Il Giardino dei Pensieri - Studi di didattica teorica della filosofia
Giugno 2010

Mario Trombino
Pierre Hadot e i metodi per insegnare filosofia
Ricordare un maestro ricordando cosa abbiamo imparato da lui
[Vedi anche Esercizi di filosofia, Generi letterari, Hadot, Pratiche filosofiche]

Alla fine dello scorso aprile è scomparso Pierre Hadot. Rispetto al complesso della sua opera, queste brevi note sono molto settoriali, perché sono dedicate a far memoria di quanto da lui chi scrive ha imparato in tema di didattica della filosofia. Sono il riconoscimento di un debito soggettivamente importante.

La didattica della filosofia si occupa di uno specifico tema filosofico, quello dei metodi e dei fini dell’insegnamento della filosofia. E’ una disciplina che trae grande vantaggio da, e contrae molti debiti con, la storia della filosofia, perché lo studio dei metodi e dei fini che i filosofi hanno indicato per la formazione della persona umana può essere utilizzato per trarne indicazioni su quali metodi è possibile oggi riproporre e a che fine riproporli.
In estrema sintesi, la ricerca didattica è molto attenta alla storia della filosofia, perché da essa può trarre
- modelli per i metodi di insegnamento che il professore utilizza e per le pratiche filosofiche da proporre agli allievi;
- chiarimenti teoretici sui fini della filosofia per la persona umana, cioè in cosa la filosofia può essere utile (o dannosa) ai fini della formazione umana e della scelta della propria condotta di vita. 
La ricerca didattica in filosofia non si rivolge solo alla storia della filosofia, e quindi al passato, ma trae insegnamenti anche dalle scienze cognitive e, naturalmente, dalla ricerca psico-pedagogica. Si rivolge quindi anche al presente. Nessuno di questi tre settori è preminente sugli altri, perché la didattica della filosofia – che ha un fine operativo – integra quanto da essi può apprendere in unità operativa.
Dalla prospettiva della didattica della filosofia, ad esempio, i metodi che Epicuro o gli Stoici hanno utilizzato nel contesto delle loro scuole vanno studiati e riproposti agli allievi non solo alla luce delle conoscenze storiche e filologiche che ne abbiamo, ma anche alla luce di quanto sappiamo dalle scienze cognitive a noi contemporanee e da quanto sappiamo dalla ricerca psico-pedagogica contemporanea e dalla didattica generale.
Dunque, la didattica della filosofia
- filologicamente tratta metodi e fini della filosofia nella loro dimensione storica,
- operativamente li tratta come se i filosofi avessero da proporre qui ed ora le loro filosofie.
La distanza storica, che viene così annullata sul piano operativo, è riproposta sul piano della conoscenza teoretica di una determinata scuola filosofica, in un gioco di continuo rimando tra
- riproposizione della dimensione storica e
- attualizzazione.
La dimensione storico-filologica e la dimensione del presente della vita sono sempre entrambe presenti. Non c’è ovviamente contraddizione, perché non è contraddittorio che un insegnamento storicamente elaborato in un determinato momento storico sia riproposto nel presente – così come non c’è alcuna contraddizione nel riproporre un esperimento di fisica, nelle condizioni in cui storicamente per la prima volta è stato proposto, o modificate, nell’aula di fisica di una scuola, qui ed ora.

La lettura dei testi filosofici presenta una difficoltà che è tipica della lettura di qualsiasi testo appartenga ad una cultura diversa dalla nostra: tendiamo infatti a interpretare alla luce del presente il testo storicamente datato.
E’, alla base, un problema di parole: se si legge la parola italiana materia in un testo filosofico greco – perché così il traduttore italiano rende un certo termine greco -, si può essere portati a interpretare la nozione di materia alla luce di quello che oggi si sa della materia, andando quindi incontro a fraintendimenti così gravi come se, leggendo dell’acqua di Talete, si pensasse alla formula chimica dell’acqua appresa a scuola piuttosto che all’acqua di cui Talete faceva esperienza (il mare, i fiumi, i laghi, le pozze ristagnanti, e così via).
Per limitarci alla filosofia antica, visto che è questa che ha costituito il campo di studi specialistico di Hadot, affrontare questa difficoltà significa acquisire consapevolezza che l’esigenza della precisione filologica non può riguardare solo le parole, ma anche la trama di esperienze e di pensieri che esse condensano in sé.
Ora, c’è un campo specifico in cui i fraintendimenti sono molto facili: è il genere letterario in cui un testo è stato concepito. Hadot ha mostrato che se non si individua con precisione di quale genere letterario si tratta, non si è in grado di intendere filologicamente in modo corretto un testo antico. La precisione filologica, essenziale in didattica della filosofia per le ragioni che prima abbiamo richiamato, si smarrisce. Gli studi su Marco Aurelio di Hadot lo mostrano con una chiarezza tale da far mettere in sospetto la lettura di qualsiasi testo antico.

C’è quindi un primo insegnamento che la ricerca didattica della filosofia può trarre dal lavoro di Hadot: la necessità di un grado molto alto di precisione filologica, in particolare riguardo ai generi letterari. E’ questo uno specifico insegnamento di Hadot, perché l’insegnamento generale sulla difficoltà di comprensione dei termini antichi (soprattutto di quelli di uso comune anche oggi) è tradizionale nella filologia: basta rileggere gli studi, ormai classici, dei filologi che sono stati fondamentali per la formazione della generazione a cui appartiene chi scrive (ad esempio Paideia di Jaeger, o L’uomo greco di Pohlenz, o Dike. La nascita della coscienza di Havelock, e così via).
Dopo Hadot, l’attenzione verso i generi letterari in filosofia si è tradotta in scelte operative molto nette anche nella stesura della manualistica filosofica per la scuola, che oggi ha recepito in modo chiaro questa esigenza.

In molte opere, sia di sintesi che analitiche, Hadot ha poi avviato il campo di studi sulle pratiche filosofiche delle scuole antiche, in specifico di quelle ellenistiche. Ha utilizzato la dizione esercizi spirituali per indicare queste pratiche, non avendo evidentemente paura della confusione, per il lettore, con le tradizioni religiose antiche e soprattutto moderne, ed anzi studiando il modo in cui gli esercizi delle scuole filosofiche ellenistiche hanno influenzato le pratiche religiose elaborate nei secoli successivi (ad esempio, l’esame di coscienza serale degli stoici).
Gli esercizi spirituali studiati da Hadot, soprattutto quelli delle scuole ellenistiche, hanno una duplice dimensione:
- sono forme di educazione della propria mente, e mirano ad acquisire l’abitudine a pensare correttamente;
- sono anche forme di educazione del proprio spirito e mirano a tenere sotto controllo le proprie passioni o ad esprimerle, o a indirizzare emozioni e immagini verso le regioni serene della filosofia.
L’obiettivo è la felicità, è vivere una vita felice. La strada per arrivarvi passa attraverso la libertà, nel senso che le scuole ellenistiche davano a questo termine, e quindi passa attraverso il controllo del soggetto sui propri pensieri (compreso il flusso di immagini che continuamente ci attraversa) e sulle proprie emozioni.

L’interesse di questi studi per la didattica della filosofia è evidente e immediato:
- le pratiche filosofiche sono elencabili e riproducibili;
- sono anche didatticamente chiare, perché la ricerca filologica ne mette in luce le regole;
- sono semplici da usare perché concepite da filosofi per non-filosofi.
In quanto si occupano della mente, studiare le pratiche filosofiche antiche alla luce delle acquisizioni contemporanee delle scienze cognitive è illuminante, perché consente integrazioni operativamente efficaci (ad esempio nell’uso degli strumenti informatici).
La didattica della filosofia ha quindi oggi - e non aveva questa possibilità prima degli studi di Hadot, o l'aveva in misura molto minore  – gli strumenti tecnici per riproporre pratiche filosofiche antiche. Ad esempio, possono essere costruite intere classi di esercizi di filosofia che si basano sulle metodologie epicuree, stoiche, ciniche, scettiche, e così via.
Per far cosa? Per quale fine?
Per insegnare la filosofia degli epicurei, degli stoici, dei cinici, degli scettici, e così via. E’ chiaro infatti che non va dimenticata la dimensione storico-filologica sol perché ci si pone in una dimensione operativa.
Nello studiare queste pratiche, Hadot sottolinea continuamente che si tratta di esercizi di scuola, cioè esercizi rivolti a chi si avvicinava ad una scuola e si formava al suo interno. Ora, né i nostri studenti liceali, né gli adulti che si accostano alle pratiche filosofiche hanno fatto una scelta di questo tipo. Il professore – o il consulente, ma di questo chi scrive non ha esperienza e quindi il discorso va sospeso – si limita a insegnare le filosofie del passato, perché ritiene che la formazione della persona umana attraverso di esse sia positiva.


Su questo punto la ricerca didattica in filosofia ha sottolineato due aspetti:
- l’effettivo successo didattico delle pratiche antiche (non c’erano per la verità molte ragioni per dubitarne: se hanno funzionato per secoli nell’antichità...), alla condizione che siano riproposte tenendo conto che gli studenti oggi, al contrario degli antichi, non sono liberi di non imparare né, semplicemente, di andarsene (per questo è indispensabile tenere conto delle acquisizioni della psico-pedagogia e della didattica generale);
- l’impossibilità di una adesione esistenziale ad una determinata scuola filosofica nel contesto di un insegnamento che non ne propone una, ma molte.
Quindi, nessuna riproposizione meccanica. Quello indicato da Hadot è, per la didattica della filosofia, in indirizzo di ricerca molto promettente. Ma oggi non siamo nell’età ellenistica, e la ricerca deve continuare.

Chi scrive ritiene quindi, per le ragioni fin qui esposte, che i libri di Hadot abbiano un posto privilegiato nella biblioteca ideale del professore di filosofia.
Un’ultima cosa: Hadot ci ha insegnato che si può essere filologicamente e filosoficamente precisi – molto precisi, nel caso di Hadot - con un linguaggio chiaro. L’esperienza dice che questo è molto difficile ma, che si possa fare, lo mostrano le sue opere.