Studi di didattica teorica della filosofia
Enrico Berti
Scritti di didattica della filosofia

Il metodo dello studio della filosofia e del suo insegnamento (*)
(1976)

Poiché la prima parte di questo corso si riferisce alla didattica della filosofia nella nuova scuola media superiore, devo dichiarare preliminarmente in quale ipotesi di riforma della suddetta scuola e di conseguente collocazione della filosofia si inquadra la mia trattazione. L'ipotesi che considero migliore, e sulla quale pertanto baserò le mie proposte, è quella prospettata nel documento della Società Filosofica Italiana recentemente pubblicato nel "Bollettino" della stessa (1). Essa ricalca infatti pressoché completamente la sintesi delle precedenti discussioni che io stesso avevo tracciato nella relazione presentata all'ultimo Congresso nazionale di filosofia (2). Ad essa inoltre immagino che si sia richiamato anche il prof. Dal Pra nella prima lezione di questo corso.

  Tale ipotesi prevede anzitutto l'istituzione di una scuola secondaria superiore unitaria con intento fondamentalmente formativo, comprendente un'area di insegnamento comune a diversi indirizzi ed un'area opzionale diversa per ciascun indirizzo, e caratterizzata da un rapporto organico con la realtà e la società, nonché da una prospettiva storica. Essa prevede poi la collocazione della filosofia nell'area comune del triennio conclusivo e le assegna come compito l'interpretazione e la comprensione unitaria della realtà e della cultura. Infine essa auspica l'introduzione di un insegnamento di scienze sociali, non in alternativa con quello della filosofia, bensì complementare a questa, e di insegnamenti di filosofie particolari (della scienza, del linguaggio, ecc.) nelle diverse aree opzionali.

  Per quanto concerne il metodo dell'insegnamento della filosofia, intesa come materia specifica e autonoma compresa nell'area comune del triennio, il documento della S.F.I. auspica una profonda revisione dei programmi di insegnamento, che abbandoni "la pretesa di quella falsa completezza e di quel meccanico enciclopedismo sul piano meramente cronologico-informativo che ha trasformato l'insegnamento della filosofia in una sequela storico-dossografica dalle origini del pensiero greco fino ai nostri giorni". Tale pretesa deve essere abbandonata perché fa perdere alla filosofia "la sua effettiva capacità critica di unificazione della cultura e di comprensione della realtà", ciò perché, nella sua presunta imparzialità e neutralità, essa non fornisce alcun criterio di giudizio e quindi tradisce il compito stesso dell'insegnamento della filosofia. A ciò si deve aggiungere l'osservazione che l'esposizione dossografica è solo apparentemente, e perciò ingannevolmente, imparziale, poiché implica sempre e necessariamente un criterio di valutazione, se non altro per distinguere ciò che è filosofia, e quindi deve rientrare nell'esposizione, da ciò che non lo è; nonché l'osservazione che essa non può mai essere completa, se non a condizione di accostare tra loro esposizioni eterogenee, derivanti dai diversi criteri di valutazione che i singoli filosofi hanno impiegato nel ricostruire le filosofie di cui si sono interessati (3).

  L'alternativa all'esposizione dossografica non può essere, d'altra parte, il cosiddetto metodo sistematico praticato in Italia prima della riforma Gentile, poiché esso, presentando dottrine astratte, avulse dalla concreta realtà storica in cui si sono sviluppate, fa perdere alla ricerca filosofica quel contatto diretto con la realtà e con la società - le quali sono sempre storiche - che secondo le finalità indicate per il suo insegnamento essa deve mantenere.

Il metodo proposto nel documento della S.F.I. è ancora quello storico, il quale del resto, come risulta da varie inchieste condotte dalla Società stessa presso insegnanti, studenti e operatori culturali in genere, è quello che incontra sempre i maggiori consensi, purché sia inteso nel suo significato migliore di comprensione e valutazione storica delle dottrine, e quindi si differenzii dal metodo dossografico praticato tradizionalmente.

  La prima differenza, e quindi la prima caratteristica dell'autentico metodo storico, consiste nel preferire ai manuali, per quanto diligenti e informati essi siano, il contatto diretto con gli autori attraverso la lettura delle loro opere. Ciò ovviamente può essere fatto solo per alcuni grandi pensatori, che abbiano effettivamente condizionato o rappresentato lo sviluppo della ricerca filosofica in determinate epoche. E' necessario pertanto compiere un radicale sfrondamento dei programmi attualmente in vigore ed una coraggiosa rinuncia alla falsa completezza che essi prescrivono. In compenso si guadagnerà in penetrazione critica e si darà la possibilità allo studente di fare esperienza diretta della ricerca filosofica e della discussione dei problemi. La lettura dei testi, di conseguenza, dovrà essere il più possibile ampia, non affrettata e accompagnata da continua discussione.

La seconda differenza del metodo storico da quello dossografico è la collocazione degli autori e delle dottrine nel preciso contesto storico in cui si sono formati, attraverso la ricostruzione delle loro radici culturali e della loro matrice sociale. Non si tratta di sostituire ad uno storicismo di orientamento idealistico, come quello che ha ispirato l'insegnamento della filosofia nei decenni successivi alla riforma Gentile, uno storicismo di orientamento materialistico, come alcuni vorrebbero (4). Questo infatti, oltre a stabilire, esattamente come fece quello in passato, un'egemonia ideologica intollerabile in una società democratica e pluralistica quale è quella a cui deve formare la nuova scuola secondaria, è incompatibile con un atteggiamento di libera e spregiudicata ricerca critica. Si tratta, invece, di comprendere, attraverso ricerche di tipo interdisciplinare, i reali condizionamenti esercitati dalla situazione storico-sociale sullo sviluppo della filosofia, senza precludersi il coglimento di quanto di originale, di specifico, di personale, caratterizza il pensiero di un autore. Se è vero, infatti, che il pensiero di un Galileo si può comprendere solo nel contesto della Padova della fine del '500 o della Firenze degli inizi del '600, è anche vero che non tutti i filosofi vissuti in tali ambienti e in tali momenti riuscirono ad essere Galileo (5).

La terza differenza del metodo storico da quello dossografico è la sua stretta connessione con il momento presente, nel duplice senso dell'attitudine a rendere contemporaneo il passato mediante un continuo confronto tra i suoi problemi e i problemi del presente, e della capacità di dare una valutazione critica, e perciò teoretica, di ogni filosofia alla luce delle esigenze espresse dal nostro tempo. Ciò esige anzitutto una larga attenzione al pensiero contemporaneo, troppo spesso sacrificato dal metodo tradizionale di insegnamento della filosofia; tale attenzione, del resto, è giustificata dalla necessità che la filosofia sia anche oggi quello che è sempre stata, cioè uno strumento per la comprensione critica del proprio tempo. Ma la connessione col presente comporta anche il coraggio, e la capacità, di un'indagine teoretica, intesa non solo come responsabile informazione e formazione dello studente alla critica delle posizioni che caratterizzano il pensiero passato ed attuale, bensì anche come disponibilità da parte del docente a prendere esplicitamente posizione ed a sottoporre conseguentemente la propria posizione alla discussione ed alla valutazione critica dello studente. In filosofia non vi può essere nulla di ovvio, di scontato, di pregiudiziale, ma tutto deve essere continuamente rimesso in questione, problematizzato, discusso.

Per attuare il necessario raccordo tra l'esposizione storica del passato e la presentazione ugualmente storica, ma anche teoretica, del presente, mi sembra del tutto inadeguato il metodo proposto alla S.F.I. da un gruppo di insegnanti romani, e dalla S.F.I. stessa rifiutato, di risalire all'indietro dal presente al passato, rovesciando l'ordine cronologico. Esso impedisce infatti di ripercorrere nel giusto senso, e quindi di comprendere attraverso una specie di esperienza diretta, i processi storici che si sono svolti secondo una successione cronologica di momenti. Ugualmente inadeguato mi sembra il metodo tradizionale di passare progressivamente dal passato al presente secondo l'ordine cronologico, perché esso non sempre consente una trattazione ampia e approfondita del momento presente, lasciato per ultimo e quindi esposto al pericolo di essere sacrificato per mancanza di tempo, e perché in ogni caso non fornisce allo studente quelle necessarie motivazioni allo studio della filosofia che possono essere attinte solo dall'interesse per i problemi dell'età presente.

Un metodo che mi sentirei di proporre, confortato anche dall'esito positivo di alcune esperienze compiute nel senso da esso indicato, consiste nel partire dall'illustrazione di un problema dibattuto, o proposto, o messo a fuoco, dal pensiero contemporaneo, mostrando la necessità di rifarsi, per la comprensione e l'eventuale risoluzione di esso, ad alcuni momenti o autori del passato, da presentarsi tuttavia secondo la giusta successione cronologica e sempre attraverso la lettura diretta delle opere e la collocazione storica di esse nel contesto sociale del loro tempo. Questo metodo offre infatti il duplice vantaggio di fornire una motivazione adeguata allo studente, attraverso la proposizione di un argomento attuale, e l'occasione di una corretta informazione storica, attraverso la lettura delle opere di autori passati.

  Per illustrarlo in modo più adeguato riferirò brevemente un esperimento che ho fatto nel corso !di Storia della filosofia dell'Università di Padova. Premetto che considero tale esperimento indicativo anche per la scuola secondaria superiore, dato che, nell'ipotesi di una riforma di questa nel senso sopra indicato, si verrebbe a stabilire una certa continuità fra essa e gli studi universitari, i quali vanno assumendo un carattere sempre meno professionale e sempre più formativo, continuità che risulterebbe ancora più stretta nel caso specifico dello studio e dell'insegnamento della filosofia, per il carattere più formativo che professionale proprio di questa disciplina.

Nell'anno accademico 1975-1976 ho proposto a un gruppo di colleghi (professori e assistenti) e di studenti (della Scuola di perfezionamento e del corso di laurea) di dedicare un seminario all'approfondimento di un problema dibattuto in una pubblicazione di notevole attualità culturale e politica, l'Intervista politico-filosofica di Lucio Colletti (Bari 1974). Si trattava di vedere in quale senso sia possibile ammettere la realtà della contraddizione, senza compromettere il carattere scientifico del discorso che si sta facendo. Nel caso illustrato da Colletti, il problema si pone nell'ambito del marxismo, dato che Marx da un lato ammette l'esistenza di contraddizioni reali, immanenti alla società capitalistica, e dall'altro afferma che il suo socialismo è scientifico, quindi conforme al principio di non contraddizione, che è il principio stesso della scienza (6).

Il metodo adottato è consistito anzitutto nell'esposizione del problema posto da Colletti - problema certamente attuale e ricco di implicazioni politiche e sociali, perciò quanto mai adatto a risvegliare l'interesse dei giovani -, attraverso la lettura diretta e la discussione del suo scritto. Indi si è constatata la necessità di risalire, per la soluzione del problema, da un lato all'esame della contraddizione in Hegel, da cui deriva il significato attribuito alla contraddizione da Marx, e dall'altro all'esame della contraddizione in Kant ed in Aristotele, alle cui rispettive distinzioni fra contraddizione logica e opposizione reale, o fra contraddizione vera e propria e contrarietà, rinvia lo stesso Colletti. A questo punto non restava che iniziare la lettura dei passi di Aristotele, Kant, Hegel e Marx, in cui si spiega ciò che tali autori intendono per contraddizione. Si è proceduto pertanto alla distribuzione dei compiti, affidando la presentazione dei singoli autori a gruppi composti ciascuno da un docente, o studente più anziano, e due studenti più giovani. Ogni gruppo ha segnalato e fornito in anticipo a tutti i partecipanti al seminario i testi che avrebbe sottoposto alla discussione. I testi sono stati inquadrati storicamente, letti, illustrati e discussi in comune, e per ognuno di essi è stata redatta una relazione della discussione e dei principali risultati raggiunti. Alla fine del seminario tutte le relazioni sono state raccolte e riprodotte in un volume, al fine di poter essere utilizzate come dispensa per la preparazione dell'esame. Il volume così ottenuto ha richiamato l'attenzione di vari studiosi (7).

Considero questo esperimento, per la sua felice riuscita, unanimemente riconosciuta da quanti vi hanno partecipato, un interessante esempio di corretto metodo storico, praticabile anche nell'insegnamento della filosofia nella scuola media superiore. Esso unisce infatti all'interesse per i problemi del pensiero contemporaneo, atti a fornire le necessarie motivazioni allo studio della storia della filosofia, la considerazione degli imprescindibili precedenti storici, affrontati nel giusto ordine cronologico e attraverso la lettura diretta e la discussione dei testi. Esso inoltre consente e promuove la partecipazione attiva di tutti gli interessati ad una ricerca comune, originale e non pregiudicata, e risulta pertanto particolarmente formativo in ordine alle finalità che l'insegnamento della filosofia nella nuova scuola secondaria superiore si propone.

 

Note

(*) Pubblicato in "La comunità scolastica", n. 1-2 Gennaio-Giugno 1976

(1) Cf. il Documento della S.F.I. sul ruolo della filosofia nella prospettiva di riforma della scuola secondaria superiore, estensore M. Dal Pra, Bollettino della Società Filosofica Italiana, N. S., n. 92-93, luglio-dicembre 1975, pp. 1-13.

(2) E. Berti, La riforma dell'insegnamento della filosofia nella Scuola secondaria superiore e nell'Università, in Società Filosofica Italiana, Atti del XXV Congresso Nazionale di Filosofia (Pavia, 19-23 settembre 1975), vol. I, Relazioni introduttive, Roma, Società Filosofica Italiana, 1975, pp. 189-226.

(3) Cf. la valutazione della storiografia "dossografica" data da M. Gentile, Se e come è possibile la storia della filosofia, Padova, Liviana; 1965.

(4) Cf. M. VALENTE, Scienze sociali e filosofia nei lavori della sezione di Scienze dell'Educazione dell'Istituto Gramsci, in "Bollettino" cit., p. 61.

(5) A. KOYRE’, I filosofi e la macchina, trad. it. in Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, Torino, Einaudi, 1967, p. 70.

(6) Cf. L. COLLETTI, Marxismo e dialettica, in Intervista politico-filosofica, Bari, Laterza, 1974.

(7) Cf. La contraddizione in Aristotete, Kant, Hegel e Marx, a cura di F. Volpi Padova, Cleup, 1976.