Il Giardino dei
Pensieri
Didattica
e pratica filosofica. Una proposta di classificazione
dei metodi
La
programmazione nella materia scolastica Filosofia*
Il pensiero a più
dimensioni
E’ desiderabile educare gli allievi a
molte forme del pensiero?
La risposta a questa domanda è
importante per il professore di filosofia al fine di impostare la propria
programmazione. Se si risponde positivamente occorrerà infatti prevedere un’azione
didattica che consenta questo tipo di educazione del pensiero. Se si scelgono
impostazioni dell’azione didattica che non la consentono, la risposta alla
domanda è negativa, per quanti sforzi retorici si siano fatti per dire che la
propria risposta era positiva.
Scrivo questo perché
- gli studi sulla didattica della filosofia (approfonditi in Francia e altrove,
ma ormai assai scarsi in Italia, stando alla quasi completa stasi delle
pubblicazioni in merito) mostrano che la sola presentazione del pensiero
filosofico agli allievi non è sufficiente per educarli alle molte forme di
pensiero che la tradizione filosofica ha elaborato;
- le verifiche basate su interrogazioni o questionari, se usate da sole, poiché
possono essere svolte al meglio con una uniformità di forme espressive e di
forme del pensiero: non implicano la necessità di ricorrere a diverse forme del
pensiero.
I professori di filosofia che basano la loro programmazione su una sequenza
seriale di spiegazioni (presentazione del pensiero filosofico agli allievi) e
verifiche (accertamento che questo pensiero filosofico, nella forma in cui è
stato presentato, è stato studiato e compreso) rispondono quindi implicitamente
di no alla domanda posta.
Ci sono ragioni per cui educare a molte
forme del pensiero non è desiderabile?
Ci sono in effetti ragioni forti per cui
molti professori (almeno stando alla rete delle mie conoscenze personali e
professionali) non considerano desiderabile questa forma di educazione.
Descriverò adesso in sintesi non quanto trovo in letteratura (dove si trovano
per lo più ragioni a favore), ma quanto mi dicono i colleghi a cui in molte
occasioni ho chiesto cosa ne pensassero su questo tema. Ecco in sintesi le loro
ragioni contro una educazione a molte forme del pensiero:
- una prima ragione riguarda l’identità
della filosofia, che (mi si ricorda molto spesso) è caratterizzata dal logos,
dal pensiero razionale, contro altre forme di pensiero; l’educazione a queste
altre forme viene quindi considerata una vera e propria abdicazione al ruolo del
pensiero filosofico così come si è strutturato nel corso dei millenni in
occidente; non posso essere più preciso nel descrivere che cosa debba
intendersi esattamente per "pensiero razionale", espressione proposta
come traduzione del greco logos, perché è cosa data per scontata –
arma polemica piuttosto che strumento di analisi nel contesto di un dialogo;
- altre ragioni riguardano la didattica:
una netta preclusione è posta contro le forme di pensiero che implicano
creatività, o ricorso all’immaginazione, per l’impossibilità di
controllare che cosa effettivamente lo studente sa attraverso verifiche concrete
e oggettive che non possono essere superate se l’allievo non ha studiato
(così vengono presentate le interrogazioni e i questionari); forme di pensiero
di questo tipo richiedono infatti anche altri tipi di prove di verifica; inoltre
l’educazione a molte forme di pensiero implica da parte del professore la
messa in valore di stili cognitivi diversi, nonché pratiche di lavoro
filosofico che sono affini a quelle descritte nei testi filosofici (e per lo
più derivate da essi), ma assai poco compatibili con la sequenza seriale
spiegazione-verifica.
In estrema sintesi: molti colleghi
(ripeto: molti tra quelli con cui ho avuto occasione di dialogare su questi
temi) temono di smarrire lo specifico della filosofica e di perdere il controllo
dei processi (verificabili) di apprendimento. Temono inoltre di dovere
modificare la loro professionalità docente, per la necessità di modificare le
pratiche di insegnamento su terreni difficili da controllare come la pluralità
delle forme del pensiero.
Una scelta politica
Chi scrive ha in passato sostenuto in
molte occasione la serietà di queste ragioni contro l’educazione a molte
forme del pensiero, e ne ha aggiunta una personale che proporrò mediante una
breve sequenza:
- se educhi qualcuno ad essere libero, nel caso la tua azione educativa abbia
successo l’allievo sarà più libero
- se non desideri un mondo di persone un po’ più libere, ti ritroverai con un
mondo di persone un po’ più libere, quindi meno controllabili, meno
dominabili.
Come la ricerca pedagogica ha sottolineato
(gli autori a cui penso mentre scrivo queste note sono Rousseau e Dewey),
educare è una questione di scelte politiche. Non è affatto detto che una
maggiore libertà di pensiero sia l’obiettivo politico scelto: un pensiero
unidimensionale e ordinato offre molti vantaggi in termini di efficienza
economica, ad esempio, rispetto ad un pensiero multidimensionale altrettanto
ordinato.
Non entrerò nel merito di queste scelte
politiche, perché non mi competono nella sede tecnica in cui sto scrivendo.
Sottolineo soltanto che il problema esiste, così come esiste la necessità di
un radicale mutamento nella professionalità docente nel caso si opti per una
educazione alla multidimensionalità del pensiero. Così anche le difficoltà
didattiche sottolineate dai colleghi sono ampiamente confermate dalla pratica.
In sede tecnica però è la prima
obiezione, quella sulla identità della filosofia, a non tenere: i filosofi
nelle loro opere non hanno affatto proposto un modello unidimensionale di
pensiero. Spinoza, per restare al solo campo del logos (nell’accezione
con cui prima abbiamo usato questo temine), ne propone due (entrambi in grado di
pervenire ad "idee adeguate"); Pascal altrettanti (l’esprit de
finesse e l’esprit de géométrie, utili in settori diversi della
ricerca scientifica, per tacere del "cuore", termine con cui indica
specifica una facoltà di conoscenza). E gli esempi potrebbero moltiplicarsi
facilmente. Si pensi ad esempio a Platone (che davvero "esplora tutte le
vie in tutte le direzioni"), a Plotino, e a chi si vuole, perché la
tradizione filosofica dell’occidente ha in effetti proposto forme
multidimensionali di pensiero.
La scelta è politica. Infatti:
- l’obiezione teorica non tiene;
- le obiezioni didattiche tengono, ma
negli anni Novanta e ancora negli ultimi anni proprio in Italia, per lo più in
rapporto con la ricerca didattica dei colleghi francesi, sono state proposte (da
Mario De Pasquale, da Enzo Ruffaldi e da me) (2) metodologie di lavoro
filosofico adeguate alle pratiche didattiche per una educazione al pensiero
multidimensionale.
La questione va riportata quindi alla sua
vera natura di scelta politica: si desidera educare gli allievi a forme
unidimensionali o multidimensionali di pensiero filosofico (quindi di pensiero
in entrambi i casi ordinato)?
Quali costi implicano le programmazioni
che mirano ad una educazione ad una determinata forma di pensiero razionale o a
molte forme?
Poiché la sede nella quale svolgo il mio
intervento è strettamente tecnica, proporrò forme di lavoro filosofico nel
contesto della programmazione coerenti con entrambe le scelte. Prima di farlo,
conviene però ricordare i ben noti limiti delle pratiche didattiche e le loro
concrete possibilità di successo. In didattica, infatti, non va mai smarrito il
principio pedagogico che sottolinea come ogni scelta abbia un costo e non
esistano metodi didattici privi di prezzi da pagare. Dunque:
- se si sceglie il modello basato sulla sequenza spiegazione-verifica, uniforme
nei tre anni dell’insegnamento filosofico, si dovrà rinunciare all’educazione
a forme di pensiero non compatibili con questo modello; per conseguenza, si
dovrà rinunciare anche al recupero scolastico basato su forme diverse di
pensiero e quindi a tutte quelle pratiche didattiche di recupero efficaci quando
non è efficace l’unica consentita dal modello spiegazione-verifica (e cioè
rispiegare in modo diverso e costringere l’allievo a studiare di più, agendo
sulla doppia leva della paura e della motivazione; più sulla prima tuttavia,
perché il modello spiegazione-verifica ha poche possibilità nell’agire sulla
motivazione, se non è spontanea);
- se si sceglie uno dei modelli didattici
compatibili con l’educazione alla multidimensionalità del pensiero, si dovrà
rinunciare al controllo di tutte le variabili che sarebbe desiderabile
sottoporre a verifica e si dovrà fare i conti con quella "anarchia"
di cui parla Feyerabend che nell’adolescenza può assumere caratteri
estremizzati (il riferimento è pertinente: Feyerabend parla dei metodi di
ricerca, ma la filosofia per gli allievi a cui si propongono questi metodo è
proprio questo: ricerca); il costo è quindi la rinuncia alla linearità e alla
semplicità del percorso spiegazione-verifica, rinuncia che può rivelarsi
pesante soprattutto per il professore: come è ben noto, tutte le libertà (non
solo la multidimensionalità del pensiero) hanno un costo, poiché implicano
responsabilità e ordine auto-imposto e non etero-imposto.
A - La programmazione basata sulla
sequenza spiegazione-verifica-recupero
Secondo questo modello la programmazione
è molto semplificata perché le attività didattiche sono soltanto di tre tipi.
- La spiegazione. Il messaggio è a
senso unico, dal professore all’allievo, secondo la molteplicità massima
possibile di linguaggi e di stili cognitivi consentiti dalla unidirezionalità
del canale comunicativo; questa multiformità è quindi per forza di cose
limitata, ed è legata alle metodologie di spiegazione utilizzate Chi scrive è
convinto che le capacità individuali dell’insegnante indipendenti dalle
tecniche utilizzate devono entrare in gioco il meno possibile: è ardo spiegare
tutte le mattine filosofia per quaranta anni della propria vita professionale
facendo affidamento su questo. E’ molto meno arduo fare affidamento su
tecniche.
Chi scrive sa molto bene che questa posizione è rifiutata dalla tradizione dell’insegnamento
filosofico in Italia. Sa anche che il lavoro di un medico, di un avvocato, di un
ingegnere, di un professionista in qualsiasi settore, segue regole e metodi e
non si affida più di tanto sull’estro individuale. Le "buone
pratiche" pagano in tutte le professioni. Chi scrive ritiene quindi che
nella propria programmazione il professore può trarre vantaggi didattici se
mette in conto il massimo possibile di differenziazione nelle tecniche di
spiegazione, in termini di modalità comunicative, di ricerca degli esempi (la
chiave di volta delle spiegazioni, perché consentono il passaggio intuitivo tra
l’astratto e il concreto), di percorsi e stili cognitivi, di strategie che
allarghino il campo del solo registro verbale. Nulla di nuovo in realtà: nessun
professore del passato ha dovuto aspettare l’esistenza del computer per
proporre forme di multimedialità nel corso della propria spiegazione, perché
il mondo è multimediale e gli esempi possono essere scelti con questo criterio,
e uno schema alla lavagna o forme grafiche accennate col gesso implicano l’attivazione
di diverse forme del pensiero.
- La verifica. Ciascun tipo di
verifica misura qualcosa e consente di valutare qualcosa. Non consente di
misurare e valutare tutto. Se si vuole misurare e valutare estendendo il campo,
occorre prevedere nella propria programmazione una vasta gamma di tipologie di
verifiche. L’interrogazione e il questionario (a mia notizia di gran lunga le
più diffuse tipologie di verifica quando si usa il modello di cui adesso
parliamo) misurano e consentono di valutare qualcosa, non tutto. Dunque: fatti
salvi l’interrogazione e il questionario, in programmazione va previsto molto
altro se si desidera una misurazione e una valutazione a largo raggio. La
didattica della filosofia ha proposto un numero alto di tipologie di verifiche,
che hanno tuttavia il difetto di richiedere una preparazione specifica da parte
del professore, cioè la padronanza di quelle "buone tecniche" che
fanno parte del bagaglio professionale del docente. Preciso che la ragione per
cui sono utili una misurazione e una valutazione a largo raggio sta in questo,
che ne viene molto facilitato il recupero scolastico.
- Il recupero. Va preliminarmente
chiarito che è del tutto normale che una parte della classe non ottenga buoni
risultati alle verifiche. Non è una patologia del sistema. Per conseguenza una
programmazione basata sulla sequenza spiegazione-verifica non può fermarsi lì,
a meno che l’obiettivo del professore non sia selezionare gli allievi. Ma
anche in questo caso qualche attività di recupero va messa in conto, perché
non è mai possibile escludere errori o problemi incidentali insorti.
Le attività di recupero possono agire su tre livelli: il livello della
comprensione e dei metodi di lavoro, quello della motivazione allo studio
attraverso il ricorso a sanzioni (sfruttando la paura di una punizione), quello
della motivazione allo studio attraverso l’interesse. I tre livelli non si
escludono a vicenda, non c’è ragione di non bilanciarli, a meno che non si
sia identificato in un particolare livello la ragione del cattivo andamento
degli allievi. Le tecniche di recupero (cioè le buone pratiche) sono
moltissime, e sono state anch’esse ampiamente studiate dalla ricerca
didattica.
Va precisato che il professore non può, in sede di programmazione iniziale,
specificare quali tecniche e quale livello saranno privilegiati, perché non
conosce a inizio d’anno le ragioni che hanno determinato la necessità del
recupero. In sede di programmazione si può quindi solo prevedere un tempo-aula
(accompagnato da lavori a casa) dedicato al recupero. Solo in corso d’anno si
potranno scegliere le modalità opportune.
B – La programmazione basata su pratiche
che mirano allo sviluppo di forme multidimensionali del pensiero
Se si sceglie questa opzione, la
programmazione ha una struttura complessa per due ragioni:
- il ruolo attivo degli allievi, che implica una gestione delle attività in
aula molto varia;
- la necessità di moltiplicare le
tipologie di lezione.
Il principio-base di questo tipo di
programmazione è una forte aderenza ai metodi di lavoro filosofico che sono
proposti dai filosofi nelle loro opere. Si dovrà quindi procedere con rigore
filologico: mentre la sequenza spiegazione-verifica-recupero rende uniforme l’intera
storia della filosofia che viene trattata con gli stessi metodi autore dopo
autore (il professore spiega e presenta i metodi e le teorie dei filosofi
seguendo l’uniforme metodo della spiegazione, che cambia poco sia che si stia
presentando il gioco dialettico dei dialoghi platonici o l’esposizione more
geometrico dell’Etica spinoziana), questo tipo di programmazione
mira invece a riproporre la filosofia dei vari autori con metodi che richiamano
quelli con cui essa è stata proposta dai filosofi. Anche con queste modalità
sarà comunque necessario prevedere un certo numero di spiegazioni, per cui la
lezione in aula assumerà un andamento assai vario: le tipologie di lezione si
moltiplicheranno. Saranno da prevedere almeno le seguenti:
- spiegazioni del professore (in cui il messaggio è quindi unidirezionale);
- lezioni dialogate secondo diverse
modalità (tra professore e studenti, tra studenti, tra classi diverse, e così
via), in tutti quei casi in cui le pratiche dialettiche lo richiedono (così ad
esempio per gran parte della filosofia antica, e innanzitutto per tutta la
tradizione socratico-platonica);
- lezioni basate sulle molte tipologie dei
lavori di gruppo (soprattutto per l’analisi comune dei testi filosofici);
- lezioni basate su esposizioni degli
allievi facendo ricorso alla multimedialità (dal cartellone alla
visualizzazione di concetti alle presentazioni in PowerPoint alle sequenze
multimediali al computer), in modo strettamente legato ai suggerimenti che
provengono dalla lettura dei testi filosofici;
- lezioni basate su lavoro individuale o a
gruppi o collettivo sulle immagini, sulle metafore, sul pensiero analogico e
così via (ad esempio per la filosofia del Seicento);
- lezioni fuori aula, laddove sia utile l’osservazione
diretta della natura (ad esempio per lo studio delle teorie aristoteliche) o di
determinati elementi storico-artistici (ad esempio per lo studio delle teorie
sull’arte e sulla storia);
e così via.
Poiché il lavoro sulla
multidimensionalità del pensiero va svolto seguendo con rigore filologico le
indicazioni dei filosofi nelle loro opere, vanno riproposti i loro metodi. La
differenza netta tra il momento della spiegazione e quello della verifica viene
quindi sfumata, perché la programmazione su basa su una trama continua di
lavoro filosofico in cui lo studente è attivo. Le attività in aula e a casa si
moltiplicano, ma sono attività per apprendere, non per essere valutati.
Tuttavia, poiché tutto può e deve essere oggetto di valutazione, la differenza
tra esercitazione e verifica è solo legata al fatto che, nella fase conclusiva,
il professore decide di assegnare un voto ad un certo lavoro o alla sequenza dei
lavori degli allievi o stabilisce una data precisa per una verifica con voto.
Naturalmente in questo tipo di
programmazione (molto varia, le lezioni si susseguono ben raramente uguali le
une alle altre) vanno previsti momenti di stasi e di sintesi: momenti in cui il
lavoro svolto si riorganizza con ordine, perché la multidimensionalità del
pensiero filosofico non è mai disordinata (presso i testi filosofi, e quindi
nell’aula in cui essi sono in un modo o nell’altro riproposti).
Quanto al recupero, poiché la verifica è
continua, lo è anche il recupero. Questo tipo di programmazione parte dal
presupposto che è del tutto normale che una parte della classe non segua o
rimanga indietro o non studi a casa, e interviene subito con continue
sollecitazioni. L’uso regolare degli strumenti multimediali (che legano, su
carta o con mezzi audiovisivi o al computer, immagini, suoni, parole, secondo le
molte tipologie di resa multimediale del pensiero) mira anche a quella che la
teoria didattica proposta da Michel Tozzi chiama "emergere delle
rappresentazioni", consentendo quindi all’insegnante di intervenire nelle
fasi dello studio di un autore (è una delle forme di recupero in itinere).
Poiché al momento delle verifiche con voto una parte della classe non avrà
comunque raggiunto una valutazione sufficiente, la dinamica del lavoro in aula
prevede che il lavoro non si fermi lì. Il professore non assegnerà un voto
negativo: non assegnerà alcun voto. Richiederà una ripetizione del lavoro
svolto male con modalità diverse.
Una parte degli allievi è prevedibile che
risponderà ancora negativamente alle sollecitazioni. Anche questo è nella
normalità e non nella patologia del sistema: il professore non ha bacchette
magiche.
Ha però molte buone pratiche a
disposizione: prima di arrendersi, e dare un voto negativo, le userà.
Un esempio di percorso: l’etica
ellenistica
La tradizionale pratica dei percorsi, che
si affiancano nella programmazione allo studio dei filosofi nella sequenza loro
storica, può essere utile come esemplificazione dei due modelli di
programmazione.
Si prenda il caso di un percorso sull’etica
in età ellenistica. Si potranno proporre
- alcuni modelli del IV secolo a cui la
filosofia ellenistica si è richiamata nel merito o nel metodo:
- una selezione di frammenti etici di Democrito;
- le celebri pagine di Aristotele dell’Etica nicomachea sul giusto
mezzo;
- alcuni frammenti etici delle scuole socratiche (quasi introvabili in italiano,
ma in un percorso di questo tipo
una selezione è utile);
- l’etica di Epicuro (ad esempio con la
lettura in parallelo della Lettera a Meneceo e di una selezione delle
sentenze);
- l’etica stoica (va valutato se
proporre testi quasi contemporanei a Epicuro, che sono pochi e in stato di
frammenti, o ricorrere alla tradizione romana, in particolare Seneca o Marco
Aurelio);
- l’etica degli scettici (anche qui è necessario scegliere tra i pochi
frammenti del IV e III secolo e le trattazioni di età romana).
I due modelli di programmazione non implicano diversificazione nelle scelte
sulla selezione dei testi, ma approcci metodologici diversi.
Se si sceglie il modello di programmazione
basato sulla sequenza spiegazione-verifica, il professore dà per scontata la
conoscenza manualistica degli autori studiati (sono parti di programma già
svolti) e spiega i testi, commentandoli, introducendoli, ponendoli in paragone
tra loro: costruisce cioè la sua lezione lavorando sui testi secondo le molte
metodologie di lettura dei testi che la tradizione didattica propone per l’insegnamento
della filosofia. Usa diversi approcci, e con la sua spiegazione propone
implicitamente i diversi metodi di lettura dei testi filosofici. Sceglie se
soffermarsi sugli aspetti retorici e sui generi letterari trattati, se mirare al
dialogo tra le scuole o alla loro opposizione delle pratiche di vita, e così
via. Al termine delle spiegazioni (che non potranno per ragioni di tempo
protrarsi più di qualche lezione), propone agli allievi varie forme di verifica
sui testi letti; le verifiche vanno studiate in modo che analiticamente
consentano la verifica di ciascun punto, di merito e di metodo, delle lezioni
svolte, e siano rispettose anche delle diversità di approcci degli allievi in
ragione dei loro stili cognitivi, dei loro interessi, e così via.
Se il professore sceglie il modello che
punta alle forme multidimensionali del pensiero, le pratiche di lavoro in aula
vanno scelte in rapporto alle due variabili della natura dei testi selezionati e
delle caratteristiche della classe:
- va deciso se privilegiare il metodo del lavoro d gruppo o i vari metodi che
valorizzano le pratiche dialettiche;
- se e come puntare sulle molte metodologie di lavoro autonomo sui testi, da
quelle analitiche a quelle sintetiche, alle pratiche di esercizi di riflessione,
di confronto o altro;
- va posta molta cura nella
problematizzzazione dei testi e nella loro attualizzazione/storicizzazione,
secondo le modalità cche la ricerca didattica in filosofia ha chiarito su
questi punti;
- va deciso quale ruolo dare alle forme di
lavoro creativo, e quali modelli in termini di pratiche retoriche proporre
e così via.
Note
(1) Questo testo, in versione
diversa, è comparso a stampa su Nuova Secondaria di Settembre 2008.
(2) La documentazione su queste ricerche
non è ormai più disponibile a stampa, ma lo è su internet, e il Giardino dei
Pensieri raccoglie ampia parte delle proposte didattiche degli anni Novanta.
A stampa è però ancora disponibile , di
Enzo Ruffaldi e Mario Trombino.