Studi di didattica teorica della filosofia
Enrico Berti
Scritti di didattica della filosofia

L’insegnamento della filosofia nella Scuola Secondaria Superiore (*)
(1980)

1. Situazione

  Credo non sia errato affermare che l'Italia è il paese in cui oggi si insegna più filosofia nella scuola secondaria superiore. Tale insegnamento infatti è presente per un intero triennio in tre tipi di scuole, frequentate da una buona parte della popolazione scolastica: i licei classici, i licei scientifici e gli istituti magistrali. Nei licei esso è abbinato, quanto alla persona dell'insegnante, a quello della storia e negli istituti magistrali a quello della pedagogia e della psicologia. E' da notarsi che in questi ultimi, a differenza che nei licei, l'ultimo triennio è preceduto da un solo anno propedeutico, perciò l'insegnamento della filosofia ha inizio quando gli studenti hanno 15 anni. E' curioso poi che, nonostante questa larga diffusione della filosofia, il suo nome da una decina d'anni non figura più nelle classi di esami di abilitazione o di concorso all'insegnamento secondario, dove è stato sostituito da quello più generico di "scienze umane".

  Il metodo con cui la filosofia è attualmente insegnata - almeno in teoria e per quanto si riesce a controllare attraverso gli esami di maturità - è chiaramente storico, per non dire addirittura manualistico. Si insegna cioè, nel primo anno la storia della filosofia antica e medioevale, nel secondo la storia della filosofia moderna fino a Kant e nel terzo la parte rimanente fino ai giorni nostri, accompagnandola ciascun anno - sempre in teoria - con la lettura di un'opera di un autore classico appartenente al periodo studiato. Sembrerebbe dunque, dal punto di vista di una possibile richiesta da parte di insegnanti e studenti di fare molta filosofia - richiesta che come vedremo, effettivamente esiste -, di poter dire che la situazione è ottima. Invece è probabile che nessuno, insegnante o studente, sia disposto a giudicarla tale.

  Questa situazione risale, nei suoi lati positivi ed in quelli negativi, alla famosa riforma Gentile, del 1923, diventata una specie di mito, sia perché ritenuta responsabile di tutto il male (o il bene) esistente oggi nella scuola italiana, sia perché quella che molti considerano la riforma Gentile in realtà non è mai esistita se non, come appunto i miti, nelle opinioni di coloro che ne parlano. Giovanni Gentile, avendo potuto unire - caso veramente raro nella storia, malgrado gli auspici di Platone - la sua qualità di filosofo indubbiamente notevole con quella di ministro, sia pure per brevissimo tempo, lasciò con la sua riforma un'impronta decisiva specialmente nell'insegnamento della filosofia, non tanto in senso fascista, come molti credono, quanto in senso idealista e storicista. Egli infatti nel 1923 non era ancora fascista - qualcuno pensa che non lo sia mai stato -, ma era semplicemente liberale, come il suo amico-nemico Benedetto Croce, che perciò condivise in pieno la sua riforma. L'impronta data da Gentile all'insegnamento della filosofia era idealistica, perché collocava la filosofia al di sopra di tutte le scienze e della stessa religione, come unica forma di sapere capace di esprimere compiutamente e razionalmente ciò che nelle prime era espresso in maniera soltanto parziale e nella seconda in maniera soltanto sentimentale. Si spiega così la sua larga presenza nella scuola, più larga che in qualsiasi altro paese del mondo. Tale impronta era poi storicistica, anche se in un senso molto più equilibrato ed intelligente di quello che essa assunse nei successori di Gentile, in quanto sostituì all'impostazione sistematica con cui la filosofia veniva insegnata in precedenza un'impostazione chiaramente storica.

  In precedenza, cioè a partire dalla legge Casati (1859), la prima legge sull'istruzione pubblica emanata per l'Italia unita, la filosofia era insegnata soltanto nell'ultimo anno o, con le istruzioni Coppino (1867), negli ultimi due anni del ginnasio-liceo; doveva avere un carattere dichiaratamente "elementare" e doveva articolarsi in tre sezioni: psicologia, logica ed etica. In ciascuna di queste dovevano essere fornite allo studente delle nozioni elementari, secondo un metodo, dunque, sistematico - nel senso di dogmatico -, basato essenzialmente sulla " osservazione dei fatti " (espressione di evidente sapore positivistico). Gentile portò a tre gli anni di insegnamento, abolì la distinzione tra filosofia "elementare" e filosofia "superiore" e sostituì alle nozioni di psicologia, logica ed etica il contatto diretto con le opere dei grandi filosofi, quattro in tutto, uno in ciascuno dei primi due anni e due nel terzo. Egli prescrisse poi che ogni singola opera venisse inquadrata nel corrispondente periodo della storia del pensiero (antico-medioevale, moderno e contemporaneo), ma solo limitatamente alle notizie indispensabili per la sua comprensione.

  Furono i successori di Gentile, cioè i ministri Fedele (1926), Giuliano (19304 e De Vecchi (1936), che accentuarono sempre più il carattere storico dell'insegnamento della filosofia, fissando prima un elenco di autori da includere necessariamente nel programma e prescrivendo poi la conoscenza di tutta la storia della filosofia, indipendentemente dalle esigenze di inquadramento delle opere. Acquistò così sempre maggiore importanza l'uso del manuale e parallelamente diminuì sempre più l'attenzione per le opere, che vennero progressivamente sostituite con estratti o antologie. De Vecchi anzi fece sostituire la quarta opera filosofica con la "dottrina del fascismo", che fu tolta dalla sottocommissione incaricata dagli alleati nel 1944 di preparare i nuovi programmi della scuola italiana (1). Questa sottocommissione mantenne tuttavia inalterato, per la filosofia, il resto dei programmi stabiliti da De Vecchi, per cui si può giustamente dire che i programmi di filosofia vigenti oggi nella scuola secondaria risalgono non alla riforma Gentile, ma a quelli del 1936 (2). Come è facile intuire, due sono i principali motivi di insoddisfazione che la situazione produce: da una parte l'impostazione storicistica e manualistica dei programmi e dall'altra la limitazione della filosofia ad alcuni tipi di scuola considerata discriminante dal punto di vista sociale.

 

2. Problemi

Nonostante la grande stabilità della situazione sopra delineata, anzi probabilmente a causa di essa, si è nel frattempo sviluppato un ampio dibattito sulla necessità di mutare sia la collocazione sia il metodo dell'insegnamento della filosofia. Esso è stato promosso da un lato dal Centro Didattico Nazionale per i Licei costituito nel 1953, dall'altro dalla Società Filosofica Italiana, che ha ripreso la sua attività nel 1952. Il primo ha organizzato alcuni convegni (Roma 1956, Padova 1959, Garda

1964, Padova e Camaiore 1965), in cui sono stati discussi il problema dei fini, del metodo e dei rapporti con le altre discipline. In rapporto al fine di formare nei giovani uno spirito critico, su cui in generale si registra un consenso pressoché unanime, si è rilevata l'inadeguatezza del metodo manualistico, spesso fonte di atteggiamenti indifferentemente scettici o dogmatici; la necessità di mantenere una prospettiva storica, pero dando maggiore spazio alla lettura diretta dei classici; ed infine l'opportunità di assicurare un fecondo scambio di influenze tra la filosofia e le altre discipline, alla nuova insegna dell'interdisciplinarità (3 ).

  Più particolarmente, è stato anche proposto di articolare l'insegnamento della filosofia in due momenti, l'uno (da attuarsi nel primo anno) dedicato ad una "presentazione generale dei problemi attinenti alla struttura logica del discorso" e l'altro (da attuarsi nel secondo e terzo anno) dedicato allo studio della filosofia nel suo sviluppo storico, "seguendone le grandi direttrici tematiche o di correnti ed evitando l'accumularsi di un'informazione dossografica disarticolata" (4). Infine si è espressa l'esigenza di un più profondo rapporto con il mondo e la cultura contemporanei, proponendo di far seguire allo studio storico "una presa di contatto ed un approfondimento critico di alcuni problemi attualmente vivi e discussi" (5).

  Ma il lavoro più ampio ed organico è stato compiuto dalla Società Filosofica Italiana, associazione spontanea a carattere nazionale che raccoglie gli insegnanti di filosofia dell'università e della scuola secondaria. Questa infatti ha posto non solo il problema dei fini e del metodo, cioè sostanzialmente dei programmi per i licei, ma anche quello della collocazione della filosofia nell'ambito più generale della scuola e della società italiana. Partendo da problemi molto specifici, come quello dell’assegnazione della filosofia e della storia ad un unico insegnante, cosa a cui la S.F.I. è sempre stata nettamente contraria, o quello di dare maggiore impulso alla lettura diretta dei testi, liberando conseguentemente gli insegnanti da programmi troppo vincolanti, si è giunti a porre il problema più generale della riforma della scuola secondaria e del posto che essa deve prevedere per la filosofia.

  Negli anni 1970 e 1971 la S.F.I. ha promosso due inchieste, una fra gli insegnanti e una fra gli studenti, concernenti l'insegnamento di questa disciplina. I risultati che esse hanno dato, perfettamente concordanti fra di loro, sono sotto molti aspetti sorprendenti ed interessanti. Anzitutto, infatti, è risultato che il metodo storico è ancora preferito sia a quello sistematico in vigore prima della riforma Gentile, sia a quello logico-linguistico proposto dal Centro Didattico. Esso tuttavia deve essere integrato, secondo un desiderio unanime, da una maggiore attenzione per i testi, da una maggiore sensibilità ai problemi e soprattutto da un maggiore spazio dedicato alla cultura ed al mondo contemporanei in genere. Ma la cosa più interessante è che insegnanti e studenti, i primi forse per motivi "corporativi", ma i secondi certamente per motivi culturali, hanno espresso l'avviso che, con una riforma della scuola secondaria, l'insegnamento della filosofia debba essere esteso a tutti i tipi di scuola. Questo dato è stato confermato da altre inchieste condotte presso al tre categorie, per esempio di professionisti già in possesso di laurea. Esso è in parte sorprendente perché, come è apparso dal congresso nazionale dedicato dalla S.F.I. al problema dell'insegnamento della filosofia (Roma 1971), mentre sul piano della ricerca e di quell'insegnamento che ad essa è più strettamente connesso, cioè dell'insegnamento universitario, la filosofia sembra attraversare una crisi di credibilità, al contrario la domanda di filosofia nella scuola secondaria è tutt'altro che in crisi, ma anzi tende ad aumentare, anche se ci sono molte riserve circa il modo in cui la filosofia è attualmente insegnata.

Nello stesso periodo in cui sono state effettuate le suddette inchieste, si è avviato in sede politica il processo tendente a portare ad una riforma della scuola secondaria superiore, mediante l'istituzione di un'apposita commissione di studio presieduta dall'on. Biasini. E' curioso che in tutte le ipotesi di riforma elaborate da tale commissione (scuola superiore unica articolata in vari indirizzi, scuola superiore unica per il primo biennio e due o tre tipi di scuola diversi per il triennio) la filosofia non è mai menzionata, né come materia della cosiddetta "area comune" a tutti gli indirizzi, né come indirizzo a se stante o come materia compresa in singoli indirizzi. Ciò naturalmente ha determinato una reazione vivace da parte del la S.F.I., la quale ha nominato a sua volta una commissione di esperti con l'incarico di vedere quale posto si dovesse assegnare alla filosofia nell'ambito delle ipotesi di riforma previste dalla commissione Biasini.

Più precisamente, è stata presa in considerazione l'ipotesi di una scuola secondaria superiore unica, articolata in un biennio indifferenziato ed in un triennio differenziato in quattro indirizzi (linguistico-letterario, antropologico-storico, matematico-scientifico, tecnico-operativo), ciascuno dei quali costituito da materie comuni e da materie specifiche (o opzionali). La commissione della S.F.I. ha proposto che la filosofia venga inserita non nel biennio, dove dovrebbe esserci invece un insegnamento propedeutico alla filosofia come la storia delle idee o della cultura, ma nel triennio e, nell'ambito di questo, secondo alcuni essa dovrebbe costituire materia dell'area comune a tutti gli indirizzi, mentre secondo altri essa dovrebbe essere materia opzionale, cioè appartenente solo a determinati indirizzi. Nel primo caso si realizzerebbe l'aspirazione diffusa fra gli studenti di tutte le scuole secondarie superiori a studiare filosofia, mentre nel secondo evidentemente no.

  Un altro problema sorto nel frattempo e significativo di un nuovo clima culturale, quello inaugurato nel '68, è l'opportunità di inserire nella scuola secondaria riformata l'insegnamento delle scienze sociali. A questo scopo si è anzi costituito un Centro Italiano per le Scienze Sociali, che ha proposto di inserire le scienze sociali al posto della filosofia nell'area comune del triennio e di relegare la filosofia a materia facoltativa nell'ambito di un particolare indirizzo (6).

  Queste diverse esigenze hanno trovato espressione nei progetti di riforma della scuola secondaria presentati al parlamento dai diversi partiti. Alcune di esse (Pci) prevedevano infatti l'inserimento della filosofia nell'area comune del triennio sotto la dizione "storia del pensiero filosofico e scientifico"; altre (DC) ne prevedevano la costituzione ad indirizzo a se stante, sotto la dizione di "indirizzo filosofico - pedagogico - psicologico - storico - sociale"; altre ancora (Pri) ne prevedevano l'inserimento come materia opzionale all'interno di uno o più indirizzi; altre infine (Psi) non la prevedevano affatto. In seguito i diversi progetti furono unificati in un testo unitario, che giunse ad ottenere l'approvazione della Camera dei deputati nel settembre 1978, ma non poté essere discusso dal Senato a causa della fine prematura della legislatura (maggio 1979) e perciò non si ebbe alcuna legge di riforma.

  Il testo approvato dalla Camera è diverso dalle ipotesi avanzate dalla commissione Biasini, nel senso che, pur prevedendo una scuola secondaria superiore unificata, non la articola più in un primo biennio ed in un successivo triennio, bensì in un primo anno, definito a di orientamento " e quindi non differenziato per indirizzi, in un successivo triennio differenziato per indirizzi e comprendente un'area comune di materie uguali per tutti gli indirizzi e quattro aree specifiche costituite ciascuna da vari indirizzi, ed infine in un quinto anno dedicato all'approfondimento delle discipline di indirizzo, non senza qualche residuo di area comune. A proposito degli insegnamenti dell'area comune, si dice tra l'altro che essi "hanno l'obiettivo di fornire strumenti di analisi e di espressione e di approfondire le conoscenze e le capacità critiche relative... al pensiero filosofico e scientifico... nel loro sviluppo storico e nelle loro manifestazioni contemporanee" (art. 4). Tra le quattro aree specifiche viene poi collocata un’"area delle scienze sociali" comprendente tre indirizzi, cioè giuridico-amministrativo, economico-sociale e delle scienze umane e sociali (art. 5). L'indicazione specifica delle singole materie e dei relativi orari è affidata ad una commissione di parlamentari e di esperti (artt. 26 e 27), mentre la determinazione dei relativi programmi è demandata al Ministro, "sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione".

  Ciò sembrerebbe significare che l'insegnamento della filosofia è inserito nell'area comune, è impostato con metodo storico ed è abbinato a quello della storia della scienza; inoltre che esso è inserito anche in un particolare indirizzo, quello delle scienze umane e sociali. Ma, ripetiamo, il progetto di riforma è rimasto semplicemente tale.

 

3. Prospettive

Con l’inizio della nuova legislatura il progetto di riforma della scuola secondaria superiore è stato formalmente ripresentato al parlamento nel testo già approvato dalla Camera dei deputati, tuttavia è impressione diffusa che i partiti approfitteranno della necessità di ridiscuterlo per apportarvi delle modifiche non marginali. Il Pci, ad esempio, ha già manifestato la propensione a ritornare allo schema biennio-triennio della commissione Biasini, ed una simile posizione è stata ribadita dall'Uciim (vicina alla DC) che per la verità l'aveva sempre sostenuta. Sia la stessa Uciim che la Dc hanno poi espresso l'intenzione di chiedere un riesame della configurazione dell'area comune.

  Quanto alla Società Filosofica Italiana, nel valutare il testo approvato dalla Camera dei deputati essa ha trovato del tutto incongruente che l'insegnamento della filosofia, pur essendo previsto nell'area comune, non sia invece nemmeno menzionato in modo esplicito negli indirizzi. Per formare gli insegnanti destinati ad impartirlo nell'area comune è necessaria infatti una preparazione professionale specifica, da attuarsi nell'ambito di un corso di laurea universitario; ora, secondo lo stesso disegno di legge, gli indirizzi devono "assicurare una preparazione culturale coerente" al "campo di professionalità" che verrà prescelto dopo la conclusione degli studi secondari; dunque, conclude la S.F.I., è necessario costituire un indirizzo specificamente filosofico in preparazione al corso di laurea in filosofia. Essa pertanto propone che l'area di "scienze sociali" prevista dal progetto sia denominata "area di storia, filosofia e scienze sociali" e che all'interno di essa venga inserito, fra altri, un indirizzo "filosofico" (7).

  Sempre allo scopo di approfondire questo problema, la S.F.I. ha organizzato nel 1979 due convegni, uno su "Programmazione e programmi per l'insegnamento della filosofia nella prospettiva della riforma della scuola secondaria superiore" (Pisa, gennaio) ed uno su "La filosofia e le altre discipline nel progetto di una nuova scuola secondaria superiore" (Venezia, novembre). Nel primo di tali convegni Evandro Agazzi ha mostrato come alcune delle finalità attribuite alla scuola secondaria dallo stesso progetto di riforma, cioè la "formazione della personalità", l'educazione delle "capacità critiche" e la "preparazione culturale", giustifichino ampiamente l'inserimento della filosofia nell'area comune, e come d'altra parte quest'ultimo fatto, cioè la prospettiva di insegnare la filosofia a tutti, implichi la necessità di una revisione dei contenuti, cioè dei programmi di insegnamento. In particolare Agazzi è favorevole ad un taglio teoretico ed ad un'impostazione problematica, che tuttavia non annullino la dimensione e l'informazione storica, da realizzarsi attraverso un confronto effettivo con le opere dei classici del pensiero. Egli inoltre richiama l'attenzione sulla necessità di sperimentare nuove metodologie che facilitino l'apprendimento della materia da parte di tutti.

  Mauro Laeng, nel medesimo convegno, ha sostenuto la specificità dell'insegnamento filosofico, pur nell'opportunità del suo abbinamento con quello delle scienze sociali nell'area comune ed una filosofia a sé stante in alcuni indirizzi. Infine Aldo Visalberghi ha affermato che la filosofia va insegnata sia nell'area comune sia in tutte le aree di indirizzo, specificandosi diversamente in ciascuna. Ad esempio, sempre secondo Visalberghi, essa può specificarsi come estetica negli indirizzi dell'area artistica, come filosofia del linguaggio in quelli dell'area linguistico-letteraria, come filosofia della scienza in quelli dell'area scientifica e come filosofia del diritto o filosofia sociale o filosofia dell’educazione in quelli dell'area delle scienze sociali.

  Nello stesso convegno di Pisa si è svolta una "tavola rotonda" fra rappresentanti di vari partiti politici sulla collocazione della filosofia nella prospettiva della riforma. L'on. Giannantoni (Pci) ha sottolineato la validità dell'inserimento della filosofia nell'area comune, di cui ha rivendicato gran parte del merito al suo partito, mentre si è detto nettamente contrario alla reintroduzione della filosofia nell'ambito degli indirizzi ed in particolare alla creazione di un indirizzo specificamente filosofico, perché questo, a suo avviso, spezzerebbe quell'unità fra preparazione culturale e formazione professionale che costituisce invece il pregio maggiore della riforma. Il sen. Schiano (Dc) ha obiettato che anche altri indirizzi previsti dalla riforma, per esempio quello classico e quello moderno dell'area linguistico-letteraria, non hanno una diretta finalità professionale, e che comunque l'indirizzo filosofico la può avere, se si considera professione anche l'attività di insegnamento, a cui la scuola secondaria deve comunque preparare. L'on. Labriola (Psi) si è dichiarato invece d'accordo con Giannantoni nell'escludere la filosofia come indirizzo particolare. Infine la prof. Picchi Piazza (Pri), richiamando le tesi del Centro Italiano per le Scienze Sociali, ha affermato che la filosofia deve essere presente nell'area comune, ma non come disciplina autonoma, bensì inserita nel più vasto filone nelle scienze storico-sociali, mentre può rimanere distinta, con un'accentuazione degli aspetti epistemologici, metodologici e socio-politici, come materia opzionale presente nell'ultimo anno (8).

  I1 convegno di Venezia è stato dedicato nella prima parte all'esame della situazione italiana, concentrando l'attenzione in particolare sui rapporti tra la filosofia e le altre discipline, cioè sul problema dell'interdisciplinarità. A questo proposito è stata approvata una mozione nella quale si dichiara da tempo superato l'attuale abbinamento della filosofia con la storia e si afferma invece la necessità di un interscambio tra la filosofia e tutte le altre discipline, cioè sia con le scienze "naturali" che con le scienze "umane", sulla base di "curricoli organici impostati sul coordinamento tra le discipline". La seconda parte del convegno, coincidente col congresso annuale dell'Association Internationale des Professeurs de Philosophie, è stata invece dedicata ad un esame della situazione degli altri paesi, il quale ha portato a rilevare almeno in alcuni (Olanda) la tendenza ad estendere, analogamente a quanto avviene in Italia, l'insegnamento della filosofia ad un numero sempre maggiore di scuole, però attraverso adeguate sperimentazioni (9).

  A proposito di sperimentazione è necessario introdurre quella che può essere la considerazione conclusiva in tema di prospettive dell'insegnamento filosofico nella scuola secondaria. L'interruzione del processo di riforma, che non si sa quando potrà riprendere, e soprattutto la disparità di vedute esistente non solo tra i diversi partiti, ma anche tra gli stessi esperti dell'insegnamento filosofico, non consentono previsioni molto ottimistiche circa una soluzione del problema rapida e soddisfacente per tutti. Una previsione di concreti passi avanti che invece si può fare è proprio quella relativa alla sperimentazione didattica. In virtù del Decreto presidenziale n. 419 del 1974 è stata infatti introdotta nella scuola italiana la possibilità di compiere sperimentazioni sia sul piano metodologico-didattico sia su quello degli ordinamenti e delle strutture. In conformità con tale possibilità sono state avviate in molte scuole italiane sperimentazioni che in sostanza volevano essere anticipazioni della riforma della scuola secondaria, in quanto ne prevedevano l'articolazione in un biennio comune ed in un triennio differenziato, e ristrutturavano i programmi delle varie discipline in modo nuovo, a seconda che esse rientrassero nell'area comune o negli indirizzi.

  Ciò è avvenuto anche per l'insegnamento della filosofia e la Società Filosofica Italiana ha stimolato l'attuazione di sperimentazioni in questo campo, controllandone e riferendone spesso i risultati. Mi limito qui a ricordare il progetto elaborato dalla sezione lombarda della S.F.I., caratterizzato dall'assunzione di un singolo problema come oggetto di studio storico della filosofia; quello elaborato dalla sezione ligure della S.F.I., caratterizzato dalla prevalenza assegnata nell'ultimo anno all'impostazione teoretica dell'insegnamento, con particolare attenzione al pensiero contemporaneo; e quello di un gruppo di insegnanti della sezione romana della S.F.I., caratterizzato dall'inversione, nell'impostazione storica, tra passato e presente, cioè dal risalire a ritroso dall'età contemporanea a quella antica (10). Successivamente la S.F.I. ha reso noti altri progetti, come quello attuato in un liceo scientifico di Savona (11) e quello attuato in un istituto tecnico di Cernusco sul Naviglio (12).

  E' prevedibile che un nuovo impulso alla sperimentazione venga dal recente insediamento degli Istituti Regionali per la Ricerca, la Sperimentazione e l'Aggiornamento Educativi (IRRSAE), ugualmente istituiti con Decreto presidenziale n. 419, ai quali compete di promuovere e di assistere progetti di sperimentazione cui collaborino più istituzioni scolastiche. La sperimentazione potrebbe dunque diventare lo strumento attraverso cui attuare quelle modifiche dell'ordinamento vigente che non sono state introdotte dalla riforma e che possono, nella loro diversità e provvisorietà, fornire anche indicazioni utili in ordine alla riforma stessa.

  A questo discorso si collega quello relativo alla preparazione di docenti adatti a realizzare un modo nuovo di insegnare la filosofia,: secondo le esigenze emerse in questo dibattito pluridecennale. Ad essa non possono infatti provvedere gli attuali corsi di laurea in filosofia esistenti presso le diverse università, che attendono a loro volta di essere ristrutturati attraverso l'istituzione dei dipartimenti. La prospettiva della sperimentazione e delle riforme richiede infatti agli insegnanti una formazione interdisciplinare che l'attuale inclusione del corso di laurea in filosofia nelle facoltà di lettere non consente. I dipartimenti sono stati consentiti, anch'essi in via sperimentale, dalla recente legge sulla docenza universitaria (pubblicata dalla "Gazzetta Ufficiale" il 25 febbraio 1980). In attesa che vengano attuati è però necessario provvedere altrimenti alla formazione interdisciplinare degli insegnanti e ciò può essere fatto mediante appropriati corsi di aggiornamento, organizzati in ciascuna regione precisamente dagli IRRSAE. Questi hanno infatti tra i loro compiti istituzionali proprio l'organizzazione e l'attuazione di iniziative di aggiornamento per il personale docente e direttivo della scuola.

  Tali sono, dunque, le prospettive che, allo stato attuale dei fatti, è possibile delineare in ordine al problema di cui ci siamo occupati.

 

Note

(*) Pubblicato in "Rassegna di Pedagogia", n. 3, Luglio-Settembre 1980

1 Questa vicenda è stata acutamente richiamata da M. Gentile, Letture di classici e sommario storico nell’insegnamento della filosofia, Bollettino della Società Filosofica Italiana, 82, 1973, pp. 24-28.

2 La storia dell'insegnamento della filosofia e la sua situazione presente sono state esaurientemente presentate da V. Telmon, La filosofia nei Licei italiani, Firenze 1970.

3 AA. VV., Convegno nazionale di studio sulla "Didattica della filosofia", "I Licei e i loro problemi", 1956, 2-3.

4 Centro Didattico Nazionale per i Licei, Proposte di nuovi programmi d'insegnamento nei Licei, I Licei e i loro problemi, 1961, 1-2.

5 Idem, L'insegnamento della filosofia nei Licei (Convegno di studio, Garda 1964), "I Licei e i loro problemi", 1965, 1. Il Centro Didattico ha poi dedicato un numero monografico della rivista (1967, 2-3), curato da E. Fey, alla storia dell'insegnamento della filosofia nelle scuole secondarie italiane.

6 Per avere un quadro complessivo dell'attività svolta dalla S.FI. riguardo alla scuola secondaria sino al 1975, si veda la mia relazione La riforma dell'insegnamento filosofico nella scuola secondaria superiore e nella università, in Atti del XXV Congresso nazionale di filosofia, vol. I, Roma, S.F.I., 1975, pp. 189-226.

7 Cf. Bollettino della Società Filosofica Italiana, 104-105, 1978, pp. 15-16.

8 Ivi, 106, 1979, pp. 1-74

9 Gli atti di questo convegno sono pubblicati nel Bollettino della Società Filosofica Italiana, 108, 1979, pp. 50-117.

10 Si vedano i testi dei progetti ed i giudizi espressi dall'apposita commissione della S.F.I. nel Bollettino della Società Filosofica Italiana, 86-89, 1974

11 Ivi, 104~K15, 1978, e 106, 1979.

12 Ivi, 106, 1979. La documentazione relativa alle suddette sperimentazioni, nonché gli atti del convegno su "La didattica della filosofia" organizzato dal Centro Didattico Nazionale per i Licei ad Assisi nel 1976 sono riportati nel quaderno n. 13 della rivista "La comunità scolastica", 1976, 1-2, a cura di G. Giugni.