Il Giardino dei Pensieri - Studi di didattica teorica della filosofia
Novembre 2002

Giovanni Vailati [1]
L'opinione di due filosofi antichi sui pericoli di un insegnamento prematuro della logica e dell’etica
[Vedi anche: Aristotele - Platone - Logica - Etica - Bienni]

 

Il libro VII della Repubblica di Platone, dedicato, come è noto, all'esposizione e alla giustificazione di quello che ora si chiamerebbe un programma di studi per una scuola destinata a preparare i giovani alle più elevate funzioni della vita civile, è citata spesso dai pedagogisti sopra tutto per la parte dominante che in essa è assegnata allo studio della geometria, come mezzo di disciplina logica e di educazione mentale.

Vi è tuttavia anche un altro lato della esposizione di Platone che, per quanto meno frequentemente osservato, mi pare altrettanto degno di considerazione da parte di quanti si interessano a questioni pedagogiche, ed è quello che riguarda il posto che egli assegna nel suo programma ideale allo studio dei rapporti e delle connessioni fra le varie scienze, alle ricerche sul valore e la portata dei loro principi, alle analisi e discussioni sulle norme supreme dell'agire, e sui criteri del giusto e dell'onesto: alla trattazione insomma di tutte quelle questioni che, nelle nostre scuole secondarie o universitarie, sono riguardate come di competenza dell'insegnante di "filosofia".

Dopo essersi occupato dell'ordine nel quale le varie scienze dovrebbero venir presentate all'allievo—prima di tutte l'aritmetica, poi la geometria piana, poi la solida, indi l'astronomia, alla quale dovrebbero poi, secondo lui, seguire le altre scienze in cui (come ad esempio nell'acustica) le cognizioni matematiche si trovano applicate al mondo fisico - Platone esprime l'opinione che la conoscenza e famigliarità con queste speciali scienze sia da riguardare come una cognizione indispensabile perché i giovani possano essere iniziati allo studio delle sopra accennate questioni filosofiche o, come egli le chiama, "dialettiche". Alla funzione, che egli viene così ad attribuire allo studio delle singole scienze, di preparare e predisporre la mente dei giovani alla comprensione e alla trattazione delle questioni filosofiche propriamente dette, egli attribuisce tanta importanza da asserire perfino che, nel caso che questo scopo non fosse raggiunto, lo studio stesso delle scienze dovrebbe essere riguardato come inutile o almeno come mancante al suo fine principale. In conformità a tale concetto, la "dialettica" o, la filosofia, è da lui qualificata come il "coronamento", o la "vetta" di tutte le scienze, al disopra della quale nessun altro ordine di cognizioni può essere imposto.

Un altro motivo dominante in questa parte dell'esposizione di Platone, riferentesi all’insegnamento della "dialettica", è questo: che tale insegnamento è, tra tutti gli altri, quello per il quale assume maggiore importanza la selezione, rigorosa, dei giovani ai quali esso venga impartito.

È tra i passi più noti e più spesso citati della Repubblica quello in cui Platone attribuisce il biasimo e il discredito "caduti addosso" alla "filosofia" al troppo gran numero di coloro che sono indotti ad occuparsi di essa senza possedere i requisiti a ciò chiesti.

E altrove, ritornando sullo stesso argomento egli pone in guardia contro la troppa facilità ad ammettere agli studi filosofici giovani sforniti delle necessarie attitudini, additando tale facilità come portante inevitabilmente a rendere la filosofia "ancora più materia di derisione di quanto già non sia.

Un terzo punto infine che è interessante rilevare nel l'esposizione di Platone è quello che riguarda l'età da lui indicata come conveniente per introdurre i giovani allo studio e alla discussione delle questioni filosofiche.

Qui Platone fa una distinzione a seconda che si tratti di quella parte della a dialettica" che corrisponde a ciò che ora si chiamerebbe la teoria, o la critica, della conoscenza (l'analisi comparata dei metodi delle varie scienze, la determinazione dei legami o rapporti che tra esse sussistono), oppure di quell'altra parte che riguarda invece l'analisi delle distinzioni morali, la determinazione dei criteri del giusto e dell'ingiusto, la formulazione o deduzione di norme generali della condotta ecc.

Mentre per l'iniziazione alla prima di queste due parti della filosofia egli assegna come conveniente l'età di venti anni, per la seconda egli crede necessaria una maturità molto maggiore di pensiero e di carattere: maturità che egli non crede possa essere raggiunta se non verso i trent'anni.

Le ragioni che egli adduce in favore di questo paradossale ritardo a qualunque discussione teorica relativa ai principi della morale, sono da lui illustrate col paragone degli effetti che, sul carattere e sulla condotta di un bambino, allevato presso persone che egli si è abituato ad obbedire ed a rispettare come suoi genitori, eserciterebbe la notizia improvvisa che essi non sono tali, e che i suoi veri parenti sono, invece, altre persone che egli non conosce, e che per qualche tempo ancora non potrà conoscere.

"Esistono in noi fin da bambini delle opinioni sul giusto e sull’ingiusto alle quali noi siamo indotti a prestare obbedienza e rispetto come a genitori che ci allevino e ci guidino. In lotta contro essi esistono pure in noi delle aspirazioni alle varie specie di piaceri le quali come adulatori o cattivi consiglieri tendono a scuotere, nel nostro animo, l’autorità di cui le sopraddette opinioni godono: non vi riescono però, almeno nel caso ordinario, fin che cioè si tratti di giovani pei quali tale autorità ha qualche vigore".

Ma se - traduco qui un po' liberamente le frasi che Platone fa dire a Socrate - mentre il giovane si trova in tale situazione di lotta e di incertezza, gli vengano proposte delle questioni come questa: "Che cosa è il giusto?", e se, quando egli abbia risposto, per esempio: "Quello che le leggi ordinano", gli venga mostrato il poco valore di nn tale criterio, e parimenti di tutti gli altri criteri che egli può essere indotto ad addurre, e se egli venga così costretto a riconoscere e a confessare di non sapere precisamente in che cosa consista la differenza tra ciò che è abituato a qualificare come "giusto" e ciò che è abituato a riguardare come "ingiusto", quale effetto eserciterà ciò sui suoi sentimenti e sulla sua condotta? Cessando di aver fiducia nelle norme che prima gli apparivano, per consuetudine, come indiscutibili e degne di rispetto incondizionato, ed essendo incapace d'altra parte per insufficiente esperienza della vita e per la non ancora completa fissazione del suo carattere a trovare o a riconoscere le altre norme che dovrebbero venire a occuparne il posto, egli finirà per trovarsi inerme di fronte alle seduzioni e alle "adulazioni" provenienti dai suoi impulsi più violenti e peggiori, e finirà per disconoscere e rigettare qualsiasi legge o freno alla sua condotta.

Per Platone insomma - adopero qui un immagine della quale egli non avrebbe potuto servirsi - l'animo e il carattere del giovane sarebbero da paragonare a una lastra fotografica a cui può fare danno irreparabile l'essere imprudentemente esposta alla luce prima che vi siano state fissate le immagini che essa è destinata a conservare.

La differenza tra gli effetti ai quali dà luogo, rispettivamente negli alunni troppo giovani e in quelli di età più matura, l'esercizio delle dispute filosofiche, si trova mirabilmente dipinto in un passo che, per quanto noto, non sarà inutile citare qui ancora una volta:

"I ragazzetti, quando per la prima volta si lascia loro prendere gusto alle dispute filosofiche, vi si dedicano con passione come ad un giuoco, si divertono a tutto contraddire, a mettere tutto in questione, a confutarsi a vicenda, imitando i processi di argomentazione adoperati verso di loro, e dilettandosi come dei cagnolini a mordere strappare e dilaniare tutto ciò che loro capiti sotto i denti".

"A furia di confutare, e di essere confutati, finiscono rapidamente per non avere più alcuna salda convinzione sulle questioni tanto importanti di cui s’è detto indietro, e per dare, a chi li sta’ a sentire, un ben cattivo concetto, non solo di sé ma anche della filosofia stessa che li ha ridotti a tale condizione".

"Il giovane più maturo avrà invece ripugnanza a lasciarsi trascinare in tale mania. Egli preferirà imitare chi discute sul serio, e per cercare la verità, piuttosto che chi si propone solamente di divertirsi, di brillare, di contraddire, di prevalere. Il suo interesse per la discussione misurata e serena, renderà nello stesso tempo lui più stimabile, e più stimabile anche l'arte stessa del discutere e la professione del filosofo".

 

Che i sopra esposti apprezzamenti di Platone sugli inconvenienti di premature analisi e discussioni sulle idee e i sentimenti morali, e sulle norme della condotta, non rappresentino per così dire, semplicemente una sua opinione personale, discostantesi da quella generalmente dominante presso i pensatori del suo tempo, ci è provato dall'accordo che, su questo soggetto si manifesta fra le vedute di Platone e quelle di Aristotele.

È assai istruttivo a questo riguardo il confronto dei passi sopra riportati della Repubblica, colle ragioni che, da Aristotele, sono addotte (nel Capitolo secondo del primo Libro dell'Etica a Nicomaco) a sostegno dell'asserzione: "che il giovane non è un adatto ascoltatore per delle lezioni, o discussioni, su soggetti di morale o di politica" :

"Propenso com'egli è a lasciarsi guidare dagli impulsi e dalle passioni, il giovane ascolterà tali lezioni senza alcun frutto o utilità: poiché di esse lo scopo non è la conoscenza ma l'azione. E ciò che si dice dei giovani vale in genere per tutti gli uomini il cui carattere non sia ancora ben formato A tutti questi, cioè in generale agli intemperanti, la conoscenza riesce inutile. Essa giova soltanto a quelli nei quali la facoltà di inibire e dominare i propri impulsi abbia già acquistato una certa consistenza."

A sostegno della stessa tesi, Aristotele aggiunge tuttavia anche un altro argomento, cioè il seguente: "Che ciascuno può ben giudicare soltanto delle cose di cui egli ha esperienza, e che, nel caso della morale, tale esperienza - riferentesi ai diversi casi della vita e alle varie situazioni in cui gli uomini possono trovarsi gli uni rispetto agli altri - manca affatto appunto ai troppo giovani." Essi si troverebbero, di fronte a tale insegnamento, in una condizione poco diversa da quella di un bambino al quale si volesse (come purtroppo avviene ancora nelle nostre scuole) insegnare la grammatica prima che egli abbia preso conoscenza della materia a cui essa si applica.

È un argomento questo, come si vede, che si può applicare, oltre che al caso della morale, anche ad altre parti della filosofia, in particolare alla logica, intesa questa come lo studio dei metodi e dei procedimenti di prova e di ricerca scientifica.

Qualunque insegnamento, teorico e sistematico, di metodologia delle singole scienze, impartito a giovani che, nello studio di nessuna di queste, si siano spinti fino al punto da prendere diretta conoscenza dei metodi di essa adoperati, e da acquistare sufficiente familiarità col loro impiego, ha così poca probabilità di riuscire interessante e proficuo quanta ne avrebbe, per esempio, un corso di glottologia comparata impartito a giovani sprovvisti di qualsiasi conoscenza delle lingue che si tratta di comparare e analizzare.

Poiché la questione del posto e del compito da assegnare allo studio della filosofia nelle nostre scuole secondarie si presenta ora come particolarmente in vista delle imminenti discussioni sul piano di riforme proposte dalla Commissione Reale, non sarà qui inopportuno fermarsi un momento anche ad esaminare quale portata possa essere attribuita su tale questione alle vedute sopraesposte dei due più grandi filosofi dell'antichità classica, e quali conclusioni esse tendano a giustificare.

La prima e la più evidente fra esse è quella che riguarda l'età alla quale lo studio della filosofia può con profitto essere cominciato.

Anche senza interpretare alla lettera le prescrizioni precise, date su questo soggetto da Platone, si deve ad ogni modo ammettere che, tanto l'opinione sua quanto quella di Aristotele, cospirano a consigliare che si ritardi il più possibile l'insegnamento sistematico dei vari rami della filosofia.

 

Posti a scegliere tra l'ordinamento di studi in vigore da noi, nel quale tale insegnamento è distribuito nei tre anni del liceo, e l'ordinamento francese, in cui esso è concentrato nell'ultimo anno, della scuola secondaria, quei due filosofi, avrebbero certamente preferito quest'ultimo. E, ad ambedue questi ordinamenti, sarebbe loro forse sembrato preferibile quello in vigore nelle scuole della Germania, nelle quali lo studio della filosofia è riguardato come di speciale pertinenza dell'Università.

Per ciò che riguarda poi l'indole e il contenuto da attribuire all'insegnamento filosofico nei tre rami in cui ora ci propone di dividere lo stadio superiore della nostra scuola secondaria, una importante conclusione, che ci sembra si possa derivare dalle considerazioni esposte indietro, è questa: che in ciascuno di tali tre rami si debba dare rispettivamente maggiore sviluppo a quelle parti della filosofia al cui studio è da presumere che gli alunni arrivino meglio preparati e predisposti dai particolari insegnamenti, scientifici o letterari, ad essi precedentemente impartiti.

Così, per esempio, alla logica e alla storia delle scienze sarebbe da fare maggior posto nel ramo "scientifico" del Liceo che non in quello "classico". In questo, invece, più grande importanza dovrebbe essere attribuita alla lettura, preferibilmente sui testi originali, di brani ben scelti di filosofi o moralisti antichi, nonché a notizie storiche e semasiologiche sull'origine e sui cambiamenti di significato dei termini tecnici della filosofia antica e moderna: studio questo tanto importante per emancipare dalle suggestioni del linguaggio che tanta parte hanno nelle dispute filosofiche.

Nell'altro ramo del Liceo che, secondo il concetto della Commissione Reale, dovrebbe essere caratterizzato da un maggiore sviluppo dato allo studio delle lingue e letterature moderne, e agli insegnamenti più direttamente connessi alla vita e alla civiltà contemporanea, potrebbe invece essere conveniente l'occuparsi dei problemi filosofici attinenti ai vari aspetti della vita sociale, in particolare lo studio di quelle parti della psicologia, individuale comparata, che maggiormente interessano per le loro applicazioni pratiche ( alla pedagogia, all'apprezzamento delle testimonianze, alla valutazione delle responsabilità, al funzionamento degli organismi amministrativi, industriali, politici, giuridici, ecc.).

A favorire, e a rendere possibile, una tale differenziazione dell'insegnamento filosofico nei diversi rami del Liceo, molto efficacemente contribuirebbe ogni provvedimento che, come quello già stato proposto in seno alla Società di Filosofia, relativo all’istituzione di una "Facoltà filosofica", tendesse a rompere, o almeno ad allentare, il vincolo troppo stretto che, nei nostri ordinamenti universitari, lega la Facoltà di Filosofia a quella di Lettere, e a rendere più accessibili gli studi filosofici, e l'eventuale conseguimento di abilitazioni didattiche corrispondenti, anche a giovani che abbiano compiuto i loro corsi di studi nelle altre Facoltà specialmente in quella di Scienze e in quella di Diritto.

È un punto questo nel quale le esigenze pedagogiche, relative alla preparazione di buoni insegnanti per le nostre scuole secondarie, presenti e future, s'accordano perfettamente con quelle, puramente scientifiche, di un insegnamento universitario della filosofia che veramente adempia all’ufficio - sempre più importante - di prevenire e moderare le intemperanze, gli esclusivismi, le deformazioni intellettuali, inerenti ai diversi indirizzi di specializzazione professionale e scientifica, e che si avvicini, per quanto è possibile, anche per questo riguardo, all'ideale indicato da Platone col definire la "dialettica" come una veduta panoramica delle parentele e connessioni tra i vari ordini di scienze.

 

Nota

[1] Pubblichiamo questa riflessione di Giovanni Vailati su un tema didattico che riteniamo oggi di attualità. Il testo è un intervento ad uno dei primi convegni della Società Filosofica all'inizio del XX secolo.