Il Giardino dei Pensieri - Preprint
Novembre 2002
1. La filosofia "patica"
Nella Prefazione al suo Cine: 100 años de filosofìa a través del anàlisis de pelìculas [1], Julio Cabrera chiarisce che la sua opera non è da intendersi come storia filosofica del cinema o come storia cinematografica della filosofia, ma come "introduzione al dibattito su quei problemi fondamentali della filosofia classica e contemporanea" che hanno tradizionalmente occupato da secoli i filosofi. In tal senso il riferimento al cinema è funzionale ad un certo modo di intendere il discorso filosofico, che viene precisato nella formula della "filosofia patica" contrapposta a quella "apatica", nel senso di presenza o assenza di pathos, cioè di partecipazione emotiva o distacco cartesiano. Egli indica una cordata di "pensatori cinematografici" cha da Schopenhauer porta a Nietzsche e Freud, da Kierkegaard ad Heidegger [2].
Ma che cosa caratterizza la filosofia o il pensatore "patici"?
Per Cabrera i pensatori che formano questa cordata sono legati dal fatto che hanno "rimesso in questione la razionalità puramente logica (ossia il "logos") con la quale il filosofo affrontava abitualmente il mondo, al fine di introdurre nel processo di comprensione del reale anche un elemento affettivo (o "patico")"[3].
Questi filosofi "patici" non hanno solo attaccato e cercato di distruggere la razionalità filosofica occidentale, cioè "non si sono limitati a tematizzare una componente affettiva, ma lhanno di fatto inserita nella razionalità come una chiave essenziale di accesso al mondo. Il pathos ha insomma smesso di rappresentare un oggetto di studio al quale ci si possa riferire dallesterno, ed è diventato invece una forma di "avviamento" [4].
Se consideriamo dunque lelemento "affettivo" o "patico" come carattere nuovo della riflessione filosofica, tanti potrebbero essere i riferimenti a sostegno di questo punto di vista (ad esempio: la scelta kierkegaardiana, il rapporto ontico/ontologico heideggeriano e la "mediazione" della cura ), tuttavia due potranno opportunamente indicare un possibile percorso.
Innanzitutto il giovane filologo Nietzsche, che nel 1873 "produce" la sua breve considerazione su "Verità e menzogna ", conosciuta postuma, forse non pienamente compiuta, ma sicuramente ha in sé il nucleo "duro" della sua filosofia "col martello".
Ecco cosa scrive in due punti:
"Che cosè dunque la verità? Un mobile esercito di
metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane, che sono
state potenziate poeticamente e retoricamente,che sono state trasferite e abbellite, e che
dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche vincolanti: le verità sono
illusion di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate
e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che
vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete. [
]
Luomo intuitivo invece, ergendosi in mezzo ad una civiltà, raccoglie dalle sue
intuizioni, oltre che una difesa dal male, unilluminazione, un rasserenamento, una
redenzione, che affluiscono incessantemente . Senza dubbio egli soffre più violentemente,
quando soffre: egli soffre anzi più spesso, poiché non sa imparare
dallesperienza e cade sempre di nuovo nel medesimo pozzo in cui era caduto una
volta. Nel dolore poi è tanto irrazionale quanto nella felicità: egli grida forte e non
trova consolazione." [5]
In questi due passi cè quasi lo schema di lavoro della sua filosofia successiva, ma per noi che ci occupiamo dei "pensatori patici" troviamo innanzitutto che la verità è abbellita "retoricamente" e "poeticamente", cioè che essa deve convincere e per convincere deve coinvolgere, in altre parole la ragione lucida e ariosa non basta se non si veste "esteticamente", cioè deve piacere; poi cè luomo chiuso nel "cuore della civiltà", egli "soffre più intensamente, quando soffre" perché il "patire" nel senso pieno è avere sensibilità, cioè sentire se stessi pulsare col mondo. Cè di più, ma a noi interessava qui evidenziare questo specifico aspetto.
Un secondo riferimento è la celebre interpretazione di Ricoeur dei "maestri del sospetto". Leggiamo:
[Marx, Nietzsche e Freud] liberano lorizzonte per una parola più autentica, per un nuovo regno della Verità, non solo per il tramite di una critica "distruttrice", ma mediante linvenzione di unarte di interpretare [ ]. A partire da loro, la comprensione è unermeneutica; cercare il senso non consiste più dora in poi nel compitare la coscienza del senso, ma nella decifrazione delle espressioni. Il confronto andrebbe dunque fatto non solo fra un triplice sospetto, ma fra una triplice astuzia. Se la coscienza non è quale crede di essere, tra il patente e il latente deve essere istituito un nuovo rapporto, che corrisponderebbe a quello che la coscienza aveva istituito tra lapparenza e la realtà della cosa. La categoria fondamentale della coscienza, per tutti e tre, è il rapporto nascosto-mostrato o, se si preferisce, simulato-manifesta; [ ] la loro parentela sotterranea procede più lontano; tutti e tre iniziano con il sospetto sulle illusioni della coscienza e continuano con lastuzia della decifrazione, e infine, anziché essere dei detrattori della "coscienza", mirano a una sua estensione. [6]
Cè Marx, uno spunto in più, e soprattutto il riferimento allinvenzione "di unarte di interpretare" che si confronta, coscienza in situazione, "tra il patente e il latente", con il "rapporto mostrato-nascosto" o "simulato-manifesto" per mirare allestensione della coscienza. Mostrare, vedere, interpretare, estensione della coscienza: cinema!
Perché il cinema?
Per Cabrera è evidente che la filosofia "patica" deve percorrere nuove vie linguistiche, non abbandonare ma deviare in qualche modo dalla fissazione delle idee filosofiche in forma letteraria, in questo senso il cinema può incontrare la filosofia in forza del fatto che "il cinema utilizza una ragione logopatia, e non solo logica"(pensare il concetto "temporalmente" e metterlo "in moto" in senso hegeliano), esso può avere "una valenza strategica" se verrà caratterizzato "secondo propositi squisitamente filosofici" [7]
Per raggiungere lo scopo introduce i "concettimmagine".
2. I "concettimmagine"
Lincontro tra il cinema e la filosofia non è recente, se dovessimo individuare un punto dinizio, unindicazione progettuale, dovremmo senzaltro riandare a Gilles Deleuze e allampia analisi condotta nei suoi due volumi sul cinema: Cinema 1.Limmagine-movimento e Cinema 2. Limmagine-tempo, entrambi tradotti in italiano da Ubulibri rispettivamente nel 1984¹ e nel 1989¹ [ edizioni originali 1983 e 1985].
Nella Premessa a Cinema 1 così chiarisce il suo progetto:
Questo studio non è una storia del cinema. E una tassonomia, un tentativo di classificazione delle immagini e dei segni. [ ] Il cinema impone nuovi punti di vista su questo problema. [ ] Ci è sembrato che i grandi autori di cinema potevano essere paragonati non soltanto a pittori, architetti, musicisti, ma anche a pensatori. Essi pensano con immagini-movimento e con immagini-tempo, invece che con concetti.[8]
Nel passo si fanno riferimenti a Peirce e soprattutto al Bergson di Materia e memoria da cui sono riprese limmagine-movimento e limmagine-tempo, anche se Deleuze ci ricorda "la critica troppo sommaria che Bergson farà un po più tardi del cinema (ibidem). In particolare poi in alcuni capitoli possiamo trovare, in nuce, una prima approssimazione problematica ai concettimmagine di Cabrera: Cinema 1 cap. IV "Limmagine-movimento e le sue tre varietà", cap. IX "Limmagine-azione: la grande forma" e cap. X "Limmagine-azione: la piccola forma"; Cinema 2 cap. VII "Il pensiero e il cinema" e cap. VIII "Cinema, corpo e cervello, pensiero". Nellopera di Deleuze cè molto di più, i passi indicati hanno solo lo scopo di mostrare che un tentativo era già stato avviato, forse con il limite di pensare troppo al cinema dautore, cosa che Cabrera non fa, e di operare a tratti più come critica alla filosofia bergsoniana che come consapevole tentativo di aprire strade nuove alla riflessione filosofica. Eppure il tentativo cè ed è fondato e stimolante, il problema è capire che cosa abbia impedito uno sviluppo successivo, tenuto conto che la critica cinematografica si è chiusa in una sua rigida specializzazione e che la filosofia ha privilegiato di più il rapporto con la letteratura (e la poesia).
Nellavvicinarci alla definizione di concettimmmagine, non è privo di stimoli il seguente passo di Italo Calvino, tratto dalle Lezioni americane:
Nel cinema limmagine che vediamo sullo schermo era passata anchessa attraverso un testo scritto, poi era stata "vista" mentalmente dal regista, poi ricostruita nella sua fisicità sul set, per essere definitivamente fissata nei fotogrammi del film. Un film è dunque il risultato duna successione di fasi, in questo processo il "cinema mentale" dellimmaginazione ha una funzione non meno importante di quella delle fasi di realizzazione effettiva delle sequenze come verranno registrate dalla camera e poi montate in moviola. Questo "cinema mentale" è sempre in funzione in tutti noi, - e lo è sempre stato, anche prima dellinvenzione del cinema - e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vita interiore.[9].
Il testo delle lezioni, ricordo, è databile al 1985.
Il "concetto" di "cinema mentale" è interessantissimo, nel senso che, al di là degli aspetti tecnici e linguistici specifici del cinema, Calvino vuole sottolineare il legame profondo tra il film che si proietta e il mondo interiore di chi guarda (Platone? Il circolo ermeneutico heideggeriano?), inoltre è per me stupefacente lemergere di un riferimento kantiano, chissà quanto consapevole e ricco di stimoli: "Un film è dunque il risultato di una successione di fasi", nella quale "il <cinema mentale> dellimmaginazione ha una funzione non meno importante di quella delle fasi di realizzazione effettiva" (categorie immaginazione sintesi trascendentale?).
Ma veniamo a Cabrera.
Intanto per Cabrera un concettimmagine corrisponde ad un film nel suo contenuto generale, in altre parole di ogni film è possibile individuare una vicenda portante, unesperienza dominante, intorno alla quale ruotano altre vicende secondarie, ma tutte collegate alla principale. Per questo motivo ci sono film sullamore, sullodio, sulla guerra, sulla morte, sulla prostituzione
Questa corrispondenza intende evitare unattenzione specialistica ai dettagli, agli aspetti specifici del codice filmico per concentrarsi filosoficamente solo sulla rappresentazione (sul racconto) di unesperienza umana, perché il concettimmagine, per Cabrera si regge sullattenzione allesperienza umana in situazione.
In che senso?
Per Cabrera la premessa è che gli aspetti del reale, secondo i filosofi "cinematografici", non vanno solo enunciati logicamente, ma devono produrre "comprensione logopatia", cioè "non rappresentano semplici <impressioni> psicologiche ma esperienze fondamentali che sono tuttuno con lumana condizione, cioè con lumanità in quanto tale, e posseggono pertanto una diretta valenza cognitiva"[10]
Esprimendo visivamente unesperienza umana in situazione, il concettimmagine è difficile da definire in quanto ha, scrive Cabrera, la funzione di avviare la comprensione verso le situazioni e i percorsi più imprevisti e imprevedibili (Heidegger), in tal senso è nozione mobile, dinamica, cinema nel senso letterale del termine, chiuso (!?) nellidea di movimento (ibidem).
Un film, per Cabrera, non ha valore filosofico perché utilizzando strumenti critici adeguati siamo in grado di compiere operazioni razionali di analisi e sintesi, cioè in altre parole di aggiungere una nuova fonte dindagine. Un film, come concettimmagine, è filosofico in quanto, dati dei personaggi che agiscono in una situazione (la messa in scena), ci presenta unesperienza possibile, che ci coinvolge proprio perché potremmo viverla.
Con chiarezza scrive:
" Il cinema rappresenta però la pienezza di unesperienza viva, dal momento che include in esso la temporalità e il movimento tipici del mondo reale con tutte le difficoltà annesse, anziché limitarsi ad offrire tutti gli ingredienti necessari affinché lo spettatore (o il lettore) li utilizzi per creare limmagine, che esso offre già direttamente"[11]
Lesperienza di cui il film è rappresentazione non ha nulla a che fare con la realtà è pura astrazione, è "impressione di realtà", domandarsi se la vicenda sia vera o falsa è come, per Popper, considerare inconfutabile la metafisica, non si va da nessuna parte, bisogna assumerla così come si presenta. Come scrive Cabrera:
In filosofia, proprio come nellermeneutica o nella psicoanalisi, si accetta tranquillamente che il cammino verso la verità e luniversalità possa essere molteplice e, spesso, paradossale; e che si possa sapere qualcosa a proposito del mondo o dellessere umano tanto con la verità che con supposizioni inconsuete o con limmaginazione" [12]
Il cinema e quindi il concettimmagine possono, secondo Cabrera aiutare la filosofia a percorrere nuove strade di senso, perché
"Lelemento patico dellimmagine "apre"uno
spazio di senso, ci obbliga a considerare ciò che abbiamo tralasciato; ci obbliga, per
esempio, a sentire che cosa vuol dire essere in guerra o che cosa significa essere aiutati
dagli altri. [
]
La problematicità introdotta dal cinema nelle indagini filosofiche tradizionali viene
dalla sovversione ad opera del particolare, del sensibile, della molteplicità di
prospettive, della sua incredibile capacità di adesione al vissuto, di trasformazione di
unidea in unesperienza viva, comprensiva e dolente, della sua capacità di
rendere difficoltosa ed ostacolare lUniversal-idea, insomma di impostare le
possibilità di un mondo facendolo convivere con altri mondi" [13].
Caratteri del concettimmagine per Cabrera [14]
a. Coincide con lintero film
b. Esprime unesperienza possibile, di cui è la rappresentazione mobile ed articolata su piani molteplici
c. Mostra una vicenda che deve produrre un impatto emotivo, deve spingere alla riflessione, perché un film rinvia sempre ad unidea più generale
d. Ciò che è mostrato, lesperienza umana in situazione, riguarda la possibilità, cioè sono presentate vicende che potrebbero verificarsi; in tal senso è centrale il personaggio in quanto veicolo dellidentificazione
e. Lesperienza possibile non è da intendersi in maniera realistica, cioè come realizzabile in modo identico; il concettimmagine, e dunque un film, esprimono un alto grado di astrazione; potremmo dire che tutti i film sono irreali o fantastici al di là del genere
f. Gli aspetti tecnici che potenziano nel film linterpretazione "patica" sono: il multiprospettivismo, la manipolazione dello spazio e de tempo e il montaggio. Tutti elementi che escludono un carattere realistico, in qualche modo "naturale", nellimmagine filmica.
Note
[*] Le pagine che seguono intendono proporre una prima traccia per una
riflessione più ampia sui rapporti tra cinema e filosofia, nel senso indicato dal
filosofo Julio Cabrera.
Lo scopo è quello di saggiare la tenuta teorica della sua posizione e verificarne le
eventuali implicazioni didattiche.
Saranno gradite osservazioni, critiche ed ogni eventuale spunto da parte dei lettori.
Indirizzo e-mail: nicodanto@hotmail.com.
[1] Edizione originale: Editoirial Gedisa S.A., 1999; tr. it.: Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film, Bruno Mondatori, 2000.
[2] J. Cabrera, op. cit., tr. it, pag. 1.
[3] Ivi, pag. 5.
[4] Ivi, pag. 6.
[5] F.W.Nietzsche, über Wahreit und Lüge im aussermoralischen Sinne; tr. it.: Verità e menzogna in senso extramorale, in La Filosofia nellepoca tragica dei Greci e scritti 1870-1873, Adelphi, 1991, pag. 233 e pag. 244.
[6] P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, tr. it., Il Saggiatore, 1965, pag. 47.
[7] J. Cabrera, op. cit., tr. it., pagg.6-7-8.
[8] J. Deleuze, Cinema 1, tr. it. cit., pag.11.
[9] I. Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988, pag. 83 della lezione sulla "visibilità".
[10] J.Cabrera, op. cit., tr. it., pag.9.
[11] Ivi, pag. 15.
[12] Ivi, pag. 21.
[13] Ivi, pagg.24-25.
[14] Ivi, pp. 8-20.