Il Giardino dei Pensieri - Studi di didattica teorica della filosofia
Aprile 2001

Mario Trombino
I filosofi e la città: modelli e proposte per un insegnamento multidisciplinare (1)
[Vedi anche: Multidisciplinarità]

 

Sul delicato tema della identità disciplinare, possiamo distinguere tre modelli ai fini di un insegnamento multidisciplinare:

La tesi che desidero sostenere è che un tema come "la città" si presta bene ad essere trattato secondo tutti questi modelli, che brevemente esamineremo uno ad uno. Per quanto riguarda l'argomento specifico dell'insegnamento multidisciplinare direttamente finalizzato all'Esame di Stato, un tema come "la città" possiede un carattere aperto che finisce col mettere in luce un aspetto della filosofia degli ultimi due secoli che la rende assai poco adatta ad un insegnamento multidisciplinare. La mia tesi è che questo costituisce un problema piuttosto serio per l'identità disciplinare della filosofia nell'ultimo anno dei nostri Licei. Questo problema è assai meno presente per la filosofia precedente.

 

A titolo di premessa, non possiamo naturalmente non notare che quello della città è tema in se stesso multidisciplinare. Di essa si occupano a vario titolo:

 

Sembra dunque già pronto il modello che prima abbiamo chiamato "centrato su un tema":

e così via.

Il modello sembra funzionare (naturalmente tra il modello e la realizzazione concreta possono aprirsi fossati invalicabili, ma il nostro discorso in questa sede è centrato solo sui modelli).

Che ne è però della filosofia? Quali conseguenze ne derivano per la sua identità disciplinare? La risposta a queste domande è strettamente relativa ai periodi della storia su cui verte il tema specifico trattato.

Se si tratta infatti del mondo greco, l'identità della filosofia sul tema della polis emerge in modo nettissimo. Se ne può dubitare? Non vale neppure la pena di entrare nel merito. E così per il Sei-Settecento, in cui forse ancora più netto è il nesso tra città come luogo dell'abitare e città come luogo teorico della cittadinanza. Basterebbe ricordare il ruolo di progettisti sociali che i filosofi e i philosophes si sono dati in quest'epoca, le derive cartesiane, e soprattutto la figura emblematica, sul tema della città, di Jean-Jacques Rousseau che sa lanciare i più gravi attacchi all'idea stessa della città moderna - Parigi, città da fuggire, luogo dello spirito prima che città di mattoni e case - e allo stesso tempo sa costruire un modello di comunità che è, insieme, Sparta e Ginevra, comunità ideale e luogo della festa della vita, festa che sa di campagna, lasciata l'aria piena di vizi di Parigi: comunità ideale, in cui l'identità di ciascuno si riflette nell'identità collettiva (naturalmente se si leggono in parallelo l'Emilio e il Contratto sociale, alla maniera, poniamo, di Starobinski).

 

Che accade però se ci spostiamo verso l'Ottocento e il Novecento? Il ruolo di progettisti sociali i filosofi continuano a darselo: Bentham e la sua scuola, innanzitutto, dal Panopticon alle tesi di Stuart Mill; poi Schiller e i giovani idealisti, che sognano una "nuova mitologia" per la costruzione di un mondo in cui l'uomo sia riconciliato con se stesso, nell'equilibrio delle sue facoltà; su Hegel la questione è aperta, perché certo non si può glissare facilmente sull'idea di filosofia come nottola di Minerva, ma neppure su quella "irrequietezza dell'essere" di cui Löwith vede le tracce dietro la dialettica; ma non su Marx o su Nietzsche, e nel Novecento sulla scuola di Francoforte, a proposito della città in particolare sulle tesi sulla dialettica dell'illuminismo, e poi in Minima moralia, in L'uomo a una dimensione.

Resta tuttavia il fatto che la filosofia perde l'identità centrale che ha mantenuto fino all'illuminismo. Un tema come quello della città ricorre continuamente fino a Bentham, ma ricorre sempre meno dopo e gli esempi a cui ho fatto riferimento non sono più legati ad analisi specifiche, ma generali, sicché non di città, tema specifico accanto a mille altri temi specifici, si parla nelle opere che abbiamo richiamato, ma di temi assi più generali, da cui certo il tema della città è estrapolabile. Complice naturalmente il fatto che la città, in epoca di globalizzazione, ha perduto la sua centralità. Anche se ancora oggi ogni città ha un'anima, come ben sa chi vive lontano dalla propria, o lontano da quella dove vivono i propri pensieri, e la propria anima. E una sola persona, e persino il pensiero di lei, può spingerti a deviare dal tuo cammino ed entrare in una città, e restarvi. Anche in epoca di globalizzazione.

Oggi il filosofo si rifugia sempre di più nei suoi temi generali, parla sempre più a se stesso e ai suoi, il suo linguaggio diventa specialistico e un architetto attentissimo al mondo della cultura come Renzo Piano o uno scrittore aperto a infinite suggestioni come Calvino - due nomi su cui in tema di città nel XX secolo, non solo in Italia o in Europa, è difficile non fare riferimento - possono intrecciare rapporti strettissimi con il mondo della musica, delle arti, della sociologia, della tecnologia, ma prescindere tranquillamente da richiami diretti alla filosofia.

In un volume di riflessioni "filosofiche" come La responsabilità dell'architetto, le suggestioni filosofiche - tantissime - sono per Renzo Piano perlopiù rivolte al passato, all'età moderna, non alla filosofia del nostro tempo. Non così per i temi scientifici, o letterali, o musicali. In Le città invisibili le infinite tematiche filosofiche - il tempo, la morte, l'altro, i piani della realtà, la leggerezza, e così via - rimandano di preferenza ad altri tempi. Accade come nei libri dei biologi e dei fisici: questi intellettuali dialogano con i filosofi del passato, molto meno con quelli del presente.

Va allora posta molta attenzione sullo sbilanciare l'ultimo anno verso la contemporaneità. Non so se sia possibile sostenere la tesi che la filosofia sia il suo patrimonio; certo da almeno un secolo chi filosofo non è, e dialoga con la filosofia, si rivolge alla filosofia nella sua storia molto di più che ai filosofi del proprio tempo. Vale per il tema della città quel che si osserva in tema di intelligenza artificiale, i cui volumi universitari - scritti da ingegneri per i loro allievi - dialogano con Cartesio e Leibniz, assai più che con i filosofi iscritti in un manuale di storia della filosofia del Novecento; e quando questo dialogo c'è, è soprattutto per intendere i filosofi del Sei-Settecento. Come il celebre caso del cervello in una vasca illustra con chiarezza.

Se si sceglie dunque il modello che abbiamo chiamato "centrato su un tema", non ha senso non voltarsi indietro e non trattare la filosofia greca e quella del Sei-Settecento come fanno architetti, scrittori, scienziati: quella filosofia è contemporanea perché ha qualcosa da dire oggi. Il presente della filosofia è in quello che essa oggi ha da dire. Quando sia stato detto la prima volta, non è cosa che possa ingessare il lavoro dei nostri studenti per l'Esame di Stato, comunque siano e saranno concepiti i programmi. Il senza-patria della città di Sofocle è per Jonas misura del tempo, del proprio tempo, sul tema della città. E se un nostro allievo, studiando la città a partire dalla filosofia, vorrà seguire il maestro sulla via dello studio del principio responsabilità, dovrà confrontarsi con i greci così come con la tecnica che allora non esisteva ed oggi sì. E la città sarà per lui l'inizio di un percorso etico che lo porterà per foreste e mondi animali e futuri umani. Riflettendo sulla sorte di Antigone come se il coro che pronuncia gli ultimi versi dello Stasimo fosse qui, e danzasse per noi il suo canto - noi, suoi concittadini.

 

Cos'è accaduto, in realtà, è ben noto. Newton non comprenderebbe il nostro concetto di multidisciplinarietà a proposito del suo lavoro sui principi matematici della filosofia naturale. Non parlerebbe di interdisciplinarietà tra filosofia e fisica. Come non ne parlerebbe Cartesio a proposito dei concetti fisici dei suoi testi che classifichiamo senz'altro come filosofici. E un pitagorico che studia i rapporti matematici tra le note musicali, coniugandoli con i rapporti che legano tra loro i movimenti degli astri, con le emozioni del cuore, con il logos governa il mondo, non parlerebbe per nulla di multidisciplinarietà tra filosofia, musica, astronomia e psicologia. Probabilmente ci guarderebbe stupito e direbbe: la filosofia non è forse questo sguardo unitario sul reale?

Il punto è che il termine "filosofia" non designa più per noi ciò che designava fino all'età moderna. La filosofia, per noi, è disciplina tra discipline, specializzazione universitaria tra specializzazioni universitarie. Si vede benissimo, a colpo d'occhio, negli indici dei siti universitari su Internet: Dipartimento di… e segue un lungo elenco, tra cui "Filosofia" o "Discipline filosofiche". Le altre, evidentemente, non lo sono.

Aristotele capirebbe? E Cartesio? Il problema è allora nostro. Ma, come insegnanti della scuola che ancora mantiene un impianto storico - ed è mia opinione che vada mantenuto, per via del "patrimonio" di cui parlavo prima - ciò che costituisce un problema dà allo stesso tempo la chiave per costruire percorsi multisciplinari secondo il modello che abbiamo chiamato "centrato su una disciplina". Ciò che è un problema per un verso, è una risorsa per un altro. I filosofi antichi, e fino all'età moderna, poiché non hanno avuto una visione della filosofia come disciplina accanto ad altre discipline, ci offrono la via. Sul tema della città: si segua per il mondo greco il tema del rapporto che lega il cosmo e la polis tra Eraclito, ed anzi Anassimandro, e Platone; lungo l'asse portante di questo percorso, che costituisce la via principale, potranno trovare posto percorsi collocati lungo tante vie secondarie più o meno intersecantesi tra loro: la via della storia, per un approfondimento su che cosa è stata la polis greca, che cosa la democrazia; la via della geografia (disciplina che Kant difende come filosofica, in un celebre passo) per un approfondimento della situazione in cui hanno concretamente operato i Greci in rapporto, poniamo, alle popolazioni vicine dell'Egitto e della Mesopotamia; la via della storia dell'arte, per ovvie ragioni; la via della sociologia, nei Licei dove si insegna, per il modo in cui nella polis greca hanno trovato posto le distinzioni di classe; e così via. E poiché le vie secondarie possono intersecarsi tra loro, e intrecciarsi in vario modo lungo la via principale e con essa, il quadro di Klee che prima ricordavo può davvero dare un'immagine ottica di una struttura che appare a rete, ma mantiene una unità disciplinare di percorso.

La pittura, del resto, così come l'architettura e il mondo delle arti in genere, sul tema della città può dare un grande aiuto alla filosofia in un percorso multidisciplinare centrato su una disciplina, perché la città, ogni città, è sempre un luogo dello spirito, e le forme visive esprimono i valori spirituali anche in forma simbolica, con una forza che può avere un grandissimo significato didattico. Persino sul più astratto tema della cittadinanza, la sfera simbolica in cui vivono gli adolescenti può essere colpita in profondità da una riflessione filosofica che tenga conto dei linguaggi dell'arte. Di tutte le arti, cinema compreso. Ne tenga conto per una delle forme di lavoro filosofico attente all'impegno personale dei riflessione sull'esperienza, come le classi degli esercizi filosofici che chiamiamo creativi e riflessivi, ormai molto diffusi nella scuola italiana, così come nella scuola europea in genere, là dove si insegna filosofia.

E se la città è sempre un luogo dello spirito, per la vita spirituale va certo fatta memoria che ogni disciplina è distinzione estranea. E su questo punto ha molto ragione Gentile, nel suo celebre Sommario, in sede di didattica teorica, a negare importanza alle prassi multidisciplinari perché nega importanza alle discipline. Ed egualmente molto ragione ha Kant quando scrive che per far maturare l'intelligenza e accelerarne lo sviluppo essa va fatta esercitare su giudizi d'esperienza, e pensa ad esperienze filosofiche sul modello di quelle, in gran numero, che propone ad esempio nei suoi scritti etici. L'obiettivo essendo, naturalmente, l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità.

La vita spirituale, infatti, non si lascia irrigidire in schemi, ma si esprime in essi, in molti linguaggi, come Kant, memore di Rousseau, sa bene, fino al punto da proporre una geografia fisica per il suo insegnamento filosofico, esigenza giustificata da quei "giudizi di esperienza" di cui la didattica della filosofia è bene non faccia a meno, a suo modo di vedere.

Sono vie di espressione per la vita, non adattandosi ogni forma ad ogni dimensione dello spirito dell'uomo. Una ragione filosofica importante, questa, per diversificare in profondità le forme di lavoro filosofico in aula, lasciando che avvenga la contaminazione con i linguaggi delle altre discipline, ma restando esse sempre forme di lavoro filosofico. La filosofia, in quanto atteggiamento spirituale verso il reale, consente questa molteplicità di forme mantenendo la sua identità. E' la lezione di Kant come professore attento ai suoi allievi, questa.

 

La sfida allora non è nei due modelli che fin qui abbiamo velocemente richiamato. La sfida per noi insegnanti di filosofia è nel terzo modello. Quello che fa ricorso alla filosofia come atteggiamento spirituale verso il reale, come strumento, non come insieme di contenuti disciplinari; e può quindi condurre ad un lavoro filosofico senza che un solo filosofo né un solo concetto sia richiamato nella propria specificità disciplinare. Qui è davvero una frontiera per la didattica della filosofia.

Che cosa differenzia una indagine storica da un'indagine filosofica che studi il passato? Se si legge l'Archeologia del sapere di Foucault la differenza balza agli occhi. E' nella domanda e nel metodo, non nei contenuti. Ciò che studia Foucault, o chi usa il suo metodo riproponendolo in aula, è ciò che anche lo storico studia. Ma Foucault non è uno storico e il suo metodo è filosofico. Filosofia come libero sguardo sul reale, come metodo per dare concrete risposte a domande poste sulla base di questo libero sguardo.

Per riprendere i richiami appena accennati all'inizio: che cosa differenzia, su un qualsiasi tema, un dibattito ad un convegno o in televisione, dalle forme della dialettica antica? Essenzialmente il metodo. E' possibile fare filosofia senza parlare di filosofia? Ma non c'è nulla di strano: la dialettica antica è un metodo. Certo, non è solo un metodo, questo è decisivo per la filosofia; ma è anche un metodo e questo può essere decisivo per la didattica della filosofia. La stessa posizione delle domande filosofiche nasce da un metodo, non solo le vie di ricerca. Nella dialettica antica - come, poniamo, in Cartesio o in Heidegger - un'unità di percorso lega domanda e metodo.

Ad esempio. Si studi il Protagora di Platone, che presenta almeno otto versioni della dialettica, otto varianti di un unico metodo. Si chieda a otto studenti di utilizzare ciascuno una variante del metodo e attraverso quella illustrare un aspetto del tema della città secondo una particolare angolazione.

Avremo chi narrerà una storia, come Protagora all'inizio del dialogo, riproponendo questo antico gioco di seduzione attraverso "discorsi" che chiamiamo dialettica, per la felicità del professore di italiano, il maestro delle storie nelle nostre aule.

Avremo chi studierà la città come cittadinanza, e utilizzerà la dialettica come arte della mediazione, per illustrare il rapporto che lega l'incertezza delle opinioni individuali, all'interno di un conflitto, alle tecniche per la composizione del conflitto. Questo per la felicità del professore di storia, cui tocca riflettere sui conflitti e sulla loro composizione.

Avremo persino, se filosofia si insegnerà negli Istituti Tecnici per Geometri, chi illustrerà l'aspetto tecnico relativo alle strutture urbane utilizzando la dialettica come strumento di esposizione di una tesi.

Tutte varianti ben illustrate nel Protagora.

 

Che la didattica della filosofia possa ricorrere ai metodi con cui la filosofia è stata insegnata nei secoli passati per insegnarla oggi dovrebbe essere una ovvietà. Che la filosofia sia anche metodo, per tentare vie di soluzione ai problemi e per porli in modo corretto, dovrebbe essere una ovvietà; e altrettanto che conservi un rapporto tra un certo modo di porre le domande e un certo modo di affrontarle: filosofia come arte delle domande e delle vie per esplorare la realtà per rispondere ad esse. Tutto questo non è uon è una ovvietà - purtroppo, a mio avviso -, e noi siamo spesso senza idee per risolvere un problema didattico perché la nostra memoria storica si ferma a Gentile. Come se prima di Gentile filosofia non se ne fosse insegnata mai. Come se Kant o Hegel non avessero scritto pagine fondamentali nella storia (ancora da scrivere) della didattica della filosofia. Si rilegga, ad esempio, la Dottrina del metodo della Critica della Ragion Pratica nell'ottica dell'attuale questione sull'insegnamento della filosofia ai Bienni. Lì Kant parla addirittura di ragazzi, di "prima gioventù", e descrive un metodo del tutto concreto, riproponibile in aula, con la consueta precisione dei suoi celeberrimi esempi.

 

Concludo. Il nuovo Esame di Stato ha posto la questione della multidisciplinarietà al centro della attenzione della scuola italiana. Deve essere questa una priorità per l'insegnamento filosofico? Francamente non lo credo. La questione è all'ordine del giorno perché una legge l'ha posta, non perché sia un'urgenza del nostro tempo. La filosofia del passato è il possibile luogo del confronto tra le discipline, non la nostra, a mio avviso. La questione decisiva, l'urgenza ormai indifferibile, è per il nostro tempo un'altra a proposito di insegnamento della filosofia a livello di Scuola Superiore: è la questione della molteplicità dei linguaggi, e della loro multiforme presa sulle nuove generazioni (e, per molti di noi, anche sulle vecchie). Davvero figlie di una società della comunicazione.

La filosofia nella sua storia ha saputo parlare moltissimi linguaggi, ed oggi non ha difficoltà a parlare i linguaggi del cinema o di Internet. Non ha difficoltà a parlare nessun linguaggio. Per un insegnante della scuola le tesi di chi, come di recente l'argentino Cabrera, riflette sul rapporto tra la filosofia e il linguaggio del cinema non sono una novità radicale. Noi abbiamo quotidianamente a che fare con il pensiero per immagini, che ci riflettiamo o no, e con le sue poliedriche forme di comunicazione.

La multilateralità di questi linguaggi, che appartiene in pieno alla filosofia nella sua storia, è l'urgenza, la nostra frontiera. Negli anni dell'adolescenza di chi vi parla una canzone americana diceva che il mondo sta cambiando. Divenuto adulto, rifletto sul fatto che tanto vale prendere atto che è già cambiato.

 

Nota
(1) Il testo riproduce la relazione sullo stesso tema tenuta al Convegno Nazionale della Società Filosofica Italiana del Novembre 2000 a Francavilla sul tema "I filosofi e la città".