Il Giardino dei Pensieri
Didattica e pratica filosofica.
Una proposta di classificazione dei metodi

4.
I dibattiti in classe, tra cla
ssi, a classi aperte
 

Introduzione
[Vedi: Dialogo]

Riguardo al dialogo all'interno di un gruppo, alcuni modelli sono fortemente presenti ai giovani - ma la situazione è altrettanto netta per i non più giovani, come provano le esperienze in corsi di filosofia per adulti -: sono i modelli proposti dalla televisione, alcuni dei quali positivi, altri meno. Gli studenti ne conoscono perfettamente i limiti, anche se la rissa televisiva diverte. Comprendono benissimo quali sono i modelli da abbandonare.
In questa classe di esercizi - qualunque sia il tipo prescelto - il problema di fondo è "tenere" il dialogo tra due opposte sponde negative:
a) il dialogo non prende quota;
b) il dialogo finisce in rissa o in divagazioni fuori tema.
E' indispensabile che in classe si crei il clima giusto e dunque che da parte del professore sia stato organizzato con cura il lavoro di preparazione - ivi compresa l'attenzione ai fattori esterni: compiti in classe di altre materie nella stessa giornata o l'indomani (se questo produce nervosismo), situazioni generali di tensione nella classe o nella scuola (turni di interrogazione, fine quadrimestre, clima "politico" surriscaldato), e così via. In questi casi un dibattito in classe può - e a volte deve - essere fatto slittare anche all'ultimo momento, se il professore in accordo con gli studenti lo ritiene, perché il pericolo di fallimento per distrazione su altri temi o per nervosismo può essere elevato.
E' da sottolineare, tuttavia, che a volte determinate situazioni di tensione possono favorire il dialogo tra gli studenti piuttosto che costituire un pericolo. Per esempio, quando il dialogo avviene tra studenti di più classi, e dunque in una situazione scolastica diversa dall'abituale, può essere utile un clima quale quello che si crea nelle situazioni - ormai abituali nella scuola italiana - di "giornate autogestite", scioperi, occupazioni, e simili. Oppure nei momenti di approfondimento e di recupero.
Ovviamente, questo tipo di esercizi non è mai utile che sia imposto agli studenti, ma può vedere la loro diretta partecipazione in fase di preparazione e il coinvolgimento operativo almeno di alcuni di loro. Se gli studenti non sono coinvolti nella organizzazione, le possibilità di fallimento in una delle due sponde prima indicate crescono.
In sede preliminare si deve poi sottolineare che il dibattito tra studenti può essere vissuto dal professore in modo negativo: è effettivamente possibile sentire messa in crisi la propria professionalità e il proprio ruolo. In fondo, siamo abituati ad essere noi i protagonisti, a guidare il gioco, ad avere l'ultima parola, e in questo caso - apparentemente, come vedremo - non è così. I protagonisti del gioco sono gli studenti, il professore si limita a fissare le regole del gioco ed a volte - con gli studenti più esperti - nemmeno quelle (nell'ultimo anno di corso il ruolo del professore può addirittura essere limitato ad una semplice funzione di controllo).
Se il professore sente messa in gioco la propria professionalità reagisce imponendosi come "attore interno" nelle dinamiche del dialogo: esprime la propria posizione nel merito di quanto si discute, fa valere la propria superiorità dialettica, le proprie conoscenze e così via, o addirittura impone con la propria autorità una determinata posizione (è facile per un insegnante vincere nel gioco dialettico con un giovane di diciotto anni, soprattutto se mette in mostra - anche senza usarla - la propria autorità).
Si tratta di pericoli gravi, assolutamente da evitare. Emotivamente spesso è difficile evitarli, anche per professori esperti (è questo il momento di libertà espressiva degli studenti, sia pure secondo regole: non è forse vero che alcuni ne approfitteranno per "provocare"? Il professore non deve cadere nella trappola).
Se il dibattito prescelto è del tipo "tra studenti", il professore deve limitare al massimo il proprio ruolo attivo (visibile: il lavoro "dietro le quinte", come vedremo, è un'altra cosa). Il grado più alto - e solo in alcuni tipi di esercizi - potrà essere l'assumere il ruolo di "attore esterno": porre una domanda al momento opportuno senza suggerire implicitamente la risposta, fare una provocazione (gettare un sasso nello stagno ritirando però subito la mano), assumere il ruolo di moderatore del dibattito senza diritto di parola, chiedere un esempio, e così via.
In realtà - è facile comprenderlo, ma è indispensabile ricordarsene per non cadere nelle trappole emotive - il professore ha un ruolo determinante, decisivo. Anche quando rimane in silenzio o, in casi estremi, è assente al momento del dibattito. Fissare "le regole del gioco", infatti, e imporre il loro rispetto (altrimenti i pericoli di fallimento sono molto alti) significa stabilire per i giovani precisi modelli di comportamento che hanno un'influenza decisiva sulle loro stesse autonome attività.
Un esempio: in un Liceo Scientifico si fecero alcune esperienze di conduzione di dibattiti a classi aperte in occasione della Guerra del Golfo (gennaio-febbraio 1991) gestite insieme da studenti e professori secondo regole ben formalizzate; l'anno successivo gli studenti senza alcun aiuto da parte degli insegnanti organizzarono alcune assemblee di istituto seguendo le stesse regole, con buon successo, nonostante solo pochi insegnanti vi abbiano preso parte e nessuno abbia avuto un ruolo attivo di alcun genere.
Il lavoro del professore nella classe di esercizi di "dibattito tra studenti" deve essere soprattutto "dietro le quinte": è il lavoro di un regista che prepara i materiali, distribuisce le parti, fissa le regole del dibattito, controlla e coordina. Ma non è un attore interno al gioco.
Un esempio in negativo. Due classi riunite (due terze di un Liceo Classico) dialogano su marxismo e liberalismo dopo avere entrambe studiato Marx e Stuart Mill ed avendo un'idea abbastanza completa della storia europea di tutto l'Ottocento. Uno degli insegnanti presenti interviene continuamente nel dibattito perchè ravvisa nelle tesi di alcuni studenti posizioni a suo avviso del tutto superate che egli conosce bene e che vuole correggere (posizioni molto diffuse tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta). In realtà gli studenti non sanno nulla di Sessantotto ed affini e le loro posizioni sono diverse: è all'orecchio del professore che esse suonano "sessantottine", ma il professore ha ascoltato molto poco ed ha reagito subito. Dibattito fallito, quasi finito in rissa perché gli studenti si sono sentiti non capiti e hanno vissuto gli interventi del professore come una prevaricazione. E si sono ribellati, anche perché questo impediva il dialogo tra loro. Dunque: ascoltare molto gli studenti, non "sovrainterpretare" e cercare di capire a fondo le loro parole.
C'è tuttavia almeno un tipo di dibattito in cui deve essere direttamente il professore a condurre il gioco. Ma non si tratta di dibattiti tra studenti (dunque tra pari). Si tratta di dibattiti a due: tra il professore (o gli insegnanti che operano insieme, ma occorre molta esperienza ed affiatamento per farlo) e gli studenti.
Si tratta di esercizi di lavoro filosofico particolarmente complessi. Questi casi particolari non contraddicono il discorso sin qui fatto.
Ovviamente, onore al caso. Vi sono situazioni che riescono perfettamente in modo naturale, non programmato, contraddicendo tutto quanto abbiamo detto. Uno dei dibattiti tra studenti su temi filosofici che ricordo molto volentieri avvenne - ero supplente alle prime esperienze - con i cappotti già messi, in piedi e quasi sulla porta al tempo del referendum sull'aborto. Durò oltre un'ora, dopo la fine della scuola ed iniziò per caso. Ma, ovviamente, non siamo in grado di governare il caso: il professore deve solo imparare a riconoscere le buone opportunità e a non lasciarle morire. Allora ero alle prime armi, oggi, probabilmente, al suono della campanella andrei a casa, lasciando morire una buona opportunità.

 

Regole generali per gli studenti
Elenchiamo dunque alcune regole generali che gli studenti devono seguire per l'intera classe degli esercizi di dibattito (in aula, tra classi parallelle e non, a classi aperte). Ovvio il riferimento in negativo ad alcuni modelli televisivi e in positivo ad altri, essendo la televisione una notevole fonte di modelli per le giovani generazioni ed un ovvio punto di riferimento per i dibattiti. In fondo c'è una ragione, per così dire, "tecnica" per cui il dibattito televisivo non può essere un modello, ed è questa, che la televisione prevede un pubblico assente per il quale avviene il dibattito. Forse ogni tipo di dibattito è una forma di "spettacolo" e prevede un pubblico, ma in televisione il pubblico non è composto dalle stesse perosne che partecipano al dibattito. In aula sì. E certo non sarà da dimenticare che chi prende la parola lo fa sempre per un pubblico (e per gli adolescenti vale certamente la celebre massima epicurea).

a) Prestare sempre grande attenzione alle parole di un altro, chiunque egli sia, e preoccuparsi sempre di propri eventuali errori di comprensione. Non selezionare mai tra le persone: il meno preparato o il meno capace degli studenti può esprimere un concetto fondamentale (anche se può accadere che lo esprima male).
L'"educazione all'ascolto" è tra le più difficili. Il professore deve "tenere" questa regola con grande determinazione. Gli studenti, senza un rigoroso allenamento, non la rispetteranno. Capiterà anche a noi insegnanti di non rispettarla e l'esempio che daremo sarà decisivo. Mai, anche se non si interviene, mostrare attenzione per le parole di uno studente bravo e distrarsi quando parla uno che non lo è: pur silenzioso, è un comportamento eloquentissimo, assolutamente non giustificato, che ha l'effetto di "bloccare" nella sua situazione lo studente meno preparato o meno capace e di non favorire la messa in valore di quelle capacità che egli - certamente - possiede, anche se il professore e forse lui stesso non sa quali sono.

b) Tentare, per quanto possibile, di fuggire il pericolo del dialogo tra sordi: porsi come obiettivo quello di comprendere le "ragioni" dell'altro e contrapporre argomentazione ad argomentazione, non soltanto personalità a personalità.

c) Nei propri interventi mostrare sempre rispetto per le opinioni degli altri, facendo capire che si sta facendo un serio sforzo di comprensione. Mai tentare di avere ragione dell'altro con mezzi scorretti: per esempio lasciando trasparire disprezzo con le proprie parole o alzando la voce o ironizzando in modo gratuito.
Nulla più di una battuta efficace distrugge una buona argomentazione: avremo vinto il confronto dialettico, ma la buona argomentazione dell'altro era buona, non la battuta, e in filosofia non è la vittoria che conta, ma fare un passo in avanti nella ricerca.

d) Prestare sempre grande attenzione a che la propria immagine non serva a coprire il vuoto delle proprie argomentazioni. Se non si ha nulla da dire, tacere ed ascoltare.

e) Rispettare sempre l'autorità di chi coordina il dibattito e parlare solo quando se ne ha l'autorizzazione.
Respingere la tentazione di dare subito, in poche parole, una risposta a chi ha appena enunciato una tesi opposta alla nostra. Preparare, in attesa del proprio turno, una efficace risposta, ben argomentata ed espressa con chiarezza. Magari ricorrendo ad un breve appunto scritto.

f) Preoccuparsi che le proprie posizioni - espresse sempre curando il miglior rapporto tra brevità e comprensibilità - siano effettivamente utili al dibattito e chiare per tutti gli ascoltatori.

g) Preparare una breve "scaletta" del proprio intervento, soprattutto per poter dar ordine alle proprie parole.

Quest'ultima regola non è una regola, ma un consiglio: c'è chi con il metodo delle "scalette" non si trova affatto e non ne trae vantaggio. Bene. Ma in generale è assai efficace ed è una buona abitudine. Quindi, insegniamo agli studenti a farle (insieme con il professore di lettere, naturalmente).
Come comportarsi con chi non interviene nei dibattiti? E con chi interviene troppo?
Per il professore si tratta di situazioni normali, ma delicate. Nelle classi nasce quasi subito un gioco delle parti per cui ciascuno studente si fissa su determinati comportamenti. E' questa la ragione per cui è opportuno - se si decide di utilizzare gli esercizi di dibattito - realizzare un certo numero (piccolo, perché la cosa non cada nei meccanismi della routine) di dialoghi tra classi o - se si può, ma la cosa dà buoni risultati - a classi aperte.
In ogni modo chi non parla va incoraggiato, mai costretto, a intervenire. Se si decide di dare la parola a turno a tutti, è sempre necessario ammettere che si possa "passare" la parola. Sappiamo bene che chi non parla spesso ha moltissimo da dire. Magari lo farà in privato, o per iscritto. Cercare quindi queste occasioni, stimolare la scrittura (il metodo della lettera è spesso usato dagli adolescenti tra loro, perché non con noi insegnanti?). Naturalmente questo tipo di dialogo per iscritto non è davvero privato, ne è privata solo la forma.
Detto questo, è bene ricordare che gli studenti - non a caso la loro età è "evolutiva" - vanno soggetti a mutamenti a volte anche profondi. Meglio, quindi, tentare ogni tanto di infrangere il gioco delle parti e stimolare tutti a parlare.
Ci sono comportamenti che bloccano molte persone che sono indecise se parlare o meno: sono i comportamenti verbalmente aggressivi dei compagni. Mai accettarli (anche se vanno corretti con una lenta educazione all'ascolto ed al rispetto dell'altro, piuttosto che con mezzi punitivi).
Quanto a chi parla troppo, si deve agire con tatto. In colloqui privati è bene spiegare non solo perché non deve farlo, ma anche come fare. Insegnargli, per esempio, che un discorso incisivo può esser necessario sia breve, e un intervento è più efficace se ben calibrato nel tempo all'interno del dibattito.
Un minimo di tecniche riguardo a quelle che gli antichi chiamavano retorica e dialettica, che del resto possono anche essere oggetto di spiegazione e di esercizio per tutti (se non fa queste cose già il professore di italiano).