Il Giardino dei Pensieri

Francesco Dipalo
Breve corso di informatica
A. La scatola dei misteri
[Indice]

1. PC   

Chi si accosta da neofita al mondo dell’informatica deve innanzitutto familiarizzare con lo strumento che lo terrà inchiodato alla scrivania per parecchie ore a venire. Per alcuni si tratterà di una specie di letto di Procuste, una macchina di autotortura che va ad aggiungersi alle miriadi di elettrodomestici che ingolfano la nostra quotidianità. I più fortunati, immagino una ristretta minoranza, col passare del tempo vi coglieranno anche motivi di gratificazione.

Ci sono strumenti la cui valenza simbolica è così esemplificativa da definire una professione, come la macchina da scrivere il giornalista e il fucile il soldato. Bisogna imparare a conoscerli per utilizzarli come si deve, ma tenendo bene a mente che sono l’intelligenza, lo spirito di osservazione e la proprietà del linguaggio a fare un buon giornalista, il coraggio, l’abilità e la prudenza a fare un buon soldato. Lo stesso, mutatis mutandis vale per il filosofo che si accosta, volente o nolente, al tourbillon delle nuove tecnologie. Più concretamente, avere un’idea di come funzioni il personal computer, ci farà risparmiare, in futuro, tempo e denaro, e magari ci consentirà di svincolarci dalla tutela del classico ‘amico esperto’ o del collega tuttofare.

Diamo per scontato che il lettore abbia utilizzato almeno una volta in vita sua un PC. Vediamo come si presenta dal di fuori. Il computer (computatore, calcolatore) vero e proprio è quella ‘scatola’ in posizione verticale sul pavimento (minitower o torretta) oppure orizzontale (desktop ossia sul tavolo) dal cui retro si dipartono una serie di cavi che la collegano con gli altri strumenti (le cosiddette ‘periferiche’) generalmente posti dinanzi all’utente, il video, la tastiera, il mouse (‘topo’ nell’immaginifico americanismo), le casse acustiche e la stampante. Misterioso, per ora, è il contenuto della scatola e il suo funzionamento. Cercheremo di capirci un po’ di più, ma invitiamo sin da ora il lettore a non abbandonare mai del tutto la sfera del mistero, per non dire del ‘sovrannaturale’. Riteniamo sia l’atteggiamento più giusto, più realistico da adottare, ammesso che non sia abbia la voglia e il tempo di laurearsi ingegneri elettronici. E in futuro, quando le bizze di questa macchina metteranno a dura prova il nostro sistema nervoso, gioverà senz’altro attenersi al consolatorio fatalismo che da tale atteggiamento discende.

A volte il computer si accende e lo si sente ronzare ma il monitor resta nero come la pece: prima di farsi prendere dal panico occorre verificare manualmente se i famosi cavi di collegamento sono attaccati bene. Lo stesso vale per altre periferiche. Sarà lo stesso programma di avvio a segnalarci la mancanza di collegamento con la tastiera e con il mouse. Tale operazione è alla portata di tutti, basta seguire i cavi a partire dalla scatola, altrimenti detta ‘cabinato’. In alto (o a sinistra se il cabinato è desktop) è posto il cavo di alimentazione del PC che viene collegato alla presa elettrica, sotto (o a destra) quelli del mouse e della tastiera e a seguire quello del monitor, della stampante e delle casse. Ogni spinotto ha una forma diversa e una presa dedicata, quindi non è possibile confondersi.

Nella parte frontale sono collocati altri strumenti con i quali il lettore, probabilmente, avrà già fatto conoscenza: l’interruttore di corrente, la fessura dove si inseriscono i famosi dischetti (o floppy disk) e il cassettino estraibile del lettore di CD-ROM (acronimo di Compact Disk Read Only Memory, dischi ‘compatti’ a memoria solo leggibile, cioè non rescrivibili, vedremo in seguito cosa significa). Con questo abbiamo terminato la descrizione della superficie esterna della nostra ‘scatola’.

Prima di avventurarci alla scoperta dei misteri ch’essa racchiude, soffermiamoci un attimo su un paio di concetti di importanza capitale. La ‘misteriosofia’ informatica, infatti, si divide in due branche: hardware e software. Entrambe richiedono diversi gradi di iniziazione e possono provocare all’utente crisi mistiche di eguale portata. L’etimo delle parole rimanda piuttosto alle rispettive categorie economiche e merceologiche alle quali gli americani le hanno rapportate: ‘merci dure’ e ‘merci leggere’. Le prime sono contraddistinte da una ben precisa materialità e fisicità: gli strumenti hardware si possono toccare, spostare, imballare e rompere a martellate. La scatola di cui abbiamo parlato è senz’altro hardware. Le seconde, invece, sono per loro essenza immateriali e la loro tangibilità dipende dalle prime: ci riferiamo ai programmi eseguibili dal PC. Insomma, il software sta all’hardware come una sinfonia sta al supporto materiale, CD, musicassetta o disco di vinile, su cui è incisa e allo stereo che la riproduce. Quando si acquista un computer completo, generalmente, si acquistano anche le cosiddette ‘licenze d’uso’ dei software installati, cioè si riconoscono alle società programmatrici -per esempio la celeberrima Microsoft di Bill Gates – i diritti d’autore. Il rapporto tra hardware e software, per usare una metafora tratta dalla gnoseologia classica, è lo stesso che intercorre tra gli organi sensoriali e le informazioni empiriche da essi rielaborate. Senza di esse la conoscenza in potenza non giunge all’atto.

Nei prossimi capitoli ci occuperemo dei principali software a nostra disposizione. Ma ora, rimosse le viti che fissano il coperchio della scatola ronzante e fatti i debiti scongiuri, visitiamone l’interno. Chissà che non si riesca a capirne meglio l’architettura e il funzionamento.

Se tendiamo l’orecchio, a computer acceso, scopriamo che l’onnipresente ronzio è in realtà la somma poco sinfonica dei rumori prodotti da due apparecchi diversi. Ora li possiamo vedere. Supponiamo, per semplicità, che il computer sia messo per orizzontale nella posizione desktop con la parte frontale (quella del lettore di floppy e del CD-ROM) rivolta verso di noi. Il rumore che proviene da destra è generato da un alimentatore di corrente. È un piccolo cubo di lamiera con una ventola gorgogliante. Trasforma la corrente e la ridistribuisce alle componenti interne tramite appositi cavetti. Al centro, in basso, notiamo una piattaforma sulla quale sono alloggiati vari dispositivi, schede, moduli di memoria, e nerolucidi chip (microcircuiti integrati su piastrina) di varia natura. Sopra uno di questi è montata una piccola ventola, donde proviene l’altra stentorea nota della nostra minisinfonia. Il microchip in questione è nientemeno che il famoso processore (o CPU, acronimo di Central Processing Unit), il vero cervello della macchina, il cui continuo, elettronico confabulare tra sé e sé produce tanto di quel calore da necessitare la refrigerante brezza prodotta dalla nostra ventolina. La piattaforma sul cui ventre è ospitato il processore, invece, è la cosiddetta piastra madre (o motherboard), sorta di grande agorà dove avvengono gli scambi di informazioni da e per il processore. Tutte le altre componenti interne vi fanno capo direttamente, sotto forma di schede inserite per verticale sulla sua superficie, oppure attraverso piccoli cavi grigi, piatte, serpiformi autostrade che congiungono la piazza centrale con la periferia.

Prendiamo in esame queste periferiche interne. Sulla destra della piastra madre, vicino all’alimentatore di corrente nereggiano nei loro alloggiamenti una o più barrette verticali, gonfie di chip. Si tratta della cosiddetta RAM (Random Access Memory, memoria ad accesso casuale), una delle due principali forme di memoria di cui si serve il processore per svolgere il suo polivalente lavoro. L’altra, invece, ha l’aspetto di un’ennesima scatolina metallica, generalmente fissata ad un’impalcatura di lamiera vicino al lettore di floppy disk, sempre nella parte destra del cabinato. All’interno della scatolina vi è un disco rotante e un braccio con puntina che ricorda un po’ il vecchio, romantico giradischi sul quale, prima dell’avvento dell’era digitale, suonavamo le nostre canzoni preferite: avete posato lo sguardo sull’hard disk (disco rigido), il magazzino nel quale è stipata l’immensa congerie di dati cui attinge il processore per effettuare i suoi calcoli. Attenzione: oltre ai programmi d’uso quotidiano, facilmente reperibili altrove, il disco contiene anche i nostri documenti, la cui perdita potrebbe spingere i più emotivi a gesti inconsulti. È bene avvertire sin d’ora il paziente lettore che è mille volte preferibile contrarre la mania di fare una, due, tre, dieci copie dei documenti più importanti, utilizzando i floppy disk o altre unità di backup (riproduzione e archiviazione dati), piuttosto che ritrovarsi a piangere su mesi di lavoro gettati al vento. Gli hard disk, infatti, come tutte le macchine si rompono e, in genere, scelgono il momento meno opportuno per farlo.

Sopra l’hard disk trova spazio il lettore di CD-ROM che notavamo far capolino sulla parte frontale del cabinato. Gli amanti della musica potranno utilizzarlo anche per ascoltare i loro brani preferiti, alleviando la prosaicità del convulso picchiettare sui tasti. CD con programmi o CD musicali per lui sono la stessa cosa.

Le altre componenti interne si presentano come schede incastrate direttamente sulla piastra madre in altrettanti binari, altrimenti detti slot (‘catenacci’, prese ad incastro). Ad ognuna di esse, nella parte posteriore della scatola, corrispondono uno o più attacchi dove vanno inserite le prese di collegamento con le più comuni periferiche esterne: il cavo che proviene dal monitor si attacca alla scheda video (SVGA), quello delle casse acustiche o del microfono alla scheda sonora (Sound Blaster), il doppino telefonico alla scheda modem, e via dicendo. Tutti i PC più recenti, inoltre, sono dotati - sempre sul retro - di un paio di ‘porte’ piccole e rotonde, denominate PS2, quella più in alto per la tastiera, l’altra per il mouse; di due ‘seriali’, di forma trapezoidale e con piedini sporgenti; e, infine, di una ‘parallela’, alla quale si congiunge, in genere, il cavo della stampante.

E con questo concludiamo la nostra rapida carrellata anatomica. Sarebbe ideale poterla corroborare con un’autopsia, a computer aperto, libro alla mano. Chissà che qualcuno, superati i ben comprensibili timori reverenziali non l’abbia già fatto. Comunque sia, non ci interessa diventare apprendisti stregoni, ma semplicemente renderci conto del mezzo con cui si ha a che fare.

Dal virtuale gabinetto anatomico spostiamoci ora nell’altrettanto virtuale aula di fisiologia. Capire la logica che sottostà al funzionamento dell’hardware comporta un notevole vantaggio nell’apprendimento delle procedure software. Le due cose, come si è detto, sono strettamente correlate.

 

2. Linguaggi arcani

Il protagonista della tanto acclamata ‘rivoluzione digitale’ è sicuramente lui, il microprocessore o CPU. Il suo cogitare procede per dualistici corni dialettici risolti a velocità incommensurabili: il tempo viene suddiviso in millisecondi e ancora in nanosecondi, e chissà che in futuro non occorra escogitare nuove microunità temporali. Certo, Achille piè veloce non raggiungerà mai la tartaruga, neanche virtualizzando la sua corsa col più potente PC, ma è un dato di fatto che, di anno in anno, le frontiere dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente veloce si spostano un po’ più in là. Ma di straordinario c’è solo la velocità. La logica è semplicissima, aristotelica e scolastica: si basa sui soliti principi di identità, di contraddizione e del terzo escluso. Le cifre del ragionamento sono soltanto due, 1 e 0, e costituiscono un sistema ‘binario’. Ogni informazione, indipendentemente dalla sua complessità e natura, testuale, visiva, uditiva, ecc., viene ‘digitalizzata’, ossia tradotta in un’interminabile sequela di 1 e 0 e data in pasto alla CPU che, dopo averla ‘processata’, ce la restituisce in termini analogici, come testi, immagini, filmati, suoni, ecc. Si definisce analogico, in parole povere, tutto quanto risulta conforme alla nostra percezione del reale; digitale la sua traduzione nel linguaggio binario. Il ‘dito’ che si desume dall’etimo evoca chiaramente le modalità con cui si attua tale processo di ‘riduzione linguistica’: il battere su una tastiera.

Il passaggio dall’astratto piano dei principi alla vibrante concretezza tecnologica, è assicurato, in maniera platonica, dalla presenza di una serie di idee intermedie. Uno e zero hanno, innanzitutto, una valenza matematica. Lo spostamento sul piano logico è abbastanza semplice: 1 = VERO; 0 = FALSO. Infine, sopraggiunge l’ultimo anello della catena, un Demiurgo elettronico, nero e scaglioso, che fa corrispondere 1 con ON e 0 con OFF, riducendo tutto ad una banale presenza o assenza di corrente elettrica attraverso questo o quell’interruttore. Un po’ come accendere e spegnere la luce della vostra stanza. Ma considerando che in una CPU sono scolpiti milioni e milioni di circuiti, si ha a che fare piuttosto con gli interruttori di un’interminabile Versailles di camere e saloni che a perdita d’occhio si aprono le une negli altri.

Il linguaggio della CPU, con le sue valenze matematiche, logiche ed elettroniche, ricorda da vicino il morse. Fu escogitato dall’americano S. Morse (1791-1872) e utilizzato, in seguito, per le comunicazioni telegrafiche. Si trattava, anche in questo caso, di un sistema binario, in grado di riprodurre con una serie di ripetizioni tutte le lettere dell’alfabeto. Ricordate? linea (suono lungo) e punto (suono breve). Per ottenere un’espressione significante, che so il disperato SOS del Titanic in rotta di collisione col famigerato iceberg, occorreva mettere insieme un certo numero di segni, fra punti e linee (o di suoni brevi e lunghi, nella sua versione telegrafica). Il significato cambiava a seconda del posto occupato nella sequenza dall’uno o dall’altro segno.

Lo stesso vale per la CPU. La registrazione del passaggio o del non passaggio di corrente in un determinato interruttore, cioè 1 o 0, rappresenta un bit (un ‘morso’, un qualcosa, un ‘pezzo’). Ma un bit da solo non comunica niente. Ci vogliono otto ‘pezzi’ per ricostruire un puzzle che indichi qualcosa, per esempio una lettera dell’alfabeto. Così, nel freddo idioma informatico, si dice che otto bit formano un byte, ovvero l’unità esplicativa elementare.

Ecco lo schema di un byte:

posizione 1

posizione 2

posizione 3

posizione 4

posizione 5

posizione 6

posizione 7

posizione 8

1

0

1

0

1

0

0

1

Tenete bene a mente queste strane sigle. Vi serviranno in futuro per capire di quanta memoria dispone o dovrebbe disporre il vostro PC per eseguire quel dato programma, oppure quanto spazio occupa il documento che vi apprestate ad inviare via posta elettronica alla redazione di Comunicazione Filosofica. Alla fine, vi troverete a maneggiare byte, kilobyte, megabyte, gigabyte, come il vinaio maneggia litri, decalitri, ettolitri. Per la cronaca:

- 1 kilobyte (abbr. Kb) = 1000 byte;

- 1 megabyte (abbr. Mb) = 1.000.000 di byte;

- 1 gigabyte (abbr. Gb) = 1.000.000.000 di byte.

 

 

3. La convulsa attività del nero demiurgo. Intelligenza e memorie

Ogni mattina il nostro demiurgo si risveglia dal suo sonno senza sogni e si appresta alla quotidiana fatica. Il protagonista del mito è sempre lui, il microprocessore, questo Golem squadrato d’inizio millennio, ricettivo alla cabala elettrica dei bit. Per lui il levar del sole corrisponde al nostro semplicissimo gesto di accendere il PC. Il ridestarsi è scandito da una prassi routinaria. Prima di mettersi al lavoro la CPU deve autoriconoscersi e prendere in esame, una ad una, le componenti che l’attorniano dentro e fuori la scatola dei misteri. È una specie di appello, per verificare la reale disponibilità della strumentazione hardware periferica. Gli americani, al solito, hanno coniato un termine curioso per designare tale processo: boot strap, ‘infilarsi lo stivale’. Noi che prodi cowboy non siamo, al loro posto avremmo adoperato piuttosto un’altra colorita metafora, del tipo ‘metter su il caffè’.

Chi voglia rendersene conto di persona, non ha che da premere il tasto d’accensione del proprio PC e stare a guardare: sul monitor compariranno con maggiore o minore rapidità una serie di scritte e di tabelle con cifre sconosciute. La prima a rispondere all’appello è la scheda video, senza la quale, evidentemente, lo schermo sarebbe rimasto buio. Poi viene ‘contata’ la memoria RAM, 8, 16, 32, 64, 128 Megabyte. E così, di seguito, vengono ‘rilevati’ la tastiera, il lettore di dischetti, il disco rigido, il lettore di CD, il mouse, la scheda sonora, ecc. Inutile far notare che se qualcuna delle componenti essenziali non dà segni di vita, il boot strap si arresta di colpo. In questo caso, l’unico rimedio possibile, dopo aver controllato che sul retro tutti i cavi sono ben inseriti nelle prese dedicate, è quello di rivolgersi ad un tecnico hardware. Oppure, si può tentare di spegnere e riaccendere la macchina. Magari non si era svegliata dell’umore giusto.

Terminata la fase di autoriconoscimento, la CPU va alla ricerca del sistema operativo, ossia della base di software necessaria al suo lavoro. Per qualche altra manciata di secondi vedrete comparire sul monitor il logo di Windows, sempre che sia questo il sistema operativo utilizzato dal vostro PC. Infine, ecco palesarsi i familiari e rassicuranti contorni del desktop, la scrivania virtuale su cui poggiate le vostre altrettanto virtuali penne e matite (ad esempio, il programma di videoscrittura) e i documenti compilati. Fuor di metafora, si tratta di simboli o ‘icone’ da pigiare a mo’ di pulsanti con la freccia del mouse, vero e proprio prolungamento dell’umana manualità.

Ci siamo spinti un po’ oltre e ne chiediamo venia allo smarrito lettore. Avremo modo di chiarire in seguito quanto accennato per amor di completezza. Riprendiamo senz’altro le fila del racconto mitico.

Il microprocessore, cervello della macchina, privo d’intuito e fantasia, ma quanto mai ligio alla sua dialettica binaria, - dicevamo - è un artigiano che comincia la giornata lavorativa. Dopo aver controllato che nella bottega tutto funzioni come si deve (boot strap), apre le ante del suo armadio-magazzino e trasferisce sul bancone da lavoro gli strumenti essenziali, pialla, sega, chiodi e martello. Immaginiamo che il nostro demiurgo si occupi di falegnameria. Oggi lo aspetta un lavoro speciale, di cesello: gli intarsi a volute sulla spalliera di un vecchio letto. Deve quindi ritornare in magazzino e prelevarvi un attrezzo ad hoc, ad esempio un sottile scalpello da legno, portarlo sul tavolo e mettersi all’opera. Ricordate i due tipi di memoria del PC, la RAM e l’hard disk (disco rigido)? Ebbene, sono rappresentati rispettivamente dal bancone e dall’armadio-magazzino. Gli attrezzi fondamentali alludono al sistema operativo Windows, conditio sine qua non di qualsivoglia operazione, mentre lo scalpello rappresenta un determinato software applicativo, atto a compiere esclusivamente quella funzione (con la piccola calcolatrice che troviamo tra gli ‘accessori di Windows’ si fanno somme e moltiplicazioni, non si può disegnare o comporre musica…).

Nell’armadio sono stipati, ciascuno al proprio posto (l’ordine è essenziale!), non solo gli attrezzi di cui necessita il falegname, ma anche le opere portate a termine o lasciate a metà dal giorno prima. È importante ‘salvare’ il proprio lavoro quando si chiude bottega, mettendolo sotto chiave in magazzino (hard disk). Tutto quello che si dimentica sul bancone (memoria RAM) viene irrimediabilmente perso! Per questo, prima di abbandonare il programma di videoscrittura (il lettore ne avrà ben provato almeno uno!) è necessario ‘salvare’, cioè incidere sul disco rigido, il file (alla lettera, dovremmo tradurlo con un generico ‘archivio di dati’, ma in questo caso ci sembra più consono il termine ‘documento al quale si stava lavorando’). Alcuni programmi effettuano automaticamente il salvataggio, venendo in soccorso agli artigiani più distratti. Quando si spegne il computer, infatti, tutti i dati contenuti nella memoria RAM, per sua natura ‘volatile’ ed effimera, scompaiono nel nulla. È come se, a fine giornata, un alacre addetto alle pulizie facesse piazza pulita di tutto ciò che si è dimenticato sul bancone.

RAM significa ‘memoria ad accesso casuale’ proprio per la sua capacità di accogliere, di volta in volta, le diverse informazioni che il processore elabora traendole dall’hard disk (oppure, in alcuni casi, da un floppy o da un CD-ROM). La casualità è dettata, evidentemente, dalle scelte dell’utente umano, di cui il valente artigiano altro non è che il fido servitore. Insomma, se non avesse a disposizione tavolo e magazzino, il nostro nero demiurgo potrebbe utilizzare solo le cose che si ritrova in mano in quel momento, come un robot monofunzionale, assolutamente privo di versatilità. Da siffatti robot, in realtà, siamo già circondati: i chip che comandano le centraline elettroniche delle automobili, gli elettrodomestici digitali, gli sportelli bancomat, le playstation, ecc. Il funzionamento di questi processori non si differenzia affatto da quello del PC, salvo che quest’ultimo, in potenza, non è obbligato ad eseguire sempre e soltanto un determinato programma, ma può attingere a tutti i software iscritti nell’hard disk, spostando, ora l’uno ora l’altro, sulla RAM. La viabilità interna del sistema PC è garantita da vigili solerti, denominati controller, che presidiano i punti chiave di quella formicolante agorà che è la piastra madre.

Quali siano i vantaggi offerti da processori sempre più veloci e memorie sempre più capienti dovrebbe essere, oramai, chiaro a tutti. Un falegname abile e sollecito vince la concorrenza delle altre botteghe assicurando ai clienti minori tempi di consegna. Tanto più che la complessità dei lavori da svolgere si accresce mese dopo mese. Una vecchia CPU Intel 486 è in grado di eseguire egregiamente un programma di sei, sette anni fa, ma alle prese con il più recente Office 2000 (pacchetto integrato di programmi applicativi per l’ufficio, progettato e commercializzato dalla onnipotente Microsoft), farebbe tanta di quella fatica da convincere senz’altro il suo padrone che è pronta per la pensione. Dal primo processore per PC, denominato 8086, nel giro di una quindicina d’anni si sono succedute, a un ritmo sempre più incalzante, ben sette o otto generazioni di CPU e si è passati da una velocità di crociera di pochi Megaherz (Mhz) ai mille e più del più recente Pentium III. L’intelligenza del frenetico demiurgo, infatti, si sviluppa di padre in figlio, da Pentium I a Pentium II a Pentium III, o meglio, aumenta la quantità di operazioni effettuabili contemporaneamente nell’unità di tempo, ma non cambia sostanzialmente il modus operandi (la logica è sempre la stessa…). Inoltre, a tambur battente, va montando la velocità di esecuzione delle suddette operazioni: mi riferisco a quella famosa cifra numerica espressa in Megaherz (ad es.: Pentium III 600 Mhz, 650 Mhz, 700 Mhz, ecc.).

Se l’artigiano, anno dopo anno, diventa sempre più intelligente e veloce, i ‘mezzi di produzione’, il laboratorio (piastra madre), il bancone (RAM), l’armadio (hard disk), gli si evolvono intorno in maniera coerente per assecondare le sue accresciute potenzialità. I primi PC avevano 1 Megabyte di RAM, ora la base è 64 o 128 Mb. Gli hard disk da 20-40 Mb sono arrivati a contenere fino a 27 Gigabyte di dati (come dire, da 20-40 milioni a 27 miliardi di byte!). Lo sviluppo dell’hardware, chiaramente, va di pari passo con quello del software: insomma, se artigiano e bottega in pochi anni hanno più che centuplicato le loro capacità lavorative e quindi la loro ‘offerta’ in termini di prestazioni, lo hanno fatto esclusivamente in funzione del progressivo aumento della ‘domanda’ da parte dei programmi più diffusi, i sistemi operativi (dal vecchio caro DOS a Windows 2000) innanzitutto, gli applicativi per l’automazione dell’ufficio (office automation), i programmi per Internet, i giochi (dallo Space Invaders del 1979, qualcuno se lo ricorderà, alle ultime avventure di Lara Croft, la protagonista virtuale di Tomb Rider). Ed è un processo che non sembra destinato a subire pause: se c’è qualcosa di più frenetico di mastro demiurgo e delle sue memorie, ebbene, è il mercato di cui è fatto oggetto e lo smisurato chiacchiericcio che l’avvolge come nebbia e vapor acqueo dopo il temporale.

Come tutte le piccole aziende artigianali, anche la bottega del nostro amico intrattiene rapporti con l’esterno, sia in entrata che in uscita. Il modo più semplice e conosciuto di importare ed esportare file di programma o documenti personali consiste nell’utilizzo dei vecchi floppy disk che vengono letti dalla CPU dopo essere stati inseriti nell’apposita fessura. In principio, l’hard disk è vergine, intonso come una tavoletta nelle mani di un giovane studente romano del I secolo a. C. Per prepararlo all’uso, lo si deve formattare, come dire ‘stendergli sopra uno strato di cera pronto ad accogliere i segni tracciati dallo stilo’. Che la CPU abbia dati da leggere e rielaborare dipende, evidentemente, dall’opera del discepolo. Essa non potrà far altro che attenersi a quanto vi troverà scritto.

Fino a qualche anno fa, la gran parte dei programmi, a cominciare dal sistema operativo, erano incisi dalla casa editrice su una serie numerata di floppy, il cui contenuto veniva trasferito, metti e togli, nell’hard disk. Tale operazione, in genere abbastanza agevole, si definiva ‘installazione del software’ (lo scribere del discepolo). Usiamo l’imperfetto perché, oramai, nelle installazioni i dischetti sono stati quasi completamente soppiantati dai CD-ROM. La ragione è evidente: un CD può contenere fino a 780 Mb di dati e costa quanto un floppy che ne contiene appena 1,44 Mb. Per sfogliare un’enciclopedia multimediale, al posto di un unico CD dovremmo affannarci a rimestare quasi 542 dischetti!

Ma rimane il fatto che da questi ultimi continuiamo, volenti o nolenti, ad essere circondati: si accalcano sulla scrivania negli appositi contenitori, ci strizzano l’occhio dal taschino del collega, ci mordono la mano quando, alla cieca, cerchiamo le chiavi di casa frugando nella borsa. Se i loro rivali si chiamassero solo ‘CD’ saremmo tutti più liberi. È quel ‘ROM’ che rompe le uova nel paniere. Abbiamo già reso esplicito il suo significato: Read Only Memory, ossia ‘memoria solo leggibile’. Mentre i floppy, come l’hard disk, possono essere scritti e riscritti infinite volte, cancellando, eventualmente, i programmi (in questo caso viene anche usato il termine ‘disinstallazione’) o i documenti che non servono più per far posto ad altri, invece, i normali CD vengono incisi una tantum. È lecito consultarne il contenuto quanto più se ne ha voglia, ma non lo si può cambiare di una virgola. Insomma, i CD sono tavolette di bronzo scolpite una volta per tutte; hard disk e floppy tavolette di legno con una patina di cera. Se il giovane Caio di prima decidesse di fare tabula rasa, ossia di ‘riformattarli’, nessuno avrebbe modo di impedirglielo.

Allora, quel dischetto nella tasca del collega o in fondo alla borsa, magari recano con sé l’articolo gettato giù a casa che si desidera rivedere e correggere in biblioteca, sfruttando il PC ‘pubblico’ ivi collocato (e qui ci starebbe bene un altro magari), oppure il questionario preparato il giorno prima che, a fine lezione, si vorrebbe consegnare ai propri studenti, perché lo compilino nell’aula di informatica. Ho conosciuto persino un dottorando che, dovunque andasse, non osava separarsi dal floppy contenente la sua tesi in progress. L’originale, qualche tempo prima, era stato seriamente danneggiato da un virus penetrato di soppiatto nel suo hard disk. Sono spaventi dai quali non ci si riprende facilmente.

Ci auguriamo abbiate afferrato questi concetti. Per ora sono, più o meno, validi. Ma preparatevi hegelianamente a deporli e a superarli in una nuova sintesi. Iniziano ad essere alla portata di tutte le tasche i cosiddetti masterizzatori, i CD registrabili più volte (quindi non più ROM) e i nuovissimi lettori di DVD.

Il masterizzatore, all’apparenza è del tutto identico al lettore di CD, ma ha una prerogativa in più: oltre a leggere, scrive. Questo significa che ognuno può incidersi a casa i suoi CD, copiare programmi per PC o musica (implementando l’inevitabile, sotterranea pirateria) o trasferire su questi supporti il proprio lavoro, rendendolo esportabile a qualunque altro PC. Se poi si utilizzano dei dischi rescrivibili, allora si può fare decisamente a meno dei vecchi, cari dischetti: gli uni costano un ventesimo degli altri (circa 20.000 lire), ma contengono appena 1/542 di dati.

Tuttavia, la nuova frontiera è rappresentata dai DVD: a parità d’ingombro e di facilità d’uso, sono in grado di accogliere il contenuto di oltre 25 normali CD (circa 20 Gb). Come dire, un intero film ben infarcito di effetti speciali hollywoodiani e fruibile in 3-4 lingue diverse. Strabiliante, non è vero? "Ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi" – saremmo tentati di rubare la battuta all’androide di Blade Runner, in piedi sul cornicione del progresso tecnologico e sotto una scrosciante pioggia massmediatica. Ma se non la buona, vecchia ironia del filosofo, dovrebbe almeno essere il tragico epilogo del film a raffreddare i conati d’entusiasmo.

 

 

4. Interpreti e medium

Rimane da chiarire un punto: come fanno gli umani a comunicare con il demiurgo? Lui mastica e digerisce bit & byte, noi parole, concetti, immagini e suoni. È vero, un certo grado di iniziazione è richiesto a ciascun utente, anche al più inesperto, ma nessun cervello sarebbe comunque in grado di seguire un discorso intessuto con lunghe e complicate sequele di 1 e 0. E poi, se anche fosse, non avremmo certo il tempo di sottoporci a massacranti corsi di mistica e algebra binaria. A farci da interpreti (buoni o cattivi spetta a noi giudicarlo) provvedono, per fortuna, i programmi che utilizziamo quotidianamente, dietro i quali ci sono altri umani, i programmatori, che agli occhi del neofita finiscono col rappresentare una specie di casta sacerdotale. Trattandosi di misteri della fede, mi sia lecito suggerire uno sbrigativo credo quia absurdum. Va rammentato solamente che di questi interpreti, tra noi e il linguaggio macchina, ve ne sono svariati ed ognuno parla una lingua che è in grado di intendere solo il suo diretto interlocutore. Allo stesso modo, per quanto un ingegnere informatico possa avere un’idea complessiva di come funziona la scatola dei misteri, per una serie di non trascurabili dettagli deve senz’altro affidarsi, anche lui, ad altrettanti ben quadrati specialisti.

Più in generale, va tenuto a mente questo principio: il PC è una macchina che deve, essenzialmente, farci risparmiare tempo e, se possibile, elevare gli standard qualitativi del nostro lavoro quotidiano. Che ci consenta poi di battere nuove strade ed escogitare soluzioni diverse ai problemi di tutti i giorni, è un qualcosa da verificarsi pian piano, un passo dopo l’altro. La pietra di paragone rimane comunque il tempo: se il tempo che si perde è superiore a quello che si guadagna bisogna senz’altro rivedere il proprio approccio alla questione. Ugualmente, investire a ragion veduta un po’ di tempo (e di denaro) per apprendere quella determinata procedura o imparare ad usare uno specifico programma può rivelarsi un’ottima strategia per risparmiarne in seguito.

Sui software ci soffermeremo nei prossimi capitoli. Ora torniamo, brevemente, ad illustrare la fisiologia della macchina. Il mito del nero demiurgo, falegname a tempo pieno, gettava una luce sui processi interni di elaborazione dei dati (ricordate che siamo sempre noi umani a fornirglieli!) tra CPU, memoria RAM, hard disk ed altri eventuali ‘contenitori’, floppy disk o CD-ROM, il tutto sul complicato sfondo ‘urbanistico’ dell’agorà, la piastra madre. A comunicare con l’esterno, sia in uscita che in entrata, provvedono altri media hardware, cui abbiamo già accennato: la scheda video, la scheda sonora, il modem (interno) e le altre ‘porte’ (seriali, parallela, PS2) che si aprono sul retro, pronte ad ospitare il groviglio di cavi provenienti dalle unità periferiche esterne (monitor, tastiera, mouse, casse acustiche, stampante, ecc.). Fisicamente sono alloggiate sulla piastra madre e il loro compito consiste, in parole povere, nel tradurre il digitale in analogico (ad es.: i byte di un file di immagine nell’immagine che vediamo sullo schermo) e l’analogico in digitale (ad es.: lo spostamento del mouse sul tappetino in operazioni matematico-elettroniche da cui risulta un analogo spostamento della freccia-puntatore sullo schermo).

Secondo la nota legge della fisica classica ad ogni azione corrisponde una reazione. Così l’intervento dell’umano sulle periferiche esterne provoca un’attività della CPU e delle memorie per mezzo dei suddetti media. In questo preciso istante, per esempio, al mio pigiare sulla tastiera corrisponde il tremulo baluginare di parole sul monitor che ho dinnanzi e il loro disporsi in file regolari da sinistra a destra sullo sfondo bianco e luminescente del foglio elettronico. Ma nel vostro presente queste stesse parole scorrono immobili su un foglio di carta e la loro anima elettronica si è mutata in inchiostro grazie ad un’altra periferica, la stampante. Un’ulteriore trasformazione da digitale ad analogico. La catena di azioni e reazioni non si è ancora interrotta e tramite il pensiero tende all’infinito, come una retta. L’importanza delle macchine non va sminuita. Del resto ci si deve convivere. Ma sono solo macchine.

Le attrezzature che ci consentono di dialogare, in maniera biunivoca, con la CPU si dividono di periferiche di input (‘metter dentro’ dati, informazioni) e periferiche di output (‘metter fuori’). Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le più diffuse. Su tastiera, mouse, monitor e stampante non torniamo a ripeterci.

Del modem (acronimo di modulator-demodulator) tutti saprete che viene adoperato dal PC per collegarsi ad Internet. In termini più tecnici, serve per stabilire una connessione tra il nostro PC e un PC remoto, sfruttando la linea telefonica lungo la quale vengono scambiate informazioni. Funziona un po’ come il telefono: da un capo il trasmettitore converte (‘modula’) la voce in impulsi elettrici, dall’altro il ricevitore riconverte (‘demodula’) tali impulsi in suoni. Solo che qui ad esser modulati e demodulati sono lunghi, sinuosi fiumi di bit. Il modem può essere utilizzato anche per inviare e ricevere fax.

Per mettere in comunicazione computer fisicamente più vicini, collocati nella stessa stanza o nello stesso edificio, vengono montate (sempre sulla piastra madre) le cosiddette schede di rete. Il cavo che spunta da tali schede invece di venire allacciato alla presa del telefono, come nel caso del modem, serpeggia sul pavimento o in apposite canaline fino ad un apparecchio denominato HUB che funge da centrale di smistamento delle informazioni da un PC all’altro.

Lo scanner (participio presente del verbo to scan ‘esaminare’, ‘passare in rassegna’, da cui il neologismo ‘scansionare’) è uno strumento di forma piatta che ricorda da vicino una piccola fotocopiatrice, con tanto di coperchio e lampada che fa su e giù. Il suo utilizzo è inverso rispetto a quello della stampante, serve per digitalizzare immagini o testi stampati su carta, ossia per trasformarli (tramite software ad hoc) in altrettanti documenti o file elaborabili dal PC. Grazie a lui e al paziente lavoro di migliaia di novelli certosini, un certo numero di biblioteche cartacee sono diventate ‘elettroniche’ e i testi sono ora consultabili sulla rete Internet.

Il plotter (participio presente del verbo to plot, ‘disegnare’, ‘tracciare linee) è una stampante di grosso formato, assai familiare ad architetti, ingegneri e personaggi del genere. Lavora con fogli A1 o A0, di dimensioni otto o sedici volte maggiori rispetto ai classici A4 delle fotocopie. Unito a potenti computer, di fatto, ha pressoché soppiantato il vecchio, romantico tavolone da disegno, con tutto il suo armamentario di righe, squadre, compassi e pennini. Per disegnare, ora, si impugnano mouse di precisione o tavolette grafiche.

Per riversare su PC fotografie e filmati, i lettori più intraprendenti e finanziariamente ben messi, possono procurarsi una macchina fotografica o una videocamera digitale, mentre i musicisti possono corredare le loro speciali schede sonore con una vasta gamma di HI-FI digitale (microfoni, casse amplificate, strumenti musicali elettronici).

Chiudiamo senz’altro qui questa rapida carrellata sulle componenti hardware. Immaginiamo già logora la pazienza del lettore e la strada da percorrere è ancora tanta…