ma …dopo?

Dopo un "gesto" arriva.O arriva prima la morte.Ma poniamo il caso arrivi il gesto.

La natura umana tende alla morte come sua propria possibilità, diceva un grande maestro.

Io dico che l’unica alternativa per sottrarsi a ciò sia dire che l’uomo si è salvato (o forse chissà, si salverà?) dall’oblio quando ha incominciato (o incomincerà?) a usare il linguaggio.

 

L’uomo è diventato UOMO quando ha sussurrato al vicino la prima sillaba, intendendo qualcosa.

D’altronde, sarà banale dirlo, ma il linguaggio non è solo il discorso.Il linguaggio è un "ciao" con la mano, anche.Il linguaggio, se volessimo azzardare una definizione (chiedo scusa ad Heidegger e Wittgenstein e a molti, molti altri…) è tutto ciò che, sostanzialmente, deriva e personifica il nostro stare al mondo con altri.Il nostro "starci", in un certo senso.

Scusate l’excursus.

 

Torniamo ai nostri "giocatori".

Se ne stanno seduti sul pezzo azzurro e uno si alza.Che fa, indica agli altri un mattone da sollevare con lui? No. Non esiste la parola "mattone", non esiste la parola "casa".Non esiste la parola "costruire".

E allora non c’è soluzione.Il primo uomo a sopravvivere per più di un giorno deve essere stato quello che per primo ha parlato.Il primo che ha indicato un pezzo rosso e ha detto un ahhsldj o un semplice M cento, mille volte, finché gli altri hanno smesso di strabuzzare gli occhi e si sono avvicinati. A mio parere non può aver fatto altro per spingere gli altri ad aiutarlo.

Ed è così, a forza di gesti e di nomi, e di parole e di frasi ripetute e diventate "comprensibili" almeno in linea di massima, che si riesce a ricostruire la città.Non di certo a forza di concetti di "mattone" o "casa", che non è che non sono utilizzabili prima delle parole corrispondente: nascono da quell’uso punto e basta.

 

La parabola l’ho finita. E spero di aver reso l’idea di quanto sottovalutato sia spesso il lavoro che si può fare sulle parole.

Sulle parole si può lavorare per scoprire quello che il mondo è realmente, per capire l’opzione (l’esserci reale) in cui "l’essere mondo" ha deciso di darsi a noi.

Per capire, se capito davvero, quanto sia stato superficiale pensare, per secoli, che il vero compito del filosofo fosse dire la verità sulle cose, cioè "descriverle" esattamente come appaiono nella realtà e non, come io credo sia, riuscire a condividere, con i nostri simili, il modo di "dirle". Accettando uno sfondo di ombra non nelle cose in sé, ma nel loro modo di rendersi visibili a noi.

E siccome forse le essenze delle cose sono uniche, ma certamente il loro modo di farsi esistenti è molteplice, e sempre diverso, anche il modo di "dirle" muta. Non solo da epoca ad epoca, ma da parlante a parlante, lasciatemelo dire, da dialogo concreto a dialogo concreto.

La perfetta rotondità dell’essere Parmenideo è qualcosa che non riusciremmo mai a dire, e che quindi rimarrà sempre e solo l’irraggiungibile del nostro esistere.

Il nostro occhio sarà sempre e solo uno e come un ladro con una torcia in una stanza buia potrà girarci per ore, giorni, fino alla morte, ma vedrà sempre e solo quello che il fascio della torcia illuminerà.

Mai riuscirà a vedere tutta la stanza contemporaneamente.

Il relativismo della nostra capacità di vedere deve spingerci non a ripiegarci su noi stessi piangendoci addosso e convincendoci che la verità, e la realtà soprattutto, è quella finitezza illuminata che noi vediamo, e neanche a cercare (convincendoci magari di averlo trovato) con affanno lungo o muri un interruttore che non c’è.

L’unica opzione veramente autentica è, a mio parere, quella di chi gode del visibile quanto del non visibile.Come vera libertà.Come consapevolezza di non essere intrappolato mai, in niente e in nessuna situazione.

Perché non c’è altro modo, per sperare che ci sia qualcosa oltre la nostra esistenza terrena, se non ricordarci di quanti angoli di stanze buie rimarranno oscuri, ma non per questo smetteranno di poter essere visti da qualcun’altro. Le parole non muoiono con noi e, questo si è meraviglioso, neanche il dialogo di cui facevamo parte con loro. "Le cose" saranno per sempre, per il semplice fatto che se in potenza esistono, di fatto sono dicibili.

Infiniti cortei di senza fede, come direbbe il poeta americano Whitman, credono che ci sia un mondo esistente di per sé e che non importa se a tenere la candela sia un robot o un uomo.Le nostre proposizioni sono vere o false e con tale criterio vanno catalogate o distinte. Le cose "sono", vanno descritte, non dette semplicemente, come le vediamo e l’unico ruolo di chi le guarda è descriverle come appaiono. Quella è l’unica verità.

Scordano che le cose sono come le diciamo,che il vero prius è il linguaggio.Che siamo noi mortali, con un nome e una vita e un linguaggio che le chiamiamo ad essere. Che non sarebbero se noi non dialogassimo.

Ed io dico che sarebbe meravigliosa la vita, solo capendo quanto liberi si possa essere,davvero, sempre, anche se chiusi in una cella senza luci e con una candela in mano: basterebbe non girare sempre in tondo, rivedendo così sempre, all’infinito, il rassicurante già visto.Ma magari illuminare anche il soffitto ogni tanto, o il pavimento. O un angolo in cui nessuno si era mai avventurato.

Per non finirsi prima di finire. Per non girare in tondo mordendosi la coda per sempre.

Solo così la nostra vita sarà davvero viva. Non sarà una spirale, un eterno ritorno nichilista. Ma un salire e scendere continuo. O magari un deviare a destra a sinistra, così, di colpo.

Solo così il giorno in cui salteremo davvero in alto, illuminando per un secondo con la nostra candela di parole un angolo mai visto e saltando giù la fiamma si spegnerà, potremmo dire di aver sempre corso la nostra gara. Senza bisogno di raccontarci storie rassicuranti, senza, in una parola fare uso di "doping referenziali".

 

Io concordo con Wittgenstein sul fatto che il significato delle parole sia "nell’uso che se ne fa" nel linguaggio: le cose sono le parole con cui le diciamo. Non il contrario.

Prima nasce la parola eolus, con cui chiamare il vento, poi il vento comincia ad esserlo davvero, vento.