Studi di didattica teorica della filosofia
Enrico Berti
Scritti di didattica della filosofia

L’insegnamento della religione (*)
(1984)

Affronterò il problema soltanto in riferimento alla Scuola secondaria superiore, cioè a quella in cui sono prevalenti le finalità culturali dell'insegnamento. La mia opinione, al riguardo, è che la cultura religiosa sia parte ineliminabile della cultura in generale, allo stesso titolo di quella storica, scientifica, filosofica, artistica, letteraria, nel senso che una persona priva di qualsiasi cultura religiosa non può in alcun modo essere considerata una persona colta. Perciò, se la Scuola Secondaria Superiore ha il fine di fornire a tutti i giovani una sufficiente base culturale, tale da farli diventare persone colte, l'insegnamento della religione dovrebbe essere compreso in essa come obbligatorio per tutti, credenti e non credenti, seguaci dell'una o dell'altra confessione cristiana, o di qualsiasi altra religione.

Mi sembra che questa tesi sia talmente evidente, da non aver bisogno di essere dimostrata. Proverò, tuttavia, a portare qualche argomento a sostegno di essa. Un pregiudizio purtroppo molto diffuso vuole che siano interessati all'insegnamento di una religione soltanto coloro che la professano - per esempio i cattolici per quanto riguarda l'insegnamento della religione cattolica, gli ebrei per quanto riguarda la religione ebraica, e così via -, e che i non credenti non debbano essere interessati a nessuna religione. Si tratta di un pregiudizio altrettanto assurdo quanto lo sarebbe quello che la conoscenza, ad esempio, del marxismo interessi solo i marxisti o, su di un altro piano, quello che la conoscenza della storia interessi solo gli storici di professione. Nella cultura, infatti, non ci si interessa solo a ciò che si ritiene vero, ma a tutto ciò che ha contribuito a formare in modo significativo l'uomo, la sua storia, il suo modo di pensare, di vivere. Ora, è innegabile che la religione abbia svolto un ruolo fondamentale nella storia dell'umanità, al punto che quest'ultima sarebbe del tutto incomprensibile per chi non avesse un minimo di conoscenza in fatto di religione.

Mi riferisco non tanto alla religione come dimensione dello spirito, o come esigenza umana, o come dato antropologico, sulla cui validità ognuno può avere le opinioni che vuole, quanto alla religione come fatto storico di portata incontestabile e, quindi, in primo luogo alle grandi religioni dell'oriente (confucianesimo, induismo, buddismo) e dell'occidente (ebraismo, cristianesimo, islamismo), ma anche a tutte le altre religioni che hanno influito sulla storia degli uomini. Trovo, perciò, che sarebbe assurdo studiare la letteratura (che poi è in genere storia della letteratura), o l'arte (che è in genere storia dell'arte), o la filosofia (che è storia della filosofia), o la storia propriamente detta, senza studiare la religione, cioè la storia delle religioni.

Naturalmente non intendo sostenere che la conoscenza della religione si riduca alla sua storia: so bene che esistono una fenomenologia della religione, una filosofia della religione, forse anche una scienza della religione, e soprattutto un'esperienza religiosa che è irriducibile ad una qualsiasi di queste conoscenze ed anche a tutte insieme. Tuttavia ritengo che di una cultura generale debba far parte anzitutto una conoscenza storica delle grandi religioni, particolarmente di quelle che hanno maggiormente influito sulla storia del paese o della civiltà a cui si appartiene (nel caso dell'Europa, ovviamente il cristianesimo).

Da questo punto di vista non vedo perché non si possa studiare la religione come si studiano la letteratura o la filosofia, cioè anzitutto attraverso i testi, poi attraverso le interpretazioni che ne sono state date, le discussioni che hanno suscitato, le vicende che hanno provocato, ecc. Non vedo, ad esempio, perché a scuola si debbano leggere pagine di Omero o di Dante, e non pagine della Bibbia, dei Vangeli, di san Paolo, senza alcune delle quali, del resto, un poeta come Dante rimane incomprensibile.

Del tutto assurda mi sembra l'ignoranza di molti non credenti sui contenuti della religione cristiana, quasi che la conoscenza di una religione dovesse comportare adesione ad essa o fosse meglio non conoscere certe cose piuttosto che conoscerle, o come se ci fosse il pericolo che il conoscerle le faccia apparire troppo attraenti. Eppure accade che da parte di molti non credenti non si comprenda, ad esempio, perché per i cristiani l'aborto è inaccettabile e il matrimonio è indissolubile, o che si confonda, riguardo a questi o ad altri problemi, il dato rivelato con le interpretazioni teologiche di esso o con l'insegnamento della Chiesa. Altrettanto assurda mi pare l'ignoranza dei cristiani sui contenuti delle altre religioni, come se, anche in questo caso, la conoscenza di queste significasse infedeltà alla propria. Eppure accade che non si conoscano le affinità o le differenze tra cristianesimo ed ebraismo, o certi caratteri, ad esempio, dell'islam (quali la mancanza di dogmi e di chiese), che fanno di quest'ultimo una religione particolarmente adatta all'impatto con la mentalità scientifica e spiegano in tal modo la sua continua diffusione nel mondo contemporaneo.

Ma addirittura vergognosa è l'ignoranza dei cristiani circa i contenuti della propria religione, ignoranza purtroppo diffusa, malgrado decenni di insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Spesso, infatti, si è più al corrente della questione socratica che delle controversie cristologiche, o si conosce meglio la differenza tra le diverse edizioni delle lezioni, poniamo, di Hegel, che la differenza tra i Vangeli canonici ed i Vangeli apocrifi. Non ci si rende conto, ad esempio, che una cosa è la fede nella divinità di Gesù ed un'altra la conoscenza della sua figura storica; che il rifiuto della prima non comporta la negazione della seconda, o che l'ammirazione per la seconda pone il problema della sua veridicità a proposito delle affermazioni riguardanti la prima; che la religione non è riducibile all'etica, e che tuttavia comporta una determinata etica. Del tutto perniciosa è, a tale riguardo, la confusione tra l'insegnamento della religione a scopo culturale, quale dovrebbe essere proprio della scuola, e la vera e propria catechesi, cioè la formazione dei credenti alla fede ed alla pratica di essa, quale è propria delle chiese. Si è contrari al primo perché si teme la seconda, o si pretende dal primo quanto compete, invece, alla seconda.

Il nuovo concordato tra la Repubblica italiana e la Santa Sede afferma che i princìpi della religione cattolica fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, il che è perfettamente vero, altrimenti non si capirebbe perché tutti gli Italiani (ma anche gli Europei in genere, e gli Americani pure) contino gli anni a partire dalla nascita di Cristo o, facciano vacanza la domenica, il giorno di Natale e la settimana di Pasqua. Ma da ciò non consegue che l'insegnamento della religione cattolica debba essere affidato alla Chiesa, se non in seguito a particolari accordi che lo Stato ha voluto fare con quest'ultima per volontà di una cospicua maggioranza del parlamento; così come non consegue che tale insegnamento debba essere riservato a coloro che intendono avvalersene, quasi che gli altri avessero un diverso patrimonio storico o non facessero parte del popolo italiano.

Il fatto che la Chiesa cattolica, in Italia, abbia chiesto, e ottenuto, un insegnamento confessionale, cioè affidato ad insegnanti cattolici ed autorizzati ad esso dalla stessa Chiesa, è del tutto contingente, anche se corrisponde alla volontà della maggioranza de] popolo, espressa attraverso i suoi legittimi rappresentanti. Ma ciò non dovrebbe esimere lo Stato dall'obbligo di fornire comunque un insegnamento della religione cattolica anche a chi non intende avvalersi di quello confessionale, nonché un insegnamento di tutte le altre religioni a tutti, compresi coloro stessi che si avvalgono di quello cattolico confessionale. Perciò mi sembra fuori luogo escogitare materie alternative all'insegnamento della religione concernenti altri settori della cultura, quali ad esempio l'etica razionale, i diritti umani, o altre cose ancora. Tali materie non possono, infatti, in nessun modo colmare la lacuna che rimane nella cultura di una persona se questa non conosce la religione, né è giusto, se esse hanno un valore culturale, privarne coloro che si avvalgono dell'insegnamento della religione. L'unica alternativa sensata, pertanto, all'insegnamento confessionale della religione, per coloro che non intendono avvalersi di esso, dovrebbe essere un insegnamento non confessionale della stessa materia; inoltre dovrebbe essere assicurata comunque a tutti, avvalentisi e non avvalentisi, dentro o fuori dall'insegnamento confessionale, una conoscenza anche delle altre religioni, diverse dalla cattolica.

E’ chiaro che gli insegnanti di religione dovrebbero ricevere una formazione specifica a questo scopo, come quelli di tutte le altre materie, sia che questa formazione venga loro fornita da una particolare Chiesa, sia che venga loro assicurata dallo Stato, sia infine che venga liberamente messa a disposizione da qualsiasi privato. In ogni caso lo Stato dovrà accertare l'effettivo livello culturale di tale formazione, sia che si tratti di insegnanti confessionali, a qualunque confessione religiosa essi appartengano, sia che si tratti di insegnanti non confessionali. Solo in un primo periodo, cioè provvisoriamente, per far fronte alle prime necessità, tale compito potrà essere svolto dagli insegnanti di storia, o di filosofia, o di cultura generale, i quali dovrebbero comunque possedere un minimo di cultura religiosa.

 

Nota

(*) Pubblicato in Paradigmi, Anno VII, n. 19, Gennaio-Aprle 1989