Il Giardino dei Pensieri
-
Studi di didattica teorica della filosofia
Maggio 2010
Mario Trombino
Fermarsi
a riflettere su didattica e creatività, esaminando una tesi di Thomas Friedman
[Vedi Creatività]
Ho tenuto fermo in computer per alcuni
mesi l'articolo di Friedman che adesso propongo in lettura, incerto se invitare
alla sua lettura come testo di riflessione sulle ragioni per l'utilizzo a scuola
di metodi che puntano sulla creatività.
Non che dubitassi, da professore di Liceo, dell'utilità della lettura di questo
testo per i miei colleghi: Friedman dà un'ottima
ragione per cui educare i ragazzi anche mediante la
creatività. Temevo però, e temo, che la deriva economicista che il
ragionamento di Friedman comporta potesse essere interpretata come pura e
semplice adesione ad una visione della "scuola per il mercato".
Non è così. Questa prospettiva non è la mia. Se educhiamo un ragazzo ad
essere libero, e per farlo lo invitiamo ad utilizzare la creatività come strumento quotidiano
per apprendere, non lo stiamo spingendo ad adeguarsi al mercato. Lo stiamo
spingendo a tenere conto dei dati di realtà e a viverci dentro.
A viverci dentro come?
Ebbene, se lo abbiamo educato alla libertà, questo lo deciderà lui.
Lo deciderà, se vuole, utilizzando la stessa creatività
che abbiamo proposto come normale metodo di apprendimento.
Sia detto con franchezza: ho visto molti amici ormai quasi sessantenni
vivere da decenni del tutto acriticamente per il mercato; sono le stesse persone che
avevo visto a diciotto anni, e per molti anni dopo, rifiutare inorriditi
l'ipotesi di vivere per il mercato.
E' successo anche a me.
Ne deduco che è inutile non tenerne conto: se hai un nemico, va guardato negli
occhi; se ha qualcosa da insegnare, si deve imparare da lui.
Se si fa filosofia, la scelta tra
- adeguarsi e star zitti;
- o riflettere e tentare di capire, e poi decidere che fare,
è una scelta obbligata.
Ho quindi deciso di proporre in lettura il seguente testo di Friedman, che ho
tratto da Repubblica il 2 ottobre scorso.
Thomas Friedman è editorialista del New York Times.
Thomas Friedman
Una crisi nata tra crac dei mutui e scuola in tilt
La scorsa estate ho partecipato ad una conferenza di Michelle Rhee, direttrice
del sistema delle scuole pubbliche di Washington D.C.. Prima del suo intervento,
sono stato avvicinato da un uomo, presentatosi come Todd Martin, il quale mi ha
detto, parlando sottovoce, che il tema che Rhee avrebbe affrontato - quello
della difficile situazione in cui versano le nostre scuole pubbliche - aveva di
fatto contribuito in maniera cruciale, ma velata, alla Grande Recessione.
L'osservazione conteneva una certa dose di verità. Il pasticcio dei mutui
subprime, scaturito dalla dilagante crisi etica che ha investito Wall Street, ha
coinciso con una diffusa crisi dell'istruzione, proprio in un momento in cui la
tecnologia e l'apertura delle frontiere permettevano a un numero crescente di
individui di competere con l'America per lavori di livello medio.
In questa nostra epoca di subprime, avevamo creduto di poter realizzare il
sogno americano senza dover mettere nulla sul tappeto. Una convinzione che non
si basava su progressi compiuti sul fronte dell'istruzione e della
produttività, o sul delinearsi di una nuova abitudine al risparmio, e che
invece poggiava su interventi di alchimia operati da Wall Street e denaro preso
prestito dall’Asia.
Un anno fa la situazione è esplosa. E ora che ci troviamo a ricomporre i
frammenti, dobbiamo renderci conto che non è solo il nostro sistema finanziario
che ha bisogno di essere reimpostato e aggiornato, ma anche le nostre scuole
pubbliche. Se ciò non avvenisse, questa "ripresa senza occupazione"
non rimarrà una fase transitoria, ma si trasformerà in un futuro durevole.
"Il fallimento del nostro sistema educativo è il fattore che più di
ogni altro ha contribuito al declino della competitività del lavoratore
americano a livello globale, in particolare per quanto riguarda gli impieghi di
fascia media e bassa", mi ha detto Martin, un ex dirigente globale che
attualmente, dopo aver lavorato per PepsiCo e Kraft Europe, si occupa di
investimenti internazionali. "Tale perdita di competitività ha compromesso
la capacità del lavoratore americano di -produrre ricchezza, e
questo proprio nel momento in cui i progressi tecnologici rendevano la
concorrenza globale molto più incalzante".
Così, per dieci anni i lavoratori americani hanno mantenuto inalterato il
proprio standard di vita ricorrendo a prestiti e consumando ben più di quanto
il loro effettivo reddito avrebbe permesso loro. E quando la Grande Recessione
ha fatto scoppiare la bolla creditizia e la bolla immobiliare che rendevano
possibile un simile eccesso di consumi, un grande numero di lavoratori americani
si sono ritrovati non solo più indebitati che mai, ma anche senza lavoro e
privi delle competenze professionali che li avrebbero resi competitivi a livello
globale".
La situazione potrà essere ribaltata solo quando si porrà fine al declino
della competitività dei lavoratori; quando creeremo abbastanza posti di lavoro
e un sufficiente numero di lavoratori qualificati capaci di guadagnare, diciamo,
quaranta dollari l'ora sul mercato globale. Se non lo faremo, è impossibile
prevedere quanti posti di lavoro sfumeranno durante questa ripresa.
Un amico avvocato che vive a Washington mi raccontava dei licenziamenti che
hanno recentemente colpito lo studio presso cui lavora. Quando gli ho domandato
chi fosse ad essere licenziato, mi ha risposto che la cosa interessante era che
i primi ad essere silurati erano quegli avvocati che, pur presentandosi
puntualmente sul posto di lavoro, si limitavano ad occuparsi dei casi che
venivano loro assegnati. Questo perché con lo scoppio della bolla creditizia,
quel flusso continuo di lavoro non esiste più.
Coloro che invece riuscivano a proporre nuovi servizi, nuove
opportunità e nuove modalità per reperire lavoro venivano lasciati al proprio
posto. Sono loro i nuovi intoccabili.
È questa la chiave che ci aiuta a comprendere la grande sfida che
l'istruzione si trova a dove affrontare. Chi aspetta la fine della recessione
per poter tornare a vedersi consegnare del lavoro da svolgere potrebbero
aspettare a lungo. A fare fortuna saranno invece coloro che possiedono la
creatività necessaria a rendersi intoccabili - inventando un modo più
intelligente di svolgere il lavoro di sempre, modalità vantaggiose per
diversificare l'offerta dei servizi o soluzioni innovative per attrarre i vecchi
clienti e sfruttare le tecnologie a disposizione.
Non abbiamo dunque semplicemente bisogno che una maggiore percentuale dei nostri
ragazzi completino il liceo e l'università - e quindi di "più
istruzione" - ma anche che un numero maggiore di loro riceva la giusta
istruzione.
Come spiega Lawrence Katz, esperto del lavoro che insegna presso
l'Università di Harvard: "Nell'attuale mercato del lavoro, i laureati di
fascia alta, ovvero che possiedono sofisticate capacità analitiche e di problem-soluinge
sono in grado di competere sul mercato globale, di cavalcare il sistema
finanziario e gestire le nuove disposizioni governative si trovano in un'ottima
posizione".
"La fascia bassa invece, rappresentata da ingegneri e programmatori che
svolgono mansioni più meccaniche e non prendono attivamente parte allo sviluppo
di nuove idee né al processo di adeguamento delle tecnologie esistenti né si
preoccupano di pensare a cosa davvero vogliono i clienti, sono minacciati più
da vicino dalla competitività globale, che li rende facilmente
sostituibili".
Chi occupa le posizioni migliori della fascia bassa - ovvero, coloro che sono
hanno un diploma di scuola superiore e lavorano nel campo dell'edilizia o
manifatturiero - hanno risentito duramente della competizione globale e
dell'immigrazione, aggiunge Katz. "Coloro che invece possiedono attitudine
alle relazioni interpersonali - come il venditore che gestisce personalmente i
rapporti con i propri clienti, o il muratore capace di rifare una cucina senza
l'intervento di un architetto - navigano in buone acque".
Essere un commercialista, un avvocato, un muratore o un operaio di catena di
montaggio mediocri non basta più. Come ha scritto Daniel Pink, autore di A
Whole New Mind: In un mondo in cui sempre più spesso i lavori comuni
possono essere svolti più rapidamente, a minor costo e "altrettanto
bene" da un computer, un robot o un lavoratore straniero, non ci si
accontenta più di un semplice gelato alla vaniglia: la sfida ormai si gioca a
colpi di glassa al cioccolato, panna montata e ciliegine.
Per questo le nostre scuole si trovano di fronte ad una sfida due volte
difficile: non si tratta più di migliorare semplicemente gli standard di
lettura, scrittura e delle capacità di calcolo, ma anche di promuovere lo
spirito di iniziativa, la capacità di innovazione e la creatività.
In definitiva: riconquistare la prosperità di un tempo sarà impossibile se
prima non riformiamo, oltre che le banche, le nostre scuole.
[2009 The New York Times, La Repubblica, 02 10 09, traduzione di Marzia Porta]